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Io sto con Saviano
 QUALCUNO MI SA DIRE COME MAI CON IEPLORER SI VEDE BENE E CON FIREFOX SI VEDE TUTTO BIANCO IL TESTO??? EPPURE I CLASS SONO GIUSTI....
giovedì, 28 maggio 2009

Come ogni anno Amnesty International ha reso noto il rapporto sulla situazione dei diritti umani nei vari Paesi del mondo. E, come negli anni passati, una parte del rapporto è dedicata all'Italia. Può essere interessante verificare qual'è la situazione dei diritti umani nel nostro Paese secondo Amnesty, un'organizzazione internazionale riconosciuta da molti come un'organizzazione veramente indipendente e affidabile.

I capitoli e i paragrafi in cui è suddivisa la parte del rapporto dedicata all'Italia sono i seguenti:

Diritti e incolumità di migranti e richiedenti asilo
Legislazione sull'asilo
Detenzione di migranti e richiedenti asilo all'arrivo: rischi ricorrenti per i diritti umani e il caso Lampedusa
Violazione dei diritti umani nel Mar Mediterraneo: ritardo nei soccorsi e rinvio forzato in Libia
Il preoccupante percorso delle norme sull'immigrazione del 'pacchetto sicurezza'

Diritti umani dei rom sotto attacco
Razzismo e aggressioni
Legislazione d'emergenza e sgomberi forzati

Tortura e maltrattamenti della polizia per l'uso della forza e delle armi
Processi per il G8 di Genova 2001
Procedimenti giudiziari aperti sulle responsabilità di agenti di polizia

Politiche antiterrorismo: responsabilità per le rendition ed espulsioni

Leggere solo i titoli dei capitoli e dei paragrafi del rapporto riguardante l'Italia è già molto indicativo dei rilievi che Amnesty rivolge circa la tutela dei diritti umani nel nostro Paese
.
Le problematiche relative al primo e al quarto capitolo che sono connesse alla situazione dei migranti e alle politiche antiterrorismo sono abbastanza note e per brevità non riporto le considerazioni formulate nel rapporto a tale proposito (chi intendesse approfondire può sempre visitare il sito web www.amnesty.it anche per leggere l'intero rapporto che si occupa di quanto avviene in tutto il mondo).

Mi limito a riportare integralmente il secondo e il terzo capitolo perchè esaminano questioni meno conosciute.


"Diritti umani dei rom sotto attacco
 

Razzismo e aggressioni

I rom sono stati vittime di attacchi di stampo razzista, comprese aggressioni fisiche e verbali. Nel maggio 2008, il Comitato delle Nazioni Unite per l'eliminazione della discriminazione razziale (Cerd), rendendo noto il proprio rapporto periodico, ha condannato la retorica razzista anti-immigrati e anti-rom diffusa tra politici e mezzi di informazione e ha chiesto all'Italia un'azione risoluta per contrastare ogni tendenza a descrivere, stigmatizzare e colpire con stereotipi le persone in base alla loro origine etnica e a divulgare propaganda razzista a fini politici. Il Cerd ha anche sottolineato che i rom vivono in Italia in una condizione di 'segregazione di fatto' nei campi. Ad aprile 2009, il Commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa ha pubblicato il rapporto conseguente alla visita effettuata in Italia all'inizio dell'anno, riferendo le denunce raccolte presso le comunità visitate, circa il persistente clima di intolleranza verso rom e sinti e la mancanza, da parte delle istituzioni, di un dialogo con queste comunità. Dopo gli attacchi incendiari di Ponticelli nel maggio 2008, l'Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani dell'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) ha dichiarato: 'L'attuale stigmatizzazione dei rom e dei migranti in Italia è pericolosa, in quanto contribuisce ad alimentare tensioni e accresce le potenzialità di violenza'.

Legislazione d'emergenza e sgomberi forzati

A maggio 2008, il governo ha dichiarato lo 'stato di emergenza', relativamente alle popolazioni 'nomadi' in Campania, Lombardia e Lazio. Ai prefetti delle tre regioni sono stati attribuiti poteri speciali per effettuare il censimento delle persone che risiedevano nei campi, raccogliere le impronte digitali e condurre sgomberi forzati, in deroga a ogni legge vigente. Secondo il ministero dell'Interno stati censiti 167 campi, di cui 124 'abusivi' e 12.346 persone, di cui 5.436 minori.
Gli sgomberi forzati dei rom in Italia sono una realtà da diversi anni, ma recentemente sembrano aumentati, in particolare dal 2007 (anno della firma dei primi 'patti per la sicurezza' in alcune città). Amnesty International ha chiesto alle autorità che gli sgomberi forzati siano utilizzati come misura eccezionale, dopo aver esplorato le possibili alternative e nel rispetto degli standard internazionali sui diritti umani, che richiedono: la consultazione con i residenti delle aree interessate; un adeguato preavviso; la garanzia della possibilità per le persone colpite di ricorrere contro l'ordine di sgombero presso un tribunale e di fruire di assistenza legale; la garanzia di un alloggio alternativo e la compensazione delle proprietà eventualmente andate perse; il rispetto di tutti gli altri diritti umani, tra cui quello di non subire maltrattamenti. Gli sgomberi forzati condotti senza tali garanzie sono una violazione dei diritti umani, in particolare del diritto a un alloggio adeguato.

Tortura e maltrattamenti: responsabilità della polizia per l'uso della forza e delle armi
 

A distanza di 20 anni dalla ratifica della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura (Cat) l'Italia resta priva di uno specifico reato di tortura nel codice penale. Di conseguenza, gli atti di tortura e maltrattamenti commessi dai pubblici ufficiali nell'esercizio delle proprie funzioni vengono perseguiti attraverso figure di reato ordinarie (lesioni, abuso d'ufficio, falso etc.) e puniti con pene non adeguatamente severe e soggetti a prescrizione. L'Italia non ha ratificato il Protocollo opzionale alla Cat, che imporrebbe l'adozione di meccanismi di prevenzione della tortura e dei maltrattamenti, tra cui un'istituzione indipendente di monitoraggio sui luoghi di detenzione e non si è dotata di un organismo per il monitoraggio sui diritti umani, né di regole per l'identificazione degli agenti di polizia durante le operazioni di ordine pubblico.

Processi per il G8 di Genova 2001

A luglio 2008, il tribunale di Genova ha condannato in primo grado 15 persone, tra cui agenti di polizia penitenziaria e medici, per le violenze contro i manifestanti detenuti nella caserma di Bolzaneto a luglio 2001. Nelle motivazioni, il tribunale chiarisce che le 'condotte inumane e degradanti' compiute a Bolzaneto 'avrebbero potuto senza dubbio ricomprendersi nella nozione di 'tortura' adottata nelle convenzioni internazionali', ma devono essere fatte rientrare, ai fini della condanna, in reati minori quali l'abuso d'ufficio, a causa della mancanza del reato specifico nel codice penale. A novembre 2008, lo stesso tribunale ha condannato in primo grado 13 agenti di polizia per le violenze commesse contro i manifestanti alloggiati presso la scuola Armando Diaz, per calunnia e per fabbricazione di prove false. È improbabile che i funzionari e gli agenti imputati sconteranno le condanne, a causa dell'intervento della prescrizione. In questi anni la ricerca della verità non è stata agevolata dalle istituzioni coinvolte, né nell'ambito dei processi, né attraverso l'istituzione di strumenti di monitoraggio, quali una commissione indipendente o di una commissione parlamentare d'inchiesta.

Procedimenti giudiziari aperti sulle responsabilità di agenti di polizia

È proseguito il processo per la morte di Federico Aldrovandi, morto a Ferrara nel settembre 2005 dopo essere stato fermato da quattro agenti di polizia, rinviati a giudizio per omicidio colposo. Nel corso del dibattimento sono emerse prove, presentate dal perito della famiglia che ha deposto in giudizio a gennaio 2009, relative alla morte per arresto cardiaco a seguito dei mezzi di contenimento utilizzati dalla polizia. Più di recente, i media hanno riferito dell'avvio di una seconda indagine per favoreggiamento a carico di agenti di polizia che hanno deposto nel processo. A marzo 2009 è iniziato, ad Arezzo, il processo per la morte di Gabriele Sandri, ucciso nel novembre 2007 da un colpo di pistola esploso da un agente della polizia stradale, che è ora accusato di omicidio volontario. A maggio 2009, la procura ha chiesto il rinvio a giudizio di alcuni agenti della polizia municipale di Parma per il pestaggio di Emmanuel Bonsu, cittadino ghanese, avvenuto a settembre 2008. Bonsu ha denunciato insulti razzisti e riportato danni a un occhio".


Per quanto concerne le responsabilità degli agenti di polizia relativamente a fatti specifici, vorrei precisare che da parte mia non c'è affatto nessun atteggiamente pregiudizialmente contrario nei loro confronti (del resto il post precedente dedicato agli uomini e alle donne delle scorte credo che lo di mostri). Ritengo però che se vi sono delle responsabilità esse debbano essere accertate e colpite, senza nessun favoritismo.

Concludo rilevando che l'attuale governo non ne esce bene dall'esame che Amnesty International ha promosso per quanto concerne la situazione dei diritti umani in Italia, perchè in alcuni casi sono oggetto di critiche provvedimenti e comportamenti che fanno capo al governo stesso.
Sarebbe opportuno che il governo prendesse in considerazione le valutazioni di Amnesty e che anche gli italiani lo facessero.
Chiedo troppo?

P.S.: avete notato che nel rapporto di Amnesty si parla di razzismo? pensate che sia eccessivo utilizzare quel termine (io no...)?

 


postato da: paoloborrello alle ore maggio 28, 2009 09:58 | Permalink | commenti
categoria:politica
martedì, 26 maggio 2009

Intendo dedicare questo post a Cinzia, mia moglie, che, come ho scritto nel post precedente, è morta sabato passato, alle ore 17 circa. Voglio farvi conoscere un poco chi era Cinzia perchè i lettori del mio blog non sanno niente di lei, sanno solo che era mia moglie. Troppo, troppo poco. Perchè, ovviamente, Cinzia non è vissuta di vita riflessa, aveva un'identità forte, pienamente indipendente dal sottoscritto, il quale, dal rapporto con lei, è stato influenzato positivamente più di quanto lei lo sia stata dal rapporto con me. Quindi mi sembra più che doveroso che conosciate qualcosa di lei, perchè ciò lei se lo è meritato ampiamente, indipendemente dall'esito che il destino, "cinico e baro" (in questo caso questa definizione è più che appropriata) ha imposto alla sua esistenza.

Cinzia era nata a Roma il 10 dicembre 1958 ed è morta a Orvieto il 16 maggio 2009. La sua morte, per fortuna, è avvenuta serenamente e senza sofferenze. La mattina di sabato passato mi ero accorto che Cinzia tendeva ad assopirsi continuamente e notai che aveva un po' di febbre. Mi fu consigliato di portarla al pronto soccorso dell'ospedale di Orvieto per poterla sottoporre rapidamente al alcuni esami clinici per individuare i motivi alla base del suo stato. I primi esami risultarono
 nella norma e fu deciso di ricoverarla nel reparto di medicina per ulteriori accertamenti. Nel frattempo le venne somministrata in vena una "flebo" di sodio, perchè appunto era stato riscontrato un livello di sodio un poco basso. Dopo circa quindici minuti, io che stavo accanto a lei e che le tenevo la mano, anche per garantire il flusso continuo del sodio, mi sono accorto, prima che non muoveva più il braccio e poi che non respirava più. Ho chiamato subito un infermiere che a sua volta ha chiamato un medico che ha accertato la morte di Cinzia avvenuta per un arresto cardiaco connesso all'indebolimento fisico generale derivante dalla sua malattia molto aggressiva (un tumore al seno con metastasi ossee).
Quindi la morte di Cinzia, sebbene imprevista e avvenuta improvvisamente (tra l'altro è arrivata al pronto soccorso alle 15,30 ed è morta alle 17), è avvenuta senza sofferenze e senza che lei se ne accorgesse (di fatto è passata da una situazione di assopimento ad una, per breve tempo, di incoscienza, e poi alla morte). Il suo tumore quindi che le ha provocato dal luglio del 2008 grosse sofferenze fisiche e psicologiche (qualcuno saprà che è stata sottoposta anche ad un intervento d'urgenza all'intestino dal quale si salvò nell'ottobre dell'anno passato in modo inspiegabile) al termine della sua vita le ha risparmiato ulteriori sofferenze che, molto probabilmente, se fosse sopravvissuta, anche per alcuni anni, come poteva, non le sarebbero certo mancate.

Ritorniamo all'inizio, anche perchè forse mi sono prolungato un po' troppo su alcuni dettagli della sua morte ma mi è venuto spontaneo farlo, non so neanche io il perchè.

Chi era Cinzia quindi?
Era una donna che, fin dall'infanzia, molto prima del tumore aveva sofferto molto.
Prima le vessazioni, psicologiche e non solo, del padre che la indussero ad andare via da casa il prima possibile e sposando in modo affrettato il primo marito. Rimase sposata per circa 15 anni anche perchè nel frattempo fu colpita dal morbo di Crohn in seguito al quale fu sottoposta ad un delicato intervento chirurgico, 16 anni or sono, che però le consentì una vita normale, dal punto di vista della salute, prima che si manifestasse il tumore. Nel 1994 nacque Elisa con la quale stabilì un rapporto molto intenso, più che contraccambiato. Nel 2000 si separò dal marito e si trovò ad affrontare difficoltà, prevalentemente economiche, non indifferenti (mi raccontava spesso che per alcuni inverni nella sua casa quasi di campagna costruita con mille sforzi lei e Elisa dormivano abbracciate anche perchè non era in grado di riscaldare sufficientemente la sua abitazione) e accettò per un periodo breve anche di fare la cameriera in un albergo sottoposta al "mobbing" di alcune sue "colleghe".

Non riuscì mai a trovare un lavoro stabile anche perchè seguì il marito a Mantova abbandonando Roma e poi costruì la sua casa, tanto voluta, a Castel dell'Aquila, in Umbria, tra Montecastrilli e Amelia, nel paese di origine della madre, dove le opportunità di lavoro erano pochissime.
Cinzia aveva peraltro delle capacità non indifferenti. A Roma frequentò il Liceo artistico e poi si iscrisse alla facoltà di Architettura non completando gli studi perchè decise di sposarsi. A Roma fece l'illustratrice dei testi di un'enciclopedia, collaborò con alcuni studi di architetti, anche a Mantova. Quando si trasferì in Umbria ricominciò da capo e diventò una brava "web designer" ma ormai alla sua età non fu in grado di trovare un lavoro stabile in questo campo che la appassionava molto (realizzò anche alcuni siti web - completamente - il più bello dei quali a mio giudizio quello dell'oasi di Alviano). Inoltre ha dipinto alcuni quadri, solo per passione, secondo me molto belli. E arredò completamente la sua casa con mobili antichi e decise di ristrutturarla rispettando le caratteristiche originarie dell'immobile che acquistò.

Da giovane, da quando aveva 15 anni, svolse una certa attività politica, fino a quando frequentò la facoltà di Architettura di Roma, intrattenendo rapporti, anche se sporadici con il cosiddetto collettivo "autonomo" di via dei Volsci, partecipando a molte manifestazioni (mi raccontava che soprattutto nel periodo in qui frequentava il Liceo Artistico ogni sabato partecipava ad una manifestazione). Successivamente pur non impegnandosi più attivamente in politica mantenne una solida coscienza politica, di sinistra e laica.

E veniamo a me. Ci conoscemmo grazie ad internet nel 2001, e il nostro primo incontro risale al 2 marzo del 2002 (conservo ancora il biglietto ferroviario del treno che mi condusse all'incontro) nel corso del quale, me lo ha detto da poco, lei provò nei miei confronti una sensazione che non aveva mai provato prima e che la indusse a ritenere che aveva trovato il partner con cui invecchiarsi insieme, mi diceva spesso, cosa che purtroppo non è potuta avvenire. Avemmo anche noi i nostri piccoli-grandi screzi, ma decidemmo di sposarci nel luglio del 2005 (io ero al primo matrimonio). Nell'aprile sempre del 2005 un'ulteriore grande sofferenza: il suicidio del fratello più giovane di lei. Dopo il matrimonio si trasferì ad Orvieto, dove io risiedevo, ovviamente con Elisa, e formammo una vera e propria famiglia. Il nostro rapporto fu sempre piuttosto buono e si è consolidato ulteriormente nel periodo della sua malattia.

Cinzia aveva un carattere forte, anche se nelle relazioni interpersonali, extrafamiliari, aveva dei problemi perchè "era troppo buona", anche se con noi, io e Elisa, talvolta era piuttosto rigida ed esigente, ma dietro ad un'immagine un po' "burbera" si nascondeva una dolcezza sconfinata. Il rapporto con lei mi ha cambiato molto, in positivo, e di questo le sarò sempre riconoscente finchè vivrò.

Giovedì 21 maggio il corpo di Cinzia sarà cremato (fra l'altro circa tre mesi or sono decise che non si dovessero svolgere funerali religiosi in caso di morte) ma io ed Elisa non la dimenticheremo mai.

Cinzia, ti ringrazio per tutto quello che hai fatto per noi e ti confermo che non abbandonerò mai Elisa (non ti è riuscito di conseguire il tuo obiettivo di vivere almeno fino alla sua maggiore età), anche perchè abbiamo bisogno l'uno dell'altra e perchè in lei io vedrò sempre una parte di te, molto ma molto importante.

 


postato da: paoloborrello alle ore maggio 26, 2009 07:46 | Permalink | commenti
categoria:societĂ 
lunedì, 25 maggio 2009

Questo post potrebbe essero oggetto di critiche (potrei essere accusato ad esempio di demagogia...) perchè è dedicato ai poliziotti che furono uccisi nella stragi di Capaci e di via D'Amelio, dove morirono anche Giovanni Falcone e la moglie,Francesca Morvillo, e Paolo Borsellino.
Io ho deciso di scrivere questo post perchè indubbaimente gli altri morti, appunto gli uomini e le donne delle scorte, sono stati dimenticati e nemmeno quando si verificarono le stragi furono oggetto della necessaria attenzione. L'eccezione fu rappresentata da Vito Schifani semplicemente perchè la vedova, Rosaria, nel corso dei funerali pronunciò un breve discorso che commosse molti e che destò la notevole attenzione dei mass media. E' del tutto evidente che in queste stragi ci si ricordi soprattutto di Giovanni Falcone (che sia morta la morte Grancesca Morvillo non credo che se lo ricordino tutti) e di Paolo Borsellino perchè oggettivamente quelle stragi furono concepite e realizzate per uccidere i due magistrati. Però non bisogna dimenticare gli altri morti. E' vero che siamo pienamente all'interno della cosiddetta società dello spettacolo e anche quando furono compiute quelle stragi lo eravano di meno, ma lo eravamo senza dubbio. Però non credo che sia giusto dimenticare gli altri morti. Tale mia convinzione si è rafforzata quando utilizzando internet ho cercato notizie sui poliziotti morti in quelle occasioni. Ne ho trovate poche, in alcuni casi pochissime. Ciò mi ha convinto ancora di più della necessità, quanto meno, di citare i nomi e i cognomi degli altri morti e di riportare le poche notizie individuate.

Nella strage di Capaci gli uomini della scorta uccisi furono:
Antonio Montinaro
Rocco Di  Cillo
Vito Schifani


Nella strage di via D'Amelio morirono anche:
Agostino Catalano
Enmanuela Loi
Vincenzo Li Muli
Walter Eddie Cosina
Claudio Traina

Le informazioni che riporterò sono tratte o da Wikipedia o dal sito www.cadutidipolizia.it.

Antonio Montinaro

Antonio Montinaro (Calimera, 1962 – Capaci, 23 maggio 1992) è stato un poliziotto italiano.
Assistente della Polizia di Stato, era il capo della scorta di Giovanni Falcone, ucciso nella strage di Capaci.
Montinaro viaggiava nella prima delle tre Fiat Croma che riaccompagnavano il magistrato, appena atterrato a Punta Raisi da Roma, a Palermo. L'auto era guidata da Vito Schifani, sul sedile posteriore stava l'agente Rocco Di Cillo (Falcone guidava la Croma bianca che li seguiva, e su cui viaggiava anche la moglie Francesca Morvillo). Nell'esplosione, avvenuta sull'autostrada A29 all'altezza dello svincolo per Capaci, i tre agenti morirono immediatamente, poiché la loro auto fu quella investita con più violenza dalla deflagrazione, tanto da essere sbalzata dal manto stradale in un giardino di olivi a più di dieci metri di distanza.
Montinaro, di origine calimerese aveva 30 anni e ha lasciato la moglie e due figli.
In sua memoria il Comune di Calimera ha intitolato una piazza ed eretto un piccolo monumento costituito da un masso estratto dal luogo dell'attentato e da un albero di mandarino di Sicilia.
Riguardo la sua rischiosa mansione di scorta al giudice Falcone commentò:
«Chiunque fa questa attività, ha la capacità di scegliere tra la paura e la vigliaccheria.
La paura è qualche cosa che tutti abbiamo: chi ha paura sogna, chi ha paura ama, chi ha paura piange.
È la vigliaccheria che non si capisce e non deve rientrare nell'ottica umana.»
Avrebbe detto scherzando a Michele Naccari, un fotografo di cronaca nera:
« Dai che prima o poi mi faranno saltare in aria ed allora farai davvero uno scoop.»
 
Rocco Di Cillo

Rocco Di Cillo (Triggiano, 13 aprile 1962 – Capaci, 23 maggio 1992) è stato un agente scelto di Polizia italiano.
Agente della scorta di Giovanni Falcone, ucciso nella strage di Capaci.
Di Cillo viaggiava sul sedile posteriore della prima delle tre Fiat Croma che riaccompagnavano il magistrato, appena atterrato a Punta Raisi da Roma, a Palermo. L'auto era guidata da Vito Schifani, al cui fianco sedeva Antonio Montinaro (Falcone guidava la Croma bianca che li seguiva, e su cui viaggiava anche la moglie Francesca Morvillo). Nell'esplosione, avvenuta sull'autostrada A29 all'altezza dello svincolo per Capaci, i tre agenti morirono immediatamente, dato che la loro Croma marrone fu quella investita con più violenza dalla defragrazione, tanto da essere sbalzata dal manto stradale in un giardino di olivi a più di dieci metri di distanza.
Era originario di Triggiano, un piccolo paese nella provincia di Bari.
 
Vito Schifani

Vito Schifani (Ostuni, 1965 – Capaci, 23 maggio 1992) è stato un agente di Polizia italiano.
Agente della scorta di Giovanni Falcone, venne ucciso nella strage di Capaci.
Era al volante della prima delle tre Fiat Croma che riaccompagnavano il magistrato, appena atterrato a Punta Raisi da Roma, a Palermo. Al suo fianco stava l'agente scelto Antonio Montinaro, sul sedile posteriore l'agente Rocco Di Cillo; Falcone guidava la Croma bianca che li seguiva, sulla quale viaggiava anche la moglie Francesca Morvillo). Nell'esplosione, avvenuta sull'autostrada A29 all'altezza dello svincolo per Capaci, i tre agenti morirono sul colpo, dato che la loro Croma marrone fu quella investita con più violenza dalla defragrazione, tanto da essere sbalzata dal manto stradale in un giardino di olivi a più di dieci metri di distanza.
Schifani aveva 27 anni e lasciò la moglie Rosaria Costa, 22 anni e un figlio di appena 4 mesi. Quando, nella camera ardente allestita a Palazzo di Giustizia a Palermo, il presidente del senato Spadolini si avvicinò alla vedova, lei gli disse:
«Presidente, io voglio sentire una sola parola: lo vendicheremo. Se non puoi dirmela, presidente, non voglio sentire nulla, neanche una parola.»
Le parole che poi Rosaria pronunciò ai funerali del marito, di Falcone, della Morvillo e del resto della scorta fecero presto il giro dei notiziari per la disperazione ma anche lucidità che ne traspariva:
«A nome di tutti coloro che hanno dato la vita per lo Stato, chiedo innanzitutto che venga fatta giustizia, adesso.
Rivolgendomi agli uomini della Mafia, perché ci sono qua dentro (e non)... ma certamente non cristiani... sappiate che anche per voi c'è possibilità di perdono: io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, se avete il coraggio di cambiare...
... ma non cambiano! »
Nel settembre 2007 lo Stadio delle Palme di Palermo è stato a lui intitolato, in quanto, oltre ad essere un agente, Schifani era un promettente atleta, specialista nei 400 metri.
 
Antonio Catalano

L’assistente capo Agostino Catalano, lasciò due figli. Appena poche settimane prima aveva salvato un bambino che stava per annegare in mare, dinanzi alla spiaggia di Mondello.

Emanuela Loi

Emanuela Loi (Sestu, 9 ottobre 1967 – Palermo, 19 luglio 1992) è stata una agente di Polizia italiana.
Agente della scorta del magistrato Paolo Borsellino, cadde nell'adempimento del proprio dovere il 19 luglio 1992, vittima della Strage di via d'Amelio, a Palermo; con lei persero la vita, oltre a Paolo Borsellino, i colleghi Walter Eddie Cosina, Agostino Catalano, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli.
Entrata nella Polizia di Stato nel 1988 per seguire l'aspirazione della sorella Claudia, che però non venne ammessa, venne trasferita a Palermo 2 anni dopo. Avrebbe dovuto sposarsi pochi giorni dopo il fatale attentato.
Ad Emanuela Loi sono intitolate numerose strade e piazze ed alcuni edifici pubblici, tra cui una via e un istituto tecnico commerciale, entrambi a Nettuno, una scuola elementare a Bagheria e una a Roma, una via e un asilo a Sestu. Il distretto sardo della F.I.D.A.P.A.(Federazione Italiana Donne Arte Professione Affari) le dedica da anni un premio, Agrigento un torneo di calcio a 7.

Vincenzo Li Muli

L’Agente Li Muli lasciò i genitori ed i fratelli.
 
Walter Eddie Cosina

L’agente scelto Walter Eddie Cosina era giunto volontariamente a Palermo alcune settimane prima, subito dopo la strage di Capaci, proveniente dalla Questura di Trieste.

Claudio Traina

L’agente Claudio Traina era sposato e padre di un bimbo in tenera età.

Se qualcuno di coloro che vorranno commentare il post sono in grado fornire ulteriori informazioni su gli "altri morti" è invitato a riportarle nello spazio edicato ai commenti.

 

postato da: paoloborrello alle ore maggio 25, 2009 08:14 | Permalink | commenti
categoria:politica
martedì, 19 maggio 2009

Come sanno bene coloro che leggono i post del mio blog, il mio blog non tratta quasi mai questioni personali.
Stasera non posso che fare un'eccezione.
Oggi pomeriggio, alle 17 circa, è morta Cinzia, mia moglie, improvvisamente, anche se da un anno era malata di un tumore al seno con metastasi ossee, molto aggressivo che l'ha condotta alla morte.
Sono distrutto dal dolore ma ho voluto darvi questa triste notizia perchè molti amici blogger mi sono stati vicini da quando ho scritto nel mio blog della malattia di Cinzia e ho ritenuto opportuno renderli partecipi di quanto purtroppo avvenuto.
Continuerò a scrivere post nel mio blog anche perchè così avrebbe voluto Cinzia, Cinzia che fu l'artefice della struttura grafica del blog.
Dedicherò un post, forse il prossimo, a Cinzia, alle sue tristi vicende, anche precedenti alla morte.
Grazie anticipatamente per la vicinanza nei miei confronti e di Elisa, la figlia di Cinzia, che, ne sono certo, manifesterete.
Grazie di nuovo.
A presto.

 

postato da: paoloborrello alle ore maggio 19, 2009 13:47 | Permalink | commenti
categoria:societĂ , societĂ  e costume
sabato, 16 maggio 2009

(ricevo e volentieri pubblico)

Per vostra informazione:

L’attacco finale alla democrazia è iniziato!
Berlusconi e i suoi sferrano il colpo definitivo alla libertà
della rete internet per metterla sotto controllo.


Ieri nel voto finale al Senato che ha approvato il cosiddetto pacchetto sicurezza (disegno di legge 733), tra gli altri provvedimenti scellerati come l’obbligo di denuncia per i medici dei pazienti che sono immigrati clandestini e la schedatura dei senta tetto, con un emendamento del senatore Gianpiero D’ Alia (UDC), è stato introdotto l‘articolo 50-bis, “Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet“.
Il testo la prossima settimana approderà alla Camera. E nel testo approdato alla Camera l’articolo è diventato il nr. 60. Anche se il senatore Gianpiero D’Alia (UDC) non fa parte della maggioranza al
Governo, questo la dice lunga sulla trasversalità del disegno liberticida della “Casta” che non vuole scollarsi dal potere.
In pratica se un qualunque cittadino che magari scrive un blog dovesse invitare a disobbedire a una legge che ritiene ingiusta, i provider dovranno bloccarlo. Questo provvedimento può obbligare i
provider a oscurare un sito ovunque si trovi, anche se all’estero.
Il Ministro dell’interno, in seguito a comunicazione dell’autorità giudiziaria, può disporre con proprio decreto l’interruzione della attività del blogger, ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine.
L’attività di filtraggio imposta dovrebbe avvenire entro il termine di 24 ore.
La violazione di tale obbligo comporta una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 50.000 a euro 250.000 per i provider e il carcere per i blogger da 1 a 5 anni per l’istigazione a delinquere e per l’apologia di reato, da 6 mesi a 5 anni per l’istigazione alla disobbedienza delle leggi di ordine pubblico o all’odio fra le classi sociali.
Immaginate come potrebbero essere ripuliti i motori di ricerca da tutti i link scomodi per la Casta con questa legge?
Si stanno dotando delle armi per bloccare in Italia Facebook, Youtube, il blog di Beppe Grillo e tutta l’informazione libera che viaggia in rete e che nel nostro Paese è ormai l’unica fonte informativa non censurata.
Vi ricordo che il nostro è l’unico Paese al mondo, dove una media company, Mediaset, ha chiesto 500 milioni di risarcimento a YouTube. Vi rendete conto?
Quindi il Governo interviene per l’ennesima volta, in una materia che vede un’impresa del presidente del Consiglio in conflitto giudiziario e d’interessi.
Dopo la proposta di legge Cassinelli e l’istituzione di una commissione contro la pirateria digitale e multimediale che tra poco meno di 60 giorni dovrà presentare al Parlamento un testo di legge su questa materia, questo emendamento al “pacchetto sicurezza” di fatto rende esplicito il progetto del Governo di “normalizzare” il fenomeno che intorno ad internet sta facendo crescere un sistema di relazioni e informazioni sempre più capillari che non si riesce a dominare.
Obama ha vinto le elezioni grazie ad internet? Chi non può farlo pensa bene di censurarlo e di far diventare l’Italia come la Cina e la Birmania.
Oggi gli unici media che hanno fatto rimbalzare questa notizia sono stati Beppe Grillo dalle colonne
del suo blog e la rivista specializzata Punto Informatico(da verificare se su manifesto e liberazione e manifesto ci sia la notizia).
Fate girare questa notizia il più possibile. E’ ora di svegliare le coscienze addormentate degli italiani.

E’ in gioco davvero la democrazia!!!

INVIATE A TUTTE LE VOSTRE CONOSCENZE, FACEBOOK, MSN MYSPACE E AD OGNI FORMA DI CONTATTO CHE AVETE NEL PC...PERCHE' TRA POCO NON POTREMMO PIù FARE TUTTO QUESTO...

postato da: citoplasma alle ore maggio 16, 2009 22:41 | Permalink | commenti
categoria:
venerdì, 15 maggio 2009

A pochi giorni dalla giornata della memoria dedicata alle vittime del terrorismo e delle stragi, mi sembra opportuno ricordare anche Giorgiana Masi, uccisa il 12 maggio di 32 anni or sono. Giorgiana non può essere considerata una vittima del terrorismo o delle stragi? Sicuramente è stata una vittima innocente di un clima politico che si creò anche in seguito al terrosimo e alle stragi.
Brevemente i fatti.
Il 12 maggio 1977, nell'anniversario della vittoria referendaria sul divorzio, i radicali  decisero di tenere un sit-in in piazza Navona., nonostante l'assoluto divieto di  ma nifestare in vigore a Roma dopo la morte, il 21 aprile,  dell'agente Passamonti nel corso di scontri di piazza. Il movimento e i gruppi della nuova sinistra aderiscono all'iniziativa, per protestare contro il restringimento degli spazi di agibilità politica e il pesante clima repressivo determinati dal cosiddetto governo delle astensioni, un monocolore democristiano guidato da Andreotti.
Per far rispettare il divieto, a qualsiasi costo, il Ministro dell'Interno Francesco Cossiga schierò migliaia di poliziotti e carabinieri in assetto di guerra, affiancati da agenti in borghese delle squadre speciali, in alcuni casi travestiti da "autonomi".
Pochi minuti prima delle 20, durante una carica delle forze di polizia, due ragazze sono raggiunte da proiettili sparati da Ponte Garibaldi, dove erano attestati poliziotti e carabinieri.
Elena Ascione rimase ferita ad una gamba. Giorgiana Masi, 19 anni, studentessa del Liceo Pasteur, venne centrata alla schiena. Morì durante il trasporto all'ospedale.
Le chiare responsabilità emerse a carico di polizia, questore, Ministro dell'Interno, porteranno il governo ad intessere una fitta trama di omertà e menzogna.
Cossiga, allora Ministro dell'Interno, fu costretto dall'evidenza ad ammettere la presenza di squadre speciali - tra gli uomini in borghese furono riconosciuti il commissario Gianni Carnevale e l'agente della squadra mobile Giovanni Santone - ma continuerà a negare che la polizia abbia sparato, pur se smentito da veri testimoni e dalle inequivocabili immagini di foto e filmati.
L'inchiesta per omicidio si concluse nel 1981 con una sentenza di archiviazione dal giudice istruttore Claudio D'Angelo "per essere rimasti ingoti i responsabili del reato". Successive indagini hanno tentato, senza risultati significativi, di individuare gli autori dello sparo mortale in un "autonomo" deceduto da tempo, oppure nel latitante Andrea Ghira, uno dei tre fascisti condannati per il massacro del Circeo.

Riporto innanzitutto alcuni brani che la giornalista Camilla Cedrna scrisse a proposito dell'uccisione di Giorgiana.

"Una morte scomoda e del massimo imbarazzo politico per il nostro governo è stata quella di Giorgiana Masi, diciannove anni, di cui si è ben presto conosciuto il patetico visetto dali occhi intenti in una fotografia formato tessera. Una morte avvenuta in un giorno che doveva essere soltanto pieno di letizia, di suoni e di canti, ma che rimaneva pur sempre un giorno ingombrante e scomodo anch'esso per i potenti (si raccoglievano le firme per i referendum, di ora in ora andava crescendo il numero delle firme), e che oltretutto ricordava una data spinosa per gli alti democristiani: era il 12 maggio, l'anniversario della vittoria per il divorzio. Una data che nella nostra storia recente ha contato forse più di ogni altra.
Che l'uccisione di Giorgiana Masi si sia trasformata in un peso intollerabile per chi comanda, lo dimostra il fatto che a 20 mesi di distanza dalla caduta a terra della giovinetta trafitta da un proiettile, a 20 mesi dalle sue ultime parole appena mormorate 'Oddio che male!', nessuna indagine è stata condotta fino in fondo, nessuna comunicazione giudiziaria è stata inviata ai responsabili: ancora oggi ufficialmente non si sa quanto è avvenuto quel giorno: chi ha sparato, chi ha dato gli ordini a carabinieri e poliziotti di agire in modo così iniquo senza provocazione da parte dei cittadini e con deliberata tracotanza, 'spintonando' e 'strattonando' (sono i nuovi versi della violenza minore), quindi sparando candelotti e poi picchiando a sangue il caduto già ferito, infine sparando e uccidendo: il trionfo dell'efferato sopruso in una giornata di sole.
Purtroppo ne abbiamo visti tanti, di ragazzi morti per le strade dal 70 a oggi, in quelle pose di disperato abbandono, e tutt'intorno la gran chiazza di sangue: abbiamo udito dichiarazioni di ministri che il giorno dopo capovolgevano la verità e caroselli di bugie di funzionari di polizia e semplici agenti: abbiamo assistito tanto a complicati giochi di bossoli che sparivano e ricomparivano per poi sparire un'altra volta, come alla manipolazione delle pistole, mentre i testimoni oculari costantemente inascoltati, si sgolavano a raccontare quanto avevano visto. E in qualche caso, bisogna ammetterlo, la verità è venuta a galla (ma molto faticosamente e dopo anni di lavoro di giovani accaniti avvocati); così qualche poliziotto, agente o capitano, sia pure con grande mitezza, è stato condannato per aver sparato o ucciso, o per aver dato ordine di sparare e uccidere.
Nel caso di Giorgiana Masi, da parte del governo e delle autorità poliziesche, nonostante la quantità di testimonianze tutte concordi, è stata tessuta una trama di menzogne estremamente spessa, e delle testimonianze scomode, discordanti cioè con la verità ufficiale buona per il governo, non si è voluto tener conto. Tanto più pesava questa giovane vita stroncata, e tanto più si voleva far finta di niente: banchi semivuoti nell'aula del Parlamento durante tutti i dibattiti sui fatti del 12 maggio, ministro e sottosegretario degli Interni che invece di dir qualcosa che si avvicinasse alla verità, andavano avanti per giorni e giorni a leggere il loro piccolo bollettino di polizia, mostrando freddezza e insofferenza (forse paura), nell'ascoltare le repliche di chi era stato coinvolto direttamente nella mischia.
Al punto di arrivare a quello che può essere paragonato a un dialogo fra sordi: da una parte i protagonisti più importanti (per esempio parlamentari, che, oltre ad essere testimoni, erano stati anche duramente picchiati), e il filmato che dava dei fatti una versione inequivocabile mentre dalla parte di quelli seduti più in alto, sempre il solito ritornello: nessuno ha sparato, nessuno ha dato ordini di sparare ecc.
I potenti saranno poi sbugiardati, e perfino dal questore? Sì, ma come in tanti altri casi, la maggioranza unita dalla cattiva coscienza è andata oltre la semplice bugia, ha chiuso la partita, ha dato il suo bel colpo di spugna, della morte della ragazza ha incolpato i radicali e il loro comizio (i radicali avevano dichiarato che di comizi non ne avrebbero tenuti e avevano mantenuto la parola). 
...Più che stimolante è la lettura attenta del Libro bianco che racconta in tutta la sua drammaticità questa storia contemporanea esemplare. Un delitto di cui è responsabile uno dei bracci violenti dello stato. Il solito sipario di bugie che cala dall'alto, guai ad ammettere che i tutori dell'ordine ancora prevaricano, si comportano come pazzi, sparano e nascondono la mano, uccidono e incolpano chi sta dall'altra parte. Non bastano le prove, non servono le documentazioni fotografiche che inchiodano agenti e superiori alle loro pesanti responsabilità. Le menzogne dall'alto sono di basso livello, sono volgari scappatoie, non si contano le contraddizioni, si fà di tutto per sfuggire agli interrogatori diretti, la difesa da parte dei potenti è come un disco incrinato, scalfito e rotto, sempre la solita solfa maledettamente stonata, e come sempre in casi come questi, i morti si dimenticano, a furia di bugie è come se fossero uccisi un'altra volta, le responsabilità non si cercano, a volare per aria a un certo punto son soltanto gli stracci (v. il questore).
Nel processo, contro ignoti naturalmente, Angelo e Vittoria Masi, padre e sorella di Giorgiana, e la madre Aurora Mallozzi si sono costituiti parte civile. All'inizio del 1978 cambiano difensori nominando Luca Boneschi e Franco De Cataldo. Una prima memoria viene presentata dai due avvocati il 16 marzo.
Essi propongono un'attenta lettura delle cronache dei quotidiani sugli avvenimenti del 12 maggio e del Libro bianco, un accurato esame dei documenti fotografici e delle perizie medico-legali (insufficienti, come si vedrà) per ricostruire in che modo si è arrivati il 12 maggio all'assassinio di Giorgiana, al tentato omicidio di Elena Ascione ecc. Danno per certa la carica di inaudita violenza delle forze di polizia, con univoca provenienza degli spari, ritenendo incredibile che alla distanza di diciannove mesi, la responsabilità penale di chi ha sparato non si è ufficialmente ancora individuata.
Descrivono l'abnorme comportamento della polizia che provoca reazioni nelle persone accerchiate, caricate, a cui non si permette di disperdersi; di quella polizia che con la sua improvvisa e micidiale carica, colpirà nella schiena la povera Giorgiana, che per salvarsi si mette a correre disperatamente, e invece cadrà di schianto, le braccia in avanti, la testa verso Trastevere, i piedi verso il ponte. Poco più in là viene ferita Elena Ascione. Si chiede l'escussione di tutti i testimoni che hanno seguito l'andamento dei fatti, e se già sentiti, che vengano interrogati di nuovo; si chiede l'interrogatorio di commissari, capipattuglia, agenti in divisa, agenti in borghese, ufficiali che hanno operato nella zona di via Arenula-ponte Garibaldi per sapere se hanno sparato, quali disposizioni hanno dato o ricevuto, dove hanno messo i bossoli raccolti, di quali armi in dotazione o personali disponevano. Inoltre l'individuazione di tutti gli agenti in divisa e in borghese che nelle foto del 12 maggio appaiono muniti di pistola, per chiedere loro e accertare con una perizia che tipo di arma impugnavano, infine si dimostra che il ministro Cossiga ha ripetutamente dichiarato il falso, direttamente o attraverso il sottosegretario Lettieri, smantellando la tesi di comodo del governo sull'assassinio di Giorgiana.
E perché non chiedere il sequestro dei rapporti forniti al ministro degli Interni dalla questura e dalla prefettura di Roma e dal comando territoriale dei carabinieri, per rispondere alle interrogazioni ed interpellanze relative ai fatti in causa, risposte fornite alla Camera dei deputati nelle sedute del 13 maggio, 24 ottobre, 26 novembre '77 e 10 gennaio '78? Si chieda anche questo.
Una seconda memoria viene presentata dai due difensori il 6 novembre insieme a una consulenza tecnica che critica pesantemente le due perizie, quella medico legale e anche l'altra, la balistica, disposte dall'autorità giudiziaria: secondo quella balistica Giorgiana è stata uccisa da un colpo d'arma da fuoco, sparatole alle spalle. Troppo poco: il resto delle perizie appare sommario, impreciso, lacunoso, tecnicamente carente, in certe parti decisamente sbagliato.
I periti del tribunale non hanno fatto quello che avrebbero dovuto e potuto, hanno sbagliato i calcoli, son rimasti nel vago. Hanno detto che il proiettile omicida era a piombo nudo, cosa tecnicamente impossibile: insomma una storia già vissuta, negli anni della strategia della tensione e delle stragi di stato. Il consulente dei familiari ha provato a sparare con il proiettile indicato dai periti, su una vertebra come quella di Giorgiana, trapassata con la massima violenza: la pallottola, sparata a cinquanta centimetri, non è neppure riuscita a passare da parte a parte. Si possono allora fare dei calcoli balistici che portano a conclusioni irrimediabilmente accusatorie contro le forze di polizia. Giorgiana è stata uccisa da un proiettile blindato (e non a piombo nudo), dotato di grande energia, sparato da un calibro 22 a canna lunga o da una carabina. Data la traiettoria, chi ha sparato e ucciso stava sul ponte Garibaldi e in largo Arenula. Dove cioè c'erano soltanto poliziotti e carabinieri.
Così i due legali chiedono l'incriminazione dei comandanti dei reparti che si trovavano sul ponte e in via Arenula dalle 19 alle 21 del 12 maggio, del questore Migliorini e del ministro Cossiga.
E i giudici? Per adesso tacciono. Polizia e governo sono tabù perché l'assassinio di Giorgiana Masi scotta ancora. Senza le parti civili e gli esperimenti del loro consulente, con le vacue e sommarie perizie disposte dal tribunale, sarebbe tutto finito in un cassetto. E anche per lo smisurato numero di altri reati commessi quel giorno da poliziotti, i travestimenti, l'uso delle armi, le sparatorie, le percosse, le ingiurie, i tentativi di uccidere, la strage: scoraggianti perché inesistenti le iniziative della magistratura al riguardo. Quali le speranze di avere giustizia, di far sentire ai colpevoli il peso delle tremende verità accertate da questo Libro bianco?
Si farà di tutto e si otterrà ben poco, perché una cosa è certa: cambiano i governi, cambiano le maggioranze, si tessono nuovi giochi di potere e il PCI ne fa parte: ma eccoli i partiti di quest'Italia democratica e repubblicana pronti subito, ancora una volta, a difendere lo stato che uccide. Proprio niente è cambiato dai tempi dei governi di Scelba, di Rumor, di Colombo, dai tempi delle stragi di Stato".

Concludo con una dichiarazione, che non richiede commenti, rilasciata nell'ottobre del 2008 da Francesco Cossiga.

"Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interni. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. Le forze dell’ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli a sangue e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano. Soprattutto i docenti. Non quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì".

 

postato da: paoloborrello alle ore maggio 15, 2009 09:55 | Permalink | commenti
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lunedì, 11 maggio 2009

In un articolo, di Tania Passa, pubblicato da www.articolo21.info, intitolato "Le responsabilità della regressione culturale" si affrontano temi di notevole interesse. Mi sembra pertanto opportuno riportare integralmente l'articolo. Poi formulerò alcune mie valutazioni sulle quali chiedo, ed anche sui contenuti dell'articolo, il giudizio di chi leggerà questo post.

Le responsabilità della regressione culturale

di Tania Passa

L’Italia delle ideologie e della prima Repubblica è stata archiviata senza rimpianti , quella delle veline si scopre all’improvviso, non piace a nessuno nemmeno più ai suoi inventori che da ‘Drive In’ in poi ne hanno teorizzato il modello culturale, e colpo di scena, non piace più nemmeno agli alleati dei suoi inventori. ‘Farefuturo’ la fondazione legata a Gianfranco Fini, è stata la prima a chiedere una riflessione sull’opportunità di rivedere un ‘certo velinismo’ sfrenato che offende il ruolo della donna in questo Paese.
L’altra sera il Ministro Bondi, uomo assai vicino al Cavaliere, mentre Franceschini leggeva le parole durissime dell’editoriale di Avvenire riguardo ad un certo  'ciarpame”' afferma: “cosa credi che anche io non sia d’accordo con tutto ciò che è espresso li”?
E’ abbastanza destabilizzante creare un modello culturale che confonde politica e star system, e poi disconoscerlo. In tutta la vicenda Lario Berlusconi c’è una fanciulla che confonde sogni, speranze e felicità con la notorietà , quella ragazza ha imparato questo dal Paese.
C’è una generazione intera cresciuta così, confondendo l’estetica con i valori veri e, mio malgrado, non mi riferisco certo ad un concetto di estetica Kantiana o di qualche altro autore filosofico.
No purtroppo mi riferisco ad un’estetica fatta di unghie finte , capelli tinti e sempre perfetti , vestiti alla moda, leggerezza dell’animo e la tendenza ossessiva a riflettere sempre meno sulla vita e il senso delle cose, perché considerati pensieri tristi
.
I ‘pensieri tristi’ che evita la generazione tirata su dal 'velinismo’ sono: il dolore , le malattie, la diversità , le riflessioni sul mondo, le passioni come espressione dell’animo .
Ora noi alle prossime europee ci troveremo davanti al voto una generazione così, ma si badi bene dare la colpa a questi ragazzi è un grande errore, loro sono la conseguenza non la causa, la causa è chi ha teorizzato quel modello culturale, ed ora che Fare futuro ha compreso i danni di questo modello la responsabilità di aver avallato negli anni passati tutto ciò, chi se la prenderà?
Ci sono momenti nella vita di un Paese in cui le riflessioni debbono essere collettive, alcuni modelli appartenenti tanto a sinistra che a destra, stanno conducendo il Paese al disastro, mi riferisco alla strana alchimia tra arroganza e potere .
Il potere in questo Paese viene riconosciuto culturalmente tale quando coincide con forza, prepotenza ed arroganza, non viene riconosciuto quando coincide con spessore e democrazia, e di fronte a questa deriva il problema ‘velinismo’ è persino meno grave.
Sia a destra che a sinistra i due più grandi partiti hanno esercitato tale arroganza al loro interno confondendola con il potere, e ciò ha portato ad una regressione civile tanto a livello nazionale che territoriale, fino al punto che quando si interviene ora sui grandi valori, non si è più credibili.
Ora che quel modello si sta sgretolando però le responsabilità vadano distribuite, perché se passa l’idea che i responsabili sono sempre gli altri, il risultato è solo che l’analisi non si compie e un partito vero alternativo a Berlusconi non nasce.
Il manifesto di Bersani letto al Nens è lucido chiaro e perseguibile, ma stavolta ci sia coerenza e si sappia che ci sono italiane e italiani che non hanno bisogno di arroganza per riconoscere il potere, ma piuttosto di reagire insieme con un’attenta crescita culturale collettiva, per arrivare all’Italia che vorremmo, quella disegnata dai nostri studi, la nostra fatica, i nostri valori.

Io condivido sostanzialmente l'analisi effettuata da Tania Passa.
Che sia in atto una regressione culturale in Italia è del tutto evidente, anche se è del tutto evidente ad una minoranza degli italiani. La maggioranza degli italiani non crede che ci sia tale regressione altrimenti opererebbe per contrastarla. cosa che non avviene.
Altrettanto condivisibile è la considerazione che la regressione culturale non si manifesta solamente con il cosiddetto 'velinismo' ma ha molte altre manifestazioni anche più gravi (si pensi ad esempio all'atteggiamento prevalente nei confronti degli immigrati).
E' giusta la notazione che quel modello culturale che viene criticato abbia fatto breccia anche nella sinistra.
Occorre a mio avviso precisare però che tale regressione culturale non è iniziata da poco tempo. E' da diversi anni che ha avuto inizio e secondo me l'inizio può essere individuato con l'avvento anche in Italia della televisione commerciale, o meglio delle reti televisive private di proprietà di Berlusconi tramite le quali si è affermato un modello culturale che peraltro aveva preso piede, in precedenza, in altri Paesi, soprattutto negli Stati Uniti. L'errore storico, cosi può essere definito a mio avviso, compiuto dalla sinistra è stato quello di sottovalutare all'inizio l'affermarsi di questo modello culturale e le sue potenzialità negative, anche a livello politico e sociale. L'errore ha una valenza "storica" perchè affrontare adesso questo problema può significare tentare di fare qualcosa quando i buoi sono già scappati da tempo, il che rende molto più difficile contrastare con possibilità di successo nel breve termine il processo di regressione culturale che sembra non avere ostacoli e avanzare sempre di più.
La sottovalutazione del problema da parte della sinistra deriva poi, a mio giudizio, principalmente dal fatto che la sinistra italiana, da almeno circa trent'anni, ha pprogressivamente visto diminuire le proprie capacità di interpretare ciò che avviene nella società, ponendosi spesso in una posizione di presunta superiorità morale e culturale nei confronti di componenti rilevanti della società stessa. E se non si riesce a capire ciò che è avvenuto ed avviene nell'ambito della società italiana diventa poi molto complicato se non impossibile individuare interventi rivolti a contrastare, se necessario, certe trasformazioni culturali e sociali ritenute negative.
Va poi considerato che spesso la sinistra italiana si è accodata a certi cambiamenti nel modello culturale perchè riteneva di poter trarne profitto, dal punto di vista elettorale, in modo forse più facile rispetto ad una linea d'azione diversa contraddistinta da una vera opposizione a quei cambiamenti che poi doveva essere accompagnata, altrimenti non serviva niente, dal tentativo di proporre un'alternativa credibile, non elitaria, che potesse divenire maggioritaria.
Emblematico il caso della televisione pubblica, non si è voluto incidere più di tanto nei contenuti delle diverse trasmissioni, accodandosi invece a quanto le televisioni private facevano, e ci si è occupati soltanto di garantire o estendere le posizioni di potere all'interno della Rai.
Quindi non posso che concludere che la regressione culturale esiste, ma che occorre rendersi conto della necessità di un impegno di notevolissima portata e che non può non durare diversi anni se si vuole effettivamente contrastarla quella regressione e della necessità di proporre un modello culturale alternativo a quello ora prevalente ma che possa effettivamente divenire, nel corso del tempo, maggioritario.
 

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venerdì, 08 maggio 2009

Il prossimo 9 maggio è per il terzo anno consecutivo la giornata delle vittime del terrorismo e delle stragi. Io non credo molto, anzi credo pochissimo, alle giornate della memoria per una considerazione forse banale: la memoria di certi avvenimenti dovrebbe caratterizzare non solo certe giornate ma prolungarsi quanto meno per periodi più lunghi. C'è sempre il rischio di cadere nella retorica durante le giornate della memoria. Peraltro il modo migliore per ricordare le vittime del terrorismo e delle stragi sarebbe quello di risolvere almeno una parte dei "misteri" che spesso le hanno contraddistinte.
Comunque per non trascurare completamente quella giornata ho deciso che sarebbe stato opportuno ricordare quella che secondo me è una vera vittima delle stragi, seppure indirettamente, l'anarchico Giuseppe Pinelli, morto in circostanze ancora non chiarite alcuni giorni dopo la strage di piazza Fontana.
Riporto quindi alcune parti della storia di Pinelli così come compare su "Wikipedia":

"Giuseppe Pinelli (Milano, 21 ottobre 1928 – Milano, 15 dicembre 1969) è stato un anarchico e ferroviere italiano, animatore del circolo anarchico Ponte della Ghisolfa e durante la Resistenza, vista la sua allora giovane età, staffetta nelle Brigate Bruzzi Malatesta. Nel mese di novembre del 1966 già militante anarchico, diede appoggio a Gennaro De Miranda, Umberto Tiboni, Gunilla Hunger, Tella e altri ragazzi del giro dei cosiddetti capelloni per stampare le prime copie della rivista Mondo Beat nella sezione anarchica 'Sacco e Vanzetti' di via Murilio.
Morì il 15 dicembre 1969 precipitando da una finestra della questura di Milano, dove era trattenuto per accertamenti in seguito alla esplosione di una bomba a piazza Fontana, evento noto come Strage di Piazza Fontana.
Le circostanze della sua morte, ufficialmente attribuita ad un malore, hanno destato sospetto a causa di alcune circostanze legate ai momenti del tutto eccezionali vissuti nel capoluogo lombardo a seguito della strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969.
Una parte dell'opinione pubblica ha avanzato il sospetto che Pinelli sia stato assassinato e che le indagini siano state condotte con metodi poco ortodossi ed in modo non imparziale. Tuttavia, l'inchiesta conclusa nel 1975 dal giudice istruttore Gerardo D'Ambrosio ha escluso l'ipotesi dell'omicidio, giudicandola assolutamente inconsistente.
Il caso ha suscitato una polemica politica intrisa di vibrante animosità, tanto da parte di coloro che sostengono la tesi dell'omicidio, quanto da parte delle autorità, ed è peraltro assai arduo isolare la polemica riguardante questo caso da quelle relative, fra l'altro, alla strage di piazza Fontana, al terrorismo, alla cosiddetta teoria della strategia della tensione, al cosiddetto stragismo di stato, alla repressione dei circoli anarchici italiani ed all'assassinio del commissario Calabresi...

I fatti
La notte successiva alla strage di piazza Fontana la polizia fermò 84 sospetti, tra cui Pinelli, che venivano rilasciati man mano che il loro alibi veniva verificato. Tre giorni dopo, il 15 dicembre, Pinelli si trovava nel palazzo della questura, sottoposto ad interrogatorio da parte di Antonino Allegra e del commissario Luigi Calabresi, oltre che tre sottufficiali della polizia in forza all'Ufficio Politico, un agente, ed un ufficiale dei carabinieri, quando il suo corpo precipitò dalla finestra dell'ufficio dove stava avvenendo l'interrogatorio.
La prima versione data dal questore Marcello Guida nella conferenza stampa convocato poco dopo la morte dell'anarchico, a cui parteciparono anche il dott. Antonino Allegra, responsabile dell'ufficio politico della questura e il Commissario Calabresi fu di suicidio ('Improvvisamente il Pinelli ha compiuto un balzo felino verso la finestra che per il caldo era stata lasciata socchiusa e si è lanciato nel vuoto', dalle dichiarazioni del questore), dovuto al fatto che il suo alibi si era rivelato falso, versione poi ritrattata quando l'alibi di Pinelli si rivelò invece credibile. Secondo alcune versioni iniziali della polizia, mai confermate, Pinelli precipitando avrebbe gridato l'ormai celebre frase: «È la fine dell'anarchia!».
Il fermo di Pinelli era illegale perché egli era stato trattenuto troppo a lungo in questura: il 15 dicembre 1969 (la data della sua morte) egli avrebbe dovuto essere libero oppure in prigione ma non in questura, infatti il fermo di polizia poteva durare al massimo due giorni. Il giorno successivo, 16 dicembre, in seguito alla comparsa di un testimone, un tassista, veniva arrestato Pietro Valpreda.

Le indagini sulla morte
Sulla morte di Giuseppe Pinelli si aprì una prima inchiesta che concluse con una archiviazione. Il 24 giugno 1971 la vedova Pinelli presentò una denuncia. Fu aperta una nuova inchiesta assegnata al Dr. D'Ambrosio. La sentenza dell'inchiesta sulla morte di Giuseppe Pinelli fu emessa nell'ottobre 1975. La sentenza concluse che la morte di Pinelli non era dovuta a suicidio o omicidio, ma a un malore che avrebbe provocato un involontario balzo del Pinelli dalla finestra della Questura. L'inchiesta accertò inoltre che nella stanza al momento della caduta erano presenti 4 agenti della polizia e un ufficiale dei carabinieri, che furono prosciolti. L'inchiesta della magistratura, condotta da Gerardo D'Ambrosio, accertò il fatto che il commissario Calabresi non era presente nel momento della caduta. Gerardo D'Ambrosio scrisse nella sentenza: 'L'istruttoria lascia tranquillamente ritenere che il commissario Calabresi non era nel suo ufficio al momento della morte di Pinelli'. Un anarchico presente in Questura e trattenuto in una stanza vicina sostenne invece che il commissario era presente nella stanza da dove cadde Pinelli...

Le motivazioni
La prima ragione per credere all'omicidio sarebbe l'incoerenza della pulsione suicida con il carattere di Pinelli. Chi lo conosceva sostenne che fosse da escludere una sua eventuale propensione al suicidio. Secondo queste fonti, Pinelli non avrebbe preso in considerazione l'ipotesi del suicidio, neppure di fronte al pericolo di una condanna all'ergastolo per strage. Al momento della morte non si profilava comunque una condanna, data la mancanza assoluta di prove e l'inconsistenza degli indizi nei suoi confronti.

Valutazioni critiche
Tra i critici che mettevano in dubbio il verificarsi dei fatti come descritto della posizione ufficiale delle forze o dalla ricostruzione effettuata nel processo molti sostennero, pur non avendo ovviamente prove, ma solo ipotesi, che Pinelli fosse stato coscientemente defenestrato per usare il suo 'suicidio' come prova della sua colpevolezza: la versione del suicidio fu effettivamente la prima versione data alla stampa dal questore Marcello Guida, nella conferenza stampa a cui parteciparono anche Calabresi e il dottor Antonino Allegra (responsabile dell'Ufficio politico della questura), versione poi ritrattata quando l'alibi di Pinelli, al contrario di quanto affermato durante la conferenza stampa stessa, si rivelò veritiero.
Pasquale Valitutti, un anarchico che era stato fermato insieme a Pinelli e si trovava in una stanza vicina affermò sempre che non vide nessuno, dalla finestra della stanza, attraversare il corridoio nei quindici minuti antecedenti il fatto, e che dopo la caduta venne prelevato da due agenti che gli comunicarono che l'anarchico si era buttato, trasferendo poi Valitutti a San Vittore, dove verrà rilasciato il giorno dopo (anche per lui era scaduto il tempo massimo del fermo) senza essere stato interrogato. Quest'ultima testimonianza che, insieme ad alcuni errori e contraddizioni contenute nelle prime versioni date dalle forze dell'ordine, metteva in dubbio le affermazioni della polizia, venne ovviamente considerata credibile dai gruppi che ritenevano la morte di Pinelli causata dal tentativo di trovare un capro espiatorio per gli attentati di piazza Fontana. Valitutti sostenne anche di aver visto e di aver parlato alcune volte con Pinelli durante i due giorni, trovandolo provato per gli interrogatori e per la mancanza di sonno (sarebbe stato tenuto appositamente sveglio), sostenendo che Pinelli aveva anche affermato che il suo alibi non veniva creduto.
La sentenza del Tribunale di Milano afferma che tutti i testimoni presenti al quarto piano dell'edificio, eccetto Valitutti, confermarono che il commissario Calabresi non si trovava nella stanza al momento del fatto e ritiene difficile escludere l'eventualità che Valitutti si fosse distratto per il tempo sufficiente ad una persona per attraversare la frazione di corridoio visibile dalla stanza.

I dubbi sulla versione ufficiale
La versione ufficiale viene considerata inoltre, secondo le stesse fonti, contraddittoria ed incongruente: l'ambulanza sarebbe stata chiamata alcuni minuti prima della caduta, Pinelli non avrebbe urlato durante la caduta, avvenuta quasi in verticale (quindi probabilmente senza lo spostamento verso l'esterno che ci sarebbe stato se si fosse lanciato), pur avendo sbattuto contro i cornicioni, sulle mani non avrebbe avuto nessun segno che mostrasse tentativi (anche istintivi) di proteggersi dalla caduta, gli agenti presenti forniranno nel tempo versioni leggermente contrastanti sull'accaduto (in una di queste sostennero di essere riusciti ad afferrarlo, ma di non essere riusciti a trattenerlo, motivando quindi la caduta in verticale senza spostamento dovuto all'eventuale slancio) e infine le dimensioni della stanza, la disposizione dei mobili e delle sedie per l'interrogatorio avrebbero reso difficile gettarsi dalla finestra in presenza di poliziotti. Secondo una delle diverse versioni date dalla Questura, nel tentativo di trattenere Pinelli per impedire la caduta dalla finestra, nelle mani di un poliziotto sarebbe rimasta una scarpa del ferroviere, che sarebbe quindi una prova del fatto che i tentativi di trattenerlo erano avvenuti, ma in realtà quando il ferroviere fu raccolto sul selciato indossava ancora entrambe le scarpe.
Riguardo l'ora della precipitazione, la sentenza cita le testimonianze dei quattro giornalisti presenti nella sala stampa della questura, concordi nell'affermare che il fatto avvenne qualche minuto prima della mezzanotte, informazione definita assolutamente certa. La sentenza poi afferma che l'ambulanza fu chiamata alle 00:01, in base all'ora trascritta sul registro delle richieste di intervento pervenute alla centrale operativa del corpo dei vigili urbani.

Le illazioni sulle persone coinvolte
Uno degli argomenti addotti su cui vengono fatte molte illazioni è la qualità dei soggetti coinvolti, cioè delle 5 persone che erano nella stanza con Pinelli.
Luigi Calabresi era noto per il suo lavoro di contrasto politico alle formazioni di estrema sinistra (fra cui Lotta Continua).
In un primo momento vennero indicati come sospetti gli avanzamenti di grado di alcuni ufficiali ritenuti anch'essi coinvolti nella misteriosa morte, anche se si accertò poi che si trattava semplicemente di ordinari avanzamenti per anzianità.

La seconda autopsia
Alcuni organi di stampa, tra cui Lotta continua (n. 12, 14/05/1970) sostenevano che la salma di Pinelli presentasse una lesione bulbare compatibile con quelle che può provocare un colpo di karate. Peraltro, una lesione bulbare avrebbe provocato la morte immediata di Pinelli, il quale è invece deceduto due ore dopo la caduta dalla finestra.
In seguito a tali polemiche, nel 1975, la salma di Pinelli venne riesumata e analizzata. In realtà nella prima perizia necroscopica non si parlava di una lesione bulbare, ma di 'un'area grossolanamente ovolare' conseguenza del contatto del cadavere con il marmo dell'obitorio. Fu fatta quindi una seconda autopsia che confermò il risultato della prima.
Il caso venne quindi chiuso attribuendo la morte di Pinelli ad un malore attivo, secondo la sentenza del giudice Gerardo D'Ambrosio: lo stress degli interrogatori, le troppe sigarette a stomaco vuoto unito al freddo che proveniva dalla finestra aperta avrebbero causato un malore e Pinelli, invece di accasciarsi come nel caso di un collasso, avrebbe subito un'alterazione del centro di equilibrio, che causò la caduta.

La controinchiesta delle Brigate Rosse
La Strage di Piazza Fontana, la morte di Luigi Pinelli, l'assassinio del commissario Calabresi, furono oggetto di una contro-inchiesta delle Brigate Rosse. L'inchiesta fu fatta dall'interno del movimento della Sinistra extraparlamentare, approfittando di collegamenti interni al Movimento della Sinistra. Le conclusioni dell'inchiesta indussero le Brigate Rosse a secretarla. Nel 1974, in un covo delle Brigate Rosse, a Robbiano di Mediglia i fascicoli della Contro-inchiesta vennero alla luce. Il ROS dei carabinieri su richiesta della Commissione Stragi effettuò una ricerca sugli elementi delle inchieste. Il 19 luglio 2000 rispose. Fu accertato che degli elementi riguardanti La strage di Piazza Fontana solo una cassetta registrata era stata inviata a Catanzaro, sede del processo per la strage. Fu possibile ricostruire gran parte degli elementi riguardanti le altre inchieste, solo la controinchiesta su Piazza Fontana non fu possibile ricostruire...

Le lapidi commemorative
Ogni anno, a Milano si organizzano diverse manifestazioni per non dimenticare Pinelli e la strage di piazza Fontana dove è stata apposta una lapide che recita: A Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico ucciso innocente nei locali della questura di Milano; 16/12/1969.
Nel marzo 2006 il Comune di Milano, come il sindaco Gabriele Albertini aveva promesso di fare prima della fine del proprio mandato, ha cercato di placare le polemiche sulla presenza della lapide (che di fatto ufficializza la versione secondo cui Pinelli sarebbe stato assassinato), sostituendola con una lapide simile in cui il testo è stato cambiato per renderlo meno accusatoria: la nuova lapide recita 'innocente morto tragicamente' al posto di 'ucciso innocente'. La sostituzione è avvenuta di notte e non è stata precedentemente annunciata, ufficialmente per evitare possibili incidenti.
La decisione ha trovato l'opposizione degli ambienti anarchici. La sostituzione della targa è stata considerata da alcuni esponenti del mondo anarchico e della sinistra come un'operazione elettorale dovuta alle imminenti elezioni politiche e elezioni amministrative per il sindaco.
Il 23 marzo 2006, gli anarchici del Ponte della Ghisolfa hanno ricollocato in piazza Fontana la loro targa, completa della dicitura originale. Pertanto ora in quel luogo vi sono due targhe che commemorano Giuseppe Pinelli. L'allora sindaco Albertini affermò che avrebbe chiesto alla giustizia civile di far rimuovere nuovamente la targa degli anarchici, sostenendo che per decenni è stata tollerata una targa che occupava abusivamente il suolo pubblico. La neo-eletta sindaco Letizia Moratti non si è ancora espressa ufficialmente sulla questione".

postato da: paoloborrello alle ore maggio 08, 2009 09:23 | Permalink | commenti
categoria:politica
lunedì, 04 maggio 2009

Della morte di Attilio Manca, un giovane urologo, avvenuta a Viterbo, avevo fino a poco tempo fa poche informazioni risalenti al momento della morte. Le cause della morte di Attilio, mi ricordavo, non erano molto chiare e soprattutto la famiglia non credeva che fosse avvenuta per suicidio ma riteneva che Attilio fosse stato ucciso per decisione di alcuni esponenti mafiosi. Poi non ne ho saputo più niente finchè ho appreso che era stato costituito un gruppo su facebook (ciò dimostra fra l'altro che facebook può essere molto utile) la cui richiesta principale consisteva nel fare in modo che non venissero chiuse le indagini sulla morte di Attilio. Ho approfondito un poco la situazione, sono andato a vedere il sito www.attiliomanca.it (e vi invito ad andarlo a visitare) dal quale ho tratto della documentazione che in parte riporto in questo post, che giustifica ampiamente la richiesta che le indagini non vengano chiuse e innanzitutto riporto il messaggio di alcuni familiari di Attilio tendente appunto a sostenere la validità della continuazione delle indagini.

"La chiusura dell'indagine sarebbe la terza delusione di chi, vivendo a contatto con la società del messinese, crede ancora nella giustizia.
Non ho grandi cose da aggiungere, posso solo cercare di esprimere l'amarezza di portare avanti una lotta contro un muro di gomma e quindi, lo stesso muro sul quale rimbalzano: un'impronta palmare lasciata in bagno (dico questo poichè è risultato dalla perizia che un'impronta si cancella già con il vapore acqueo di una doccia, eravamo a Febbraio...);
due siringhe delle quali non è mai stato accertato il DNA;
mille tabulati telefonici sui quali non sono mai stati fatti i controlli incrociati;
una pozza di sangue, il setto nasale deviato, i testicoli ingrossati, i segni di legature ai polsi, due buchi di iniezione fatti sul braccio sinistro (Attilio era mancino...!!!);
segni di una colluttazione, i termosifoni regolati ad una temperatura altissima, la casa ripulita senza più un'impronta ( se non quella ) e degli strumenti di lavoro disposti, ordinatamente, su di un tavolo;
uno strano viaggio a Marsiglia, nello stesso periodo di Bernardo Provenzano;
i colleghi medici e paramedici che, stranamente, cambiano tutti reparto ed ospedale all'indomani della morte di Attilio;
l'autopsia fatta dalla moglie del Primario del reparto dove Attilio lavorava;
e da ultimo un Primario, un Politico, un Latitante, un Procuratore Capo del sud, un Giudice del centro promosso, un cugino mafioso, un giornalista, un circolo culturale ed una cittadina di codardi - mafiosi;
questo è lo scenario che porta il PM Petroselli a parlare, candidamente, di suicidio!!!
Solo una sensazione provo verso questo PM: imbarazzo perchè crede, come credeva la mia famiglia che disgrazie del genere colpiscono solo la gentaglia collusa...Ma così non è...!!!"

Gianluca Manca
Gioacchino Manca
Angela Manca

Riporto poi la parte del sito dedicato ad Attilio nella quale si riferisce di come è avvenuta la sua morte.

"Attilio Manca venne ritrovato cadavere il 12 febbraio 2004, verso le ore 11. Il suo corpo era riverso trasversalmente sul piumone del letto (il letto era intatto ed in ordine, come se non fosse andato a dormire), seminudo. Dal naso e dalla bocca era fuoriuscita un’ingente quantità di sangue, che aveva finito per provocare una pozzanghera sul pavimento. Dalle fotografie effettuate si ricavano i seguenti elementi: il volto di Attilio presentava una vistosa deviazione del setto nasale; sui suoi arti erano visibili macchie ematiche; l’appartamento era in perfetto ordine; nella stanza da letto si trovava ripiegato su una sedia il suo pantalone, mentre inspiegabilmente non furono rinvenuti i boxer né la camicia; altrettanto inspiegabilmente sullo scrittoio erano poggiati suoi attrezzi chirurgici (ago con filo inserito; pinze, forbici), che egli mai aveva tenuto a casa; sul pavimento, all’ingresso del bagno, si trovava una siringa da insulina, evidentemente usata, cui era stato riposizionato il tappo salva-ago; in cucina non v’era traccia di cibo, consumato o residuato; sempre in cucina, nella pattumiera si trovavano, tra l’altro, un’altra siringa da insulina, evidentemente usata, cui erano stati riapposti il tappo salva-ago ed anche quello proteggi-stantuffo, e due flaconi di Tranquirit (un sedativo), uno dei quali era completamente vuoto mentre l’altro solo a metà. Il medico del 118, alle ore 11,45, effettuando l’accertamento del decesso, attestava che Attilio Manca era morto circa dodici ore prima, quindi a cavallo della mezzanotte fra l’11 ed il 12 febbraio 2004. Veniva disposta immediatamente l’autopsia, che veniva affidata alla dr.ssa Ranalletta, medico legale, curiosamente moglie del prof. Rizzotto, primario del reparto di urologia dell’ospedale Belcolle di Viterbo, nel quale prestava servizio Attilio. Al momento dell’incarico alla dr.ssa Ranalletta, peraltro, il marito era già stato sentito come testimone dalla polizia. La relazione autoptica, pur lacunosissima (tanto che in seguito il Gip si è trovato costretto a ordinarne un’integrazione), e quella tossicologica attestano che: nel sangue e nelle urine di Attilio Manca erano presenti tracce di un rilevante quantitativo del principio attivo contenuto nell’eroina, di un consistente quantitativo di Diazepam, principio attivo contenuto nel sedativo Tranquirit, e di non ingente sostanza alcoolica; la causa della morte di Attilio Manca va ricondotta all’effetto di quelle tre sostanze, che provocarono l’arresto cardio-circolatorio e l’edema polmonare; sul corpo di Attilio Manca erano visibili, al braccio sinistro, due segni di iniezioni (corrispondenti quindi alle due siringhe ritrovate), una al polso ed una all’avambraccio; su tutto il resto del corpo non era visibile traccia alcuna di iniezioni, recenti o datate. Attilio Manca era un mancino puro e compiva ogni atto con la mano sinistra. Tutti coloro che lo hanno conosciuto sanno che aveva scarsissima praticità con la mano destra. Tutti i suoi colleghi e amici frequentati nell’ultimo anno di vita, sentiti come testimoni nell’immediatezza, dichiaravano che era da escludersi che Attilio assumesse sostanze stupefacenti e che avesse ragioni per suicidarsi. Veniva anche accertato che, a partire dalle ore 20 circa del 10 febbraio, Attilio non aveva più avuto contatti, telefonici o di presenza, con amici e colleghi. La sera del 10 febbraio aveva deciso di non partecipare, contrariamente al solito, ad una cena fra colleghi. Nei giorni precedenti aveva chiesto e ottenuto un appuntamento per la sera dell’11 febbraio a Roma con il prof. Ronzoni, primario di urologia al policlinico Gemelli, reparto nel quale Attilio si era specializzato e aveva lavorato per anni. Inspiegabilmente e senza alcuna comunicazione preventiva, Attilio Manca non si presentò a quell’appuntamento. Rimane anche un mistero, che la Procura e la Squadra mobile di Viterbo non hanno fatto nulla per sciogliere, che cosa abbia fatto e dove sia stato Attilio Manca fra la sera del 10 febbraio e il momento della sua morte, avvenuta, come si è detto, nella notte fra l’11 ed il 12 febbraio 2004. Un dato certo, però, proviene dalla testimonianza del vicino di casa, il quale, sentito lo stesso 12 febbraio, dichiarò che la sera prima, verso le 22,15 dell’11 febbraio 2004, aveva sentito il rumore della porta di casa di Attilio che veniva chiusa. Questo dato attesta che in quel momento Attilio tornava a casa o, viceversa, che qualcuno, ancora oggi non individuato, usciva da casa sua, in un’ora molto vicina alla morte di Attilio. Nell’abitazione di Attilio a Viterbo vennero fatti gli accertamenti dattiloscopici dalla polizia scientifica. Vennero rinvenute impronte palmari e digitali in un certo numero: non tutte, però, appartenevano ad Attilio. Alcune, quindi, erano state apposte da persona o persone diverse. Alcuni mesi dopo, dalle comparazioni effettuate dal gabinetto centrale della polizia scientifica, risultò che il titolare di una delle impronte era il cugino di Attilio, Ugo Manca. Venne allora sentito dalla polizia Ugo Manca, pregiudicato per detenzione abusiva di arma e condannato in 1° grado per traffico di droga, oltre che frequentatore di molti personaggi di interesse investigativo, come Angelo Porcino, Lorenzo Mondello, Rosario Cattafi ed altri. Ugo Manca riferì alla polizia che quella impronta poteva averla lasciata nell’unica occasione in cui, a suo dire, era stato ospite del cugino, il 15 dicembre 2003, allorché si era recato a Viterbo, dove il giorno successivo venne ricoverato all’ospedale Belcolle ed operato proprio da Attilio, per un intervento in verità banale. Sennonché i genitori di Attilio Manca hanno riferito alla polizia come fra il 23 ed il 24 dicembre 2003 essi alloggiarono a Viterbo a casa di Attilio e come in quei giorni la signora, come ogni madre premurosa di un figlio che vive fuori sede da solo, aveva provveduto ad un’approfondita pulitura della casa, ivi compreso l’ambiente nel quale era stata ritrovata l’impronta di Ugo Manca. Tale evenienza contrasta con la tesi di Ugo Manca. Una decina di giorni prima di morire, Attilio, parlando con i suoi genitori, chiese loro notizie di un tale Angelo Porcino. Disse loro che era stato contattato telefonicamente dal cugino Ugo Manca e che questi gli aveva preannunciato che Porcino sarebbe andato a trovarlo a Viterbo perché aveva bisogno di un consulto. Contemporaneamente, in effetti, Ugo Manca disse a una terza persona, che di lì a poco sarebbe andato a Viterbo a trovare Attilio. Nessun accertamento è stato fatto dalla Procura e dalla Squadra mobile di Viterbo circa l’eventuale presenza di Porcino a Viterbo nei giorni precedenti la morte di Attilio. Né è mai stato verificato quale fosse la ragione che indusse Ugo Manca, giunto nella mattina del 13 febbraio 2004 a Viterbo, a tentare di entrare nell’appartamento di Attilio ed a presentarsi in Procura per sollecitare il dissequestro dell’immobile ed il pronto rilascio della salma di Attilio. Comportamenti, peraltro, contraddittori con il distacco assoluto che, a partire dal 15 febbraio 2004, Ugo Manca riservò ai genitori di Attilio, ben prima che essi iniziassero a manifestare dubbi sull’uccisione del figlio. Altro accertamento finora mancante è quello relativo ad un viaggio effettuato da Attilio Manca nell’autunno del 2003 nel sud della Francia, asseritamente per assistere ad un intervento chirurgico, come egli disse ai suoi genitori. Nel 2005 nell’inchiesta che porta alla maxi operazione antimafia denominata 'Grande Mandamento' emerge che Bernardo Provenzano è stato a Marsiglia: una prima volta dal 7 al 10 luglio 2003 per sottoporsi a radiografie e ad esami di laboratorio e in un secondo momento proprio nel mese di ottobre dello stesso anno per subire l’operazione alla prostata. Ed ecco che al mistero sulla morte di Attilio Manca si aggiunge questo inquietante tassello legato a questa strana 'coincidenza'. Comincia la battaglia giudiziaria della famiglia Manca che non accetta minimamente l'idea che la morte di Attilio finisca archiviata come suicidio. Angelina e Gino Manca si affidano all'avvocato Fabio Repici, un penalista molto noto in Sicilia, legale di diversi familiari di vittime di mafia, difensore tra l'altro nel processo per l'omicidio di Graziella Campagna, così come per quello di Beppe Alfano. Attraverso una meticolosissima ricerca e un'infaticabile attività investigativa, l'avv. Repici ricostruisce pezzo per pezzo la strana morte del dott. Manca riuscendo così ad evitare l'archiviazione del caso come suicidio.
Il 18 ottobre 2006 il Gip del tribunale di Viterbo, Gaetano Mautone, riapre il fascicolo sulla morte di Attilio Manca. Il Gip accoglie il ricorso con il quale la famiglia di Attilio si è opposta per la seconda volta alla richiesta di archiviazione del caso avanzata dalla procura della Repubblica di Viterbo, secondo la quale il giovane si sarebbe suicidato. Il Gip di Viterbo dà mandato al pm di far eseguire, entro tre mesi, l'esame del Dna su alcuni mozziconi di sigarette e sugli strumenti chirurgici (un bisturi, un paio di forbici, un ago e del filo di sutura) trovati su un tavolo nell'abitazione di Attilio Manca. In particolare il Gip dispone che il Dna venga confrontato con quello di Angelo Porcino.
Il 9 marzo 2007 la procura della Repubblica di Viterbo emette dieci avvisi di garanzia nell'ambito dell'inchiesta sulla morte di Attilio Manca. Gli avvisi di garanzia sono finalizzati a mettere a confronto il Dna di tutte le persone che hanno frequentato la casa di Attilio con quello rilevato su un mozzicone di sigaretta e sugli strumenti chirurgici (un bisturi, un paio di forbici, un ago e del filo di sutura) trovati nell'appartamento di Attilio.
Nell'ambito degli accertamenti sulla morte del medico, uno degli avvisi di garanzia emessi dalla procura di Viterbo viene notificato ad Angelo Porcino, già in carcere con l'accusa di tentata estorsione con l'aggravante mafiosa. Tra gli indagati c'è anche il cugino di Attilio Manca, Ugo Manca.
Il 17 marzo 2007 viene disposto lo svolgimento di un incidente probatorio, per accertamenti relativi al Dna dei dieci indagati. Su richiesta del Pm il Gip di Viterbo stabilisce che il Dna delle dieci persone raggiunte nei giorni precedenti da avviso di garanzia per i reati di morte o lesioni come conseguenza di altro delitto e omicidio colposo, venga comparato con quello rilevabile sia nelle cicche di sigaretta sequestrate nell'abitazione di Attilio che sugli strumenti chirurgici trovati nella sua camera da letto, al fine di risalire alla persona sulla quale siano stati eventualmente utilizzati.
Il giorno 1 luglio 2008 il Gip di Viterbo dispone un ulteriore supplemento d'indagine sulla morte di Attilio Manca. Il gip Mautone, su richiesta del legale della famiglia Manca, dispone il confronto delle impronte digitali trovate nell'appartamento di via Santa Maria della Grotticella (dove fu trovato il cadavere di Attilio), con quelli di due concittadini del medico, collegati con ambienti mafiosi barcellonesi, che erano a Viterbo quando il medico morì.
Il 14 novembre 2008 si conclude l'incidente probatorio. Davanti al Gip Gaetano Mautone avviene l'audizione del perito che nei giorni precedenti aveva presentato una relazione scritta inerente le impronte digitali rinvenute a casa di Attilio Manca.
La perizia riscontra che 14 delle impronte rilevate sono di Attilio. Una particolarità della perizia riguarda una impronta ritrovata su una piastrella del bagno che corrisponde, con canone di assoluta certezza, ad Ugo Manca, cugino di Attilio.
Un'altra ancora riguarda la presenza di 3 impronte che non appartengono a nessuno degli indagati, né tanto meno ai familiari del giovane urologo.
In virtù del fatto che nel periodo di Natale del 2003 Angelina, Gino e Luca Manca erano stati ospiti a casa di Attilio e che in quella occasione la signora Angelina aveva provveduto a fare una pulizia a fondo dell'appartamento del figlio, il ritrovamento dell'impronta del cugino di Attilio resta un giallo.
Ugo Manca ha sempre dichiarato di aver fatto visita alla casa di Viterbo del cugino tra il 15 e il 16 dicembre del 2003 e non dopo.
Non si spiega quindi come dopo un'accurata pulizia di tutto l'appartamento eseguita dalla signora Angelina nei giorni di Natale di quello stesso anno sia risultata un'impronta di Ugo Manca proprio nel bagno. Il bagno è di fatto il luogo dove è presente una maggiore umidità che è la causa primaria del deperimento delle impronte, ma ciononostante l'impronta di Ugo Manca è rimasta.
Così come il mistero che ruota attorno a lui.
A conclusione dell'incidente probatorio gli atti sono stati restituiti al Pm, il dott. Renzo Petroselli, che si è riservato le decisioni da assumere.
Nel frattempo resta ancora da sciogliere il nodo delle responsabilità di Bernardo Provenzano nella morte del giovane urologo.
Solamente dopo potremo avere la chiave per comprendere fino in fondo la storia di Attilio Manca
".

A me sembra di poter concludere che ci siano tutte le condizioni affinchè l'indagine relativa alla morte di Attilio Manca continui e il mio auspicio inoltre è che si pervenga quanto prima ad individuare le vere cause del decesso di Attilio. E non solo per "accontatentare" la famiglia ma soprattutto per Attilio. Solo continuando le indagine e individuando una volta per tutte le cause della sua morte si potrà affermare che effettivamente si sarà onorata la memoria di Attilio.

 

postato da: paoloborrello alle ore maggio 04, 2009 11:30 | Permalink | commenti (1)
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