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Io sto con Saviano
 QUALCUNO MI SA DIRE COME MAI CON IEPLORER SI VEDE BENE E CON FIREFOX SI VEDE TUTTO BIANCO IL TESTO??? EPPURE I CLASS SONO GIUSTI....
lunedì, 09 novembre 2009

Sempre più frequentemente nei giornali, italiani ed esteri, si discute sullo stato di salute della democrazia  e della cultura nel nostro Paese. Due analisi mi sono sembrate particolarmente significative: un articolo di Gustavo Zagrebelsky, giurista, pubblicato da "La Repubblica", e un'intervista di Walter Mariotti al critico letterario Harold Bloom, comparsa su "Il Sole 24 ore".
Ne riporto alcune parti e poi formulerò alcune mie brevi considerazioni.

Così scrive, fra l'altro, Zagrebelsky:

"...Che bisogno c’è oggi, in effetti, di democrazia? Con questa domanda, ci spostiamo dalla parte della 'società civile'. È lì la sua sede, il luogo della sua forza o della sua debolezza.
Nel senso in cui se ne parla correntemente oggi, la società civile è il luogo delle energie sociali che esprimono bisogni, attese, progetti, ideali collettivi, perfino 'visioni del mondo', che chiedono di manifestarsi e trasformarsi in politica. Chiedono di prendere parte alla vita politica e di esprimersi nelle istituzioni: chiedono cioè democrazia. Se la società si spegne, cioè si ripiega su se stessa e sulle sue divisioni corporative, essa diviene incapace di idee generali, propriamente politiche, e il suo orizzonte si riduce allo status quo da preservare, o alle tante posizioni particolari ch’essa contiene - privilegi grandi e piccoli, interessi corporativi, rendite di posizione - da tutelare.
Basta allora l’amministrazione dell’esistente; cioè la tenuta dell’insieme e la tutela dell’ordine pubblico: in altre parole, la garanzia dei rapporti sociali de facto. Di fronte a una società politicamente inerte può ergersi soltanto lo Stato amministrativo che si preoccupa di sopravvivenza, non di vita; di semplice, ripetitiva e, alla lunga, insopportabile riproduzione sociale.

Ma, se questo - la sopravvivenza - è il mandato dei governati ai governanti, ciò che occorre è soltanto un potere esecutivo forte e un apparato pubblico almeno minimamente efficiente. Non c’è bisogno di politica e, con la politica, scompare anche la democrazia. Infatti, mentre ci può essere politica senza democrazia, non ci può essere democrazia senza politica. Non avendo nulla di nostro che vogliamo realizzare, tanto vale consegnarci nelle mani di un qualche manovratore e, per un po’, non pensarci più...

Se non si tratta necessariamente di autoritarismo, non è nemmeno un semplice ammodernamento della Costituzione.
L’impianto su cui questa è stata consapevolmente costruita è quello di una società civile che esprime politica, a partire dai diritti individuali e collettivi, per concludersi nelle istituzioni rappresentative, con i partiti come strumenti di collegamento. Questa costruzione costituzionale, però, è soltanto un’ipotesi. I Costituenti, nel tempo loro, potevano considerarla realistica. I grandi principi di libertà, giustizia e solidarietà scritti nella prima parte della Costituzione, allora tutti da attuare, segnavano la via lungo la quale quell’ipotesi avrebbe trovato la sua verifica storica. La società italiana, o almeno quella parte della società che si identificava nei partiti, poteva darle corpo. Si può discutere se e in che misura questo corpo sia stato fin dall’inizio deformato dalla 'partitocrazia' e se, quindi, le istituzioni costituzionali siano diventate uno strumento di affermazione più di partiti, che della società civile, tramite i partiti. Tutto questo è discusso e discutibile. C’erano comunque istanze politiche che chiedevano accesso alle istituzioni. La democrazia costituzionale si è costruita su questa ipotesi, che per un certo tempo ha corrisposto alla realtà.

Ora, siamo come a un bivio. La strada che si imboccherà dipende dall’attualità o dall’inattualità di quell’ipotesi. Noi non contrasteremo le deviazioni dall’idea costituzionale di democrazia soltanto denunciandone l’insidia e i pericoli, cioè parlandone male. In carenza di una sostanza - cioè di istanze politiche venienti da una società civile non disposta a soggiacere a un potere che cala dall’alto - perché mai si dovrebbero difendere istituzioni svuotate di significato?
Le istituzioni politiche vitali sono quelle che corrispondono a bisogni sociali vivi. Se no, risultano un peso e sono destinate a essere messe a margine..."

La parte finale dell'intevista a Bloom che, peraltro, fa riferimento sia agli Stati Uniti che all'Italia, è la seguente:

"...Ma l'esempio perfetto del nostro mondo dove la videocrazia ha sostituito èlite e democrazia è Sarah Palin, un perfetto 'funcional illiterate'. Ogni sua frase è un insieme di mancanze grammaticali e semantiche ideali per catalizzare le nuovi plebi urbane e rurali. Se nel 2012 la Palin sarà la candidata sarà la fine dei 'whig'.

Eppure il suo libro ha battuto anche Dan Brown negli acquisti nelle librerie.

E' la riprova di quanto le sto dicendo.

Meglio Sarah Palin o  J.K. Rowling?

Peggio Palin ma entrambe sono uno scandalo. Ciò detto, chi se ne frega di J.K. Rowling, Palin e Stephen King? Il tema è che si dovrebbe contemplare Dante e Beatrice, non Harry Potter.

'Videocracy' però è la vecchia tesi di Adorno e Anders. Il Grande Fratello che piace molto ai radical chic. Americani e italiani.

Intendiamoci. Io non credo che Berlusconi abbia ordito un complotto, nè che ne sia  vittima. E' paranoia. In realtà conta solo la finanza. E la verità è che Michelangelo e Beethoven vendono meno del rock e del gossip. Non c'è cospirazione, chi gestisce il sistema è troppo intelligente: peccato perchè sarebbe stato più interessante. Berlusconi e i reality sono semplicemente l'esito di un percorso, come la difficoltà crescente a concentrarsi. Dante è una letteratura straordinaria, ma richiede una cultura che l'epoca dominata dalla tv non può più assicurare. Non so se un altro Ungaretti, un altro Montale, sarebbero ancora possibili. O anche Saba, l'immenso Saba.

Nemmeno qui in America?

Qui ci sono centinaia di romanzieri, ma nessuno raggiunge Beckett. Salvo soltanto Philip Roth, Thomas Pynchon e Cormac Mc Carthy

La libertà è in pericolo?

No. La vera libertà è la cosa più difficile, pensare ciò che si vuole non quando qualcuno lo impedisce ma liberandosi dai propri condizionamenti. Alla mia età,comunque, questa parola non ha  più molto significato".


Sono due testi molto diversi se non altro perchè l'articolo è di un giurista e l'intervistato è un critico letterario.
Però entrambe le analisi hanno, a mio avviso,  un punto in comune: se nei Paesi occidentali, e soprattutto nel nostro Paese, la democrazia soffre e ugualmente la cultura, questo avviene non tanto, o non soltanto, perchè ci sia un complotto,  ma anche perchè la "società civile" non domanda, in misura sufficiente, pìù democrazia e più cultura.
Certo, sostenuto questo, si impone un interrogativo: quali sono i meccanismi che determinando nell'ambito della società l'affermarsi di quei comportamenti? Chi sono gli altri responsabili?
Mi sembra però di poter concludere, solo questo post ovviamente, rilevando che un miglioramento dello "status quo" non potrà avvenire se nell'ambito della società non si attiveranno nuove energie in grado, quanto meno, di richiedere il cambiamento.

 


postato da: paoloborrello alle ore novembre 09, 2009 09:16 | Permalink | commenti
categoria:politica
giovedì, 05 novembre 2009

Negli ultimi periodi si discute spesso dell'Irap, un imposta che riguarda le imprese, o meglio di una sua eventuale riduzione. Lo ha ipotizzato in primo luogo Berlusconi, senza consultarsi con Tremonti, di qui uno dei motivi dei contrasti fra i due.
In questo post non intendo affatto occuparmi di quei contrasti, ma analizzare brevemente caratteristiche e limiti di questa imposta, verificare se serve e se è possibile ridurla e poi a chi e a che cosa servirebbe diminuire l'Irap.
Per introdurre l'argomento può rivelarsi molto utile riportare una parte di un articolo di Massimo Bordignon
, pubblicato da www.lavoce.info, una rivista on line di economia:

"L'Irap è un'imposta sostanzialmente corretta sotto il profilo economico, ma profondamente odiata dai contribuenti. Va dunque migliorata. E forse in parte sostituita. Se possibile all'interno di una più vasta riforma del sistema tributario italiano. Ma certo senza abbandonarsi a improvvisazioni e studiando seriamente gli effetti dei diversi possibili provvedimenti. Se l'obiettivo è invece sostenere l'economia, sono possibili altri interventi congiunturali di maggiore efficacia.

Perchè abolire l'Irap?

Dal dibattito emerge che le ragioni per intervenire sull’Irap sembrano siano recentemente mutate. Dalle critiche usuali ('una tassa sulle imprese per finanziare la sanità'), l’accento si è spostato sulla necessità di dare, tramite la sua abolizione e la conseguente riduzione dei costi, un forte stimolo alla competitività delle imprese, anche alla luce dei provvedimenti di riduzione delle imposte annunciati all’estero. L’argomento sembra essere che la crisi è molto più forte del previsto; la domanda nazionale e internazionale di beni italiani continua a ridursi, e se non interveniamo con urgenza, si rischia che se e quando ci sarà la ripresa, non ci saranno più le imprese.
Difficile dire quanto quest’argomento sia fondato. Ma anche se lo fosse, bisogna domandarsi se è sul sistema tributario in generale, e sull’Irap in particolare, che bisogna agire per affrontarlo. Se la logica è quella dell’emergenza, sono disponibili strumenti congiunturali alternativi - rifinanziamento dei confidi, rimborso anticipato dei crediti di imposta, posticipo del pagamento delle imposte, comprese l’Irap, per le imprese in difficoltà e così via -, con effetti immediati probabilmente maggiori e forse maggiormente prevedibili.
Il sistema tributario è complesso: quando s’interviene, bisogna capire dove si finisce. E invece, al di là dalle chiacchiere, sugli effetti degli interventi sull’Irap non si sa in realtà molto. Per esempio, già il governo Prodi nel 2007 è intervenuto tramite una manovra sull’Irap sul costo del lavoro, con una riduzione a regime dell’ordine di circa 4,5 miliardi di euro, ma nessuno sa se la diminuzione dell’aliquota e la perdita di gettito abbiano poi pagato, e quanto, in termini di crescita, occupazione e salari.
Se l’argomento è invece più strutturale, di crescita complessiva della produttività del sistema, ci sono parecchie riforme, anche a costo zero come per esempio la liberalizzazione dei servizi locali, che avrebbero effetti ben più duraturi della semplice abolizione dell’Irap. E tuttavia, è innegabile che tra gli interventi strutturali necessari ci sia anche una riforma del sistema tributario, visto che in questo paese ci ostiniamo a tassare molto i fattori impegnati nella produzione e ben poco tutto il resto. In linea di massima, sarebbe necessario spostare il più possibile il carico tributario dal capitale e dal lavoro, tagliando Ires e Irpef, al patrimonio, ai redditi finanziari, ai consumi. Una riforma di questo tipo dovrebbe agire anche sull’Irap, ma non solo e probabilmente non prioritariamente, su questo tributo. Con onestà, va tuttavia anche riconosciuto che l’opinione pubblica italiana sembra refrattaria a ogni ipotesi di razionalizzazione del sistema tributario in questo senso e appoggia invece ogni intervento che ne magnifica le distorsioni, come mostra tutta la vicenda dell’Ici...".

Leggendo quanto scritto da Bordignon si può provare a rispondere alle domande formulate all'inizio.

Ammesso che sia possibile ridurre l'Irap (per poterla ridurre considerevolmente infatti sarebbe necessario o aumentare qualche altra imposta o ridurre notevolmente la spesa pubblica e tutto ciò in considerazione delle accresciute difficoltà del bilancio pubblico italiano e tutto ciò di difficile attuazione) la riduzione dell'Irap servirebbe a poco.

Servirebbe a poco se l'obiettivo è soprattutto quello di accrescere la produzione e quindi anche l'occupazione
e per far questo sono necessari soprattutto, nel breve periodo, interventi tendenti ad aumentare la "domanda", soprattutto i consumi (e per ottenere una loro crescita servirebbe sempre se possibile una riduzione consistente delle imposte sul lavoro dipendente) e non tanto interventi sull' "offerta", come sarebbe appunto una riduzione di un'imposta sulle imprese.

E quindi a chi servirebbe soprattutto una riduzione dell'Irap?
Alle imprese.

A che cosa servirebbe?
A ridurre i costi delle imprese, effetto questo ovviamente non di secondaria importanza, in un periodo come questo di crisi economica, ma che garantirebbe, in misura minore, il raggiungimento dell'obiettivo, di gran lunga più importante, della crescita della produzione e dell'occupazione, obiettivo che sarebbe conseguito più facilmente e più rapidamente con altri interventi quali quelli ipotizzati da Bordignon.
Di qui la contrarietà dei sindacati nei confronti della riduzione dell'Irap (o meglio della riduzione di questa sola imposta.
Di qui il consenso della Confindustria a ridurre solo quella imposta.

postato da: paoloborrello alle ore novembre 05, 2009 10:02 | Permalink | commenti
categoria:politica
lunedì, 02 novembre 2009

Come siamo diventati tutti meridionali. E' il sottotitolo dell'ultimo libro di Aldo Cazzullo, giornalista de "Il Corriere della Sera", uno dei pochi giornalisti che spesso viene intervistato in televisivione e dice cose sensate (l'opposto di Belpietro insomma), "L'Italia de noantri".
Io il libro non l'ho letto ma ho letto alcune recensioni che mi sono state sufficienti per concludere che è un libro da leggere e dal quale si possono trarre spunti e sollecitazioni che possono essere oggetto di una seria discussione anche nella blogosfera.

Scrive Andrea Romano su "Il Sole 24 ore":

"E' tempo di libri sconsolati sull'Italia, in una stagione della nostra vita nazionale che difficilmente potrebbe essere raccontata con i toni dell'entusiasmo. Ma sullo sfondo di un canone di autoflagellazione nazionale che domina ormai le classifiche di saggistica, si fanno notare quei pochi titoli che trattengono la tentazione al qualunquismo per applicarsi a un registro di indignazione empatica verso gli italiani e le loro miserie. Aldo Cazzullo ha scritto uno di questi libri scegliendo di raccontare 'come siamo diventati tutti meridionali', secondo un sottotilo che promette di infastidire più di un lettore sudista ma che in realtà non contiene nessuna indulgenza verso le immaginarie virtù nordiste.
Perchè la meridionalizzazione degenerativa di cui scriuve in queste pagine riguarda tanto Palermo quanto Bergamo,
accomunando l'autonomismo siculo di Raffaele Lombardo al leghismo settentrionale in un'unica 'idea insieme ideologica e contrattualistica della politica, pronta a rivendicare la propria spregiudicatezza e a mettere il rapporto personale al di sopra delle leggi...
Perchè è il 'romanocentrismo' il vero motore simbolico della meridionalizzazione italiana. Veloce come le fiction televisive nel diffondere in tutto il paese il gergo di 'buzziconi' e 'pischelle', ma anche capace di umanizzare quella prevalenza di familismo e spirito di fazione che domina la degenerazione antropologica dei nostri tempi..."

Scrive inoltre Giampaolo Pansa su "Il riformista":

"...Mi trova invece concorde il ritratto che Aldo disegna dell’Italia di oggi. Il suo è un libro veritiero e spietato. Dettato da una schiettezza feroce che non lascia scampo. Il sottotitolo ('Come siamo diventati tutti meridionali') non deve trarre in inganno. Questo non è un racconto nordista e tanto meno leghista. Anche noi piemontesi, come i lombardi e i veneti, ne usciamo a pezzi. Disonesti, truffatori, furbacchioni, senza voglia di lavorare, fancazzisti, incompetenti, tiratardi, buffoni, ignoranti, mancatori di parola. Tali e quali i terroni che noi del nord, sbagliando, abbiamo imparato a rifiutare da bambini. Mia nonna Caterina, quando non volevo lavarmi, mi urlava: 'Non fare il Napoli!'.
Quello di Aldo è un racconto dantesco con un solo girone: l’Inferno. Ci spiega che, finalmente, l’unità d’Italia si è compiuta, ma nel modo peggiore. Dovrebbe diventare un testo obbligatorio nelle scuole. A condizione che esistano ancora degli insegnanti tanto forti da spiegare ai ragazzi: 'Ecco il Paese che noi adulti vi affidiamo. Fatene quel che volete. Ammesso che sappiate che cosa volere'.
Ma 'L’Italia de noantri' dovrebbe essere letto soprattutto dai politici. Mentre lo scrivo, mi rendo conto di esprimere un augurio dettato dalla mia ingenua fesseria. Sì, come Aldo, sono un italiano super-fesso. Convinto che i politici leggano ancora dei libri e riflettano su quanto imparano. Certo, ce ne sono parecchi che lo fanno. Molti li conosco, stanno a destra, al centro, a sinistra. Ma è il mondo separato al quale appartengono a sembrarmi estraneo. E lontano da qualsiasi impegno diverso dalla cura della porzione di potere che controllano... 
Adesso siamo una nave strapiena di folli che va alla deriva, verso un approdo ignoto che mi fa spavento.
Me lo conferma la cronaca di questa vigilia festiva. Con le facce che ci porta in casa la tivù, la nostra bocca della verità. Il Cavaliere che finge di essere bloccato in Russia dalla neve per rimandare l’incontro con il suo ministro più importante, il Tremonti. Lo stesso Tremonti che minaccia di ritirarsi a vita privata. Il governatore del Lazio ricattato per un video dove lo si vedrebbe con un transessuale. Il candidato numero uno alle primarie del Pd, il Franceschini, ormai concionante dovunque. Per di più con un piglio rozzo e autoritario da ras della politica, capace solo di promettere guerra.
Ci salveranno ancora le vecchie zie che non conoscevano la pizza? Non lo so proprio. Conserviamo la nostra amicizia, caro Aldo. E speriamo che esista un padreterno capace di dare una mano agli italiani perbene".

Queste recensioni mi hanno stimolato a leggere libro, quando avrò tempo, come ho già scritto all'inizio, e a voi? Quali considerazioni vi spinge a formulare la lettura delle recensioni?

postato da: paoloborrello alle ore novembre 02, 2009 08:31 | Permalink | commenti
categoria:politica
lunedì, 02 novembre 2009

Il "bullismo" è un fenomeno in crescita, purtroppo. Spesso i mass media ne parlano ma generalmente non approfondiscono il problema si limitano a descrivere i diversi episodi di violenza che si verificano. Mi è sembraro pertanto opportuno riportare una parte di uno scritto di Michele Gagliardo, responsabile del piano giovani del gruppo Abele, il quale tenta di affrontare la questione con molta attenzione e non superficialmente.

"Quando la cronaca fa emergere casi di presunto 'bullismo', allarme e preoccupazione si intrecciano con le letture sociologiche di un fenomeno che sembra coglierci ogni volta impreparati. Ciò che per qualche giorno ha assunto la veste più appropriata di accadimento sociale, torna a essere un problema individuale, qualche cosa che riguarda solo le singole persone. Ma così non è...
Ma quando si parla di 'bullismo' è bene non dimenticare che abbiamo a che fare con una delle tante forme attraverso le quali si esprime, accanto alle fatiche individuali, un malessere sociale diffuso: questi gesti sono i sintomi di una sofferenza sociale allargata, che riguardano molti ambiti del vivere sociale. Non possiamo dunque pensare solo a difficoltà di giovani devianti o emarginati, anche se i loro gesti sono inaccettabili e da condannare; è necessario ricercare altrove, orientare il nostro sguardo ai contesti urbani e sociali nei quali questi adolescenti vivono, ai modelli educativi familiari e scolastici, ai riferimenti culturali, alle dinamiche dei gruppi e delle classi. I ragazzi che agiscono il conflitto fuori di sé non sono funghi anomali cresciuti nelle città e nei quartieri, piuttosto, rendono evidente un malessere generale che in qualche modo incarnano. E allora per far fronte – e capire -, diventa fondamentale mettere in gioco tutto ciò che può agire su quegli elementi di debolezza sociale. Paradossalmente, per intervenire in modo preventivo sugli atti di 'bullismo', è necessario allontanarsi da essi, dalla loro oggettività, per andare altrove, entrare nella società, nelle nostre città e scorgere gli oggetti del lavoro educativo e culturale...
In primo luogo è importante la cura dei contesti di vita, dei luoghi nei quali gli adolescenti crescono, a continuo contatto con precisi codici comportamentali dominanti (e allora chiediamoci che tipo di quartieri desideriamo, quale patto tra le persone immaginiamo possibile; quali processi di appartenenza e riconoscimento di singoli e gruppi, quale cultura inclusiva pratichiamo). Ma poi è centrale la cura della dimensione educativa, con particolare riferimento alla famiglia e alla scuola (quale dispositivo educativo vogliamo che siano queste due fondamentali 'agenzie'? Come qualificare le dinamiche relazionali tra adulti e ragazzi, perché non siano all’insegna dell’esercizio autoritario del potere, o dell’atteggiamento ammaliante e fascinoso, o esageratamente permissivo e tollerante, o ancora, iperprotettivo?)...
Tante sono, in realtà, le cose che dovremmo provare a mettere in campo: dall’investimento sulla condivisione di culture che mettano al centro la valorizzazione dei singoli e delle loro aggregazioni al di la delle condizioni sociali o della provenienza o dello stato sociale e di salute alla pratica dell’uguaglianza nei diritti; dalla valorizzazione della giustizia e della sua tutela equa (essere forte con i forti e non forte con i deboli) al sostegno dei ragazzi nei percorsi di crescita. Perché vanno aiutati ad andare oltre il quotidiano e altrove dal consueto – oltre, per acquisire quelle competenze che permettano loro di scendere in profondità, scorgere significati e strade utili a restituire loro valore, identità, riconoscimento e ruolo sociale; altrove, per non farsi schiacciare da ciò che abbiamo attorno, cercando di immaginare altro, altri processi di appartenenza, altre forme di legame fondate sull’aiuto e la cura dell’altro più debole, altri contesti di vita. Ma i ragazzi vanno aiutati anche a sperimentare e consolidare nuove dinamiche di potere, non centrate sul dominio, sulla prevaricazione e sottomissione del debole, ma sull’ascolto, sulla valutazione e sulla costruzione collettiva delle decisioni. E noi operatori dobbiamo lavorare con attenzione nei gruppi, perché è lì che si costruiscono le idee e le rappresentazioni collettive che generano i comportamenti dei singoli, spesso è all’interno dei gruppi che nascono alcune scelte o che si generano complicità e connivenze.
Il 'bullismo' è un fenomeno complesso e come tale va trattato, sia nel farvi fronte, sia nel narrarlo e descriverlo. Serve allora un di più di attenzione alle parole che si usano e ai messaggi che si lanciano quando se ne parla. Il problema non è solo di carattere linguistico o legato al timore di generare allarme poi ingestibile. Il giusto racconto di fenomeni come questi – fuori dall’enfasi giornalistica - ci consentirebbe di ragionare a mente fredda e di intravedere e far intravedere le vie più adeguate per far fronte a questi disagi. Il rischio di rispondere solo attraverso la repressione è molto forte. Si cela, ad esempio, dietro ai dati che circolano sulle 'carriere' delinquenziali dei 'bulli': nello specifico serve una ricerca seria sulla cronicizzazione degli atti, sulle sue matrici e sui fattori sociali e personali originanti. E dobbiamo stare attenti a diffondere indicazioni nette sulla relazione esistente tra atti di bullismo e carriere criminali quando manca un intervento complessivo, che affronti a trecentosessanta gradi tutti gli aspetti di un problema che, attraverso il gesto violento e il disagio di una persona, restituisce quello di una società.
Dobbiamo tutti con grande umiltà accettare di mettere in discussione il nostro sistema, ricercando un maggiore investimento nella cultura e nell’educazione, nella scuola e nella famiglia; mettendoci al fianco degli adolescenti, capaci di distinguere, di lavorare con intelligenza, con il cuore, e con profondità".
 
Le considerazioni di Gagliardo mi sembrano molto interessanti e degne di notevole attenzione.
E voi che ne pensate del "bullismo"?.

 

postato da: paoloborrello alle ore novembre 02, 2009 08:29 | Permalink | commenti
categoria:politica
lunedì, 26 ottobre 2009

Nuove case, mega centri commerciali e uffici realizzati con procedure speciali e soldi pubblici. Ecco i veri obiettivi della Legge sugli stadi. E’ passata al Senato in modo stranamente silenzioso e riservato, aggirando così anche le potenziali modifiche delle commissioni e dell’Aula, e si appresta ora ad approdare alla Camera come se fosse un disegno di legge ad hoc per gli stadi. Ma la verità è un’altra. Si tratta di un provvedimento dalla portata dirompente, che può dare il via a incredibili speculazioni immobiliari che nulla hanno a che fare con il calcio.

Lo rileva in un comunicato Legambiente:


"Delle 'Disposizioni per favorire la costruzione e la ristrutturazione di impianti sportivi e stadi anche a sostegno della candidatura dell’Italia a manifestazioni sportive di rilievo europeo o internazionale', si è parlato a Roma, nel corso di una conferenza stampa che si è tenuta nella sala stampa della Camera dei Deputati e alla quale hanno preso parte Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale Legambiente, Lorenzo Parlati, presidente Legambiente Lazio, Edoardo Zanchini, responsabile urbanistica dell’associazione e i parlamentari Roberto Della Seta, capogruppo Commissione Ambiente del Senato, Fabio Granata, vice presidente Commissione Antimafia e Ermete Realacci, responsabile Ambiente del Partito Democratico.
'In questo disegno di Legge - ha dichiarato Vittorio Cogliati Dezza - non ci si occupa principalmente degli stadi come non ci si preoccupa delle reali esigenze dei tifosi. E’ evidente che con la scusa degli Europei di calcio, si stanno facendo passare scelte in cui a pesare sono soprattutto interessi immobiliari di tipo speculativo che devono essere fermati. Si parla di complessi multifunzionali, di provvedimenti speciali per semplificare le procedure di realizzazione saltando i controlli, di contributi pubblici a vantaggio di pochi privati, di possibili interventi in tutte le città, a prescindere dalle candidature. Tutte questioni evidentemente lontane dallo sport e dai progetti realizzati nel resto d’Europa'.
Nello specifico, risulta inquietante il fatto che questa legge sia stata approvata dalla commissione Cultura del Senato, con voto all’unanimità da parte di tutti i gruppi parlamentari ed evitando il passaggio in Aula, pur trattandosi di un testo dai contenuti sicuramente difformi dalla normativa urbanistica vigente, e ben più inerenti ai temi propri delle Commissioni Ambiente e Lavori Pubblici che a quelli della Cultura.
 
Ma vediamo le varie stranezze punto per punto:
 
nelle definizioni all’articolo 2, il disegno di Legge chiarisce bene come gli interventi possibili siano di due tipi: quelli per costruire o ristrutturare complessi sportivi per renderli moderni, funzionali e attrezzarli con attività commerciali e culturali con musei delle squadre e tutto quello che oggi già vediamo negli impianti più moderni in Europa, e quelli che invece riguardano i cosiddetti 'complessi multifunzionali', vera invenzione del provvedimento, per cui insieme allo stadio si può costruire anche un nuovo quartiere, con attività commerciali, ricettive, di svago, culturali e di servizio, insediamenti residenziali o direzionali, da realizzarsi addirittura in aree non contigue allo stadio.
Ma chi può realizzare tali imprese? La società sportiva, una società di capitali dalla stessa controllata e perfino 'soggetti pubblici o privati che al fine di effettuare investimenti sullo stadio o sul complesso multifunzionale, stipulino un accordo con la medesima società sportiva per la cessione alla stessa del complesso multifunzionale o del solo stadio'.
E tutto ciò con procedure davvero speciali: basta infatti presentare uno studio di fattibilità finanziario e ambientale per avviare l’approvazione del progetto; entro 60 giorni il Sindaco promuove un accordo di programma per approvare le necessarie varianti urbanistiche e addirittura per conseguire 'l’effetto di dichiarazione di pubblica utilità e di indifferibilità e urgenza', come se si trattasse di opere pubbliche, e il tutto da chiudersi entro 6 mesi. Ciò significa che ad alcuni soggetti privilegiati, i proprietari di squadre di calcio, è concesso qualcosa che a tutti gli altri cittadini è vietato perché va contro la Legge e l’interesse generale, e cioè scegliere, con il beneplacito del Comune e in accordo con altri proprietari di aree, di trasformare in edificabili aree che non lo sono, generando così un enorme guadagno che nulla ha a che fare con l’attività calcistica.
E per facilitare il tutto, sono previsti persino soldi pubblici, non solo per gli stadi ma persino per i 'complessi multifunzionali', per le case e gli uffici privati di quei pochi fortunati, attraverso un 'piano triennale di intervento straordinario' che prevede la concessione di 'contributi destinati all’abbattimento degli interessi sul conto capitale degli investimenti' (articolo 6) e potendo accedere alle agevolazioni e ai fondi erogati dall’Istituto per il Credito sportivo (articolo 7).
Interessi privati con procedure speciali. Per Legambiente la forzatura prevista nel disegno di Legge è a dir poco clamorosa. Ci troviamo di fronte ad una Legge ad personam, in questo caso legate al mondo del calcio a cui è concesso un potere che mai nell’ordinamento italiano è stato introdotto per alcun intervento urbanistico o edilizio, nemmeno per interventi di Protezione Civile. Anche per i Mondiali di calcio del 1990, si utilizzarono procedure speciali per gli interventi e alla fine la spesa fu molto superiore a quanto preventivato, molte attrezzature non furono realizzate e comunque la qualità generale si rivelò scadente. Eppure, quella vicenda rappresenta una barzelletta confronto a quanto potrebbe succedere con questo disegno di Legge.
Ristrutturare uno stadio e trasformare una parte di città con una semplice DIA? Assurdo? No, no: è previsto (articolo 6, comma 5) che 'le opere di ristrutturazione degli stadi e di trasformazione in complessi multifunzionali' se conformi alle destinazioni d’uso previste dal Comune nell’accordo con il soggetto proponente possono essere realizzate con una semplice 'denuncia di inizio attività'. Quella DIA, utilizzata normalmente per opere interne alle abitazioni o interventi chiaramente definiti dalla pianificazione vigente in cui il progettista autocertifica il rispetto delle norme. In questo caso però si userebbe per ristrutturare stadi di 40-50mila posti a sedere, costruire case e uffici. Con l’autocertificare del progettista. E la sicurezza? Quale paese civile, tanto più con caratteristiche di forte dissesto idrogeologico, potrebbe autorizzare una simile norma che mette a seriamente a rischio l’incolumità dei cittadini?
...Gli Europei di calcio con questo provvedimento c’entrano poco o nulla. Ci si aspetterebbe infatti, che il disegno di Legge fosse diretto a facilitare l’adeguamento degli impianti nelle città candidate a ospitare le partite. Invece no, possono usufruire di queste procedure tutti gli stadi da costruire o ristrutturare 'di almeno 10.000 posti a sedere allo scoperto e 7.500 posti a sedere al coperto'. Quindi tutte le Società di Seria A e B possono candidarsi a realizzare uno o più interventi.
...'Come si evince da questo documento – ha concluso Cogliati Dezza - tutto ciò c’entra pochissimo con il calcio e con i tifosi. L’obiettivo è ben altro che quello di migliorare la funzionalità degli stadi italiani. L’effetto reale di un tale disegno di legge sul nostro Paese sarebbe pesantissimo: intere città ne risulterebbero sfigurate a totale vantaggio di alcuni speculatori immobiliari e delle società proprietarie delle squadre di calcio. Se a Roma, come a Firenze o Milano occorre ristrutturare gli impianti sportivi, occorre trovare il modo di procedere in modo trasparente e corretto, come avviene in tutti gli altri Paesi europei e non solo'".

Che cosa aggiungere?
E' strano poi (fino a un certo punto?) che questo disegno di legge non è stato affatto preso in considerazione dai mass media.
Lo stesso comunicato di Legambiente non è stato ritenuto "notiziabile". E' assolutamente inaccettabile che un provvedimento di quella natura passi sotto silenzio.
Un altro aspetto da censurare è senza dubbio costituito dal fatto che tutti i gruppi della commissione Cultura del Senato abbiano votato a favore.
Quindi, in primo luogo, è necessario che si sviluppi una discussione approfondita sui contenuti di questo disegno di legge e poi è indispensabile che tali contenuti siano modificati considerevolmente.

postato da: paoloborrello alle ore ottobre 26, 2009 09:53 | Permalink | commenti
categoria:politica
giovedì, 22 ottobre 2009

Ogni tre secondi nel mondo muore un bambino con meno di 5 anni, per un totale di oltre 24.000 bambini al giorno, quasi 9 milioni al anno. Quasi 4 milioni non superano il periodo prenatale (primi 28 giorni di vita), di cui 2 milioni muoiono entro 24 ore dalla nascita e una altro milione entro la prima settimana. La maggior parte di loro muore per cause facilmente prevenibili, quali complicazioni neonatali (37%), polmonite (19%), diarrea (17%), malaria (8%), morbillo (4%). Tali dati si desumono da un rapporto di Save the Children che ha anche lanciato una nuova campagna globale "Every one" per salvare 500.000 bambini all'anno.

Prima di presentare alcuni risultati del rapporto in questione, intendo formulare alcune brevi considerazioni circa l'attenzione che nei blog viene rivolta alle notizie provenienti dai cosiddetti Paesi "sottosviluppati" o "in via di sviluppo", anche se questi termini non sono più molto utilizzati almeno quanto lo erano in passato. Io spesso nei miei post mi occupo di queste notizie e ho rilevato che il numero delle visite e dei commenti, generalmente, è inferiore a quello che si verifica quando tratto di questioni riguardanti il nostro Paese. Anche noi quindi, blogger e semplici lettori dei blog, siamo poco interessati alle problematiche di quei Paesi, come del resto i mass media? E perchè siamo così poco interessati? Se qualcuno vuole rispondere a tali quesiti è inviatato a farlo.

Ecco quindi alcuni risultati del rapporto di Save the Children e alcune informazioni sulla campagna che questa organizzazione intende promuovere:

"Il 97% del totale dei bambini morti prima del loro quinto compleanno, riguarda 68 Paesi in via di sviluppo – solo India, Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Pakistan e Cina, totalizzano più della metà di queste morti. Il paese con il peggior tasso di mortalità infantile è la Sierra Leone, con 262 bambini morti ogni 1.000 nati, seguita dall’Afghanistan, con 257 su 1.000. In tali Paesi, le principali cause di mortalità infantile sono aggravate da condizioni di malnutrizione, povertà endemica, cattive condizioni igieniche, scarsità di acqua potabile, mancato accesso all’istruzione da parte delle madri ed utilizzo limitato della contraccezione. Esistono però anche Paesi che negli ultimi anni hanno registrato una notevole crescita economica, ma non sempre essa è stata accompagnata dalla diminuzione dell’indice di mortalità infantile: l’India, che registra un quinto dei decessi di tutto il mondo, ne è un esempio...
'Queste cifre sono terribili, ma è arrivato il momento di non soffermarsi più solo sui numeri e su sterili indicatori statistici. Ognuno di quei numeri è un bambino e la morte di ogni bambino per noi è inconcepibile, così come è inaccettabile il senso di rassegnazione della gente quando si parla di mortalità infantile', commenta Claudio Tesauro, Presidente di Save the Children Italia. 'Per questo Save the Children ha deciso di intraprendere una nuova sfida, lanciando la campagna globale 'Every one' , per contribuire a dire basta alla mortalità infantile. Vogliamo dire a voce alta che ogni bambino ha il diritto di sopravvivere, ovunque nasca nel mondo, e ogni persona ha il dovere di fare qualcosa per assicurargli questo diritto'.
Secondo Save the Children, in base agli attuali trend di miglioramento annuo, il quarto Obiettivo di Sviluppo del Millennio (OSM4), che si propone di ridurre dei due terzi la mortalità infantile, sarà raggiunto nel 2045 anziché nel 2015. E questo significa che ancora milioni di bambini moriranno, perché non si sono messe in atto soluzioni semplici e a basso costo che, però, possono costituire la differenza tra la vita e la morte. Tra di esse l’assistenza di personale specializzato durante il parto, immediate cure post-natali, trattamenti preventivi e terapeutici per polmonite, diarrea e malaria, supporto per la nutrizione, allattamento al seno, nutrizione complementare, risorse economiche e più ampi programmi di protezione sociale. È fondamentale, inoltre, dotare i sistemi sanitari nazionali di maggiori operatori – si stima che nei Paesi in via di sviluppo, sia necessario assumere 4,2 milioni di operatori sanitari in più per raggiungere gli OSM legati alla salute - inclusi i volontari comunitari per la salute che svolgono un compito fondamentale soprattutto nelle aree più remote e rurali.
Diversi Paesi hanno dimostrato che un cambiamento è possibile. Bangladesh, Brasile, Egitto, Indonesia, Cina, Messico, Nepal e Filippine sono sulla strada giusta per raggiungere OSM4. E alcuni di questi vi sono riusciti malgrado problemi di governance debole o corruzione e in un contesto di profonda indigenza. Ma per credere nel cambiamento, si possono anche prendere in considerazione i Paesi più sviluppati: nel 1900, il tasso di mortalità infantile nel Regno Unito era di 140 bambini morti su 1.000 nati vivi, mentre gli USA era di 100 su 1.000, tassi peggiori di quello che si registra attualmente in Liberia (93 su 1000)... 
Per raggiungere l’OSM4 entro il 2015, data stabilita dai grandi della terra per l’abbattimento dei due terzi della mortalità infantile, è necessario salvare la vita di 5 milioni e 400.000 bambini all’anno. Con la campagna 'Every one', Save the Children si impegnerà direttamente per salvare 500.000 bambini ogni anno, contribuendo così in maniera sostanziale al raggiungimento dell’OSM4.
Inoltre, l’Organizzazione farà pressione sui governi affinchè aumentino i fondi destinati ad interventi a favore della salute materno-infantile. Si stima, infatti, che basterebbe un investimento aggiuntivo dai 36 ai 45 miliardi di dollari all’anno, oltre alla cifra di 31 miliardi del 2008, per ridurre la mortalità infantile e materna (OSM 4 e 5), cifra che corrisponde a meno della metà di quanto si spende annualmente in acqua imbottigliata. Per contro, l’impatto globale dei decessi neonatali e materni è stimato in 15 miliardi di dollari l’anno, in termini di produttività persa.
'Secondo gli ultimi dati ufficiali disponibili, gli stanziamenti del PIL per l’Aiuto Pubblico allo Sviluppo (APS) posizionano il Governo Italiano agli ultimi posti tra i Paesi dell’area OCSE. Di fatto per il 2009 il nostro Paese è ultimo nella lista', ha affermato Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children Italia. 'A fronte di una situazione estremamente drammatica, che necessita di ulteriori investimenti, soprattutto in vista del raggiungimento degli OSM 4 e 5, Save the Children chiede al Governo italiano un sostanziale aumento nello stanziamento dell’APS, al fine di raggiungere lo 0,3% per arrivare gradualmente allo 0,7 % del PIL, nel rispetto degli impegni internazionali presi dall’Italia. In particolare, i prossimi 5 anni saranno fondamentali per sviluppare azioni bilaterali, volte ad assicurare quel pacchetto di interventi semplici, poco costosi e già ben individuati, che sono in grado di salvare la vita di centinaia di migliaia di bambini e mamme, nei Paesi a più alto tasso di mortalità'...
'Come è vero che ogni 3 secondi muore un bambino, è altrettanto vero che noi abbiamo la grande opportunità di salvare un bambino ogni 3 secondi', continua Valerio Neri. 'Ma per farlo bisogna innanzitutto sfatare dei falsi miti: non è vero che non si possa far niente per salvare milioni di bambini, così come non lo è il fatto che i costi per l’abbattimento della mortalità infantile siano troppo elevati. A chi cinicamente afferma che la riduzione della mortalità infantile accelererebbe ulteriormente la crescita della popolazione su un pianeta già sovraffollato, occorre ribattere che, al contrario, contribuirebbe a stabilizzarla, visto che laddove le madri e i loro partner sono sicuri che i figli vivranno, e laddove hanno la capacità di controllare la loro fertilità, scelgono di avere famiglie più piccole. Infine – conclude Neri – anche la corruzione e la cattiva governance non sono ostacoli insormontabili, come hanno dimostrato la maggior parte dei paesi che sono riusciti a compiere progressi tali da essere oggi considerati in linea per il raggiungimento dell’OSM 4'...
L’organizzazione concentrerà i propri sforzi sia a livello programmatico che di impiego fondi in 36 paesi (Cina, Etiopia, India, Nigeria, Pakistan, Sierra Leone, Afghanistan, Angola, Bangladesh, Burkina Faso, Repubblica Democratica del Congo, Indonesia, Kenya, Malawi, Mali, Mozambico, Nepal, Niger, Tanzania, Uganda, Zambia, Bolivia, Brasile, Cambogia, Egitto, Guatemala, Guinea, Haiti, Liberia, Birmania, Sud Africa, Sud Sudan, Tajikistan, Vietnam, Yemen, Zimbawe)..."

Per saperne di più su questa campagna si può visitare il sito www.savethechildren.it.

 

postato da: paoloborrello alle ore ottobre 22, 2009 09:32 | Permalink | commenti
categoria:politica
lunedì, 19 ottobre 2009

25.000 scuole a elevato rischio sismico e idrogeologico, oltre 500 agli ospedali. Questo il principale risultato dello studio realizzato dal Cresme, il Centro Ricerche Economiche Sociali di Mercato per l'Edilizia e il Territorio, per Dexia Crediop, la banca per la finanza pubblica e di progetto, e presentato a Roma in occasione del 10° incontro finanziario dell'Autonomia Locale promosso dall'Istituto di credito.

In un comunicato dell'Adn Kronos si riferisce, sinteticamente, di quanto rilevato nello studio in questione:

"Il 46% delle scuole, pari a 20.865, e il 41% degli ospedali in Italia, pari a 507, sono in aree ad elevato rischio di terremoti. E Napoli è la Provincia con il maggior numero di unità a rischio anche per frane e alluvioni. Si trovano in aree a rischio sismico potenzialmente elevato oltre 21.500 strutture tra scuole ed ospedali, per un totale di circa 4,7 milioni di utilizzatori. In quelle a rischio idrogeologico ricadono, invece, quasi 3.500 strutture in cui operano circa 139.000 addetti.
Tra le Province italiane, quella di Napoli ha il maggior patrimonio scolastico ed ospedaliero esposto all'alea sismica, 1.684 unità locali, pari all'89% del totale,
ed idrogeologica, 361 unità locali, cioè il 19% del totale. Sono questi, in sintesi, alcuni dei principali risultati del 'Rapporto sui settori scolastico ed ospedaliero italiano' realizzato dal Cresme, il Centro Ricerche Economiche Sociali di Mercato per l'Edilizia e il Territorio, per Dexia Crediop, la banca per la finanza pubblica e di progetto, e presentato a Roma in occasione del 10° incontro finanziario dell'Autonomia Locale promosso dall'Istituto di credito.
'Il nostro Paese è soggetto a terremoti che sono spesso meno gravi di quelli che colpiscono il Giappone. Da noi le vittime e i danni sono spesso maggiori. Chiediamoci perchè e agiamo per prevenire' ha commentato il presidente di Dexia Crediop, Mario Sarcinelli.
'Piangere i morti -ha aggiunto Sarcinelli - è atto di pieta', ma non previene i disastri: Bisogna prevedere e provvedere in tempo. In un Paese con alta instabilita' fisica del territorio e' un dovere del settore pubblico, ma anche di quello privato, di ciascuno e di tutti'.
Per Lorenzo Bellicini di Cresme, inoltre, 'un'azione di conoscenza e verifica degli edifici destinati alle funzioni scolastiche e ospedaliere che misuri le condizioni strutturali in relazione al rischio sismico e a quello idrogeologico è il presupposto per un piano di interventi preventivi in grado di ridurre i rischi e incentivare l'economia del paese'.
Secondo il 'Rapporto sui settori scolastico ed ospedaliero italiano' realizzato dal Cresme per Dexia Crediop, il rischio sismico è elevato per gran parte dei Comuni italiani, raggruppando quelli in cui è alto o medio secondo la classificazione del Dipartimento di Protezione Civile. Perciò, sottolinea il Rapporto, molte infrastrutture pubbliche sono a repentaglio.
Le scuole che si trovano nelle zone a rischio elevato sono circa 21.000 e sono frequentate da quasi 4,5 milioni tra addetti e studenti. In particolare, le 3.765 strutture esistenti in zona ad alto rischio sono utilizzate da circa 561.000 persone (88.500 addetti e circa 472.500 studenti).
Gli ospedali in zone a rischio elevato di terremoto sono 507, di questi, sono 74 (con circa 26.000 addetti e 9.000 posti letto) quelli che ricadono nelle zone più pericolose. Tra le Province con le maggiori quote di scuole e ospedali in aree a rischio sismico elevato rientrano Napoli (1.684 unita' locali, 89% del totale), Cosenza (960, pari al 100%) e Catania (890, cioè il 100%).
In tema di rischio idrogeologico (frane e alluvioni), lo studio evidenzia come siano esposte in misura elevata 3.458 scuole per un totale di quasi 100.000 addetti ed 89 ospedali con oltre 40.000 addetti. Tra le Province nelle quali maggiore è il numero di scuole e ospedali piu' esposti al rischio idrogeologico rientrano Napoli (361 unità), Torino (207) e Caserta (176).
La pericolosità degli eventi sismici o dei dissesti drogeologici, sottolinea ancora il Rapporto, è amplificata, come purtroppo emerso anche di recente, dall'elevata vulnerabilità del patrimonio edilizio italiano: il 60% degli edifici è stato costruito prima del 1971 e la normativa antisismica è entrata in vigore nel 1974.
Secondo il Rapporto realizzato dal Cresme, la vetustà non necessariamente implica un cattivo stato di conservazione delle strutture, ma è sicuramente indicativa della tecnica costruttiva e del non utilizzo di tecnologie antisismiche. Anche gli edifici costruiti successivamente al 1974 potrebbero non essere conformi alla legge oggi vigente, poiché la mappa della pericolosità del territorio è stata modificata più volte negli anni.
Dal punto di vista finanziario, infine, lo studio evidenzia i costi degli eventi sismici, delle frane e delle alluvioni degli ultimi anni: la Protezione Civile valuta in oltre 100 miliardi di euro il costo cumulato dei terremoti negli ultimi 40 anni; ingenti anche le spese di ricostruzione dovute al dissesto idrogeologico, mentre le stime Upi-Ministero dell'Ambiente degli investimenti necessari per la messa in sicurezza dell'intero territorio nazionale superano i 33 miliardi di euro".
 
Che dire, i contenuti di questo comunicato non richiedono particolari commenti.
Un'unica considerazione: questo governo continua a ritenere prioritaria la costruzione del ponte sullo stretto di Messina. I dati riportati nello studio del Cresme inducono invece a concludere che le opere prioritarie sono ben altre.

postato da: paoloborrello alle ore ottobre 19, 2009 08:45 | Permalink | commenti
categoria:politica
giovedì, 15 ottobre 2009

La situazione dell'Iran viene analizzata frequentemente dai mass media, soprattutto per il timore che questo Paese possa disporre di armamenti nucleari da utilizzare per colpire Paesi nemici. Ampio spazio è stato attribuito alle recenti elezioni presidenziali e alle proteste, spesso contrastate dalle autorità governative con metodi fortemente violenti.
Meno attenzione, o comunque si comincia solo ora ad informare adeguatamente l'opinione pubblica, viene rivolta al notevole utilizzo delle condanne a morte.
Amnesty International ha recentemente diffuso un comunicato in cui si chiede con forza di mettere fine a tutte le esecuzioni. Io ovviamente mi associo alla richiesta di Amnesty e riporto di seguito il suo comunicato:

"All'alba di domenica 11 ottobre, Behnoud Shojaee, un ragazzo iraniano di 21 anni, condannato a morte per un omicidio commesso quando era minorenne, è stato messo a morte nella prigione di Evin, Teheran. La sentenza capitale emessa nei confronti di Safar Angooti, ventenne accusato di un omicidio commesso quando era minorenne, dovrebbe essere eseguita tra il 19 e il 21 ottobre. Amnesty International ha lanciato un appello chiedendo all'Iran di fermare immediatamente l'esecuzione di Safar Angooti.
L'organizzazione per i diritti umani ha chiesto, inoltre, alle autorità iraniane di annullare la sentenza capitale emessa nei confronti di Mohammad-Reza Ali-Zamani, la prima persona a essere condannata in relazione alle proteste seguite alle contestate elezioni presidenziali.
Zamani, 37 anni, è stato condannato a morte dal Tribunale rivoluzionario di Teheran giovedì 8 ottobre, in quanto "nemico di Dio per l'adesione e le attività in favore del gruppo terroristico Anjoman-e Padeshahi-e Iran (Api)".
L'Api è un gruppo d'opposizione in esilio che chiede la fine della Repubblica islamica e l'istituzione della monarchia in Iran.
Zamani è stato anche accusato di 'propaganda contro il sistema', 'offese alla santità', 'riunione e complotto con lo scopo di danneggiare la sicurezza nazionale interna', così come di aver lasciato il paese illegalmente per andare in Iraq dove, secondo l'accusa, avrebbe incontrato ufficiali dell'esercito statunitense.
Altre 99 persone sono attualmente sotto processo presso il Tribunale rivoluzionario di Teheran per aver fomentato le proteste contro il contestato risultato delle elezioni presidenziali del 12 giugno scorso. Amnesty International considera questo 'un processo farsa', 'una parodia della giustizia'.
Amnesty International teme che la condanna a morte emessa nei confronti di Zamani possa aprire la strada ad altre sentenze capitali per coloro che sono accusati degli stessi reati. Almeno altre 13 persone sono a rischio di esecuzione in Iran.
Akram Mahdavi, 35 anni, è stata condannata a morte nel 2003 per l'uccisione del marito di 74 anni; la sua esecuzione dovrebbe avvenire nei prossimi giorni, anche se il suo avvocato non è stato informato, come richiesto dalla legge iraniana.
A rischio di esecuzione imminente nel carcere di Karoun, nella città di Ahvaz, la capitale della provincia del Khuzestan, ci sono anche sette uomini, membri della minoranza araba Ahwazi, accusati di 'agire contro la sicurezza nazionale' e di aver ucciso un religioso antisunnita nel giugno 2007. Secondo fonti iraniane, queste esecuzioni potrebbero avvenire molto presto, con molta probabilità il 14 ottobre, poiché la maggior parte delle esecuzioni degli attivisti politici ad Ahvaz ha avuto luogo di mercoledì.
Si ritiene che Ali Saedi (25), Walid Naisi (23), Majid Fardipour (Mahawi) (26), Doayr Mahawi (50) e suo figlio Maher Mahawi (21), Ahmad Saedi, (28) e Yousuf Leftehpour (25), arrestati nell'agosto del 2007, siano stati tenuti in isolamento per un periodo tra gli otto e i 15 mesi in un centro di detenzione dei servizi di intelligence, dove è molto diffuso il ricorso alla tortura.
Queste persone sono state condannate a morte da una sezione del Tribunale rivoluzionario di Ahvaz il 30 settembre 2009, in seguito a un processo irregolare, nel corso del quale non hanno avuto accesso a un avvocato.
Altri due uomini, noti per essere attivisti politici nella comunità araba Ahwazi, sono stati condannati a un periodo di reclusione, ma respingono le accuse.
Si teme che altri tre uomini, appartenenti alla minoranza curda iraniana, siano a rischio di esecuzione imminente, come rappresaglia a una serie di omicidi e tentati omicidi di ufficiali nella provincia nordoccidentale del Kordestan e che hanno avuto luogo lo scorso settembre.
Habibollah Latifi, Ehsan (Esma'il) Fattahian e Sherko Moarefi sono stati condannati a morte con l'accusa di essere 'nemici di Dio', in relazione a diversi casi non collegati tra loro, risalenti a più di due anni fa. Si ritiene che siano rinchiusi nel braccio della morte in una prigione a Sanandaj, la capitale della provincia del Kordestan.
Abbas Hosseini, cittadino afgano, è stato condannato a morte nel giugno del 2004 per l'omicidio di un uomo che aveva tentato di violentarlo nel luglio dell'anno prima. La sua esecuzione era stata posticipata per dare più tempo agli ufficiali per tentare di convincere la famiglia della vittima a perdonarlo in cambio di un risarcimento in denaro (la cosiddetta diyeh o prezzo del sangue).
Amnesty International chiede alle autorità iraniane di mettere fine a tutte le esecuzioni in programma e di commutare tutte le condanne a morte".

Il comunicato di Amnesty International dimostra con evidenza lo stato comatoso in cui versa la democrazia in Iran e come i diritti umani siano calpestati e non tutelati.
La comunità internazionale deve mobilitarsi e in primo luogo Paesi come Russia e Cina, che mantengono buoni rapporti con l'Iran e che hanno davvero la possibilità di influenzare la condotta dei governanti iraniani, intervengano.
Chiedo troppo?
Forse no se si considera che il rispetto dei diritti umani dovrebbero venire prima di tutto. Forse sì se si tiene conto dell'insensibilità dei governi dei Paesi di maggiore peso politico internazionale nei confronti della tutela dei diritti umani. La "realpolitik" per loro viene prima di tutto e soprattutto gli interessi economici guidano la loro politica estera.

 


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categoria:politica
lunedì, 12 ottobre 2009

Dal 1993 al 2004, secondo Legambiente, sono state 402.676 le costruzioni abusive edificate in Italia grazie ai diversi condoni che si sono succeduti nel corso degli anni. Quindi la cementificazione selvaggia che nel periodo preso in considerazione ha contraddistinto ampie parti del territorio nazionale, sostiene Legambiente, è da mettere in relazione al disinvolto e frequente utilizzo dei condoni.

"E i condoni  oltre  a stimolare un deterioramento dell'idea di legalità in Italia, oltre a fare carta straccia di vincoli e piani regolatori, oltre a essere un regalo alle ecomafie ci sono altre due conseguenze evidenti: ingenerare la convinzione negli abusivi che il rischio di ripristino della legalità per gli edifici fuorilegge in Italia sia davvero minimo e sospingere verso l’alto il mercato dell’illegalità. La rivolta delle regioni e di tanti sindaci alle sanatorie dell’abusivismo, dimostra che questi condoni piacciono solo a chi li ha varati, agli abusivi e alla criminalità organizzata che ha ormai inserito il ciclo del cemento tra i suoi business principali", ha rilevato Sebastiano Venneri, vice presidente di Legambiente.

E pertanto i condoni e le costruzioni abusive sono da considerare una delle cause più importante dei 'disastri' che si verificano in Italia, nelle zone a più elevato rischio idrogeologico, quando si verificano fenomeni metereologici di particolare intensità.
Aggiungo che, purtroppo, la cementificazione selvaggia è avvenuta in Italia, soprattutto negli ultimi anni e anche in regioni dove in precedenza non si verificava, anche nel pieno rispetto dei piani regolatori, frequentemente tendenti ad espandere l'attività di costruzione edlizia, spesso per favorire interessi speculativi.

E il comunicato emesso da  Legambiente continua così:

"Questa la denuncia di Legambiente su come la politica dei condoni e l’assoluta mancanza di repressione abusiva in Italia abbia contribuito a rendere ancora di più l’Italia un Paese fragile. Secondo le stime dell’associazione ambientalista, infatti, la semplice attesa del condono edilizio sia all’epoca del provvedimento del Governo Craxi (ministro dei Lavori pubblici Nicolazzi), sia all’epoca del Governo Berlusconi (ministro dei lavori pubblici Radice) determinò i maggiori picchi di abusivismo. Negli anni in cui si discusse il primo condono, varato poi nell’85 dal Governo Craxi le costruzioni abusive superarono nel 1983 il tetto delle 105mila, nel 1984 la cifra di 125.000. Erano state 70mila nell’82 e scesero a 60mila nel 1985.
Lo stesso è avvenuto nel 1994, durante il Governo Berlusconi che varò la seconda legge di sanatoria urbanistica, registrando solo durante i mesi di discussione delle legge la costruzione di 83mila abitazioni fuorilegge (l’anno prima erano state 58mila, l’anno successivo scesero a 59mila).
Nel 2004, poi, in occasione del terzo condono italiano, sempre durante un Governo Berlusconi - secondo le stime del Cresme, elaborate da Legambiente - al solo annuncio della sanatoria nel 2003 sono state realizzate ben 40.000 costruzioni abusive: 29.000 nuovi immobili e 11.000 trasformazioni d’uso rilevanti, contro le circa 30.821 mila del 2002 (con 25 mila nuovi immobili abusivi e 6 mila trasformazioni) e le 28.276 del 2001, quando le nuove case abusive erano state 22.000 e le trasformazioni rilevanti erano stimate dal Cresme sempre a quota 6 mila. In due anni, da quando si sono diffusi i primi 'annunci' del terzo condono edilizio, il mattone selvaggio ha registrato un impennata di oltre il 40% una superficie equivalente di cemento illegale che si è abbattuta sul territorio italiano di circa 5,4 milioni di metri quadrati, nel solo 2003, per un valore immobiliare stimabile in oltre 2,7 miliardi di euro. L’abusivismo analizzato nel 2004 si concentra, nel 70% dei casi, in aree a bassa densità abitativa, punta sul mercato delle seconde case, anche di prestigio, sceglie con decisione la strada delle cosiddette 'trasformazioni pesanti' (dalla stalla alla villa, per intenderci, magari con piscina), che quasi raddoppiano in un anno, passando dalle 6 mila stimate nel 2002 alle 11 mila del 2003. La stima della produzione abusiva di edilizia destinata ad usi abitativi, è effettuata sulla base di più fonti informative: i dati censuari dell’Istat; i sistemi informativi sulla nuova produzione edilizia del Cresme; l'attività comunale di rilascio delle concessioni per edificare; un panel di responsabili di Uffici comunali competenti in materia di abusi edilizi; i nuovi allacci elettrici; le indagini specifiche del Cresme su singoli territori. Come dimostrano, in maniera inequivocabile, le stime del Cresme, infatti, l’abusivismo edilizio in Italia era, fino al 2001, in costante flessione. A pagare il prezzo più alto sono state, come sempre, le quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa (Campania, Puglia, Calabria e Sicilia), dove si concentra circa il 55% delle nuove costruzioni abusive.
'Il recente condono edilizio aveva il fine esplicito di far diventare legali quelle 362.000 costruzioni abusive fatte dal 1994 al 2002 e spesso, soprattutto nel mezzogiorno, edificate dalla criminalità organizzata' - ha dichiarato Sebastiano Venneri, vicepresidente nazionale di Legambiente – ".

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categoria:politica
giovedì, 08 ottobre 2009

Che in Italia vi sia un problema di classi dirigenti è noto. Nel complesso sono inadeguate a svolgere il proprio ruolo, rispetto soprattutto a quanto avviene in altri Paesi occidentali. I motivi sono diversi. Uno di questi (il più importante?) è rappresentato dalle notevoli difficoltà con cui avviene (o spesso non avviene...) il necessario ricambio delle classi dirigenti. Ciò ha una conseguenza inevitabile: i giovani - o meglio i non anziani - incontrano molti ostacoli per entrare a far parte delle classi dirigenti italiane, le quali generalmente sono troppo vecchie, cioè sono formate molto spesso da persone che sembrano inamovibili e che talvolta dovrebbe andare in pensione. Tale caratteristica delle classi dirigenti, a mio avviso, rappresenta una delle cause più importanti che determinano le molteplici e ripetute resistenze al cambiamento che si verificano nel nostro Paese.
E' bene precisare che quando si parla di classi dirigenti non ci si riferisce solamente al mondo della politica ma anche all'economia, all'università, alle libere professioni,ad esempio.

E in un articolo, pubblicato da "Il Sole 24 ore"  Michele Ainis, che insegna Diritto Pubblico all'Università 'Roma Tre', affronta appunto tali questioni:

"Il rinnovamento del paese passa attraverso il ricambio delle sue classi dirigenti. Ma è difficile ottenerlo quando nessun anticorpo normativo proibisce le poltrone a vita. Anzitutto in politica, dove per mezzo secolo ha brillato l'astro di Andreotti, e dove i due sfidanti alle elezioni del 1996 - Prodi e Berlusconi - hanno poi ripetuto la medesima disfida a dieci anni di distanza, quando erano entrambi settantenni. In Italia è normale, ma in Spagna Aznar, a 51 anni, si è ritirato dalla politica attiva dopo che Zapatero lo ha sconfitto nel 2004. Altrettanto ha fatto in Russia Gorbacëv nel 1990, quando aveva 59 anni, e benché fosse il padre fondatore dello Stato sorto sulle macerie di quello comunista. Nel Regno Unito due premier, John Major e Tony Blair, hanno abbandonato a 54 anni (rispettivamente nel 1997 e nel 2007). In Svezia un altro primo ministro, Carl Bildt, all'età di 45 anni (nel 1994) ha deciso di cambiar mestiere. Negli Stati Uniti Al Gore ha lasciato la politica a 52 anni, dopo la sconfitta sul filo del rasoio alle presidenziali del 2000.
Ma in Italia no, non può succedere. Qui i politici hanno in tasca l'elisir dell'eterna giovinezza. Tanto che Giovanna Melandri, nel 1996, fu il più giovane ministro del primo governo Prodi; nel 2006, quando il secondo gabinetto Prodi ha prestato giuramento, era di nuovo ministro, ed era di nuovo la più giovane.
D'altra parte la società civile non è meno immarcescibile della società politica. Ne segue l'esempio, se così vogliamo dire. Il 15 dicembre 2008 Sergio Campana, classe 1934, è stato rieletto per la decima volta consecutiva presidente dell'associazione italiana calciatori. Quarant'anni di fila in prima fila; sotto la sua gestione si sono alternati quattro papi, sette presidenti della repubblica e 40 governi. Sempre nel 2008 Giulio Malgara ha compiuto 24 anni ininterrotti alla presidenza dell'Auditel. E al capodanno del 2009 Augusto Preti ha oltrepassato la boa dei 25 anni - un quarto di secolo - da magnifico rettore dell'università di Brescia.
Serve insomma un orologio, un limite di tempo, all'esercizio del potere. Serve un antidoto che d'altronde l'umanità aveva brevettato nel momento stesso in cui inventò la democrazia come sistema di governo. Basta leggere Aristotele (Politica, 1317b): se la tirannide è monopolio del potere da parte dei gruppi dominanti, allora in democrazia si governa e si viene governati a turno. Dunque nessuna carica può avere durata vitalizia; di regola nessuno può ricoprire la stessa carica due volte; le cariche sono sempre di breve durata. E infatti l'Atene del V secolo, l'epoca aurea della democrazia, applicò ambedue questi principi. I magistrati, i capi militari, gli addetti all'erario duravano un anno. L'epistate dei pritani, una sorta di capo dello stato, durava un solo giorno. Era possibile far parte della boulé - organo cruciale della democrazia ateniese - al massimo due volte, comunque mai consecutive; e i suoi 500 membri scadevano dopo un anno.
È un bene che esperimenti simili si siano conclusi senza discepoli né apostoli? Per un verso sì: l'eccessiva rotazione delle cariche rende difficoltoso ogni progetto, rende perciò impervia l'azione stessa del governo. Ma per un altro verso no, perché l'autogoverno è il compimento della democrazia, ed è tanto più intenso quanto più rapida ne sia la durata. D'altronde si tratta d'assecondare una tendenza che non è del tutto estranea al sistema delle nostre istituzioni. È il caso dei governatori regionali, dei sindaci, dei presidenti di provincia, dei membri delle authority: dopo il secondo mandato non sono immediatamente rieleggibili. È inoltre il caso dei giudici costituzionali: possono ricoprire quest'ufficio una sola volta nella vita. È infine il caso dei 24 membri elettivi del consiglio superiore della magistratura, che devono aspettare un turno prima di diventare rieleggibili.
Ma tutto sommato si tratta di eccezioni. La norma generale, scritta o più spesso tacita, non pone ostacoli alla perpetuazione del comando. Se l'imperatore Adriano rimase al potere 21 anni, uno in più di Mussolini, nessuna tagliola normativa impedirebbe a un presidente del consiglio della repubblica italiana di superarli entrambi. Nessun vincolo per il premier e per i suoi ministri; nessun vincolo per i parlamentari, anche se in realtà l'unica costituzione al mondo che ne vieta la rielezione è quella del Costa Rica; nessun vincolo per i consiglieri regionali, provinciali, comunali. Oppure esiste l'esplicita benedizione del diritto a venire confermati nella carica di quinquennio in quinquennio, per tutti i secoli dei secoli, come succede al presidente del consiglio nazionale dell'economia e del lavoro. O infine il divieto c'era prima, ma una legge successiva lo ha rimosso, rendendo potenzialmente vitalizia la poltrona: accade in sorte ai presidenti dei parchi nazionali, dopo l'ennesima riforma (nel 2005) della legge di riforma.
E i partiti? Solo la Lega Nord e il Partito democratico vietano il rinnovo del mandato rispettivamente al presidente federale e al segretario nazionale, ma al contempo ammettono deroghe, eccezioni, cavilli che al momento giusto potranno essere utili per convertire il divieto in un diritto. Italia dei valori dichiara rieleggibile vita natural durante il suo presidente nazionale. L'Udc si spinge a regolare anche la proroga dei propri gruppi dirigenti, ossia il prolungamento del termine in cui verrebbero a scadenza, un'eventualità che la costituzione italiana riserva soltanto al parlamento, e soltanto nel corso di una guerra. Infine questi lasciapassare a vita rimbalzano dalla politica all'economia. L'articolo 2383 del codice civile dichiara rieleggibili gli amministratori delle società per azioni; e infatti un'oligarchia di ferro governa i principali consigli d'amministrazione. Nel mondo delle cooperative si moltiplicano le cariche a vita, specie a seguito dei processi di fusione; anche lì si moltiplicano perciò le enclave di potere personale. Insomma succede dappertutto. E continuerà a succedere finché non avremo il coraggio di cambiare le regole del gioco.
Come? Prendendo a modello la regola vigente nella più grande democrazia di questo mondo per il suo comandante in capo: due mandati e basta. Fu introdotta nel 1951, attraverso il XXII emendamento alla costituzione americana;
non a caso, dopo i quattro mandati consecutivi ricoperti da un presidente che pure si chiamava Roosevelt. Se questa regola vale per Obama, può ben valere per un consigliere comunale, per un ministro, per un deputato. Anzi: sarebbe salutare anche per rompere il potere delle oligarchie sociali, dei potentati economici, delle cupole accademiche. Stabiliamo che nessuno possa mai sedersi per la terza volta sulla medesima poltrona, quale che sia la poltrona in palio e quale che sia il procedimento d'investitura, nomina o elezione o cooptazione. Se poi si tratta di una persona di valore, gli troveremo un altro ruolo in cui potrà rendersi utile. Ma intanto faremo spazio a forze fresche, perché è soprattutto a liberare questo spazio che serve la rotazione delle cariche".

 

postato da: paoloborrello alle ore ottobre 08, 2009 09:33 | Permalink | commenti (1)
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