Sempre più frequentemente nei giornali, italiani ed esteri, si discute sullo stato di salute della democrazia e della cultura nel nostro Paese. Due analisi mi sono sembrate particolarmente significative: un articolo di Gustavo Zagrebelsky, giurista, pubblicato da "La Repubblica", e un'intervista di Walter Mariotti al critico letterario Harold Bloom, comparsa su "Il Sole 24 ore".
Ne riporto alcune parti e poi formulerò alcune mie brevi considerazioni.
Così scrive, fra l'altro, Zagrebelsky:
"...Che bisogno c’è oggi, in effetti, di democrazia? Con questa domanda, ci spostiamo dalla parte della 'società civile'. È lì la sua sede, il luogo della sua forza o della sua debolezza.
Nel senso in cui se ne parla correntemente oggi, la società civile è il luogo delle energie sociali che esprimono bisogni, attese, progetti, ideali collettivi, perfino 'visioni del mondo', che chiedono di manifestarsi e trasformarsi in politica. Chiedono di prendere parte alla vita politica e di esprimersi nelle istituzioni: chiedono cioè democrazia. Se la società si spegne, cioè si ripiega su se stessa e sulle sue divisioni corporative, essa diviene incapace di idee generali, propriamente politiche, e il suo orizzonte si riduce allo status quo da preservare, o alle tante posizioni particolari ch’essa contiene - privilegi grandi e piccoli, interessi corporativi, rendite di posizione - da tutelare.
Basta allora l’amministrazione dell’esistente; cioè la tenuta dell’insieme e la tutela dell’ordine pubblico: in altre parole, la garanzia dei rapporti sociali de facto. Di fronte a una società politicamente inerte può ergersi soltanto lo Stato amministrativo che si preoccupa di sopravvivenza, non di vita; di semplice, ripetitiva e, alla lunga, insopportabile riproduzione sociale.
Ma, se questo - la sopravvivenza - è il mandato dei governati ai governanti, ciò che occorre è soltanto un potere esecutivo forte e un apparato pubblico almeno minimamente efficiente. Non c’è bisogno di politica e, con la politica, scompare anche la democrazia. Infatti, mentre ci può essere politica senza democrazia, non ci può essere democrazia senza politica. Non avendo nulla di nostro che vogliamo realizzare, tanto vale consegnarci nelle mani di un qualche manovratore e, per un po’, non pensarci più...
Se non si tratta necessariamente di autoritarismo, non è nemmeno un semplice ammodernamento della Costituzione. L’impianto su cui questa è stata consapevolmente costruita è quello di una società civile che esprime politica, a partire dai diritti individuali e collettivi, per concludersi nelle istituzioni rappresentative, con i partiti come strumenti di collegamento. Questa costruzione costituzionale, però, è soltanto un’ipotesi. I Costituenti, nel tempo loro, potevano considerarla realistica. I grandi principi di libertà, giustizia e solidarietà scritti nella prima parte della Costituzione, allora tutti da attuare, segnavano la via lungo la quale quell’ipotesi avrebbe trovato la sua verifica storica. La società italiana, o almeno quella parte della società che si identificava nei partiti, poteva darle corpo. Si può discutere se e in che misura questo corpo sia stato fin dall’inizio deformato dalla 'partitocrazia' e se, quindi, le istituzioni costituzionali siano diventate uno strumento di affermazione più di partiti, che della società civile, tramite i partiti. Tutto questo è discusso e discutibile. C’erano comunque istanze politiche che chiedevano accesso alle istituzioni. La democrazia costituzionale si è costruita su questa ipotesi, che per un certo tempo ha corrisposto alla realtà.
Ora, siamo come a un bivio. La strada che si imboccherà dipende dall’attualità o dall’inattualità di quell’ipotesi. Noi non contrasteremo le deviazioni dall’idea costituzionale di democrazia soltanto denunciandone l’insidia e i pericoli, cioè parlandone male. In carenza di una sostanza - cioè di istanze politiche venienti da una società civile non disposta a soggiacere a un potere che cala dall’alto - perché mai si dovrebbero difendere istituzioni svuotate di significato? Le istituzioni politiche vitali sono quelle che corrispondono a bisogni sociali vivi. Se no, risultano un peso e sono destinate a essere messe a margine..."
La parte finale dell'intevista a Bloom che, peraltro, fa riferimento sia agli Stati Uniti che all'Italia, è la seguente:
"...Ma l'esempio perfetto del nostro mondo dove la videocrazia ha sostituito èlite e democrazia è Sarah Palin, un perfetto 'funcional illiterate'. Ogni sua frase è un insieme di mancanze grammaticali e semantiche ideali per catalizzare le nuovi plebi urbane e rurali. Se nel 2012 la Palin sarà la candidata sarà la fine dei 'whig'.
Eppure il suo libro ha battuto anche Dan Brown negli acquisti nelle librerie.
E' la riprova di quanto le sto dicendo.
Meglio Sarah Palin o J.K. Rowling?
Peggio Palin ma entrambe sono uno scandalo. Ciò detto, chi se ne frega di J.K. Rowling, Palin e Stephen King? Il tema è che si dovrebbe contemplare Dante e Beatrice, non Harry Potter.
'Videocracy' però è la vecchia tesi di Adorno e Anders. Il Grande Fratello che piace molto ai radical chic. Americani e italiani.
Intendiamoci. Io non credo che Berlusconi abbia ordito un complotto, nè che ne sia vittima. E' paranoia. In realtà conta solo la finanza. E la verità è che Michelangelo e Beethoven vendono meno del rock e del gossip. Non c'è cospirazione, chi gestisce il sistema è troppo intelligente: peccato perchè sarebbe stato più interessante. Berlusconi e i reality sono semplicemente l'esito di un percorso, come la difficoltà crescente a concentrarsi. Dante è una letteratura straordinaria, ma richiede una cultura che l'epoca dominata dalla tv non può più assicurare. Non so se un altro Ungaretti, un altro Montale, sarebbero ancora possibili. O anche Saba, l'immenso Saba.
Nemmeno qui in America?
Qui ci sono centinaia di romanzieri, ma nessuno raggiunge Beckett. Salvo soltanto Philip Roth, Thomas Pynchon e Cormac Mc Carthy
La libertà è in pericolo?
No. La vera libertà è la cosa più difficile, pensare ciò che si vuole non quando qualcuno lo impedisce ma liberandosi dai propri condizionamenti. Alla mia età,comunque, questa parola non ha più molto significato".
Sono due testi molto diversi se non altro perchè l'articolo è di un giurista e l'intervistato è un critico letterario.
Però entrambe le analisi hanno, a mio avviso, un punto in comune: se nei Paesi occidentali, e soprattutto nel nostro Paese, la democrazia soffre e ugualmente la cultura, questo avviene non tanto, o non soltanto, perchè ci sia un complotto, ma anche perchè la "società civile" non domanda, in misura sufficiente, pìù democrazia e più cultura.
Certo, sostenuto questo, si impone un interrogativo: quali sono i meccanismi che determinando nell'ambito della società l'affermarsi di quei comportamenti? Chi sono gli altri responsabili?
Mi sembra però di poter concludere, solo questo post ovviamente, rilevando che un miglioramento dello "status quo" non potrà avvenire se nell'ambito della società non si attiveranno nuove energie in grado, quanto meno, di richiedere il cambiamento.


















