socialprosumer
Io sto con Saviano
 QUALCUNO MI SA DIRE COME MAI CON IEPLORER SI VEDE BENE E CON FIREFOX SI VEDE TUTTO BIANCO IL TESTO??? EPPURE I CLASS SONO GIUSTI....
mercoledì, 11 marzo 2009

Attenti, amici bloggisti, la Cassazione ha deciso che “per i blog e i forum on-line non valgono le regole che tutelano la libertà di stampa“. La ragione? Eccola: siccome “si tratta di una semplice area di discussione dove qualsiasi utente o gli utenti registrati sono liberi  di esprimere il proprio pensiero, rendendolo visionabile a tutti gli  altri soggetti autorizzati ad accedere al forum“, spesso in forma anonima,.”Blog, forum eccetera non possono essere considerati come una testata giornalistica, ma sono equiparabili ai messaggi che potevanoe possono essere lasciati in una bacheca“. Dunque i blog hanno l’obbligo di rispettare il “buon custome” e il giudice può ordinare il sequestro di alcune pagine web.

La controversia  era nata in seguito alla decisione del Tribunale di Catania di sequestrare un forum di discussione sulla religione cattolica nel quale erano contenuti messaggi che la magistratura di Catania aveva ritenuto offensivi verso il comune sentimento religioso. Alcuni bloggisti “avevano travalicato limiti del buon costume alludendo espressamente a pratiche pedofile dei sacerdoti per diffondere il ’sacro seme del Cattolicesimo’“.

Il tema è delicatissimo. Certe ingiurie sono indifendibili, ma temo che la sentenza della Cassazione sia esagerata e che costituisca un precedente potenzialmente pericoloso per la libertà di espressione in questo Paese. Chi stabilisce cos’è il buon costume? E chi ci garantisce che questa sentenza non venga usata per mettere a tacere opinioni scomode? 

da blog-ilgiornale

venerdì, 06 febbraio 2009

Roma - La sicurezza pubblica passa dalla rete: in caso di apologia di reato, in caso di istigazione a delinquere, i provider potrebbero trovarsi costretti a innescare misure per filtrare le pagine sotto indagine. Dietro l'angolo, in caso di inottemperanza, c'è la minaccia della corresponsabilità. Nelle mani dei provider ci potrebbe essere l'onere di percorrere il crinale che divide la libertà di espressione e il reato di opinione.

La disposizione che potrebbe costringere i provider a filtrare le sortite dei cittadini della rete è contenuta nel pacchetto sicurezza, il noto
disegno di legge 733: sotto forma di un emendamento incastonato nel testo dal senatore Gianpiero D'Alia (UDC), si introduce nel DDL l'articolo 50-bis, "Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet". Il Senato ha approvato ieri il testo definitivo, testo che ora rimbalzerà alla Camera.

Al comma 1 si recita:

Quando si procede per delitti di istigazione a delinquere o a disobbedire alle leggi, ovvero per delitti di apologia di reato, previsti dal codice penale o da altre disposizioni penali, e sussistono concreti elementi che consentano di ritenere che alcuno compia detta attività di apologia o di istigazione in via telematica sulla rete internet, il Ministro dell'interno, in seguito a comunicazione dell'autorità giudiziaria, può disporre con proprio decreto l'interruzione della attività indicata, ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine.

Se le parole di un cittadino della rete dovessero finire sotto indagine per essersi pronunciato riguardo a certi delitti, se il cittadino della rete dovesse essere sospettato di aver incoraggiato a commettere un reato, l'autorità giudiziaria potrebbe comunicare al Ministro dell'Interno la necessità di intervenire. "Ci sono i presupposti perché il ministro agisca in modo discrezionale" spiega l'avvocato Daniele Minotti, contattato da Punto Informatico: la formulazione del testo non sembra obbligare il Ministro a disporre il decreto per mettere in moto i provider.

Ma una volta emesso il decreto la palla passerà agli ISP: dovranno innescare "appositi strumenti di filtraggio", dei quali tracceranno i contorni tecnici e tecnologici il Ministro dell'interno, di concerto con il Ministro dello sviluppo economico e con quello della pubblica amministrazione e innovazione. Avranno 24 ore per isolare dalla rete la pagina indicata dal decreto del Ministro: a pendere sul capo del provider potrebbero esserci sanzioni che oscillano dai 50mila ai 250mila euro. Ma soprattutto, sottolinea l'avvocato Minotti, l'ombra dell'accusa di essere corresponsabili di "apologia o di istigazione in via telematica sulla rete internet". "Rischiano di essere accusati di concorso - spiega Minotti - si tratta di un meccanismo perverso: avere l'obbligo giuridico di impedire un evento e sfuggire a quest'obbligo equivale a lasciare che altri continuino a compiere il reato e si finisce per dover rispondere di reato omissivo improprio. Pagando per la stessa imputazione". Un'imputazione che, delineata dagli artt. 414 e 414 c.p., è punita con il carcere: da 1 a 5 anni per l'istigazione a delinquere e per l'apologia di reato, da 6 mesi a 5 anni per l'istigazione alla disobbedienza delle leggi di ordine pubblico o all'odio fra le classi sociali.

L'articolo 50-bis del DDL prevede in sostanza che, in caso di indagini relative a delitti di apologia di reato e di istigazione a delinquere o a disobbedire alle leggi, in caso di decreto emesso dal Ministro i provider operino così come disposto per quanto riguarda pedopornografia e gambling. Fatta eccezione per ordinanze della magistratura come quella emessa nel
caso delle sigarette vendute online o nel caso di The Pirate Bay, solo per gli abusi sui minori riversati online e solo per il gambling non autorizzato mediato dalla rete è possibile ordinare ai provider di operare il filtraggio. Le sanzioni che rischiano i provider che non procedono a rendere irraggiungibile la pagina sono le stesse di quelle previste dal decreto Gentiloni in materia di pedopornografia online: in entrambi i casi incombe sugli ISP un'ammenda da 50mila a 250mila euro, in entrambi i casi i provider potrebbero rischiare la corresponsabilità.

Le poche parole contenute nell'articolo 50-bis potrebbero aprire uno squarcio su uno scenario inquietante: l'avvocato Minotti sottolinea che i reati d'opinione sono reati che non sono inquadrati dalla legge in maniera definita, che potrebbero sovrapporsi con la manifestazione del pensiero dell'individuo, un diritto tutelato dall'articolo 21 della Costituzione. I provider,
concordano i consumatori, potrebbero trovarsi ad agire come setacci della libera espressione: il filtraggio può essere ordinato qualora "sussistono concreti elementi che consentano di ritenere" che sia stato commesso un reato.

Sono numerosi gli interrogativi che si configurerebbero, qualora il DDL dovesse convertirsi in legge senza che l'art.50-bis venga stralciato. L'attenzione dell'autorità giudiziaria potrebbe concentrarsi ad esempio su un video postato su una piattaforma di sharing. Nell'ipotesi che la piattaforma non rimuova il contenuto su segnalazione, dovrebbero intervenire i provider. Che potrebbero non avere i mezzi per agire in maniera chirurgica, e potrebbero trovarsi costretti a inibire l'accesso all'intero dominio. "L'applicazione del DDL appena approvato - conferma a Punto Informatico l'avvocato Guido Scorza - porta come automatica conseguenza il ritorno del paese ad un film liberticida già visto 10 anni fa: quello in cui per impedire la circolazione di un contenuto ritenuto illecito si sequestrava un intero server".

Gli ISP, in attesa del testo consolidato del DDL, manifestano apprensioni e denunce. Assoprovider, che poche settimane fa
si era espressa in materia, è netta: "Lo schema ormai collaudato - spiega a Punto Informatico il presidente Dino Bortolotto - è che se qualche reato viene commesso per mezzo di Internet allora è indispensabile un intervento legislativo speciale che contenga necessariamente un coinvolgimento dei provider (ovviamente italiani) nell'azione di repressione e dove le sanzioni per i provider che non ottemperano in tempi richiesti ovviamente non tengono in nessun conto né delle capacita operative ed economiche dei provider". "Come dire - affonda Bortolotto - che con la scusa di perseguire un fine nobile (perseguire un reato) si determinino delle misure che ledono significativamente la libertà d'impresa di chi non ha commesso alcun reato". Il presidente di Assoprovider scaglia una provocazione: "ad esempio per catturare tutti i latitanti perché non obbligare tutti gli esercizi pubblici ad effettuare l'identificazione dei frequentatori e ovviamente, in caso di mancata identificazione di un latitante, erogare una multa da 50mila a 250mila euro"?

"Se fosse vero - paventa invece il presidente di AIIP Paolo Nuti - ci troveremmo di fronte ad un provvedimento che sovverte, e non sarebbe la prima volta, il concetto di sequestro". "Anziché concentrare l'attenzione su chi utilizza Internet per compiere reati e rimuovere i contenuti illecitamente diffusi - spiega Nuti a Punto Informatico - ci si limiterebbe a nasconderne l'esistenza ad un'opinione pubblica giustamente allarmata, ma sostanzialmente inconsapevole della differenza che corre tra pull e push, tra internet e la televisione, tra censura e sequestro". "Se fosse vero - denuncia Nuti - il prossimo passo potrebbe essere il ripristino della censura, espressamente esclusa dall'articolo 15 della Costituzione, delle comunicazioni interpersonali".

Ma il senatore D'Alia, che pure in passato si è fatto
promotore di altre misure di controllo della rete, si mostra soddisfatto dell'integrazione dell'emendamento. Un emendamento che fa seguito alle invettive scagliate contro coloro che su Facebook inneggino a capi mafiosi, a gruppi terroristici, alla violenza. D'Alia nei giorni scorsi aveva definito Facebook "un social network che si sta rendendo complice di ogni genere di nefandezza, cavalcando per puri motivi pubblicitari i più beceri istinti emulativi". Il senatore aveva promesso "la regolamentazione di un settore che somiglia sempre più a una giungla dove tutto è tollerato". Il primo passo verso la regolamentazione è stato compiuto: "In questo modo - ha commentato D'Alia nelle scorse ore - diamo concretezza alle nostre iniziative per ripulire la rete, e in particolare il social network Facebook, dagli emuli di Riina, Provenzano, delle BR, degli stupratori di Guidonia e di tutti gli altri cattivi esempi cui finora si è dato irresponsabilmente spazio".

"L'ICT - denuncia l'esperto
Stefano Quintarelli sulle pagine di Punto Informatico - è un tema specialistico non così ampiamente noto ai parlamentari. Esiste la Fondazione Bordoni che è un thinktank in materia di TLC, che ha sempre lavorato per il ministero delle Comunicazioni." "È stata consultata? - si chiede Quintarelli - Non credo proprio che avrebbero espresso parere favorevole a un provvedimento come questo. E se non è stata consultata, sarebbe cosa buona e giusta farlo, per il futuro". "Internet è uno strumento di comunicazione - ammonisce Quintarelli - non un'arma di diffusione di massa".

Gaia Bottà
- http://punto-informatico.it/2543670/PI/News/italia-liberta-filtrate.aspx

mercoledì, 31 dicembre 2008
Quasi tutti conosco la teoria della relatività di Einstain, una teoria fondamentale per la fisica moderna, essenziale per  la spiegazione dei fenomeni subatomici così come quelli dell'universo: dove il tempo non è una misura lineare così come ci viene insegnata a scuola ma una entità a due dimensioni, meglio definibile come spazio-tempo che nella dimensione dello spazio tende naturalmente a curvare a causa della gravità. Roba da far girare la testa, se studiata un po': tale da mettere in crisi -o perlomeno in dubbio- tanti convincimenti quotidiani.
La signora Tiziana di Cagliari invece, ha sperimentato in queste ore, sulla sua pelle, un'altra teoria fondamentale -di cui l'Italia è proverbiale centro di ricerca e sperimentazione: la teoria della relatività degli onesti. Questa teoria dice che l'onestà non è un valore lineare in sé scandito da alcuni principi fondamentali senza colore politico, religioso o filosofico, bensì è un dimensione che tende a curvarsi in relazione alla forza di gravità esercitata dal denaro messo a disposizione per l'occasione. Se la massa di denaro è molta, la forza di gravità è molto forte e la curva può arrivare a piegarsi completamente su se stessa sino a generare un buco nero nel quale ogni cosa viene assorbita perdendo la sua identità originale. Nel buco nero ogni sparizione ha la sua giustificazione: essendoci molta forza di attrazione è sconsigliabile resistere od opporsi: lo fanno solo i Fessi: una categoria questa di soggetti non ben definita e dalla dubbia origine. La scienza politica italica non riesce a spiegarsi come mai alcuni esemplari di questa specie si aggirino ancora in libertà per il paese nonostante l'intensa attività mediatica volta a far comprendere quanto sia naturale abbandonarsi alla gravità dei buchi neri. Non si sa che origine abbia questa specie; non si riesce a sapere quanti in realtà essi siano numericamente; paiono capaci di riprodursi e di resistere nelle condizioni ambientali più impervie. Si cerca di isolarli, di capire quale sia l'origine di questo morbo che infonde loro questa malattia che li conduce inesorabilmente ad essere individui disadattati nel contesto sociale.
 
Visibilmente la Sig.ra Tiziana è parsa a disagio di fronte alle domande a al numero di microfoni spuntati sul luogo di lavoro che non si sono certo fatti impressionare dalla tenacia con la quale la signora tentava di continuare a svolgere la sua attività tra gli scaffali rispondendo a stupide domande di stupidi giornalisti di regime.
Ma signora! Ma cosa ha pensato quando ha visto quella cifra? Ma come? Non ha pensato a quante cose avrebbe potuto comprarsi? Una nuova macchina, vestiti, cellulari, una casa al mare, una vacanza, un trattamento plastico alle tette o perlomeno al naso, un televisore al plasma da 2500 pollici. Insomma con tutto ciò che avrebbe potuto fare con quei soldi -senza contare che avrebbe pure fatto felice il presidente Berlusconi che ci ha spiegato che bisogna consumare a più non posso- questa signora qui che fa? Che pensa? Pensa che quei soldi sono il frutto del lavoro di qualcun altro, che qualcuno potrebbe perdere il posto, qualcuno magari stanco come lei -che ha delle responsabilità- e che in un momento di stanchezza si è distratto rischiando di perdere tutto.
Insomma questa donna è una vera e propria Fessa! Non ci sono altre ragionevoli spiegazioni.
Gente come questa Tiziana, ancorata ad antichi miti (non fare ad altri quello che non vorresti fosse fatto a te), superstizioni (un gesto di cortesia ritorna sempre indietro), illusioni (se invece di adattarsi al "così fan tutti", le persone si assumessero le proprie responsabilità le cose andrebbero diversamente), sono da mettere al bando. Bisogna farle sentire quello che sono: bestie rare, disadattati, ipocriti e pusillamini. Si. ipocriti, perché non c'è coraggio nell'essere onesti, non c'è vigore; vuoi paragonare con quel sottile piacere erotico che ti si infonde nel corpo quando sai di aver fottuto qualcuno? Quell'orgasmo intimo che ti da la consapevolezza di aver fatto come fan tutti? Quel senso di onnipotenza che ti pervade quando pensi di averla fatta franca ?
In fondo si vive una volta sola! E bisogna godersela! E se la vita ti offre una occasione bisogna approfittarne! E che cazzo Tiziana!

Cara Tiziana, due mesi fa circa, uscendo dall'ufficio verso le 20:30 ho trovato in terra una busta trasparente contenente una fattura e 160 euro in contanti. Una busta caduta a qualcuno che doveva pagare la fattura o l'aveva incassata. Fatto sta che il giorno successivo ho riportato tutto al bar di fronte al quale ho trovato la busta; mi hanno ringraziato, ma non mi hanno nemmeno offerto un caffè: credo che lo stupore li abbia storditi al punto tale da disorientarli.
Tra noi due c'è uno zero di differenza. Noi sappiamo che non ha importanza; per altri invece si: se io sono fesso tu lo sei elevata ad un potenza di 10 superiore.
Ma non importa. E se nessuno avrà buon gusto di ringraziarti - e magari darti pure quella parte di ricompensa che spetta per legge a chi trova roba di valore e la restituisce- lo faccio io; a nome di tutti i Fessi d'Italia. Grazie Tiziana e buon anno a tutti noi, Fessi irriducibili.
 
postato da: Davide3d alle ore dicembre 31, 2008 10:10 | Permalink | commenti (2)
categoria:politica, donne, lavoro, economia, blog, giustizia, finanza, democrazia, società e costume
mercoledì, 26 novembre 2008

blog-web.jpgLa stragrande maggioranza dei blog è illegale. Non è una forzatura, ma la semplice sintesi di una proposta di legge, il cosiddetto ddl Levi-Prodi del 2007, che prevedeva per tutti i blogger l’obbligo di registrazione al Registro degli Operatori di Comunicazione, esclusi coloro i quali facciano del proprio sito un uso personale o collettivo e che questo non costituisca il frutto di un’organizzazione imprenditoriale del lavoro. In teoria quindi un qualsiasi diario informatico di un utente sarebbe stato esente dalla registrazione, eppure non è così: basta un qualsiasi banner AdSense e per il Codice Civile il proprietario del blog starebbe “facendo impresa”.
Dal 2007 la questione, che raccolse le critiche feroci di numerosi netizens, è praticamente rimasta sospesa nel limbo dell’ambiguità legislativa, almeno fino al recentissimo ddl Cassinelli, già ribattezzato “salva-blog”, ma che in sostanza non risolve il dibattito.
Il disegno del deputato del Pdl decreta che sia obbligatoria la registrazione al tribunale (e non più al Roc) per quei siti che abbiano come scopo la “pubblicazione o la diffusione di notizie di attualità, cronaca, economia, costume o politica”, o a cui gestori ed autori siano legati in termini professionali e con cui traggano profitto o comunque per i quali “percepiscono compensi correlati alla vendita di inserzioni pubblicitarie all’interno delle pagine medesime”. Si parla quindi, per le prime condizioni, della stragrande maggioranza dei blog, a meno che non siano esclusivamente autobiografici e personali, mentre per le restanti restrizioni la questione degli AdSense sarebbe, oltre che rimessa in causa, anche peggiorata.
È quindi conseguente che chi pubblica sul Web la vita del proprio gatto può vendere anche decine di spazi pubblicitari senza ricadere nei reati di stampa visto che secondo il ddl “sono in ogni caso esclusi dagli obblighi previsti dall’articolo 5 della legge 8 febbraio 1948 n. 47”, ovvero la registrazione presso il tribunale. Tra l’altro, tale registrazione è una pratica molto più complessa e dispendiosa di quella al Roc, e inoltre necessita della figura di un direttore responsabile, iscritto all’albo dei giornalisti, un attributo che la quasi totalità dei bloggers non può vantare.
Il disegno di legge Cassinelli è per queste ragioni ben lontano dalla risoluzione della questione “editoria sul Web”, di cui l’unica certezza è la confusione della giurisprudenza.

di Francesco Rossi - da CapitoloPrimo.it

martedì, 25 novembre 2008

Roma - Dopo la pubblicazione dell'articolo Cos'è un Blog, in cui commentavo aspramente tutte le varie proposte di legge esistenti sul tema "Blog e Libertà di Stampa", sono stato contattato dai promotori di una di esse e mi è stato chiesto di esprimere la mia opinione. Lo faccio qui di seguito, in modo che se ne possa discutere apertamente.

Requisiti di una Proposta di Legge
Una proposta di legge su questo tema che voglia essere degna di attenzione dovrebbe fornire gli strumenti necessari per ottenere entrambi i seguenti due effetti.

1)Garantire ai cittadini il diritto di esprimere la loro opinione (e svolgere le loro attività associative e politiche) come previsto dalla Costituzione.
2)Impedire alle aziende e ad altre organizzazioni di sfruttare questi spazi di libertà al solo scopo di sottrarsi agli obblighi di legge previsti per le attività editoriali.

Preciso subito che, personalmente, credo che la stampa non dovrebbe conoscere nessuna limitazione di nessun genere. Tuttavia, se non si prevedono dei limiti specifici per le attività professionali (giornalismo ed editoria) non ha più nessun senso discutere di questo tipo di "riforme", per cui sono costretto a partire da questi presupposti. Riprenderò questo argomento al termine di questo breve articolo.

Quello che ci interessa, per il momento, è che una legge su questo tema dovrebbe sia garantire la libertà di espressione ai privati cittadini sia impedire gli abusi da parte dei "professionisti" dell'editoria e del giornalismo. Come vedremo, quasi mai questi due punti vengono contemporaneamente garantiti dalle proposte di legge esistenti. Di conseguenza, queste proposte di legge sono quasi sempre inutili e prive di senso, prima ancora che dannose.

Editoria Cartacea ed Editoria Digitale
Molte di queste proposte di legge cadono nella tentazione di distinguere tra editoria "cartacea" ed editoria "digitale". Ovviamente, alle spalle di questo modo di separare il grano dalla pula c'è la convinzione che l'editoria "professionale" si faccia tuttora soprattutto su carta mentre sul web siano presenti più che altro dei blog di carattere personale. Non solo: dietro questo modo di pensare c'è la convinzione che le cose resteranno così ancora a lungo.

Questo però non è vero. Già adesso, quasi tutti i principali quotidiani ed i principali periodici del paese (e del mondo intero) hanno una loro versione digitale sul web. Questa versione digitale non ha nulla da invidiare a quella cartacea. Non solo: molte di queste testate stanno abbandonando la carta per ragioni di costo ed in futuro saranno disponibili solo sul web (o quasi).
Per essere più precisi, quasi tutte le testate giornalistiche, quotidiane o periodiche, tecniche o generalistiche, stanno andando verso un modello di editoria fortemente multimediale in cui la stessa notizia viene resa disponibile come "colonna" su carta, come pagina web, come video (file MPEG4 o stream), magari come podcast per non vedenti (MP3) e come "alert" via SMS.
Questa modalità di distribuzione in formati multipli, attraverso più canali paralleli, viene messa in atto già da tempo anche dalle piccole e piccolissime realtà. Un esempio eclatante è l'italianissima "Hacker Journal", che pubblica sia
un sito web che una rivista cartacea (priva di pubblicità, venduta a 2 euro nelle edicole).

Basare la distinzione tra "editoria professionale" e "hobbysmo" sul media utilizzato è del tutto fuorviante e lo sarà sempre di più in futuro.

Tra l'altro, se venisse riconosciuto uno status particolare, più libero, a coloro che operano sul web, le aziende più spregiudicate ne approfitterebbero immediatamente per buttare a mare la versione cartacea e tutti i suoi vincoli. Molti giornali fanno già adesso una fatica enorme a tenere in piedi la struttura redazionale tipica di un giornale, imposta loro dalla nostra legge, e sarebbero ben contenti di spacciarsi per un sito di comunità, libero da questi vincoli.

Verrebbe quindi meno il rispetto del punto 2 delle mie specifiche per una proposta di legge "seria": le aziende potrebbero facilmente "abusare" di una libertà che il legislatore non intendeva riconoscere loro.

Editoria Professionale ed Editoria Hobbystica
Naturalmente, ciò che interessa davvero i legislatori è distinguere tra l'attività editoriale professionale e quella hobbystica. Detto in altri termini, interessa loro distinguere tra un privato cittadino che esprime delle opinioni personali ed un giornalista che riporta delle notizie.

In quasi tutti i casi, le varie proposte di legge tentano di distinguere tra "professionismo" e "volontariato" basandosi sul fatto che esista uno "scopo di lucro" e/o una "remunerazione" dietro all'attività giornalistica ed editoriale. Se l'editore incassa dei soldi dalla pubblicità o dalla vendita in edicola, allora è editoria professionale. Se la pubblicazione non produce introiti, è volontariato. Se il giornalista viene pagato per il suo articolo, è attività professionale, diversamente è volontariato. Questo modo di distinguere i due casi, tuttavia, è palesemente inefficace.

Esistono casi famosissimi di editoria professionale che non ricavano un soldo né dalla vendita in edicola né dalla pubblicità. Uno di questi casi è
Altro Consumo che vive solo dei finanziamenti dei soci. Più in generale la stragrande maggioranza delle testate pubblicate dai partiti politici, dalle associazioni e dai sindacati, pur essendo testate giornalistiche a tutti gli effetti, non ricavano un euro dalla loro attività.

Non solo: la stragrande maggioranza dei "giornalisti" già adesso non ricava un soldo dalla propria attività. Con la crescita del fenomeno del "Citizen Journalism" e con l'aumento dell'offerta di giornalisti (anche "certificati") questa sarà sempre di più la regola. Si scrive e si pubblica soprattutto per comunicare ("per farsi conoscere e per fasi sentire"), non per soldi. I soldi, se arrivano, arrivano sempre più spesso da altre fonti.

Più in generale, l'attività editoriale sta diventando sempre di più un'attività collaterale a qualcos'altro ed è sempre meno caratterizzata dallo scopo di lucro. Per molte testate (soprattutto quelle che hanno una forte componente politica e sindacale) sarebbe forte la tentazione di rinunciare ai già magri introiti se questo permettesse loro di godere di tutta la libertà d'azione che la legge dovrebbe concedere ai privati cittadini. Una volta eliminata la struttura redazionale imposta dalla legge e tutti i suoi costi, il bilancio tornerebbe comunque in pareggio.

Dall'altro lato, è francamente assurdo classificare il blog di un privato cittadino come "testata giornalistica" solo perché ricava pochi o molti soldi dalla pubblicità (AdSense e simili). Cosa pubblica quel sito? Come ricava i propri soldi. Fa informazione? Pubblica notizie?

Stampa, Comunicazione Aziendale e Opinionistica Personale
Ovviamente, si può sempre dire: "Se la testata giornalistica è gestita da un partito politico, da un sindacato, da una associazione o da una azienda, allora è comunque una testata giornalistica ed è comunque soggetta alle regole previste per l'editoria professionale". In altri termini, tutto ciò che è gestito da una "persona giuridica" (invece che da una "persona fisica), è "editoria professionale" e tutti coloro che pubblicano attraverso queste testate sono giornalisti professionisti, non semplici cittadini.

Questo, per inciso, è proprio il modo in cui si distinguono questi due casi in molti altri paesi del mondo: è un professionista chi agisce in associazione con altre persone perché, inevitabilmente, opera per conto di altre persone o rappresenta comunque le opinioni di un gruppo. Chi pubblica qualcosa da solo, non importa come, rappresenta solo se stesso e viene trattato come privato cittadino.

Però... Una "rivista" non deve pubblicare per forza 100 articoli al mese per essere tale. Un singolo individuo può benissimo pubblicare e gestire la propria rivista personale, pubblicando un paio di brevi articoli al giorno. Paolo De Andreis ha fatto esattamente questo quando ha creato Punto Informatico. Io stesso ho fatto la stessa cosa con Oceani Digitali (ora defunta, dopo un paio d'anni di attività). Se la pubblicazione ha successo, può diventare un punto di vista autorevole su un certo tema ed i suoi articoli possono sicuramente "fare male". Il blog di Beppe Grillo ne è un esempio lampante.
Dividere il grano dalla pula diventa quindi sempre più difficile.

Libertà d'espressione di Prima e di Seconda Classe
In realtà, come dicevo all'inizio, è il concetto stesso di "editoria professionale" e di "giornalismo professionale" che non ha nessun senso. Non ha senso pretendere di imporre due diversi livelli di libertà per chi svolge una certa attività a livello professionale (qualunque cosa voglia dire) e per chi lo fa per volontariato.

Così come ha diritto di esprimere la propria opinione un privato cittadino su un blog, ha ovviamente diritto di farlo anche un giornalista professionista che riporta una notizia sul suo giornale. Semmai, il problema sarà del suo editore che dovrà decidere se gli sta bene quel comportamento o meno.

Nei paesi civili, il giornalista gode addirittura di una maggiore libertà di manovra del privato cittadino (può legittimamente nascondere le proprie fonti). In tutte le proposte di legge (ed in tutte le leggi italiane esistenti), il giornalista italiano gode invece di una minore libertà di manovra. Questo a causa di un malinteso senso di "professionalità".
In modo speculare, non si può certo pretendere di riservare ai "giornalisti professionisti" l'accesso ai mezzi di comunicazione, qualunque essi siano, e la libertà di esprimere le proprie opinioni.

Se una differenza può esistere (o deve esistere) tra giornalisti e privati cittadini, non può certamente riguardare la libertà di esprimere il proprio pensiero e di accedere ai mezzi di comunicazione (stampa, web etc.). Non possono esistere cittadini di serie A e cittadini di serie B da questo punto di vista.
Obblighi già esistenti
Si tenga presente che chiunque pubblichi (od anche solo dica a voce) qualunque cosa, da sempre e dovunque nel mondo, è tenuto ad attenersi ai seguenti cinque criteri.


1)Non deve dire cose false perché rischierebbe una denuncia per calunnia.
2)Non deve offendere nessuno perché rischierebbe una denuncia per ingiurie.
3)Non deve rivelare informazioni imbarazzanti senza che ciò sia necessario per informare correttamente il pubblico su qualcosa che riguarda la vita sociale, politica e finanziaria del paese o su qualche aspetto del mercato che riguarda il lettore. Diversamente si ricade nel reato di diffamazione.
4)Non deve rivelare informazioni personali perché rischierebbe una denuncia per violazione della privacy.
5)Non deve demolire l'immagine di una azienda o di un prodotto senza fondato motivo, diversamente rischia una denuncia per danni.

Le cosiddette "persone fisiche" (gli individui) e le cosiddette "persone giuridiche" (associazioni, partiti, sindacati, aziende e via dicendo) sono quindi già adesso più che tutelate nei confronti di ciò che può dire su di loro, in pubblico, una persona qualunque, sia essa un privato cittadino od un giornalista.

Non c'è nessuna ragione di aggiungere ancora un nuovo strato legislativo a questa già robustissima "corazza". Anzi: ci sarebbero tutte le ragioni per toglierne qualcuno.

Snellire l'Articolo 21 della Costituzione
Come abbiamo visto, le proposte di legge che sono state presentate finora (e le leggi che sono state effettivamente promulgate), non riescono a garantire contemporaneamente la libertà di espressione del privato cittadino e l'assenza di abusi da parte degli "operatori della comunicazione" professionali. I due criteri che ho citato all'inizio non vengono rispettati e quindi queste proposte di legge sono prima di tutto inutili ed inefficaci, prima ancora che dannose. Tanto varrebbe riconoscere a tutti gli stessi diritti e le stesse modalità operative, senza preoccuparsi di queste sottili (ed assurde) distinzioni tra "libertà di espressione" e "informazione".

In realtà, l'unico intervento che dovremmo augurarci su questo tema sarebbe una drastica e coraggiosa opera di snellimento e di semplificazione dell'Articolo 21 della Costituzione. Lo potete vedere nella sua forma attuale qui:
Costituzione. Alla fine, questo articolo dovrebbe recitare soltanto quanto segue:
"Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure."

Punto e basta. Senza distinzioni prive di senso tra giornalisti e privati cittadini, tra libertà di espressione e informazione, tra blogging ed editoria. Senza cavilli e senza remore.
Un'altra semplificazione, necessaria e lungamente attesa, sarebbe l'abolizione dell'ordine dei giornalisti. Quello, comunque, lo sta già abolendo, di fatto, il libero mercato.

Alessandro Bottoni
Segretario Associazione Partito Pirata  da
PuntoInformatico.it

lunedì, 24 novembre 2008

Roma - A quanto pare c'è un certo fermento legislativo attorno al tema editoria ed Internet. Mentre in commissione cultura si tratta sui finanziamenti pubblici, dopo l'annuncio dello stralcio del ddl Levi, ribattezzato ammazzablog, arriva il ddl Cassinelli. Per chi fosse curioso, il testo è reperibile sul sito del deputato. Cassinelli, non senza astuzia, lo annuncia già come il "ddl salva blog". Per capire il perché facciamo un piccolo passo indietro.

In Italia è in vigore da vari anni
una legge (62/2001) che definisce come "prodotto editoriale" qualsiasi "prodotto realizzato su supporto (...) informatico, destinato alla pubblicazione (...) di informazioni". Ovvero: quasi ogni sito, forum, blog sulla terra.

Sempre stando alla stessa legge, ogni "prodotto editoriale" pubblicato periodicamente deve sottostare alle disposizioni sulla stampa del 1948 (
legge 47/1948) secondo le quali, tra l'altro, "nessun periodico può essere pubblicato se non sia stato registrato presso la cancelleria del tribunale".

Secondo la lettera della legge, perciò, ciascuno delle migliaia di blog che nascono ogni giorno dovrebbe registrarsi in tribunale, avere un direttore e un proprietario. Chi non lo fa è fuori legge. Fa stampa clandestina. Tuttavia, come spesso succede nel diritto italiano, nonostante la legge sia in vigore nessuno la applica rigidamente perché altrimenti il sistema imploderebbe. Si va avanti di interpretazione in interpretazione, di giurisprudenza in giurisprudenza, di legge in decreto (dlgs 9 aprile 2003), con l'unica certezza dell'incertezza del diritto. Per onore di cronaca, va detto che nel 2001 molti cercarono di fermare la mano del legislatore: giuristi, utenti, esperti di tecnologia. Ma senza successo.

Da allora le homepage del Bel Paese furono invase da grotteschi stendardi e clausolette nel tentativo di fuggire dalla longa manus della legge: "il presente sito non costituisce testata giornalistica", "non ha carattere periodico", "è aggiornato secondo le disponibilità", "passavo di qui per caso, ma vado via subito", "il mio server è in Turkmenistan"... Di tutto per dimostrare la propria amatorialità. Nonostante ciò, venne poi anche qualche condanna per stampa clandestina, qualche
condanna per diffamazione, e qualche ddl Levi. Niente di troppo anticostituzionale, sia chiaro, ma comunque abbastanza per generare un clima di insicurezza e timore che concorre - con molti altri fattori - a collocare l'Italia negli ultimi posti in occidente per libertà di informazione.

Ebbene: sette anni dopo Cassinelli si accorge che c'è qualcosa che non va. E se ne accorge giusto mentre Levi viene fustigato da mezza Italia per il suo ddl sull'editoria. Lo fa con una proposta non indenne da critiche, ma da discutere sia perché costituisce un precedente, sia perché arriva da un membro del partito di Governo. Non propone una revisione generale della legge sull'editoria come Levi, ma piuttosto alcune modifiche a quella vigente (vedi
testo completo del ddl).

Primo punto: stabilire due categorie distinte, i "prodotti editoriali cartacei" e i "prodotti editoriali sulla rete internet".

Secondo punto: i prodotti editoriali sulla rete internet debbono sottostare alle
leggi sulla stampa solo se hanno per scopo la pubblicazione di notizie e purché ricadano in una delle seguenti tipologie: il gestore o gli autori delle pagine sono riconducibili a testate "quotidiane", "periodiche", "settimanali", ecc. o sono legati ad esse da vincoli professionali; gestore o autori ne traggono profitto; gestore o autori sono giornalisti professionisti; gestore o autori percepiscono compensi periodici o saltuari per la propria attività di gestione o redazione; gestore o autori vendono direttamente, o comunque percepiscono compensi correlati alla vendita di inserzioni pubblicitarie nelle pagine.

Terzo punto: esclusione esplicita di tutti quei siti che hanno come "unico scopo" la pubblicazione di idee ed opinioni personali; la pubblicazione di informazioni societarie, istituzionali, autobiografiche; gli aggregatori automatici; i forum; le comunità virtuali.

Il ddl, quindi, non è un "salva blog" ma cerca almeno di risolvere alcune tensioni dell'attuale legge sull'editoria. Nella proposta restano irrisolti, tuttavia, alcuni punti critici:

1. il testo proposto non semplifica né snellisce la precedente normativa ma, anzi, sotto più aspetti ne aumenta la complessità interpretativa.
2. lascia sostanzialmente invariati i rischi prospettati dal ddl levi: un blog personale che pubblica notizie corredate da qualche annuncio AdSense
rischia i reati di stampa. E aggiunge nell'elenco degli a rischio anche qualsiasi giornalista che pubblicasse notizie (e non opinioni) in indipendenza.
3. è poco armonizzato col diritto internazionale e non risolve la necessità di un testo unico aggiornato in base all'evoluzione tecnologica.

Per queste ragioni, e anche perché una riforma seria è lungi a vedersi all'orizzonte, la proposta è da modificare ma almeno da discutere. Pur con le ambiguità lessicali e giuridiche che porta con sé, infatti, sarebbe forse più chiara dell'attuale limbo. Rimarrà testo morto nelle fagocitanti aule della Camera? Diventerà l'ennesima
toppa di un vestito legislativo già in brandelli? Forse.

In attesa di una delle tante
riforme che, come quella sul diritto d'autore del 1941, l'Italia aspetta da più di sessant'anni.

Luca Spinelli - da PuntoInformatico.it

domenica, 23 novembre 2008

Dopo il ritiro della norma ammazza-blog di Ricardo Levi, ecco in arrivo la nuova proposta di Roberto Cassinelli del PdL. Si tratta di una proposta di legge che si propone di "modificare l’articolo 1 della legge 7 marzo 2001, n. 62, in materia di definizioni e disciplina del prodotto editoriale".

In pratica, l'obiettivo è quello di definire con maggiore precisione quali prodotti editoriali online debbano ottemperare agli obblighi contenuti nell’articolo 2 della legge 8 febbraio 1948, n. 47 – quindi quella serie di norme e restrizioni che rispettano le testate cartacee tradizionali.

Senza entrare nel merito del progetto di Cassinelli – che sarà approfondito dal nostro consulente  Studio Legale Associato Fioriglio-Croari – possiamo comunque sottolineare che nel documento vi sono spunti interessanti. Su tutti il fatto che la "proposta di legge vuole far sì che coloro i quali sfruttano la rete internet per esprimere le proprie idee, attraverso, per esempio, i blog, possano utilizzare liberamente le moderne tecnologie, sempre nel rispetto delle leggi, senza però essere soffocati da inutili, e talvolta inopportuni, vincoli burocratici".

"È, infatti, la nostra Carta Costituzionale a stabilire, all’articolo 21, che tutti hanno diritto di manifestare il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La rete internet sta divenendo il mezzo più sfruttato per esprimere e diffondere il proprio pensiero, ed è per questo che va sostenuta e resa sempre più fruibile a tutti i Cittadini", si legge nel documento introduttivo redatto da Cassinelli.

da tomshw.it

postato da: Dilia61 alle ore novembre 23, 2008 09:59 | Permalink | commenti
categoria:politica, blog, libertà di pensiero e di parola, libertà su internet
sabato, 22 novembre 2008

di Giorgio Santelli - da Articolo21

Nessuno tocchi la libertà dei blogger!

Un nuovo attacco ai blogger che, purtroppo, porta la firma del centrosinistra. Ricardo Franco Levi ha nuovamente deositato il disegno di legge che vorrebbe equiparare i blog alla stampa chiedendo, di fatto, la registrazione dei blog al Registro degli Operatori di Comunicazione (Roc) e quindi l'applicazione dei reati a mezzo stampa. Il disegno di legge venne già presentato nel 2007. Come allora anche oggi Articolo 21 afferma la sua contrarietà a quel decreto e il portavoce dell'associazione Beppe Giulietti, che è parlamentare e membro della Commissione Cultura della Camera, si batterà in quella sede dove il disegno di legge è stato assegnato in sede referente. In quest'articolo di Luca Spinelli e pubblicato su Punto Informatico, spieghiamo il senso di quel ddl. A tutti i blogger chiediamo di inviare commenti e idee sul futuro del nostro mondo che verranno utilizzati in quella sede a difesa dei blogger italiani.

I blogger, nel mondo come in Italia, rappresentano una rete di libertà che non può essere messa in discussione, come in discussione non può essere messa la libertà della rete. Specialmente in Italia, dove l'informazione è sottoposta ad ua censura "di regime" e dove la libertà di espressione è messa in discussione proprio per l'anomalia italiana. Il sistema dei media e dell'informazione non è plurale e i blog rappresentano una risposta a questa carenza di pluralismo. Questa proposta di legge liberticida deve essere bloccata proprio per evitare che anche una dell ultime riserve di libertà venga messa sotto il controllo della politica.


VITA E GIULIETTI: CHIEDEREMO A LEVI DI RITIRARE QUEL PROGETTO DI LEGGE 

"Alla Commissione Cultura della Camera è arrivato un vecchio testo presentato da Levi e che, effettivamente, pone alcuni rischi per il futuro dei Blogger. L'impegno congiunto da parte nostra sarà quello di chiedere allo stesso Levi il ritiro di quella proposta e di elaborare insieme un nuovo ddl che tenga presente le richieste e le necessità provenienti proprio dal mondo dei blogger che, con il loro lavoro quotidiano, riempiono di contenuti la rete e di informazioni talvolta mancanti. A volte sono informazioni o posizioni che non condividiamo ma, proprio per l'entità del fenomeno dei blogger, parliamo di un mondo vastissimo fatto di centinaia e centinaia di esperienze che, in ogni caso, rappresentano una grande garanzia di pluralismo e di libertà". - Lo dichiarano ad Articolo 21 il Senatore Vincenzo Vita vice presdente della Commissione Cultura del Senato e il membro della Commissione Cultura della Camera Giuseppe Giulietti


DA PUNTO INFORMATICO

Roma - Era ottobre 2007. Il consiglio dei ministri approvava il cosiddetto "DdL Levi-Prodi", disegno di legge che prevedeva per tutti i blog l'obbligo di registrarsi al Registro degli Operatori di Comunicazione e la conseguente estensione sulle loro teste dei reati a mezzo stampa.

La notizia, scoperta del giurista
Valentino Spataro e rilanciata da Punto Informatico, fece scoppiare un pandemonio. Si scusarono e dissociarono i ministri Di Pietro e Gentiloni, ne rise il Times, Beppe Grillo pubblicò un commento di fuoco sul suo blog. Il progetto subì una brusca frenata e dopo un po' le acque si calmarono. Cadde il governo Prodi.

Un anno dopo: novembre 2008. Un altro giurista, Daniele Minotti, si accorge che il progetto di legge gira di nuovo nelle aule del nostro Parlamento, affidato in sede referente alla commissione Cultura della Camera (
DdL C. 1269). Minotti ne fa una breve analisi sul proprio blog, marcando le diversità fra il nuovo testo e quello precedente. Abbiamo tuttavia alcune differenze di interpretazione. Diamo insieme un'occhiata ai punti salienti del progetto di Legge per capire cosa possono aspettarsi i navigatori e i blogger italiani:

Art. 2.
(Definizione di prodotto editoriale).

1. Ai fini della presente legge, per prodotto editoriale si intende qualsiasi prodotto contraddistinto da finalità di informazione, di formazione, di divulgazione o di intrattenimento e destinato alla pubblicazione, quali che siano la forma nella quale esso è realizzato e il mezzo con il quale esso viene diffuso.

Qualsiasi blog rientra in questa definizione.

Art. 8.
(Attività editoriale sulla rete internet).

1. L'iscrizione nel Registro degli operatori di comunicazione dei soggetti che svolgono attività editoriale sulla rete internet rileva anche ai fini dell'applicazione delle norme sulla responsabilità connessa ai reati a mezzo stampa.

3. Sono esclusi dall'obbligo dell'iscrizione nel Registro degli operatori di comunicazione i soggetti che accedono alla rete internet o che operano sulla stessa in forme o con prodotti, quali i siti personali o a uso collettivo, che non costituiscono il frutto di un'organizzazione imprenditoriale del lavoro.

All'apparenza il comma 3 escluderebbe la maggioranza dei blog dall'obbligo di registrazione e dai correlati rischi legali. Ma non è così. Ecco alcuni esempi pratici.

Il blog di Beppe Grillo ha una redazione, ha banner pubblicitari, vende prodotti. In parole povere: sia secondo il
Codice Civile, sia secondo la comune interpretazione dell'Agenzia delle Entrate, fa attività di impresa. Se il progetto di legge fosse approvato, perciò, Beppe Grillo avrebbe con tutta probabilità l'obbligo di iscriversi al ROC. Non solo: sarebbe in questo modo soggetto alle varie pene previste per i reati a mezzo stampa.

Affari suoi, diranno forse alcuni. Eppure non è l'unico a doversi preoccupare. Nella stessa situazione si troverebbero decine, probabilmente centinaia di altri ignari blogger. Infatti: chiunque correda le proprie pubblicazioni con banner, promozioni, o anche annunci di Google AdSense, secondo la comune
interpretazione dell'Agenzia delle Entrate, fa attività di impresa.

Il ragionamento è semplice. L'apposizione di banner è un'attività pubblicitaria continuativa che genera introiti; una prestazione continuativa è un'attività di impresa; chi fa impresa grazie alle proprie pubblicazioni deve registrarsi al ROC; chi è registrato al ROC può incorrere nei reati di stampa. Chi invece è in questa situazione e non si registra al ROC, può essere denunciato per
stampa clandestina (ricordiamo un caso recente).

Per quanto in nostra conoscenza, manca ancora un pronunciamento strettamente ufficiale dell'Agenzia delle Entrate (
interpello) se l'uso di qualche banner rientri nelle attività dell'impresa (ma l'orientamento è piuttosto chiaro: banner = attività lucrosa continuativa; attività lucrosa continuativa = impresa).

Per questa ragione, se il progetto di Legge venisse approvato come è ora proposto, saremmo nel migliore dei casi di fronte ad una legge passibile di più interpretazioni e quindi potenzialmente molto pericolosa. Facciamo un esempio di fantasia, ambientato a Paperopoli.

Rockerduck: "Se non cancelli l'articolo sul tuo blog che parla male di me, ti trascino in tribunale per diffamazione a mezzo stampa."
Paperino: "Ma il mio blog non è una testata!"
Rockerduck: "Però hai un banner pubblicitario, quindi potresti essere un'impresa, e quindi devi iscriverti al ROC. Anzi, se non togli l'articolo ti denuncio pure per
stampa clandestina."
Paperino: "Ok. Sob."

Provate a sostituire "Rockerduck" con "picciotto" e "Paperino" con "cittadino" e il gioco è fatto.

Luca Spinelli

DA L'UNITA

Ritorna in Parlamento il ddl che fa tremare i blogger
di Francesco Costa

L'incubo dei blogger italiani è tornato, e la rete è di nuovo in subbuglio. Motivo dell'agitazione la riproposizione del disegno di legge sull'editoria del deputato Riccardo Franco Levi, risalente alla scorsa legislatura e oggi tornato alla ribalta perché presentato nuovamente dal deputato del Pd e in discussione in Commissione Cultura. Non è complicato capire perché i blogger siano sul piede di guerra: se la proposta di legge Levi divenisse legge, moltissimi di loro dovrebbero iscriversi a un registro pubblico appositamente creato, il Registro degli Operatori di Comunicazione (ROC), pena il rischio di una condanna per stampa clandestina.

Un anno fa - Per comprendere bene la questione, occorre fare un passo indietro. Ottobre 2007, Romano Prodi è Presidente del Consiglio dei Ministri, Riccardo Franco Levi è sottosegretario alla presidenza del consiglio. Sembra un secolo fa. Il consiglio dei ministri dell'allora governo di centrosinistra approva il disegno di legge Levi-Prodi sulla disciplina del settore dell'editoria, e su internet si scatena il putiferio. Il disegno di legge non comporta infatti solo l'obbligo dell'iscrizione al ROC ma anche l'estensione sui blogger della procedibilità per i reati a mezzo stampa. Di fatto, la norma entrando in vigore priverebbe i blog della caratteristica fondamentale che li ha resi uno strumento centrale della comunicazione e dell'informazione fatta dai cittadini: la facilità di utilizzo e l'immediatezza della pubblicazione. All'approvazione del disegno di legge da parte del Consiglio dei Ministri seguirono numerose proteste degli utenti della rete, e alcuni componenti dell'allora maggioranza si sfilarono da quella decisione. Il primo a rompere le righe fu Antonio Di Pietro, al tempo ministro per le infrastrutture, seguito dall'allora ministro per le comunicazioni Paolo Gentiloni nonché dal presidente della commissione cultura della Camera, Pietro Folena. Condivisero tutti la stessa motivazione, riguardo il ddl: «Scusate, non lo abbiamo letto». A seguito delle proteste, Levi modificò il ddl così che l'iscrizione al Roc fosse obbligatoria solo per i siti internet che "non costituiscono un'organizzazione imprenditoriale del lavoro". E' sufficiente però la presenza in pagina di un piccolo banner pubblicitario per rientrare nella categoria di "organizzazione imprenditoriale del lavoro", per cui la modifica non servì a rassicurare i blogger.

L'assalto geriatrico - La stampa estera si tuffò su questa ipotesi di legislazione senza precedenti in paesi democratici. Il Times si affidò
al commento caustico di Bernhard Warner, secondo cui solo una classe dirigente anziana come quella italiana poteva elaborare una normativa così sgangherata sui blog e l'editoria online. «Romano Prodi, il primo ministro, ha 69 anni, e ha battuto il 71enne Silvio Berlusconi alle ultime elezioni. Il Presidente Giorgio Napolitano, 82, ha davanti ancora sei anni prima di finire il mandato; il suo predecessore ne aveva 86 quando lasciò il Quirinale. Nella sfortunata ipotesi che l'Italia dichiari guerra a qualcuno - proseguiva il quotidiano britannico - la decisione verrà da un capo di stato che aveva quasi vent'anni quando i tedeschi si arresero alla fine della seconda guerra mondiale. Penso che questa prospettiva sia una necessaria introduzione a qualsiasi discorso riguardo la politica italiana con chi non ne sa abbastanza. Se il governo italiano non vi sembra adatto al mondo moderno, la spiegazione è molto semplice: anche il vostro paese farebbe lo stesso, se fossero i vostri nonni a essere al potere».

Oggi - Il resto della storia è facile da immaginare: il governo Prodi cade prima che il ddl Levi possa finire in discussione nelle aule parlamentari e i blogger tirano un respiro di sollievo. Se non fosse che Riccardo Levi, rieletto alla Camera in questa legislatura, presenta nuovamente la sua proposta di legge, e questa sia da una settimana in discussione in Commissione Cultura alla Camera. I blogger sono di nuovo in subbuglio, e fanno quadrato tentando di resistere nuovamente a un'avanzata che minerebbe la loro libertà. In un paese in cui l'anzianità della classe dirigente e la scarsa dimestichezza con la rete sono fenomeni completamente trasversali, c'è solo da incrociare le dita e sperare che non si debba assistere al passaggio dell'ennesima legge miope e senza precedenti in materia di internet. A opera - stavolta - di un deputato democratico.


venerdì, 21 novembre 2008

Dichiarazione di Ricky Levi (Pd), portavoce Governo ombra

La rete come spazio di libertà e opportunità di sviluppo, come ineguagliabile strumento, sotto qualsiasi latitudine e regime, per il libero scambio di informazioni ed opinioni e come potente mezzo per la crescita economica, di singole imprese e dell’intera società.

Queste sono le convinzioni con le quali ci siamo avvicinati al mondo di internet quando, col passato governo e nella passata legislatura, ci siamo messi al lavoro per avviare l’editoria italiana ad una riforma non più rinviabile nel tempo e tale da consentirle di rispondere in modo efficace alle sfide del nostro tempo.

Sul progetto allora elaborato e che sto ora riproponendo al Parlamento, si stanno manifestando tra gli utenti di internet diffuse preoccupazioni. Si teme, in particolare, che vengano introdotte regole che limitino la semplicità dell’accesso alla rete e la libertà d’espressione che essa naturalmente permette.

Si tratta di paure totalmente infondate.

Ciononostante, penso che si possa serenamente convenire sull’utilità di un pausa di riflessione.

Dal mondo (e penso ai passi avanti che sono stati fatti per il riconoscimento dei diritti d’autore sui brani musicali e sui libri scaricati da internet, ai tanti esempi di operatori che hanno cancellato dai loro siti notizie risultate errate o offensive, alle relazioni tra le maggiori imprese della rete e le autorità antitrust per contemperare i valori della libera iniziativa e dell’apertura dei mercati) ci arrivano, sempre più numerosi, i segnali di una rete che, senza perdere in libertà, trova le forme di una matura e condivisa responsabilità.

Sono fiducioso che, a partire da questi segnali, sia possibile trovare un’intesa che consenta a tutti di trarre il meglio dalle opportunità offerte da internet.

Per la vastissima consultazione e il grande lavoro di analisi e riflessione su cui è stato costruito, considero il progetto di legge che ho depositato alla Camera una base preziosa per un confronto nel Parlamento e con gli operatori che porti finalmente a varare una organica riforma dell’editoria.

Per queste ragioni, prima che il progetto di legge venga offerto alla discussione parlamentare in un testo definitivo, cancellerò dal testo il breve capitolo su internet. Discuteremo insieme se e come riempire quel vuoto.

da Ufficio Stampa Partito Democratico

venerdì, 21 novembre 2008

“Cancellerò dal testo il breve capitolo su Internet”: a dirlo è Ricardo Franco Levi (Pd). Una promessa a chiare lettere in fondo a un comunicato nel solito linguaggio politichese sul sito del principale partito d’opposizione. La vicenda, passata in sordina sui media tradizionali, riguarda di nuovo la riforma della legge dell’editoria. Di nuovo, perché Levi, non contento della levata di scudi che pochi mesi fa si era scatenata sul suo disegno di legge per la parte che riguarda i blog, ci ha riprovato come se nulla o quasi fosse successo.

Riassunto delle puntate precedenti: un anno fa (ottobre 2007), l’allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio Levi presenta un disegno di legge sulla disciplina del settore dell’editoria. Il popolo di internet insorge, perché quel testo prevede l’iscrizione al Roc (Registro degli operatori della Comunicazione) per tutti i blog. La norma viene modificata, si promette una discussione più ampia, poi il governo Prodi cade, e sul Ddl Levi sembra calare il sipario.

Invece no: nella nuova legislatura, Levi ripropone il suo disegno di legge. E sulla normativa internet ci riprova (art 8): propone l’iscrizione al Roc (e le norme sulla responsabilità connessa ai reati di stampa) “a tutti i soggetti che svolgono attività editoriale sulla rete” (e fin qui siamo tutti d’accordo), escludendo “i siti personali o a uso collettivo, che non costituiscono il frutto di un'organizzazione imprenditoriale del lavoro”. Una definizione che solo a un occhio sprovveduto può sembrare ‘salva-blog’. Infatti, per venire classificati come ‘attività imprenditoriale’, basta guadagnare anche pochi euro, magari con un banner pubblicitario o gli Adsense di Google. Il copione si ripete: con meno grancassa della prima volta, la Rete si muove. Solo su Facebook, ad esempio, il gruppo che si oppone al DDL 1269 raccoglie in poco più di una settimana 20.000 adesioni.E a questo punto Levi annuncia la retromarcia. Resta da vedere cosa verrà effettivamente tolto da quel DDL.

Sia chiaro, credo fermamente che l’attività di informazione online debba sottostare alle leggi sulla stampa, come tutti gli altri media. E sono convinta che ci sono blog, come quello di Beppe Grillo (il più citato in questa vicenda), che debbono sottostare alle stesse leggi, perché fanno informazione tanto quanto le testate registrate. Ma ciò non significa costringere migliaia di altri blogger, che non fanno informazione, a una trafila burocratica assurda (e non so quanto costosa).

Avrei qualche domanda all’onorevole Levi: perché mai abbiamo dovuto perdere tutti del tempo a ripetere una sceneggiata fatta un anno fa? Perché ha cercato di far rientrare dalla finestra quello che era uscito dalla porta? Visto che insiste ad occuparsi di Internet, perché non ha ancora imparato a capire come ‘ragiona’ la Rete?

Egregio deputato, le lancio una proposta interessante. Si faccia mandare da Uolter a fare un piccolo stage nello staff di Obama, in particolare da coloro che hanno gestito in modo geniale la campagna su Internet. L’Italia non è l’America, loro sono più avanti di noi. Sono sicura che scoprirà cose molto interessanti, che forse serviranno al lei e al Pd per ripetere un altro copione: quello vincente di Barack.

da Quotidianonet