Siamo liberi cittadini indignati : non siamo l’antipolitica , ma siamo la politica vera», Noi voliamo più alto e non vogliamo essere classificati, oggi siamo in dieci, domani saremo undici e così via. Finché qualcosa non cambierà
Disapprovo quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo Evelyn Beatrice Hall, The Friends Of Voltaire
Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità.
Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero
Anonimo
QUALCUNO MI SA DIRE COME MAI CON IEPLORER SI VEDE BENE E CON FIREFOX SI VEDE TUTTO BIANCO IL TESTO??? EPPURE I CLASS SONO GIUSTI....
Anche togliere alcune panchine può rappresentare un fatto del tutto negativo e suscitare riflessioni di indubbio interesse come quelle contenute in una lettera che Don Luigi Ciotti ha inviato a "L'Unità".
Io nei miei post, pur facendo riferimento spesso ad articoli pubblicati sulla stampa, non ne ho mai riportato uno integralmente preferendo invece pubblicare solo alcuni stralci. In questo caso però, poichè tutto quello che ha scritto Don Ciotti mi è sembrato molto bello e molto significativo, ho deciso di fare il copia e incolla e riportare la sua lettera integralmente.
"Quando, alcuni mesi fa, il Comune di una città del nord ha deciso di togliere alcune panchine per impedire la sosta di persone che vivevano in strada, mi sono sentito toccato nel profondo.
La storia del Gruppo Abele nasce infatti sulla strada, ma parte proprio da una panchina. Era un medico che non riusciva a perdonarsi di avere sbagliato un intervento, con conseguenze letali per il paziente, la persona che incontrai un giorno 44 anni fa. Un uomo tormentato, che aveva deciso di eleggere a suo domicilio una panchina di Torino, e che quando accettò di farsi avvicinare – aveva un carattere scontroso, difficile – mi fece il regalo di raccontarmi la sua storia per dirmi alla fine: «non preoccuparti per me, so cavarmela, occupati piuttosto di loro... ». E m’indicò dei ragazzi che sostavano di fronte a un bar e che lui sapeva fare uso di droghe, quelle anfetamine che erano gli stupefacenti più diffusi prima dell’ondata dell’eroina negli anni settanta.
Da allora il Gruppo Abele non ha mai smesso di sentirsi provocato dalla strada e da tutto ciò che nella strada vive. Strada come luogo di domande e di bisogni, di fatiche e di ferite, ma anche di possibilità e di cambiamenti. Spazio di una diversità umana, sempre in cammino, che è gemella della varietà della vita. Luogo di persone prima che di problemi, di una complessità da affrontare restando semplici, essenziali, veri.
Ora su questo popolo della strada, che non ha altro posto all’infuori della strada per vivere, incombe una minaccia che si chiama sicurezza. La sicurezza, non mi stancherò di dirlo, è un diritto sacrosanto, ma è un diritto di tutti. Sicurezza è vivere la libertà insieme agli altri, non a scapito degli altri. E’ condivisione di regole in un patto di cittadinanza.
Non è questa, però, la sicurezza di cui tanto si parla. Una sicurezza che emargina, discrimina, ghettizza, crea le condizioni per rigurgiti razzisti, come purtroppo la cronaca recente testimonia. Che alimenta paure e costruisce capri espiatori, distogliendo l’attenzione dalle vere cause dell’insicurezza, l’iniquità di un sistema che demolisce i diritti rendendoci tutti più poveri, più diffidenti, più insicuri.
Ecco allora l’appellarsi alla sicurezza e al “decoro” – sua ipocrita declinazione estetica – per nascondere ciò che sta dietro al diffondersi della paura: un enorme deficit di giustizia sociale. Ecco il repertorio di divieti e sanzioni che non colpiscono ormai più il reato ma la condizione umana, accanendosi sulle persone più fragili, su chi arriva nelle nostre città spinto dalla fame, dalle guerre, e che vede spesso aggiungere al suo carico di sofferenza il peso insopportabile dello sfruttamento e della schiavitù.
Ma non è così che si costruisce la sicurezza. Sicure non sono le città attraversate da muri materiali e culturali. Sicure sono le città che accolgono, che tendono la mano, che si fanno in quattro per ospitare, che fanno sentire lo straniero e il “diverso” loro concittadino, parte attiva e responsabile della comunità. Che sono disseminate di servizi, punti di riferimento, e che certo non progettano di eliminare le panchine.
Pensiamo a come sarebbe povera una città senza panchine! Perché è luogo di vita, una panchina. Lo è per i tanti immigrati che la domenica si riuniscono nei parchi pubblici e là socializzano, condividono un pasto, organizzano giochi per i loro bambini. Lo è per gli anziani che, sedendo tra il verde, tutelano la memoria della comunità, raccontano e si raccontano riassaporando il senso e il valore dei loro vissuti. Lo è per i ragazzi: pensiamo agli amori di cui le panchine custodiscono gelosamente il segreto. Ai tantissimi giovani che su quelle assi di legno hanno scoperto l’emozione dell’amore, mosso i primi timidi passi di un’educazione sentimentale.
Ma ognuno di noi potrebbe ricordare una panchina sulla quale ha riposato, scambiato parole amichevoli, letto un libro. E ha riflettuto. Perché può essere anche luogo di scoperta, una panchina. Occasione per aprire lo sguardo a quello che a volte non possiamo o vogliamo vedere, dentro e fuori di noi, catturati come siamo da un sistema che sembra privilegiare solo relazioni convenzionali, pensieri superficiali, responsabilità limitate.
Su una panchina siamo stati raggiunti dai volti della povertà e dello sfruttamento, abbiamo constatato come i diritti universali siano ancora oggi troppo spesso carta e non carne, vita delle persone. Ma da una panchina abbiamo potuto anche guardare oltre la strada, riflettere sulle ferite della normalità, sulle solitudini che si annidano nei palazzi, sulle tante fragilità timorose di uscire allo scoperto.
Ecco allora che una panchina, presenza discreta ed essenziale, può diventare il luogo in cui l’io si riconosce come noi ritrova la propria responsabilità e senso di giustizia. E avverte lo stimolo d’impegnarsi in quei piccoli e grandi cambiamenti che maturano quando scopriamo nella relazione con gli altri l’essenza più profonda della vita umana".
Io a questo punto volevo fare un mio breve commento, ma quanto ha scritto Don Ciotti è così chiaro e condivisibile, almeno per me e spero non solo per me, che ho ritenuto il mio commento del tutto superfluo ed inutile. Aspetto però le valutazioni di chi leggerà il post per verificare soprattutto se il mio giudizio sulle riflessioni di Luigi è condiviso.
Infine una proposta, e anche su questo vorrei la vostra valutazione. Attualmente si parla abbastanza spesso di persone che possono essere nominate senatori a vita (ho letto che alcuni sostengono Eugenio Scalfari altri Marco Pannella) perchè credo che sia imminente la nomina da parte del Presidente della Repubblica di un nuovo senatore a vita.
Perchè non nominare senatore a vita Don Luigi Ciotti? A mio avviso se lo merita e molto di più di altri possibili candidati.
La stragrande maggioranza dei blog è illegale. Non è una forzatura, ma la semplice sintesi di una proposta di legge, il cosiddetto ddl Levi-Prodi del 2007, che prevedeva per tutti i blogger l’obbligo di registrazione al Registro degli Operatori di Comunicazione, esclusi coloro i quali facciano del proprio sito un uso personale o collettivo e che questo non costituisca il frutto di un’organizzazione imprenditoriale del lavoro. In teoria quindi un qualsiasi diario informatico di un utente sarebbe stato esente dalla registrazione, eppure non è così: basta un qualsiasi banner AdSense e per il Codice Civile il proprietario del blog starebbe “facendo impresa”.
Dal 2007 la questione, che raccolse le critiche feroci di numerosi netizens, è praticamente rimasta sospesa nel limbo dell’ambiguità legislativa, almeno fino al recentissimo ddl Cassinelli, già ribattezzato “salva-blog”, ma che in sostanza non risolve il dibattito.
Il disegno del deputato del Pdl decreta che sia obbligatoria la registrazione al tribunale (e non più al Roc) per quei siti che abbiano come scopo la “pubblicazione o la diffusione di notizie di attualità, cronaca, economia, costume o politica”, o a cui gestori ed autori siano legati in termini professionali e con cui traggano profitto o comunque per i quali “percepiscono compensi correlati alla vendita di inserzioni pubblicitarie all’interno delle pagine medesime”. Si parla quindi, per le prime condizioni, della stragrande maggioranza dei blog, a meno che non siano esclusivamente autobiografici e personali, mentre per le restanti restrizioni la questione degli AdSense sarebbe, oltre che rimessa in causa, anche peggiorata.
È quindi conseguente che chi pubblica sul Web la vita del proprio gatto può vendere anche decine di spazi pubblicitari senza ricadere nei reati di stampa visto che secondo il ddl “sono in ogni caso esclusi dagli obblighi previsti dall’articolo 5 della legge 8 febbraio 1948 n. 47”, ovvero la registrazione presso il tribunale. Tra l’altro, tale registrazione è una pratica molto più complessa e dispendiosa di quella al Roc, e inoltre necessita della figura di un direttore responsabile, iscritto all’albo dei giornalisti, un attributo che la quasi totalità dei bloggers non può vantare.
Il disegno di legge Cassinelli è per queste ragioni ben lontano dalla risoluzione della questione “editoria sul Web”, di cui l’unica certezza è la confusione della giurisprudenza.
La tensione si allenta, la commozione lascia il posto ad un sorriso quando Citto Maselli, l’amico del cuore di Sandro, il compagno di tante battaglie politiche, parla di lui come se fosse ancora vivo, raccontando le sue “gesta”. Prima era stato Pietro Ingrao con il saluto letto da Candida, la figlia, a raccontare il percorso della vita politica di Sandro, a partire da quando, ancora imberbe, prende parte alla lotta partigiana. Citto parla per ricordi, lontani e vicini. “Non ho ancora capito – dice – perché piaceva a tutte le ragazze. Cosa aveva più di me?” Ci vuol far conoscere la persona: l’ironia, il sorriso, la passione, ma anche il rigore, il suo essere di parte, sempre curioso degli altri, degli avversari, mai nemici. Studenti, comunisti, la lotta clandestina, partigiani giovanissimi, Citto aveva 11 anni e Sandro 13 quando gli fece il nome di Marx, gli disse del Manifesto dei comunisti.
Maselli, come si fa tra vecchi amici, rivive il passato davanti a centinaia e centinaia di persone che affollano la sala della Protomoteca dove è stata allestita la camera ardente. Il corpo senza vita di Curzi è vicino a Citto: Ogni tanto, mentre parla, volge uno sguardo verso la bara. Via via la commozione prende anche lui, il dolore è forte, non ce la fa a salutare Sandro come se fosse vivo e potessero di nuovo parlare insieme. Ricorda le lunghe telefonate, lo scambio di opinioni quasi giornaliero, a volte la pensavano diversamente. Ma ricorda anche le ultime ore vissute da Sandro che non ha mai mollato. Nella stanza di ospedale, solo poco più di una settimana fa, insieme discutevano del film che Citto sta girando. Sandro gli suggeriva il finale, non pessimistico, che lasciasse aperta una speranza. La speranza che serve per continuare a combattere, come lui faceva contro il male che lo aveva colpito. Non si è dato per vinto fino all’ultimo. Ha continuato a lavorare. Maselli conclude, alza il pugno, china la testa, verso la bara coperta dalla bandiera rossa di Rifondazione comunista e dal rosso dei fiori. La commozione si coglie sul volto di tanti che, lentamente, cominciano a lasciare il grande e splendido salone del Campidoglio. Walter Veltroni non ha il coraggio di guardarlo morto. “ Preferisco ricordarlo così – ha detto – sorridente e battagliero”. E il Campidoglio, ha ricordato, è il luogo che rappresenta Roma, l’omaggio della città, l’ultimo saluto ad un suo cittadino, un romano del popolo”. Un cervello e una persona a cui “era difficile non voler bene”. Uno che amava profondamente la vita e che ha speso la sua di vita da comunista italiano, da uomo libero, impegnato in tante battaglie di libertà. Veltroni è uno dei pochi che ricorda il ruolo svolto da Curzi, sia come giornalista che come politico e sindacalista, per affermare il pluralismo e l’autonomia dell’informazione. A Sandro “uomo del popolo” si è richiamato anche Fausto Bertinotti che ha preso la parola dopo Veltroni. “Un protagonista della sinistra romana, un protagonista popolare mai plebeo, un uomo innamorato delle politica che accanto alla capacità di stare con la gente e di farsi amare, aveva la forza della pedagogia”. Capace di trascinare il cambiamento, nel partito come al Tg3, sempre sorretto da una chiara matrice politica e culturale, quella del comunismo italiano, “uno capace di essere Sandro Curzi sempre, uno di parte.- dice, commosso, Betinotti – eppure rispettoso alla Rai come a Liberazione, giornalista curioso fino agli ultimi istanti, con la capacità di pochi, di scoprire e far crescere giovani talenti”. Anche l’ex segretario di Rifondazione, richiamando alcune belle canzoni popolari, parla della voglia di lottare, della speranza nel futuro, nella passione per la libertà che hanno caratterizzato il lungo viaggio di Sandro. Gli ex giovani cresciuti con lui sono in prima fila: giornalisti de L’Unità, di Paese sera, del Tg3, di Telemontecarlo, di Liberazione, a partire da Piero Sansonetti, che si ritrovano insieme. Con loro molti dirigenti della “sua” Federazione nazionale della stampa, il sindacato dei giornalisti cui fece entrare un’aria di concreto rinnovamento. Un rinnovamento che portò, come ricorda Claudio Petruccioli che lo saluta a nome della Rai, ad un telegiornale come il Tg3, una informazione che guardava ai fatti reali, ai protagonisti e non al teatrino della politica. Mischiati fra la gente, dirigenti di partito come Paolo Ferrero, Franco Giordano, Niche Vendola, Gennaro Migliore, Vincenzo Vita, Cesare Damiano, Fassino, Rutelli, il sindaco di Roma, il presidente della Camera, Fini, Gianni Letta, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, registi come Scola e Gregoretti e molti altri. Tanti dirigenti, vecchi e nuovi della Rai. Da Biagio Agnes a Sergio Zavoli, oggi indicato a presiedere la commissione di Vigilanza se Villari si decide a lasciare il posto che non avrebbe dovuto occupare. Finiscono così i funerali laici. Un lento deflusso. Candida, la figlia, ha un sorriso: “Lui avrebbe voluto così”. Bruna, la moglie, compagna di una vita, stringe tante mani, tanti la abbracciano. Sandro aveva chiesto di essere cremato e, se possibile, le sue ceneri voleva fossero disperse all’Argentario, nel mare che amava. Il mare come una libertà infinita.
Roma - Dopo la pubblicazione dell'articolo Cos'è un Blog, in cui commentavo aspramente tutte le varie proposte di legge esistenti sul tema "Blog e Libertà di Stampa", sono stato contattato dai promotori di una di esse e mi è stato chiesto di esprimere la mia opinione. Lo faccio qui di seguito, in modo che se ne possa discutere apertamente.
Requisiti di una Proposta di Legge
Una proposta di legge su questo tema che voglia essere degna di attenzione dovrebbe fornire gli strumenti necessari per ottenere entrambi i seguenti due effetti.
1)Garantire ai cittadini il diritto di esprimere la loro opinione (e svolgere le loro attività associative e politiche) come previsto dalla Costituzione.
2)Impedire alle aziende e ad altre organizzazioni di sfruttare questi spazi di libertà al solo scopo di sottrarsi agli obblighi di legge previsti per le attività editoriali.
Preciso subito che, personalmente, credo che la stampa non dovrebbe conoscere nessuna limitazione di nessun genere. Tuttavia, se non si prevedono dei limiti specifici per le attività professionali (giornalismo ed editoria) non ha più nessun senso discutere di questo tipo di "riforme", per cui sono costretto a partire da questi presupposti. Riprenderò questo argomento al termine di questo breve articolo.
Quello che ci interessa, per il momento, è che una legge su questo tema dovrebbe sia garantire la libertà di espressione ai privati cittadini sia impedire gli abusi da parte dei "professionisti" dell'editoria e del giornalismo. Come vedremo, quasi mai questi due punti vengono contemporaneamente garantiti dalle proposte di legge esistenti. Di conseguenza, queste proposte di legge sono quasi sempre inutili e prive di senso, prima ancora che dannose.
Editoria Cartacea ed Editoria Digitale
Molte di queste proposte di legge cadono nella tentazione di distinguere tra editoria "cartacea" ed editoria "digitale". Ovviamente, alle spalle di questo modo di separare il grano dalla pula c'è la convinzione che l'editoria "professionale" si faccia tuttora soprattutto su carta mentre sul web siano presenti più che altro dei blog di carattere personale. Non solo: dietro questo modo di pensare c'è la convinzione che le cose resteranno così ancora a lungo.
Questo però non è vero. Già adesso, quasi tutti i principali quotidiani ed i principali periodici del paese (e del mondo intero) hanno una loro versione digitale sul web. Questa versione digitale non ha nulla da invidiare a quella cartacea. Non solo: molte di queste testate stanno abbandonando la carta per ragioni di costo ed in futuro saranno disponibili solo sul web (o quasi).
Per essere più precisi, quasi tutte le testate giornalistiche, quotidiane o periodiche, tecniche o generalistiche, stanno andando verso un modello di editoria fortemente multimediale in cui la stessa notizia viene resa disponibile come "colonna" su carta, come pagina web, come video (file MPEG4 o stream), magari come podcast per non vedenti (MP3) e come "alert" via SMS.
Questa modalità di distribuzione in formati multipli, attraverso più canali paralleli, viene messa in atto già da tempo anche dalle piccole e piccolissime realtà. Un esempio eclatante è l'italianissima "Hacker Journal", che pubblica sia un sito web che una rivista cartacea (priva di pubblicità, venduta a 2 euro nelle edicole).
Basare la distinzione tra "editoria professionale" e "hobbysmo" sul media utilizzato è del tutto fuorviante e lo sarà sempre di più in futuro.
Tra l'altro, se venisse riconosciuto uno status particolare, più libero, a coloro che operano sul web, le aziende più spregiudicate ne approfitterebbero immediatamente per buttare a mare la versione cartacea e tutti i suoi vincoli. Molti giornali fanno già adesso una fatica enorme a tenere in piedi la struttura redazionale tipica di un giornale, imposta loro dalla nostra legge, e sarebbero ben contenti di spacciarsi per un sito di comunità, libero da questi vincoli.
Verrebbe quindi meno il rispetto del punto 2 delle mie specifiche per una proposta di legge "seria": le aziende potrebbero facilmente "abusare" di una libertà che il legislatore non intendeva riconoscere loro.
Editoria Professionale ed Editoria Hobbystica
Naturalmente, ciò che interessa davvero i legislatori è distinguere tra l'attività editoriale professionale e quella hobbystica. Detto in altri termini, interessa loro distinguere tra un privato cittadino che esprime delle opinioni personali ed un giornalista che riporta delle notizie.
In quasi tutti i casi, le varie proposte di legge tentano di distinguere tra "professionismo" e "volontariato" basandosi sul fatto che esista uno "scopo di lucro" e/o una "remunerazione" dietro all'attività giornalistica ed editoriale. Se l'editore incassa dei soldi dalla pubblicità o dalla vendita in edicola, allora è editoria professionale. Se la pubblicazione non produce introiti, è volontariato. Se il giornalista viene pagato per il suo articolo, è attività professionale, diversamente è volontariato. Questo modo di distinguere i due casi, tuttavia, è palesemente inefficace.
Esistono casi famosissimi di editoria professionale che non ricavano un soldo né dalla vendita in edicola né dalla pubblicità. Uno di questi casi è Altro Consumo che vive solo dei finanziamenti dei soci. Più in generale la stragrande maggioranza delle testate pubblicate dai partiti politici, dalle associazioni e dai sindacati, pur essendo testate giornalistiche a tutti gli effetti, non ricavano un euro dalla loro attività.
Non solo: la stragrande maggioranza dei "giornalisti" già adesso non ricava un soldo dalla propria attività. Con la crescita del fenomeno del "Citizen Journalism" e con l'aumento dell'offerta di giornalisti (anche "certificati") questa sarà sempre di più la regola. Si scrive e si pubblica soprattutto per comunicare ("per farsi conoscere e per fasi sentire"), non per soldi. I soldi, se arrivano, arrivano sempre più spesso da altre fonti.
Più in generale, l'attività editoriale sta diventando sempre di più un'attività collaterale a qualcos'altro ed è sempre meno caratterizzata dallo scopo di lucro. Per molte testate (soprattutto quelle che hanno una forte componente politica e sindacale) sarebbe forte la tentazione di rinunciare ai già magri introiti se questo permettesse loro di godere di tutta la libertà d'azione che la legge dovrebbe concedere ai privati cittadini. Una volta eliminata la struttura redazionale imposta dalla legge e tutti i suoi costi, il bilancio tornerebbe comunque in pareggio.
Dall'altro lato, è francamente assurdo classificare il blog di un privato cittadino come "testata giornalistica" solo perché ricava pochi o molti soldi dalla pubblicità (AdSense e simili). Cosa pubblica quel sito? Come ricava i propri soldi. Fa informazione? Pubblica notizie?
Stampa, Comunicazione Aziendale e Opinionistica Personale
Ovviamente, si può sempre dire: "Se la testata giornalistica è gestita da un partito politico, da un sindacato, da una associazione o da una azienda, allora è comunque una testata giornalistica ed è comunque soggetta alle regole previste per l'editoria professionale". In altri termini, tutto ciò che è gestito da una "persona giuridica" (invece che da una "persona fisica), è "editoria professionale" e tutti coloro che pubblicano attraverso queste testate sono giornalisti professionisti, non semplici cittadini.
Questo, per inciso, è proprio il modo in cui si distinguono questi due casi in molti altri paesi del mondo: è un professionista chi agisce in associazione con altre persone perché, inevitabilmente, opera per conto di altre persone o rappresenta comunque le opinioni di un gruppo. Chi pubblica qualcosa da solo, non importa come, rappresenta solo se stesso e viene trattato come privato cittadino.
Però... Una "rivista" non deve pubblicare per forza 100 articoli al mese per essere tale. Un singolo individuo può benissimo pubblicare e gestire la propria rivista personale, pubblicando un paio di brevi articoli al giorno. Paolo De Andreis ha fatto esattamente questo quando ha creato Punto Informatico. Io stesso ho fatto la stessa cosa con Oceani Digitali (ora defunta, dopo un paio d'anni di attività). Se la pubblicazione ha successo, può diventare un punto di vista autorevole su un certo tema ed i suoi articoli possono sicuramente "fare male". Il blog di Beppe Grillo ne è un esempio lampante.
Dividere il grano dalla pula diventa quindi sempre più difficile.
Libertà d'espressione di Prima e di Seconda Classe
In realtà, come dicevo all'inizio, è il concetto stesso di "editoria professionale" e di "giornalismo professionale" che non ha nessun senso. Non ha senso pretendere di imporre due diversi livelli di libertà per chi svolge una certa attività a livello professionale (qualunque cosa voglia dire) e per chi lo fa per volontariato.
Così come ha diritto di esprimere la propria opinione un privato cittadino su un blog, ha ovviamente diritto di farlo anche un giornalista professionista che riporta una notizia sul suo giornale. Semmai, il problema sarà del suo editore che dovrà decidere se gli sta bene quel comportamento o meno.
Nei paesi civili, il giornalista gode addirittura di una maggiore libertà di manovra del privato cittadino (può legittimamente nascondere le proprie fonti). In tutte le proposte di legge (ed in tutte le leggi italiane esistenti), il giornalista italiano gode invece di una minore libertà di manovra. Questo a causa di un malinteso senso di "professionalità".
In modo speculare, non si può certo pretendere di riservare ai "giornalisti professionisti" l'accesso ai mezzi di comunicazione, qualunque essi siano, e la libertà di esprimere le proprie opinioni.
Se una differenza può esistere (o deve esistere) tra giornalisti e privati cittadini, non può certamente riguardare la libertà di esprimere il proprio pensiero e di accedere ai mezzi di comunicazione (stampa, web etc.). Non possono esistere cittadini di serie A e cittadini di serie B da questo punto di vista. Obblighi già esistenti
Si tenga presente che chiunque pubblichi (od anche solo dica a voce) qualunque cosa, da sempre e dovunque nel mondo, è tenuto ad attenersi ai seguenti cinque criteri.
1)Non deve dire cose false perché rischierebbe una denuncia per calunnia.
2)Non deve offendere nessuno perché rischierebbe una denuncia per ingiurie.
3)Non deve rivelare informazioni imbarazzanti senza che ciò sia necessario per informare correttamente il pubblico su qualcosa che riguarda la vita sociale, politica e finanziaria del paese o su qualche aspetto del mercato che riguarda il lettore. Diversamente si ricade nel reato di diffamazione.
4)Non deve rivelare informazioni personali perché rischierebbe una denuncia per violazione della privacy.
5)Non deve demolire l'immagine di una azienda o di un prodotto senza fondato motivo, diversamente rischia una denuncia per danni.
Le cosiddette "persone fisiche" (gli individui) e le cosiddette "persone giuridiche" (associazioni, partiti, sindacati, aziende e via dicendo) sono quindi già adesso più che tutelate nei confronti di ciò che può dire su di loro, in pubblico, una persona qualunque, sia essa un privato cittadino od un giornalista.
Non c'è nessuna ragione di aggiungere ancora un nuovo strato legislativo a questa già robustissima "corazza". Anzi: ci sarebbero tutte le ragioni per toglierne qualcuno.
Snellire l'Articolo 21 della Costituzione
Come abbiamo visto, le proposte di legge che sono state presentate finora (e le leggi che sono state effettivamente promulgate), non riescono a garantire contemporaneamente la libertà di espressione del privato cittadino e l'assenza di abusi da parte degli "operatori della comunicazione" professionali. I due criteri che ho citato all'inizio non vengono rispettati e quindi queste proposte di legge sono prima di tutto inutili ed inefficaci, prima ancora che dannose. Tanto varrebbe riconoscere a tutti gli stessi diritti e le stesse modalità operative, senza preoccuparsi di queste sottili (ed assurde) distinzioni tra "libertà di espressione" e "informazione".
In realtà, l'unico intervento che dovremmo augurarci su questo tema sarebbe una drastica e coraggiosa opera di snellimento e di semplificazione dell'Articolo 21 della Costituzione. Lo potete vedere nella sua forma attuale qui: Costituzione. Alla fine, questo articolo dovrebbe recitare soltanto quanto segue: "Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure."
Punto e basta. Senza distinzioni prive di senso tra giornalisti e privati cittadini, tra libertà di espressione e informazione, tra blogging ed editoria. Senza cavilli e senza remore.
Un'altra semplificazione, necessaria e lungamente attesa, sarebbe l'abolizione dell'ordine dei giornalisti. Quello, comunque, lo sta già abolendo, di fatto, il libero mercato.
Roma - A quanto pare c'è un certo fermento legislativo attorno al tema editoria ed Internet. Mentre in commissione cultura si tratta sui finanziamenti pubblici, dopo l'annuncio dello stralcio del ddl Levi, ribattezzato ammazzablog, arriva il ddl Cassinelli. Per chi fosse curioso, il testo è reperibile sul sito del deputato. Cassinelli, non senza astuzia, lo annuncia già come il "ddl salva blog". Per capire il perché facciamo un piccolo passo indietro.
In Italia è in vigore da vari anni una legge (62/2001) che definisce come "prodotto editoriale" qualsiasi "prodotto realizzato su supporto (...) informatico, destinato alla pubblicazione (...) di informazioni". Ovvero: quasi ogni sito, forum, blog sulla terra.
Sempre stando alla stessa legge, ogni "prodotto editoriale" pubblicato periodicamente deve sottostare alle disposizioni sulla stampa del 1948 (legge 47/1948) secondo le quali, tra l'altro, "nessun periodico può essere pubblicato se non sia stato registrato presso la cancelleria del tribunale".
Secondo la lettera della legge, perciò, ciascuno delle migliaia di blog che nascono ogni giorno dovrebbe registrarsi in tribunale, avere un direttore e un proprietario. Chi non lo fa è fuori legge. Fa stampa clandestina. Tuttavia, come spesso succede nel diritto italiano, nonostante la legge sia in vigore nessuno la applica rigidamente perché altrimenti il sistema imploderebbe. Si va avanti di interpretazione in interpretazione, di giurisprudenza in giurisprudenza, di legge in decreto (dlgs 9 aprile 2003), con l'unica certezza dell'incertezza del diritto. Per onore di cronaca, va detto che nel 2001 molti cercarono di fermare la mano del legislatore: giuristi, utenti, esperti di tecnologia. Ma senza successo.
Da allora le homepage del Bel Paese furono invase da grotteschi stendardi e clausolette nel tentativo di fuggire dalla longa manus della legge: "il presente sito non costituisce testata giornalistica", "non ha carattere periodico", "è aggiornato secondo le disponibilità", "passavo di qui per caso, ma vado via subito", "il mio server è in Turkmenistan"... Di tutto per dimostrare la propria amatorialità. Nonostante ciò, venne poi anche qualche condanna per stampa clandestina, qualche condanna per diffamazione, e qualche ddl Levi. Niente di troppo anticostituzionale, sia chiaro, ma comunque abbastanza per generare un clima di insicurezza e timore che concorre - con molti altri fattori - a collocare l'Italia negli ultimi posti in occidente per libertà di informazione.
Ebbene: sette anni dopo Cassinelli si accorge che c'è qualcosa che non va. E se ne accorge giusto mentre Levi viene fustigato da mezza Italia per il suo ddl sull'editoria. Lo fa con una proposta non indenne da critiche, ma da discutere sia perché costituisce un precedente, sia perché arriva da un membro del partito di Governo. Non propone una revisione generale della legge sull'editoria come Levi, ma piuttosto alcune modifiche a quella vigente (vedi testo completo del ddl).
Primo punto: stabilire due categorie distinte, i "prodotti editoriali cartacei" e i "prodotti editoriali sulla rete internet".
Secondo punto: i prodotti editoriali sulla rete internet debbono sottostare alle leggi sulla stampa solo se hanno per scopo la pubblicazione di notizie e purché ricadano in una delle seguenti tipologie: il gestore o gli autori delle pagine sono riconducibili a testate "quotidiane", "periodiche", "settimanali", ecc. o sono legati ad esse da vincoli professionali; gestore o autori ne traggono profitto; gestore o autori sono giornalisti professionisti; gestore o autori percepiscono compensi periodici o saltuari per la propria attività di gestione o redazione; gestore o autori vendono direttamente, o comunque percepiscono compensi correlati alla vendita di inserzioni pubblicitarie nelle pagine.
Terzo punto: esclusione esplicita di tutti quei siti che hanno come "unico scopo" la pubblicazione di idee ed opinioni personali; la pubblicazione di informazioni societarie, istituzionali, autobiografiche; gli aggregatori automatici; i forum; le comunità virtuali.
Il ddl, quindi, non è un "salva blog" ma cerca almeno di risolvere alcune tensioni dell'attuale legge sull'editoria. Nella proposta restano irrisolti, tuttavia, alcuni punti critici:
1. il testo proposto non semplifica né snellisce la precedente normativa ma, anzi, sotto più aspetti ne aumenta la complessità interpretativa.
2. lascia sostanzialmente invariati i rischi prospettati dal ddl levi: un blog personale che pubblica notizie corredate da qualche annuncio AdSense rischia i reati di stampa. E aggiunge nell'elenco degli a rischio anche qualsiasi giornalista che pubblicasse notizie (e non opinioni) in indipendenza.
3. è poco armonizzato col diritto internazionale e non risolve la necessità di un testo unico aggiornato in base all'evoluzione tecnologica.
Per queste ragioni, e anche perché una riforma seria è lungi a vedersi all'orizzonte, la proposta è da modificare ma almeno da discutere. Pur con le ambiguità lessicali e giuridiche che porta con sé, infatti, sarebbe forse più chiara dell'attuale limbo. Rimarrà testo morto nelle fagocitanti aule della Camera? Diventerà l'ennesima toppa di un vestito legislativo già in brandelli? Forse.
In attesa di una delle tante riforme che, come quella sul diritto d'autore del 1941, l'Italia aspetta da più di sessant'anni.
L'importanza del sistema televisivo pubblico dovrebbe essere riconosciuta da tutti. Per vari motivi, uno dei quali è rappresentato dal fatto che le carenze di questo sistema producono effetti anche sulla formazione del consenso elettorale e quindi sul governo del nostro Paese. Ho usato il condizionale perchè i partiti che dovrebbero essere interessati a riformare radicalmente, come necessario, la Rai, e cioè i partiti di centro sinistra, non sembrano riconoscere l'importanza della televisione pubblica perchè le loro proposte di riforma sono inadeguate e perchè sono molto più attenti a mantenere posizioni di potere all'interno del sistema.
Io ritengo invece che la Rai debba essere radicalmente riformata e mi riconosco in gran parte delle tesi sostenute su "La Repubblica" da Giovanni Valentini, nella sua rubrica "Il sabato del villaggio" di cui ho deciso di riportare alcuni stralci sia per l'interesse delle proposte che ha formulato sia perchè "La Repubblica" ha inserito l'articolo di Valentini nelle pagine interne mentre avrebbe dovuto inserirlo in prima pagina, dato il rilievo dei temi affrontati, e quindi potrebbe essere "sfuggito" a qualche lettore del mio blog.
Valentini inizia con il sostenere che la questione di fondo da affrontare è la seguente: quale Rai serve al Paese, tanto più in un momento critico come quello che stiamo attraversando a livello nazionale e internazionale? Qual'è o quale dovrebbe essere il modello di servizio pubblico a cui hanno diritto milioni di cittadini e telespettatori italiani che pagano il canone d'abbonamento?
Valentini continua con il rilevare che il presidente dell'Autorità sulle Comunicazioni, Corrado Calabrò, ha lanciato un pesante atto d'accusa contro la televisione italiana, ha definito la nostra tv la peggiore d'Europa per livelli di banalità e volgarità e ha messo il dito sulla piaga notando che fino a quando le trasmissioni saranno dominate dall'assillo dei ricavi pubblicitari e questi connessi esclusivamente all'audience, i tentativi di riformare la Rai saranno inefficaci.
E Valentini poi propone che si debba provare a rilanciare il ruolo pedagogico della televisione pubblica, nel senso più nobile del termine e cioè, educativo e formativo. Si pone quindi le seguenti domande: svolgono un ruolo pedagogico tutti i telegiornali della Rai e i suoi talk show e in che modo educano il pubblico certi film, telefilm, serial, reality, quiz e giochi a premio?
Valentini pertanto condivide il giudizio di Calabrò quando sostiene che la schiavitù da cui in prospettiva bisogna affrancare la Rai è quella dell'audience e della pubblicità. Altrimenti la rincorsa degli ascolti tenderà sempre più a omologare la televisone pubblica a quella commerciale.
Ma ancora prima, per il giornalista de "La Repubblica", come questione da affrontare, c'è la sudditanza dalla politica e in particolare dal governo, questo in carico o qualsiasi altro in futuro. Nell'attesa messianica di una riforma della "governance" che consenta di superare la logica spartitoria della legge Gasparri, i partiti hanno il dovere di ritirarsi immediatamente dall'occupazione di viale Mazzini. E ciò vale, naturalmente, sia per la maggioranza che per l'opposizione.
L'obiettivo finale dovrebbe essere quello di trasferire la proprietà della Rai dal Ministero del Tesoro a un Ente o a una Fondazione, affidando quindi la gestione dell'azienda a un "board" professionale, autonomo e indipendente. Ma intanto, prosegue Valentini, , appena risolta la questione della Commissione di Vigilanza, si può già procedere alla nomina di un nuovo Consiglio di Amministrazione svincolato dall'appartenenza politica, sul modello di quello dei "professori" insediato a suo tempo dai presidenti delle due Camere, Giorgio Napolitano e Giovanni Spadolini. Da qui, da un'autorità "super partes" e non da palazzo Chigi o dagli altri palazzi della politica, dovrebbero quindi discendere quindi le nomine alla guida delle reti e delle testate giornalistiche.
Conclude Valentini: 'Ecco una nuova Rai al servizio della nazione, non più dei partiti o delle segreterie dei partiti, è quello che occorre al Paese anche per crescere sul piano della convivenza civile. Da terreno di scontro permanente fra maggioranza e opposizione, la tv pubblica può diventare così la "zona neutrale" in cui avviare una tregua o un armistizio istituzionale per affrontare con un impegno congiunto l'emergenza economica, nella distinzione dei rispettivi ruoli e responsabilità. La Rai come "agorà" la piazza principale della polis; come "casa comune" degli italiani, liberata finalmente dalla partitocrazia, luogo virtuale di confronto tra storie e culture diverse'.
Le proposte di Valentini sono proposte di buon senso e forse proprio per questo difficili da realizzare effettivamente, anche perchè i partiti sembrano essere in "tutt'altre faccende affacendati" relativamente alla Tv pubblica (si consideri quanto è avvenuto e sta avvenendo
a proposito della presidenza della Commissione di vigilanza). Ma soprattutto i partiti che sostengono di voler introdurre innovazioni rilevanti nel nostro sistema economico e sociale dovrebbero essere conseguenti e, anche se minoranza, sostenere proposte analoghe a quelle di Valentini, perchè una delle innovazioni più importanti da realizzare è senza dubbio rappresentata da un riforma della Rai nel senso indicato dal giornalista de "La Repubblica". A meno che i partiti oggi di minoranza si accontentino di partecipare alla spartizione degli incarichi all'interno della Rai. Ma questa sarebbe una politica miope, anche perchè una Rai riformata rappresenta una delle condizioni necessarie affinchè la contesa per il consenso politco ed elettorale avvenga ad armi pari e non con la presenza di qualche soggetto che ha più armi degli altri.
La vita in Nord Kivu non è solo dura, è davvero critica. Le case e le terre sono diventate campi di battaglia. I bambini nati durante la crisi non conoscono che la guerra. Rifugi, cibo e acqua ormai scarseggiano. MSF dà voce ai testimoni diretti della guerra: voci, sguardi, paure e speranze della popolazione avvicinano questo conflitto lontano alla vita di tutti noi.
O. ha sei anni. Ha i piedi tumefatti. Mumuza Muhindo, un'infermiera di MSF che lavora con la clinica mobile a Kibati, fa una diagnosi di kwashiorkor, una grave forma di malnutrizione.
"Le abbiamo dato del cibo terapeutico pronto all'uso per farle guadagnare rapidamente peso" spiega Mumuza. "La bambina dovrà mangiare tre bustine di cibo pronto all'uso al giorno, oltre al pasto che si consuma in famiglia. Adesso si sta alimentando bene e quindi sono fiduciosa che presto starà meglio. Il problema principale è che la maggioranza delle persone che si trova a Kibati non ha i mezzi per comprare da mangiare perché sono fuggite dai combattimenti".
O. ha percorso 20 km a piedi, da Rugari a Kibati, con la madre, S., e il fratello di 13 anni.
"Lunedì ero a casa quando sono ricominciati i combattimenti. Ho preso tutto quello che potevo portare e i miei due figli. Non siamo potuti andare a Kibumba perché anche lì si combatteva" spiega la madre, 58 anni. "Da un anno vivevo in un campo a Rugari, dopo essere fuggita dai combattimenti. È la seconda volta che devo scappare. Sono stanca di questa situazione. Sono sola con due bambini. Mio marito è morto negli scontri circa otto anni fa".
"Nel campo di Rugari dove vivevo, non avevamo cibo a sufficienza. Mi davano una razione alimentare che doveva bastare per tutta la famiglia per un mese ma dopo due settimane il cibo era quasi finito. Da lunedì non abbiamo mangiato altro che un po' di succo di banana. Non ho soldi né lavoro".
È la seconda volta che O. viene curata per la malnutrizione. È stata curata in un centro nutrizionale di Rugari dove le è stato somministrato del latte terapeutico. Ma la recente scarsità di cibo e i continui spostamenti hanno aggravato le sue condizioni.
S. è una dei pochi fortunati ad aver trovato un posto in cui vivere a Kibati. Condivide una piccola capanna con altre persone ma la maggior parte dei rifugiati che sono arrivati da lunedì dormono sull'erba.
S., 5 anni, C., un anno e mezzo, M., 35 anni "Sono venuta alla clinica mobile perché mia figlia S. ha la tosse da diversi giorni. È la seconda volta in tre mesi che sono costretta a fuggire dai combattimenti. Prima vivevo vicino Rumangabo ma tre mesi fa sono dovuta scappare e da allora vivo in un campo a Kibumba. Lunedì ho dovuto lasciare anche Kibumba a causa dei combattimenti. Sono venuta a Kibati a piedi".
Da lunedì M., 35 anni, è a Kibati con il marito e cinque figli. Vive all'aperto, sull'erba, perché non ha trovato un posto in cui stare.
A S. sono state date delle medicine per la tosse ma, dormendo all'aperto, non può ristabilirsi velocemente. "Qui di notte fa abbastanza freddo e piove quasi tutti i giorni" spiega Mumuza Muhindo. "La bambina dorme all'aperto, non ha coperte né un riparo. Questo può rendere più complicata la sua guarigione. Comunque tornerà tra qualche giorno, perché noi siamo qui tutti i giorni, e valuteremo nuovamente le sue condizioni".
"Siamo riusciti a portare solo un paio di cose. Siamo stati costretti ad abbandonare quasi tutti i nostri averi a Kibumba e tre mesi fa a Rumangabo. Qui mio marito non ha trovato lavoro e non abbiamo soldi. Da lunedì i miei figli non hanno mangiato quasi niente. Di notte piangono per la fame. È una situazione molto difficile soprattutto per i più piccoli. Se non ci fossero rischi a ritornare, me ne andrei da Kibati domani ma adesso non oso muovermi. Che succede se riprendono i combattimenti?".
Dopo il ritiro della norma ammazza-blog di Ricardo Levi, ecco in arrivo la nuova proposta di Roberto Cassinelli del PdL. Si tratta di una proposta di legge che si propone di "modificare l’articolo 1 della legge 7 marzo 2001, n. 62, in materia di definizioni e disciplina del prodotto editoriale".
In pratica, l'obiettivo è quello di definire con maggiore precisione quali prodotti editoriali online debbano ottemperare agli obblighi contenuti nell’articolo 2 della legge 8 febbraio 1948, n. 47 – quindi quella serie di norme e restrizioni che rispettano le testate cartacee tradizionali.
Senza entrare nel merito del progetto di Cassinelli – che sarà approfondito dal nostro consulente Studio Legale Associato Fioriglio-Croari – possiamo comunque sottolineare che nel documento vi sono spunti interessanti. Su tutti il fatto che la "proposta di legge vuole far sì che coloro i quali sfruttano la rete internet per esprimere le proprie idee, attraverso, per esempio, i blog, possano utilizzare liberamente le moderne tecnologie, sempre nel rispetto delle leggi, senza però essere soffocati da inutili, e talvolta inopportuni, vincoli burocratici".
"È, infatti, la nostra Carta Costituzionale a stabilire, all’articolo 21, che tutti hanno diritto di manifestare il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La rete internet sta divenendo il mezzo più sfruttato per esprimere e diffondere il proprio pensiero, ed è per questo che va sostenuta e resa sempre più fruibile a tutti i Cittadini", si legge nel documento introduttivo redatto da Cassinelli.
Amava la mia Valle, veniva tutti gli anni in villeggiatura a Torgnon. una persona schietta e sincera, con un sorriso aperto e trasparente. I suoi occhi erano luminosi, non torbidi o schermati. Anche se su molte cose la pensavo in modo opposto, ho sempre avuto grande stima per quest'uomo della vecchia scuola. Nei dibattiti è sempre stato educato, lasciando parlare, ascoltando e non interrompendo come fanno ormai quelli che vi partecipano. Ascoltare è l'unico modo per capire, conoscere e per dissentire nel caso non si fosse d'accordo. Un uomo dai grandi ideali... come vorrei che i politici imparassero da lui...
Riporto le parole di Fini, non facendone questione di destra o di sinistra, ma perche' mi sono piaciute.
Dilia
"Ho appreso con autentico dispiacere la notizia della scomparsa di Sandro Curzi, decano del giornalismo italiano, in ogni sua espressione, dalla radio, alla carta stampata, alla televisione. La passione, il rigore e l'intelligenza con la quale ha saputo interpretare, anche con posizioni non convenzionali, i processi e i cambiamenti della storia nazionale ne fanno un punto di riferimento per quanti considerano la professione giornalistica un servizio alla libertà di pensiero e alla democrazia". È il messaggio di cordoglio del presidente della Camera Gianfranco Fini per la morte di Sandro Curzi.
Ho ancora negli occhi l'immagine di noi, con il grembiulino scuro e il fiocchetto azzurro, tremanti, con le mani protese e incerte verso il maestro, consapevoli della punizione che di lì a qualche attimo si sarebbe abbattuta inesorabilmente su noi: una sonora bacchettata sulle mani, con una sbarra di metallo larga, flessibile. La forza del colpo era proporzionale al grado di punizione da infliggere, conseguente al livello di "indisciplina" che si era compiuto.
Così, il maestro unico e sovrano, educatore, giudice, esecutore di sentenze, gestiva la scolaresca negli anni '60.
Alcuni genitori, un po', ma solo un po', preoccupati di questa ferrea disciplina, osavano sussurrare << in effetti è un po' eccessivo...>>.
Ma nulla più. Perché, nella normalità, quando tornavi a casa, con una "nota" del maestro per la marachella e le mani ancora dolenti... prendevi altre botte da orbi; quindi lamentarsi per le bacchettate era fuori discussione: potevi solo sperare di aver preso "solo" le bacchettate sulle mani e non la nota; almeno evitavi il prosieguo delle punizioni a casa.
Funzionava così: i nostri genitori erano nati durante il tempo del fascismo e il sistema educativo loro impartito era una miscela esplosiva tra le rigidità del sistema pedagogico di fine ottocento e i giovani Balilla. Comunque, negli anni del cosiddetto boom economico, la linea educativa era rimasta la stessa e questa linea aveva un pregio fondamentale: insegnare il rispetto per gli altri, per la comunità: dove una persona deve "naturalmente" tendere a comportarsi rettamente e il ladro è un ladro; non è un "diversamente onesto"! Il farabutto è una persona da evitare, non è contemplato andarci in vacanza insieme. Era un sistema rigido ma molto chiaro. Se buttavi della carta di caramelle per la strada puoi star certo che nei cinque secondi successivi sentivi una voce che diceva -con durezza e fermezza: << a casa tua butti la carta per terra?>> oppure <<Raccogli e butta nel cestino, maleducato!>> oppure << credi di essere a casa tua e poter fare quello che ti pare?>>.
Poi vennero gli anni della contestazione, il famoso '68, e noi bambini non capivamo cosa succedeva. Ne avremmo in seguito avuto una idea negli anni intorno al '77 quando anche noi eravamo grandi abbastanza per partecipare alla contestazione; ma siamo rimasti sempre indietro rispetto agli altri. Ci siamo dovuti sorbire le mattane ideologiche del '68, dello yuppismo rampante, del consociativismo, del compromesso storico, del terrorismo, della partitocrazia; oggi ce li ritroviamo tutti quanti, un po' invecchiati, ma ancora lì, con il culo appiccicato alle poltrone che decidono sulle nostre vite, la maggior parte di costoro riciclati nella frontiera Berlusconiana post tangentopoli. Nel frattempo il paese è sempre più scivolato verso il basso, perdendo dignità e senso morale, senso delle cose, della vita, del rispetto e in totale assenza di un progetto politico.
Per noi quarantenni - ne sono convinto se ci vogliamo salvare- è giunto il momento di dire BASTA! E' giunto il momento di alzare la testa allungare le braccia e prendere per mano i trentenni e i ventenni -che sono anche nostri figli- e stringere con loro un patto generazionale armandoci del buon senso, di praticità, di etica del rispetto e prendere a calci in culo quelli che ci stanno fottendo il futuro. Perché vi dico che possiamo essere tutti un po' Obama! E non perdiamo tempo a cercarlo in giro... cerchiamolo in noi.
E ora, se non vi siete già annoiati abbastanza, vi dico cosa e come vorrei la scuola e cosa penso della meritocrazia, perché qualche progetto in testa c'è l'ho.
Forse qualcuno si immaginerà un bel ritorno al sistema educativo degli anni '60: mi spiace deluderlo. Ho un figlio di 17 anni e credo si ricordi a mala pena di aver preso un paio di sculacciate in tutta la sua vita: il resto è stato un laborioso lavoro di rispetto reciproco, credibilità, ragionamento sulle cose giuste da fare nella vita e su come coltivare il buon senso per sapere quali azioni sono giuste e quali non lo sono. Questo non significa che il mio modello sia quello giusto; ho cercato, con sua madre, di spezzare le catene che mi legavano a quel metodo educativo: non i valori che voleva diffondere.
Allora vorrei una scuola nella quale il rispetto fosse un elemento fondamentale; senza rispetto non si va da nessuna parte. E a un genitore che aggredisce un insegnante perché ha rimproverato il figlio si risponde con estrema durezza; anche con la minaccia di togliere la patria potestà.
E con altrettanta durezza risponde l'istituzione se il docente viene meno ai suoi doveri di educatore.
Ho sempre trovato ridicola la diatriba tra la cultura e preparazione tecnica. La cultura è la palestra per mezzo della quale si devono aprire le menti dei ragazzi, fare in modo che essi scoprano le proprie potenzialità, capacità, predisposizioni, inclinazioni. La cultura non è di questo o quell'altro: è l'astronave con la quale volare ai confini del conosciuto per poi procedere verso ciò che non conosce e contribuire a spostare i limiti un po' più in là, ogni volta. Serve a conoscere chi siamo, da dove veniamo e perché siamo così; almeno in parte.
La tecnica ci dà la manualità e le conoscenze per un lavoro, o più lavori che ci rendono utili e partecipi al sistema della collettività, della società in cui viviamo. Resta inesorabile un presupposto fondamentale: un cretino laureato è, e rimane, un cretino... ma con la laurea.
Fare in modo che i ragazzi scoprano ed esplorino le loro naturali predisposizioni ci eviterà di avere quegli ammassamenti assurdi in alcune facoltà e la desertificazione di altre: se spostiamo l'attenzione dal denaro al talento, alla predisposizione, la scelta del percorso di studio sarà dettata dall'indole individuale, non dalla prospettiva di guadagni.
Certo, perché ciò avvenga occorre un sistema politico che non è quello attuale: un sistema che operi per creare opportunità di lavoro e non posti di lavoro (per la differenza rimando ad altro post); motivo in più per guardare con sospetto a queste riforme da parte di una classe politica che non ha progetti sul futuro, ma solo emergenze finanziarie di cui essa stessa è la causa principale.
Cambiando impostazione, si realizza in automatico un processo di meritocrazia già all'origine: se le persone lavorano e fanno mestieri che sono loro congeniali e quindi svolgono con passione, il risultato sarà già "meritocraticamente" alto.
Certo, è necessario avere dei parametri di valutazione e dei riconoscimenti, anche per premiare le eccellenze.
Ma attenzione: questa ossessione e questo parlare di merito, nel modo in cui lo si fà ora, porterà solamente ad uno stress meritocratico; l'ideologia della meritocrazia non è meno pericolosa di quella del 6 o 18 politico che dir si voglia.
Non siamo tutti uguali e non abbiamo tutti eguali capacità. Ma esasperare certi concetti vuol dire ledere la dignità delle persone ed il risultato sarà ancor più disastroso.
Ogni individuo ha bisogno di veder riconosciuto il proprio ruolo. La competizione deve essere con se stessi, nel fare meglio il proprio lavoro. La competizione tra gli individui è un concetto superato -per me-; conduce solo all'aggressività e all'ansia di essere primi. Frustrazione e invidia per chi non ci riesce. Ossessione, boria e avidità per i vincitori.
La meritocrazia, per me, vale se si riferisce al livello di responsabilità che un individuo assume svolgendo il proprio lavoro. Per intenderci un chirurgo e una donna delle pulizie hanno responsabilità diverse. Ma non mi interessa creare competizione sfrenata tra due chirurghi. Mi interessa che mantengano uno standard di qualità elevato: entrambi; visto che giocano con la pelle della gente. E così pretendo facciano gli addetti delle pulizie che devono provvedere affinché gli ambienti siano puliti e decorosi.
Il discorso dei "fannulloni" è poi ancora altra cosa. Non ha niente a che vedere con la meritocrazia.
Mi fermo... credo di avervi tediato abbastanza.