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Io sto con Saviano
 QUALCUNO MI SA DIRE COME MAI CON IEPLORER SI VEDE BENE E CON FIREFOX SI VEDE TUTTO BIANCO IL TESTO??? EPPURE I CLASS SONO GIUSTI....
martedì, 30 settembre 2008

Presa di posizione della European Digital Rights contro la sentenza di Modica

La sentenza di condanna emessa dal giudice Patricia Di Marco nei riguardi di Carlo Ruta, per stampa clandestina, desta sempre più allarme e preoccupazione, non solo in Italia. È del 24 settembre la presa di posizione dell’European Digital Rights, la maggiore organizzazione europea per la difesa dei diritti digitali, con un intervento su Edrigram, che pone in rilievo tanto l’anacronismo della legge italiana sulla stampa clandestina quanto l’interpretazione incongrua e oscurantista che di essa è stata data dal giudice siciliano.

Si tratta di un atto importante, che, con altri del medesimo rilievo, provenienti da autorevoli sedi associative e istituzionali europee, dà la misura della grave situazione che interessa l’Italia, a seguito dei continui attacchi che, a tutti i livelli, vengono lanciati contro le libertà costituzionali e la democrazia.

La European Digital Rights, con sede centrale a Bruxelles e rappresentanze in 17 paesi europei, è stata costituita nel 2002 da 28 organizzazioni nazionali impegnate sui temi dei diritti civili.

Giovanna Corradini

per la redazione di Voci Libere

martedì, 30 settembre 2008
 Oggi a Marsiglia Unione europea e India si incontreranno per definire il futuro del proprio rapporto strategico-politico. L’Europa riafferma il suo supporto per il rafforzamento delle relazioni strategiche tra le due più vaste entità democratiche del mondo, che sono chiamate a raggiungere risultati concreti sotto l’aspetto economico, politico, della sicurezza, della non proliferazione nucleare e sotto altri aspetti di mutuo interesse come la promozione della diversità culturale. Grazie ad una Risoluzione del Parlamento europeo, il tema della difesa dei cristiani e della qualità della democrazia indiana entra con forza nei lavori del summit.

C’è ancora grande preoccupazione per la situazione delle minoranze cristiane, in particolar modo nello stato dell’Orissa, e per l’impatto che le leggi anti-conversione diffuse in diversi Stati dell’India possono avere sulla libertà religiosa, anche considerando il fatto che non c’è stato effettivo intervento della polizia durante gli attacchi che hanno portato all’uccisione di almeno 37 cristiani e che i leader di Vishwa Hindu Parishad hanno dichiarato che la violenza non cesserà fino a quando l’Orissa non sarà totalmente liberata dai cristiani. La Risoluzione chiede che le “autorità indiane mettano fine ad ogni violenza contro le comunità cristiane e permettano loro di professare la loro fede liberamente”. 

Il summit Ue-India deve diventare l’occasione per esprimere la nostra condanna per i recenti attacchi contro i cristiani in Orissa e nel Distretto di Kandhamal in particolare, e per pretendere di garantire immediata assistenza e supporto alle vittime, includendo in ciò le compensazioni alla Chiesa per i danni inflitti alle sue proprietà e agli individui, le cui proprietà private hanno subito simili danni, e che venga permesso a tutte le persone costrette a fuggire dai propri villaggi durante gli attacchi di tornare liberi a casa propria.  È molto urgente che tutti i responsabili delle violenze, compresi i membri della polizia vengano velocemente condannati. Tutto questo non deve essere una proposta delle tante, ma una vera e propria pretesa nei confronti del Governo indiano. Deve essere l’argomento prioritario, sul quale discutere senza se e senza ma. Non possiamo più tollerare fatti come quelli accaduti poco più di una settimana fa, quando Iswar Digal e Purinder Pradhan sono stati uccisi e tagliati a pezzi. O come la vicenda di Padre Samuel Francis, 50 anni, che è stato ritrovato morto lunedì mattina, con mani e piedi legati nella cappella dell’ashram in cui viveva, nel villaggio di Chota Rampur.

Durante il dibattito in Aula di mercoledì 24 settembre a Bruxelles ho contrastato con forza le sconcertanti premesse al Summit Ue-India poste dal Commissario alle relazioni istituzionali, la svedese Margot Wallstrom e dal Ministro francese per le politiche europee Jean Pierre Jouyet, intervenuto per conto della presidenza francese del Consiglio. Ho fatto notare che la differenza fra la Risoluzione del Parlamento e le loro introduzioni risulta essere il fatto che, come spesso capita a titubanti istituzioni sovranazionali, non hanno trovato il coraggio di parlare dei massacri di questi giorni, di condannare con forza il venir meno della libertà religiosa in India. Un segnale molto grave, che mi ha fatto pensare che ci saremmo introdotti al vertice che comincia oggi senza avere il coraggio di affrontare la questione centrale: una vera amicizia tra Unione Europea e India passa attraverso il richiamo alla dignità della persona.

Ma per quale motivo dobbiamo avere a cuore la libertà religiosa in tutto il mondo? Per quale motivo una civiltà come la nostra non può permettere che vengano uccise persone in nome del loro credo religioso? E soprattutto per quale motivo il tema della libertà religiosa deve costituire addirittura, come diceva Giovanni Paolo II, “la cartina di tornasole per il rispetto di tutte le altre libertà”?

Perché la libertà religiosa non è una libertà come le altre, sulla libertà religiosa si fonda la qualità di una democrazia. Proprio nell’Aula del Parlamento europeo l’ex Presidente indiano, lo scienziato Abdul Kalam, qualche tempo fa, ci ha raccontato come ha imparato, in una scuola cristiana, non solo l’amore per la conoscenza ma anche la distinzione tra religione e politica. Non dobbiamo mai dimenticare che la libertà religiosa è fondamento per lo sviluppo della democrazia e quindi rende possibile un compito comune, nel quale in amicizia è possibile ricordarci vicendevolmente che la violazione dei diritti umani è la fine di un rapporto di verità.

Dobbiamo avere questo coraggio, se non ci assumiamo come istituzioni europee oggi a Marsiglia questa responsabilità, ci rendiamo complici di una vera e propria degenerazione della democrazia.

Mario Mauro  - da IlSussidiario

lunedì, 29 settembre 2008

Luigi Manconi, già parlamentare, ha espresso la propria preoccupazione relativamente alla proposta di legge governativa sul testamento biologico, anticipata nei contenuti dal senatore Quagliarello, che sembra configurarsi come una destrutturazione totale di tutto quello che ha fatto la giurisprudenza fino ad oggi.
Secondo la proposta governativa, nutrizione e idratazione non sono terapie e pertanto il medico potrà disattendere le disposizioni del documento redatto dal cittadino riguardo il proprio testamento biologico (infatti con il progetto di legge governativo si introdurrebbe il testamento biologico che produrrebbe però scarsi effetti per il motivo appena citato). Sembra in realtà uno svuotamento, stile legge 40, di una pratica che si è già affermata a livello giurisprudenziale.
Queste valutazioni di Manconi sono contenute in un'intervista rilasciata a Tina Santoro e pubblicata dall' "Agenda Coscioni", mensile dell'associazione Luca Coscioni.
Secondo Manconi. inoltre, se il progetto di legge andrà in porto si potrà parlare di una sorta di "controriforma", non rispetto ad una riforma che non c'è mai stata, ma rispetto a quanto previsto dall'ordinamento, in base all'art. 32 della Costituzione, alla convenzione di Oviedo e alla letteratura scientifica internazionale, vanificando i passi in avanti fatti con l'istituzione nel 2001 di una commissione proprio sulla definizione di idratazione e nutrizione artificiale che stabilì che si trattava a tutti gli effetti di trattamenti sanitari. La commissione giunse alla conclusione che l'alimentazione e l'idratazione artificiale, assimilati a trattamenti sanitari, si prospettano come accanimento terapeutico e come tali vanno interrotti, qualora non portino ad un miglioramento dello stato complessivo del paziente e ne prolunghino le sue sofferenze. Manconi ha inoltre rilevato che il ritardo legislativo su questi temi, che all'estero vengono definiti diritti civili, è senza dubbio imputabile per ragioni storico-culturali anche al Vaticano. Ma la Chiesa determina molto di più la condotta della classe politica - che ne tiene conto più che altro per un eccesso di zelo - piuttosto che gli orientamenti dei cittadini.
Manconi, poi, ha auspicato  un dibattito trasparente sul tema del testamento biologico, sostenendo che è necessario che si crei il dibattito e il confronto in sede legislativa. I cittadini, ha concluso Manconi, dimostrano di avere una concezione profondamente morale della vita molto più sviluppata della gran parte della nostra classe politica.
Io sono profondamente d'accordo con le tesi sostenute da Luigi Manconi. E' indispensabile che quanto prima venga approvata in Parlamento una legge sul testamento biologico, che lo renda però realmente efficace. Se si introducesse la possibilità di scrivere un testamento biologico ma nel contempo se si imponessero "paletti" molto stretti alla sua efficacia, paradossalmente si verrebbe a creare una situazione ancora peggiore di quella attuale, in quanto non sarebbero più possibili quelle decisioni che comunque alcuni giudici hanno preso, relativamente a casi singoli come quello di Eluana Englaro, per contrastare l'accanimento terapeutico
.

Può essere utile riportare la definizione di testamento biologico, contenuta in Wikipedia: "il testamento biologico (detto anche: testamento di vita, dichiarazione anticipata di trattamento) è l'espressione della volontà da parte di una persona (testatore), fornita in condizioni di lucidità mentale, in merito alle terapie che intende o non intende accettare nell'eventualità in cui dovesse trovarsi nella condizione di incapacità di esprimere il proprio diritto di acconsentire o non acconsentire alle cure proposte (consenso informato) per malattie o lesioni traumatiche cerebrali irreversibili o invalidanti, malattie che costringono a trattamenti permanenti con macchine o sistemi artificiali che impediscano una normale vita di relazione.

 


postato da: paoloborrello alle ore settembre 29, 2008 09:04 | Permalink | commenti
categoria:politica
domenica, 28 settembre 2008

(ASCA) -  ''Il diritto alla liberta' di cura non puo' diventare un diritto a morire, al suicidio assistito: non bisogna lasciare varchi all'eutanasia''.

A dirlo e' Eugenia Roccella, sottosegretario al Welfare, a margine di un dibattito con Mina Welby e Beppino Englaro al 'Festival della salute' di Viareggio.

Ai giornalisti che le chiedevano quale sara' l'iter del procedimento per una legge sul testamento biologico, al via mercoledi' in commissione al Senato, la Roccella ha spiegato che ''non si tratta di colmare un vuoto legislativo'' ma, ha precisato, ''vogliamo cambiare l'interpretazione di alcuni criteri'' rispetto a quanto deciso dalla Cassazione sul caso di Eluana Englaro.

Tra i principi base da seguire, secondo la Roccella, in primo luogo c'e' la necessita' che ''la dichiarazione anticipata di trattamento sia scritta e autenticata'' perche' le volonta' del paziente ''non si possono ricostruire sulla base di testimonianze o addirittura sugli stili di vita, come dice quella sentenza'. E poi l'idratazione e la nutrizione ''non devono essere considerati trattamenti sanitari'' perche' ''se si considera mangiare e bere come un trattamento sanitario si aprono vere e proprie voragini''.

Quanto poi all'ipotesi che il testamento biologico non sia vincolante per il medico, la Roccella sottolinea che ''la liberta' del medico debba essere garantita'' ma ''se non vuole tenere in conto delle volonta' del paziente si puo' prevedere che motivi la sua decisione per iscritto''.

postato da: Dilia61 alle ore settembre 28, 2008 12:25 | Permalink | commenti
categoria:diritti umani, democrazia, società e costume, libertà di pensiero e di parola, salute e diritti
domenica, 28 settembre 2008

 (Adnkronos) - ''L'Europa deve far rientrare la Turchia nel proprio progetto di integrazione''; al contempo ''la Turchia deve promuovere il dialogo e la tolleranza al suo interno'' e la tutela dei diritti fondamentali ''fra i quali le liberta' religiose''.

Bartolomeo I, patriarca ecumenico ortodosso di Costantinopoli, intervenendo oggi davanti all'Europarlamento riunito a Bruxelles, si e' detto favorevole alla ''piena adesione'' di Ankara all'Ue. Nel suo intervento, interrotto dagli applausi degli eurodeputati nel passaggio dedicato ai rapporti Turchia-Ue, Bartolomeo ha parlato della ''necessita' del dialogo tra la fedi e le culture per costruire un ecumene di pace''; si e' detto ''contrario a ogni guerra e a ogni forma di violenza e di intolleranza''; si e' soffermato a lungo sui problemi ambientali, descrivendo le iniziative che la chiesa ortodossa sta assumendo su tale versante.

''La Turchia e' un paese-ponte tra Europa e Asia, tra Oriente e Occidente, tra cristianesimo e islam - ha spiegato poi al Sir, l'agenzia stampa della Cei, lo stesso Bartolomeo - E' uno stato laico che pero' non sempre riesce a rispettare tale caratteristica. Inoltre c'e' ancora oggi tutta una serie di problemi da risolvere per una democrazia piena, il rispetto dei diritti umani e delle minoranze''.

postato da: Dilia61 alle ore settembre 28, 2008 12:21 | Permalink | commenti
categoria:politica, diritti umani, democrazia, libertà civili, società e costume
sabato, 27 settembre 2008

Ddl Intercettazioni: si moltiplicano in tutta Italia le iniziative di protesta dei giornalisti in vista della manifestazione organizzata il 27 ottobre prossimo a Roma, giorno dell’avvio dell’esame del provvedimento alla Camera.

La Federazione Nazionale della Stampa, l'Unione Cronisti e l'Ordine dei giornalisti continuano il Giro d'Italia organizzato per portare nelle piazze la protesta dei giornalisti per il Ddl intercettazioni voluto da Governo: Il calendario delle iniziative prevede la prima tappa sabato prossimo, 27 settembre organizzata dall’Unci Agrigento a Sciacca. Nella centrale piazza Scandagliato i cronisti distribuiranno volantini e parleranno con i cittadini la mattina dalle 11,30 alle 13,30 e poi ancora dalle 18,30 alle 20.

Mercoledì 1° ottobre manifestazione a Forlì. Da un gazebo allestito in piazza Saffi, la principale della città, i rappresentanti dei giornalisti spiegheranno le ragioni del no al ddl e distribuiranno volantini. Lunedì 6 sarà la volta di Palermo. L’Unci Sicilia ha organizzato un convegno sulla libertà di stampa nella sede del Centro studi “Pio La Torre”. Al termine i cronisti distribuiranno volantini in via Libertà. Sabato 11 la manifestazione è in programma a Siracusa: i cronisti incontreranno i cittadini e distribuiranno volantini nelle principali piazze di Ortigia. Lunedì 13 toccherà a Firenze con un convegno nella sede del Consiglio Regionale della Toscana. Al termine volantinaggio in via Cavour e piazza del Duomo. Giovedì 16 convegno nella sede dell’Ordine dei giornalisti di Bari e successivo volantinaggio nelle piazze del Ferrarese e Mercantile, nel cuore della città vecchia. Lunedì 20 convegno a Trieste con manifestazione e volantinaggio in piazza dell’Unità. Giovedì 23 manifestazione a Genova con volantinaggio nella centralissima piazza de Ferrari.

Il Giro d’Italia - che ha anche toccato Venezia, Roma, Viareggio, Bolzano e Trento, Milano, Napoli, Senigallia, Sabaudia e Aprilia - è servito a preparare la manifestazione di Roma del 27 ottobre (data dell’avvio dell’esame del provvedimento alla Camera) che per l’Unci deve essere «una manifestazione grande, unanime e corale di tutto il giornalismo italiano per dire “no” al disegno di legge del governo sulle intercettazioni che punta ad abolire il diritto costituzionale dei cittadini di essere informati sulle inchieste giudiziarie».

da AgendaComunicazione.it

sabato, 27 settembre 2008
Enrico Natoli - www.cuntrastamu.org

Ci può raccontare la nascita di "accadeinsicilia"? Che tipo di informazione poteva trovare un lettore nelle pagine del sito?

Faccio una premessa. A partire dalla metà degli anni novanta, dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio ho deciso di integrare il mio impegno, prevalentemente di tipo storiografico, con una serie di inchieste sul terreno, su talune realtà della Sicilia, volgendo in particolare l’attenzione sulle aree orientali, da Catania a Gela, da Siracusa a Vittoria. In tali luoghi infuriavano in quel periodo guerre di mafia che sconfessavano il mito di una Sicilia “differente”. Sono stati quindi anni difficili, in cui mi trovavo a fare i conti con avvertimenti di ogni tipo. Raccoglievo gli esiti delle inchieste su libretti che mi venivano pubblicati da “La Zisa”, una casa editrice palermitana, condotta da Maurizio Rizza dell’Istituto Gramsci. E in quel contesto ho scoperto, a fine decennio, il web. Ho valutato le possibilità di comunicazione inedite che mi avrebbe potuto offrire tale strumento, quindi ho creato “Accadeinsicilia”, nel 2001. Sin dall’inizio la mia idea è stata di congiungere le due prospettive: quella storiografica e quella dell’informazione. Dalla prima è nata la sezione “Giuliano e lo Stato”, con altre che documentano l’immagine della Sicilia nei secoli della modernità. Dalla seconda sono scaturite le inchieste sul presente, a partire da quella sull’uccisione del giornalista Giovanni Spampinato.

Come è avvenuta la chiusura di "accadeinsicilia" e la successiva apertura di "leinchieste"?

Dopo il 2000 ho deciso di portare l’investigazione sul terreno dei poteri forti. Mi sono occupato, con resoconti cartacei e on-line, di alcune potenti banche, dall’Antonveneta del nord-est alla BAPR, del caso appunto di Giovanni Spampinato, dei nessi fra Danilo Coppola e i salotti della finanza nazionale, di tangenti miliardarie nell’est della Sicilia. Le reazioni al lavoro d’inchiesta si sono fatte allora differenti. I boss avevano dimostrato di possedere una sorta di codice, che in qualche modo me li aveva reso prevedibili. Ne sentivo il fiato addosso, e tuttavia riuscivo ad avvertire in loro una specie di rispetto, seppur malinteso, nei riguardi del mio lavoro. I poteri forti dell’isola, quando si sono sentiti posti in discussione, hanno messo in opera una strategia di attacco che fino ad oggi non ha conosciuto soste. E in tale cornice nel dicembre 2004 è arrivato l’oscuramento di “accadeinsicilia”. Si è trattato di un atto gravissimo, fortemente lesivo di un diritto costituzionale. Ho provveduto quindi, dopo una breve interruzione, a ripristinare Il lavoro di documentazione e d’inchiesta on-line attraverso l’apertura di un altro blog, “Leinchieste” appunto, presso un server degli Stati Uniti.

Come sono nati i processi? Di cosa è imputato? Come si sono conclusi?

Quando mi sono occupato delle mafie militari, delle bande che imperversavano nel Gelese, nell’Ippari, nel Siracusano e in altre aree, ho ricevuto circa quindici querele, soprattutto da parte di amministratori pubblici, a vario titolo chiamati in causa. E da tutti i processi che ne sono scaturiti sono uscito vincente. Ma negli anni successivi, quando si sono mossi i potentati finanziari e alcuni ambiti istituzionali, le cose sono cambiate: a partire appunto dall’oscuramento di “Accadeinsicilia”. Solo per aver denunciato gli insoluti del caso di Giovanni Spampinato, oggi riconosciuti pure dalla Commissione Antimafia, sono stato investito, perlopiù su sollecitazione di un magistrato, da otto procedimenti giudiziari per diffamazione, fino a oggi in corso. Nel 2006, fatto che ha suscitato indignazione in Italia, sono stato condannato da un giudice non togato a otto mesi di carcere solo per aver accolto nel blog la testimonianza di un cittadino su un affare di tangenti. Nel luglio 2008 sono stato condannato in Appello, ancora per diffamazione, a un risarcimento inaudito, solo per aver espresso delle critiche, che il giudice di primo grado aveva riconosciuto come legittime, nei riguardi di tre magistrati catanesi, due dei quali fatti oggetto peraltro di diverse interrogazioni parlamentari. Rappresentativa della situazione rimane comunque la condanna, unica in Italia e in Europa, che mi è stata inflitta nel maggio scorso per stampa clandestina, solo per aver curato Accadeincilia, un normalissimo blog appunto, che tuttavia è stato reputato dal giudice Patricia Di Marco né più né meno che un giornale quotidiano.

Negli ultimi anni ci sono stati altri casi di richieste di risarcimento e di condanne nei confronti di storici e studiosi. In genere le richieste provengono dal mondo politico. Ci può dare il suo punto di vista su questi episodi? Hanno dei punti di contatto con la sua vicenda? Infine, come funziona il rapporto tra informazione e politica? Bossi nel' 98 diceva che Berlusconi era l'uomo di Cosa Nostra al Nord e oggi governano insieme. Può essere sufficiente la spiegazione che Bossi usa un linguaggio colorito, mentre per gli storici fioccano i processi?

La querela per diffamazione, come di recente ha bene argomentato Giovanna Corrias Lucente su Micromega, rappresenta oggi un esteso business. Per tradizione costituisce in ogni caso una importante arma che i potentati del paese, centrali e territoriali, possono usare, senza rischi e con guadagno facile, per impedire l’esercizio dell’informazione libera. La censura legale serve in effetti a intimidire il giornalista, detta norme di condotta all’intera categoria, lancia suggerimenti di cautela alle comunità di riferimento, all’opinione pubblica. Mi pare emblematico al riguardo il caso di Paolo Barnard: portato in tribunale da una multinazionale farmaceutica con pretese di risarcimento inaudite, isolato per tale motivo dal team di Report per cui lavorava, privato infine di ogni difesa legale da parte della RAI. Va d’altra parte considerato che il giornalista d’inchiesta, una volta rinviato a giudizio, non sempre può difendersi in modo pieno. Il vincolo della riservatezza della fonte, cui non può sottrarsi, può impedirgli infatti di esibire per intero gli elementi in suo possesso. E non per questo smette di essere, come ci viene ricordato dal mondo anglosassone, il cane di guardia della democrazia. Si può disattivare allora l’arma della querela temeraria, intimidatoria appunto, senza che si debba correre il rischio opposto; quello cioè di una sorta di impunità, in tutto e per tutto, per chi esercita il mestiere di cronista? Delle soluzioni, degne di una democrazia matura, esistono. Dovrebbero essere fissati dei limiti al risarcimento civile, per liberare il giornalista dalla minaccia di una condanna a vita, tale da condizionarne per intero l’iter professionale. Dovrebbe scomparire lo spauracchio delle pene carcerarie perché anacronistiche, incivili, a misura dei regimi autoritari. Dovrebbe essere impedito per legge il “primo colpo” della querela, attraverso la riformulazione dell’istituto della rettifica.

Perché si avverte l'esigenza di muoversi al di fuori dei canali informativi tradizionali? Quanta parte della storia siciliana e nazionale deve essere ancora raccontata?

A ragione viene detto che il giornalista d’inchiesta deve possedere l’indole del “lupo solitario”, che lo porta nei luoghi più impervi, i meno accessibili, i più pericolosi, per ciò stesso i più prossimi alle verità taciute. Per quanto mi riguarda, mi trovo spesso a percorrere vie divergenti, che richiedono il massimo di scioltezza operativa. Di certo, tale modo di essere può sollecitare l’approccio a canali informativi differenti. Ed è il mio caso, essendomi espresso maggiormente attraverso i libri e, più di recente, la rete. Ma non esiste una regola precisa, perché, come testimoniano innumerevoli storie personali, da Tommaso Besozzi ai nostri giorni, anche nei media tradizionali, perfino in quelli ostentatamente d’ordine, possono aprirsi varchi d’inchiesta di tipo divergente: cosa che accade quando il cronista riesce a imporre alla proprietà della testata la propria competenza. Per quanto riguarda l’altra parte della domanda, sulla storia non ancora raccontata, la situazione può essere resa come una scena teatrale, al buio, solcata da fasci di luce, che raffigurano lo stato delle conoscenze effettive, liberate cioè, oltre che dalla dimenticanza, dallo stereotipo e dal mito. In tale buio dominante, si perdono gli affari di Stato, lo stragismo, le trame dell’alta finanza, i delitti siciliani degli anni ottanta-novanta. E non solo: si cela tutto quel che non conosciamo, dalle mafie che non sono state mai classificate come tali alle ingiustizie senza voce e senza nome che percorrono il presente. Per il “lupo solitario”, evidentemente, il lavoro non manca. Ma non mancano pure i rischi.

E in tale scena, come si collocano gli affari dei poteri forti: stanno al buio o alla luce?

I poteri forti di oggi, quelli che tirano in particolare le fila della finanza, non fanno la democrazia. Costituiscono bensì un punto di collasso della medesima. Tanto più in Italia sono da tenere quindi sotto stretta osservazione. Quelli di un tempo, pensiamo agli Agnelli del primissimo Novecento, potevano permettersi di rispettare le regole di un regime liberale, potendone trarre anche guadagno. E quando tali regole andavano strette esistevano delle vie praticabili: la dittatura, come si ebbe con i fascismi europei degli anni venti e trenta, l’avventura bellica, l’assalto neocoloniale, lo stato d’assedio, e così via. Gli scenari adesso sono cambiati, nell’Occidente tutto, quindi pure in Italia. E negli ultimi tempi, quelli dell’economia senza confini e del web, in modo determinante. Non sono praticabili o consigliabili le svolte reazionarie vecchio stampo. Le guerre sono divenute un affare di pertinenza americana. Trovandosi allora a dover operare su un terreno stabilmente definito, senza poter uscirne con atti di forza dentro o fuori, i potentati finanziari si trovano nella “necessità” di violare in modo strategico le leggi, di corrodere la sostanza democratica, travisandone il senso, con l’adozione di metodi che, avallati da ceti politici ad hoc, non differiscono tanto da quelli delle società “onorate”. E’ un po’ la genesi del berlusconismo, del regime delle impunità dei nostri giorni. Compito essenziale del giornalista d’inchiesta, guardiano appunto delle libertà civili, è allora quello di alzare i sipari delle trame, di togliere la maschera ai poteri che vilipendono lo Stato di diritto, al centro come in periferia, ovunque. E’ utile sottolineare che i potentati finanziari sono forti proprio perché stanno al buio. Quando vengono illuminati diventano vulnerabili e talora, sotto il peso delle loro responsabilità rese pubbliche, si afflosciano. E’ stato il caso del governatore di Bankitalia Antonio Fazio, referente dei concertisti di Antonveneta. Assume perciò significato strategico la repressione in atto nei riguardi della libera comunicazione, quella che colpisce Paolo Barnard e tanti altri. Rivelano una logica mirata le nuove normative sulle intercettazioni telefoniche. E con tutto questo va coordinandosi l’attacco, destinato probabilmente a fare testo oltre i confini italiani, alla libertà sul web.

Perché i potentati della Sicilia hanno deciso di spegnere la sua voce? Quale pericolo hanno ravvisato nelle sue inchieste? E lei come reagisce a tali atti repressivi?

Il giornalista d’inchiesta, se fa il proprio mestiere con correttezza e dedizione, costituisce, come dicevo prima, un pericolo in sé, a prescindere da tutto. Per quanto mi riguarda ho sempre fatto il possibile per essere sufficientemente razionale, distaccato dalle situazioni che mi sono trovato ad esaminare. Ho sempre cercato di tenermi distante dalle paludi, che pure in Sicilia sono insidiose e pervadenti. Probabilmente, si vuole colpire questo mio modo di essere, che peraltro mi ha permesso di comunicare con tanta gente. Credo che non venga sopportato inoltre il mio scrupolo di documentazione, che mi viene un po’ dall’interesse per i fatti storici. E poi, naturalmente, tutto il resto. Come reagisco a tali atti repressivi? Continuando a studiare il passato e il presente, a documentare, a informare. Gli ultimi eventi, comunque, hanno fatto maturare in me una decisione. In quasi venti anni di lavoro ho raccolto un archivio personale che si compone di circa ventimila documenti, in massima parte originali. Con tali documenti ho potuto operare con profitto su una varietà di casi, a partire appunto dalle trame dell’immediato dopoguerra. Ecco, ho deciso di rendere pubblico e fruibile a chiunque questo archivio, spero entro l’anno corrente. E ne sto studiando i modi. Sento infine di dover intensificare il mio impegno sulla linea della libertà di espressione, perché la situazione nel paese, davvero preoccupante, ci sollecita tutti, operatori della comunicazione e cittadini, a una mobilitazione responsabile.

venerdì, 26 settembre 2008

In aumento le violazioni sistematiche e gravi della libertà di fede, anche da parte delle autorità. E’ quanto emerge dal rapporto annuale del Dipartimento di Stato Usa. Nell’ultimo anno sistematiche persecuzioni in Cina e Myanmar, ma gravissima anche la situazione in India.

Hong Kong (AsiaNews) – Peggiora la situazione della libertà religiosa in Asia, specie in Cina ma anche nella democratica India, secondo l’annuale rapporto del Dipartimento di Stato Usa sulla libertà religiosa nel mondo.

Il rapporto, pubblicato ieri, critica Pechino anzitutto per la repressione in Tibet seguita alle proteste di marzo, con centinaia di arresti e condanne, monaci cacciati dai monasteri e costretti a partecipare  a “campagne di educazione patriottica” e a firmare documenti contro il Dalai Lama. Nonché per i frequenti arresti e condanne contro la popolazione islamica uighuri dello Xinjiang, anche soltanto per il possesso di testi religiosi non autorizzati o per la partecipazione ad attività religiose e con il divieto di pratiche religiose tradizionali, come il digiuno per il Ramadan.

Il periodo prima delle Olimpiadi di Pechino, poi, ha visto aumentare il controllo e la persecuzione sui media e contro ogni attività religiosa non statale, con chiese sbarrate, esponenti religiosi arrestati o confinati lontano dalle città olimpiche, fedeli di altri Paesi espulsi.

Ma quest’ultimo anno è stato difficile per l’intera Asia e ha visto continuare una repressione sistematica contro la religione in Corea del Nord e Myanmar, dove governi dittatoriali vogliono impedire ogni forma di dissenso e di possibile contestazione. Nel settembre 2007 decine di migliaia di monaci buddisti birmani hanno contestato la dittatura militare, che ha risposto con uccisioni, torture e carcerazioni e ponendo i principali monasteri sotto sorveglianza. Grave la situazione anche in Iran dove ogni dissenso dalla fede islamica ufficiale è spesso punito come “offesa alla religione”, con frequenti arresti e discriminazioni e un controllo sistematico dei media.

Aggressioni e violenze della maggioranza islamica contro le minoranze, anzitutto cristiane, sono continuati anche in Egitto, Pakistan, Arabia Saudita, Malaysia e Indonesia (dove sono state anche chiuse numerose chiese cristiane e moschee ahmadi). In Laos molte autorità locali hanno proseguito a perseguitare i cristiani, anche cercando di “rieducarli”. In Turkmenistan e Uzbekistan ogni attività religiosa deve essere autorizzata, anche solo incontrarsi per pregare: il governo concede con difficoltà i permessi ad alcuni gruppi religiosi e ne punisce le attività con prigione e multe.

Nella democratica India da molti mesi ci sono sistematici attacchi di estremisti indù contro le minoranze religiose, specie cristiane. Nello Stato dell’Orissa, governato dal partito nazionalista indù Bharatiya Janata, nel solo periodo di Natale 2007 sono stati assaliti e bruciati oltre 100 chiese e istituti religiosi e più di 700 case di cristiani, con la polizia che è intervenuta di rado e in ritardo e i cristiani costretti a fuggire nella foresta per evitare pestaggi e linciaggi (nella foto: un sacerdote aggredito). La scarsa reazione di governo e polizia ha poi diffuso una convinzione di impunità e favorito il ripetersi delle aggressioni che, secondo enti per la tutela dei diritti, sono funzionali all’affermazione politica dei partiti nazionalisti indù in vista delle elezioni politiche del 2009. Molti Stati, poi, hanno mantenuto o introdotto le famigerate “leggi anticonversione”, che in pratica puniscono chi converte un indù a un’altra fede e sono spesso utilizzate per giustificare violenze e arresti contro credenti non indù.

da Asianews.it

venerdì, 26 settembre 2008
Viola Conti - PeaceReporter.com
Amministrative blindate a Rio de Janeiro
 
Rio de Janeiro si conferma una delle città più violente al mondo. Il Tribunale elettorale superiore (Tse) del Brasile ha infatti deciso di autorizzare l’Esercito a presidiarla in vista delle amministrative del 5 ottobre prossimo. Armi dispiegate a garanzia della libertà di voto. Non bastano dunque poliziotti, agenti della polizia militare e corpi speciali per evitare che il narcotraffico detti legge fra le urne delle favelas più pericolose del paese: occorrerà militarizzare la città. È la prima volta che il Brasile è costretto a smobilitare l’esercito durante una campagna elettorale.  Finora i militari erano stati impiegati solo per proteggere le urne in casi estremi, ma mai per proteggere i candidati.
 
esercito Per il diritto alla libertà di voto. Il governatore dello Stato di Rio, Sérgio Cabral, deve ancora essere ufficialmente consultato, ma intanto si è già detto disposto ad accettare il dispiego di soldati in nome della sicurezza dei cittadini. “L’importante è garantire il diritto alla democrazia”, ha precisato. Di tutt’altro avviso, invece, il vicegovernatore, Luis Fernando Pezão, che si è detto contrario a questa misura tanto estrema.
 
militareContro la dittatura della violenza. Il presidente del Tribunale, Ayres Britto, ha giustificato così l’iniziativa: “Il Tse è obbligato ad assicurare la libertà del processo elettorale. Dobbiamo uscire da questa inerzia, dal marasma e dal conformismo. Non abbiamo il diritto di arrenderci”. Parole che si riferiscono al ricatto che i trafficanti di droga sono soliti fare alla città, tenuta sotto costante minaccia dalle varie bande. Per avere il controllo sul risultato elettorale, infatti, i capi narcos hanno minacciato di ricorrere alla violenza pur di far votare i propri candidati e impedire che vengano, quindi, elette persone lontane dal loro controllo. Avere in mano la maggioranza dei comuni carioca è una questione prioritaria per le bande che si spartiscono il potere e queste elezioni sono una tentazione troppo forte.
 
soldato brasilianoA mali estremi... I militari, dunque, sono visti come l’unica maniera per contrastare questa onnipotenza, visto che molti reparti della polizia sono ormai corrotti dagli stessi narcos. E per permettere ai candidati anti-bande di fare campagna elettorale sono indispensabili scorte armate e incorruttibili.  E’ infatti al vaglio dei responsabili delle elezioni la mappa dei punti più cruciali di Rio, in modo da dispiegare un numero sufficiente di truppe armate fino ai denti e con licenza di sparare.
giovedì, 25 settembre 2008
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Una direttiva che assicuri pluralismo e accesso al mercato, una carta per la libertà dei media e statuti editoriali contro l'ingerenza di azionisti o governi. E' quanto chiede il Parlamento esortando l'applicazione coerente delle norme sulla concorrenza, anche per limitare le concentrazioni, ma senza regole troppo restrittive. A favore di un servizio pubblico di qualità e autonomo dalla politica, auspica criteri obiettivi per assegnare le frequenze e un dibattito sullo status giuridico dei blog.

Approvando con 307 voti favorevoli, 262 contrari e 28 astensioni una modifica alla relazione di Marianne MIKKO (PSE, EE) proposta da PSE, ALDE e Verdi, il Parlamento sollecita la Commissione e gli Stati membri a difendere il pluralismo dei mezzi d'informazione, a garantire che tutti i cittadini dell'UE abbiano accesso, in tutti gli Stati membri, a mezzi d'informazione liberi e diversificati e a raccomandare miglioramenti ove necessario. I deputati ritengono infatti che i mezzi d'informazione «rimangono uno strumento di influenza politica» e che vi è il forte rischio che essi «non siano in grado di svolgere la propria funzione di organo di controllo della democrazia». Un sistema pluralistico, poi, è un requisito fondamentale «per il mantenimento del modello sociale democratico europeo». Anche perché «l'operato delle imprese private del settore è motivato soprattutto dal profitto economico», e vi è un rischio in termini di perdita di diversità, qualità del contenuto e molteplicità delle opinioni. La salvaguardia del pluralismo dei media «non dovrebbe quindi essere affidata ai soli meccanismi di mercato».
 
I deputati invitano quindi la Commissione a promuovere un quadro giuridico stabile che «garantisca un elevato livello di protezione del pluralismo in tutti gli Stati membri». In proposito, ricordano le reiterate richieste di elaborare una direttiva mirante ad assicurare il pluralismo, incoraggiare e preservare la diversità culturale e garantire l'accesso di tutte le imprese mediatiche agli elementi tecnici atti a consentire loro di raggiungere il pubblico. Nel riconoscere anche il ruolo dell'autoregolamentazione, sottolineano la necessità di istituire sistemi per il controllo e l'attuazione del pluralismo dei media, basati su indicatori affidabili e obiettivi. Ma chiedono di definirne anche altri per valutare la posizione dei media rispetto alla democrazia, allo Stato di diritto, ai diritti dell'uomo e delle minoranze e a codici di condotta professionali per i giornalisti.
 
Una carta per la libertà d'espressione e statuti editoriali contro le ingerenze
 
Il Parlamento incoraggia poi l'elaborazione di una carta per la libertà dei mezzi d'informazione «al fine di garantire la libertà di espressione e il pluralismo» ed  esorta gli Stati membri a garantire un adeguato equilibrio tra le sensibilità politiche e sociali, «in particolare nel quadro dei programmi informativi e di attualità». Sottolinea inoltre la necessità che le autorità europee e nazionali assicurino l'indipendenza di giornalisti e editori «mediante adeguate garanzie giuridiche e sociali specifiche». Ribadisce poi l'importanza di elaborare e applicare in modo uniforme negli Stati membri statuti editoriali «che prevengano l'ingerenza dei proprietari, degli azionisti o di organi esterni, come i governi, nel contenuto dell'informazione». E, al riguardo, incoraggia la divulgazione di informazioni sulla proprietà di tutti i media «per contribuire a una maggiore trasparenza relativamente agli obiettivi e alle caratteristiche delle emittenti o degli editori».
 
Applicare le regole della concorrenza per limitare le concentrazioni proprietarie
 
Secondo i deputati, «l'esperienza dimostra che la concentrazione della proprietà senza limitazioni di sorta mette a repentaglio il pluralismo e la diversità culturale» e che «un sistema basato esclusivamente sulla libera concorrenza di mercato non è in grado di garantire il pluralismo dei mezzi d'informazione». Inoltre, la concentrazione della proprietà nel sistema mediatico «crea un ambiente favorevole alla monopolizzazione del mercato pubblicitario, ostacola l'entrata di nuovi attori sul mercato e conduce anche all'uniformità dei contenuti dei mezzi d'informazione».
 
Il Parlamento sostiene che il diritto comunitario in materia di concorrenza abbia contribuito a limitare la concentrazione dei mezzi d'informazione ma, sottolineando l'importanza di controlli autonomi dei mezzi d'informazione a livello di Stato membro, insiste affinché la regolamentazione nazionale in materia «sia efficace, chiara, trasparente e di alto livello». Il diritto di concorrenza, pertanto, dovrebbe essere collegato alla legislazione sui mezzi d'informazione e applicato in coerentemente a livello europeo e nazionale, in modo da garantire l'accesso al mercato di nuovi operatori, la concorrenza e la qualità ed «evitare conflitti d'interesse tra la concentrazione della proprietà dei mezzi di comunicazione ed il potere politico». Conflitti, è precisato, «che sono pregiudizievoli per la libera concorrenza, la parità di condizioni e il pluralismo».
 
I deputati ritengono che le norme sulla concentrazione dei mezzi di comunicazione non dovrebbero disciplinare soltanto la proprietà e la produzione del contenuto mediatico, ma anche i canali e i mezzi (elettronici) per l'accesso e la diffusione di contenuti su Internet quali i motori di ricerca. D'altro canto, sostengono che l'introduzione di regole troppo restrittive sulla proprietà dei media rischia di ridurre la competitività delle imprese europee sul mercato mondiale e di accrescere l'influenza dei gruppi mediatici non europei. Inoltre rilevano che il concetto di pluralismo nei media «non può limitarsi al problema della concentrazione della proprietà delle imprese», ma abbraccia anche questioni riguardanti i servizi pubblici di radiodiffusione, il potere politico, la concorrenza economica, la diversità culturale, lo sviluppo di nuove tecnologie, la trasparenza e le condizioni di lavoro dei giornalisti nell'UE.
 
Un servizio pubblico di alta qualità e indipendente dal potere politico
 
Il modello audiovisivo europeo basato su un settore pubblico «forte, indipendente e pluralista» e su un settore commerciale «dinamico», ha dato prova «di grande efficacia ... e dovrebbe essere ulteriormente potenziato», salvaguardando l'equilibrio tra emittenti di diritto pubblico ed emittenti private. Secondo i deputati, infatti, la stabilità di tale modello «è indispensabile per la vitalità e la qualità della creazione, per il pluralismo dei servizi d’informazione e per il rispetto e la promozione della diversità culturale».
 
Sottolineando l'importante ruolo svolto dai media pubblici nel garantire il pluralismo - riconosciuto da una Convenzione Unesco e dal protocollo allegato al trattato di Amsterdam - il Parlamento ricorda che la responsabilità di definire la missione del servizio pubblico di radiodiffusione e di provvedere al suo finanziamento «spetta agli Stati membri». Ma rileva che i servizi pubblici di radiodiffusione devono disporre delle risorse e degli strumenti necessari per «assicurare loro una vera indipendenza dalla pressione politica e dalle forze del mercato», e per «promuovere l'interesse pubblico e i valori sociali».
 
Il Parlamento sottolinea poi che, attualmente, i servizi pubblici di radiodiffusione si vedono spinti «in modo ingiustificato» a concorrere con i canali commerciali per lo share di pubblico e per i proventi della pubblicità, a detrimento della qualità dei loro contenuti, laddove l'obiettivo ultimo delle reti commerciali «non è la qualità bensì il soddisfare la domanda maggioritaria del pubblico». Sollecita gli Stati membri ad appoggiare servizi pubblici di alta qualità, che possano rappresentare «una reale alternativa alla programmazione delle reti commerciali» e che occupino «un posto di più alto profilo nel panorama europeo come pilastri della salvaguardia del pluralismo dei media, del dialogo democratico e dell'accesso di tutti i cittadini a contenuti di qualità».
 
Affinché i media audiovisivi pubblici possano assolvere alla propria funzione nell'era della tecnologia digitale - ossia raggiungere tutti i gruppi che compongono la società, indipendentemente dalle modalità di accesso utilizzate - il Parlamento sottolinea la necessità che essi sviluppino nuovi servizi e media informativi, al di là dei programmi tradizionali, e che siano in grado di interagire con tutte le reti e piattaforme digitali.
 
Un quadro obiettivo per la concessione delle licenze di trasmissione
 
Il Parlamento chiede alla Commissione e agli Stati membri di consolidare un quadro obiettivo per la concessione delle licenze di trasmissione nei settori della televisione via cavo e via satellite e dei mercati della diffusione analogica e digitale. E ciò, precisa, va realizzato «secondo criteri di trasparenza e di equità, allo scopo di stabilire un sistema di concorrenza pluralistica e di evitare abusi da parte di imprese in posizione di monopolio o in posizione dominante». Ribadisce inoltre che le norme sull'utilizzo dello spettro «devono tener conto di obiettivi di interesse pubblico come il pluralismo dei mezzi d'informazione e non possono quindi essere soggette a un regime basato esclusivamente sul mercato». Pertanto, gli Stati membri dovrebbero mantenere la responsabilità della decisione in merito all'attribuzione delle frequenze.
 
Una discussione aperta sullo status dei weblog
 
Il Parlamento rileva che i weblog «costituiscono un importante nuovo contributo alla libertà di espressione sempre più utilizzato dagli operatori del settore dei mezzi d'informazione e dai privati cittadini» e incoraggia quindi una discussione aperta su tutte le questioni relative al loro status. Respinge così la proposta di stabilire garanzie giuridiche che permettano l'attribuzione delle responsabilità in caso di azioni legali e che prevedano il diritto di replica. Al contempo si dice preoccupato per la posizione dominante detenuta da alcuni grandi operatori online, «la quale limita i nuovi soggetti sul mercato e soffoca in tal modo la creatività e l'imprenditorialità in questo settore».
 
I deputati, infine, sottolineano che i mezzi di comunicazione commerciali utilizzano sempre più contenuti prodotti da utenti privati, in particolare contenuti audiovisivi, dietro pagamento di un corrispettivo simbolico o senza versare alcun corrispettivo. Ciò, a loro parere, solleva problemi di natura etica e di tutela della vita privata, ed espone i giornalisti e gli altri operatori del settore «a una pressione competitiva indebita». Chiedono pertanto una maggiore trasparenza in relazione ai dati e alle informazioni personali detenute sugli utenti dai motori di ricerca Internet, dai fornitori di posta elettronica e dai siti di social networking.
 
 
Marianne MIKKO (PSE, EE)
Relazione sulla concentrazione e il pluralismo dei mezzi d'informazione nell'Unione europea
Procedura: Iniziativa
Dibattito: 22.9.2008
Votazione: 25.9.2008

postato da: Dilia61 alle ore settembre 25, 2008 16:11 | Permalink | commenti
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