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Io sto con Saviano
 QUALCUNO MI SA DIRE COME MAI CON IEPLORER SI VEDE BENE E CON FIREFOX SI VEDE TUTTO BIANCO IL TESTO??? EPPURE I CLASS SONO GIUSTI....
mercoledì, 21 gennaio 2009

Oggi a Washington è il giorno in cui si avvera il sogno di Martin Luther King. Il 28 agosto del 1963 il reverendo concluse, davanti al Lincoln Memorial di Washington, la più grande marcia per i diritti civili mai vista negli Stati Uniti, con un discorso che tutti ricordano come quello di "I have a dream", dall'espressione che cadenzava il testo di King. Quella che segue è la traduzione integrale di quel discorso: Sono orgoglioso di unirmi a voi oggi in quella che passerà alla storia come la piú grande manifestazione per la libertà nella storia del nostro paese.
Cento anni fa, un grande Americano, sulla cui ombra simbolica ci troviamo oggi, firmó la Proclamazione per l'Emancipazione. Questo decreto importantissimo arrivò come un faro di speranza per milioni di schiavi Negri bruciati dalle fiamme di questa raggelante ingiustizia. Arrivó come una gioiosa aurora dopo una lunga notte di schiavitú.

Peró cento anni dopo, il Negro non è ancora libero; cento anni dopo, la vita del Negro è ancora dolorosamente segnata dai ferri della segregazione e dalle catene della discriminazione; cento anni dopo, il Negro vive in un'isola deserta in mezzo a un immenso oceano di prosperità materiale; cento anni dopo, il Negro tuttora langue negli angoli della società americana e si trova in esilio nella propria terra.

Cosí siamo venuti qui oggi a denunciare una condizione vergognosa. In un certo senso siamo venuti nella capitale del nostro paese per incassare un assegno. Quando gli artefici della nostra repubblica scrissero le magnifiche parole della Costituzione e della Dichiarazione d'Indipendenza, stavano firmando una cambiale di cui ogni americano era garante. Questa cambiale era la promessa che tutti gli uomini, sia, l'uomo negro e l'uomo bianco, avrebbero avuto garantiti i diritti inalienabili alla vita, alla libertà, e al perseguimento della felicità.

È ovvio oggi che l'America è venuta meno a questa promessa per quanto riguarda i suoi cittadini di colore. Invece di onorare questo obbligo sacro, l'America ha dato alla gente negra un assegno a vuoto; un assegno che è tornato indietro con il timbro fondi insufficienti. Peró ci rifiutiamo di credere che la Banca della Giustizia sia fallita. Ci rifiutiamo di credere che non ci siano fondi sufficienti nelle grandi casseforti dell'opportunità di questo paese. E allora siamo venuti a incassare quest'assegno, l'assegno che ci darà a richiesta le ricchezze della libertà e la sicurezza della giustizia.

Inoltre siamo venuti in questo luogo sacro per ricordare all'America l'urgenza impetuosa del momento presente. Questo non è il momento di raffreddarsi o prendere i tranquillanti della gradualità. Ora è il momento di realizzare le promesse di Democrazia; ora è il momento di uscire dall'oscura e desolata valle della segregazione verso il cammino illuminato della giustizia razziale; ora è il momento di tirar fuori il nostro paese dalle sabbie mobili dell'ingiustizia razziale sul terreno solido della fraternità; ora è il momento di fare della giustizia una realtà per tutti i figli di Dio. Sarebbe fatale per la nazione passar sopra l'urgenza di questo momento. Quest'estate soffocante per il malcontento legittimo del Negro non terminerà fino a quando non venga un autunno vigoroso di libertà e uguaglianza.

Il 1963 non è una fine, ma un principio. E coloro che speravano che il Negro avesse bisogno di sfogarsi per essere contento, avranno un duro risveglio se il paese ritornerà alla solita situazione. Non ci sarà riposo né tranquillità in America fino a quando al Negro non verranno garantiti i suoi diritti di cittadino. Il turbine della ribellione continuerà a scuotere le basi della nostra nazione fino a che non sorgerà il giorno splendente della giustizia.

Però c'è qualcosa che io debbo dire alla mia gente, che sta sulla soglia logora che conduce al palazzo di giustizia. Nel processo di conquista del posto che ci spetta, non dobbiamo essere colpevoli di azioni inique. Non cerchiamo di soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla tazza del rancore e dell'odio. Dobbiamo sempre condurre la nostra lotta su un piano di dignità e disciplina. Non dobbiamo permettere che le nostre proteste creative degenerino in violenza fisica. Ancora una volta dobbiamo elevarci alle altezze maestose dell'incontro tra forza fisica e forza dell'anima. La nuova meravigliosa militanza, che ha inghiottito la comunità negra, non dovrà condurci a diffidare di tutta la gente bianca. In quanto parecchi dei nostri fratelli bianchi, come oggi si vede dalla loro presenza qui, si sono resi conto che il loro destino è legato al nostro. E si sono resi conto che la loro libertà è inestricabilmente legata alla nostra. Non possiamo camminare soli. E camminando, dobbiamo fare la promessa che marceremo sempre in avanti. Non possiamo tornare indietro.

Ci sono coloro che stanno chiedendo ai devoti dei Diritti Civili, Quando sarete soddisfatti? Non potremo mai essere soddisfatti finché il Negro sarà vittima degli orrori indescrivibili della crudeltà poliziesca; non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri corpi, pesanti per la stanchezza del viaggio, non potranno riposare negli alberghi delle autostrade e delle città; non potremo mai essere soddisfatti finché la possibiltà di movimento del Negro sarà da un piccolo ghetto ad uno piú grande; non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri figli saranno privati della propria personalità e derubati della dignità da un avviso scritto Solo Per Bianchi; non potremo mai essere soddisfatti finché il Negro del Mississippi non potrà votare ed il Negro di New York crederà di non avere nessuno per cui votare. No! No, non siamo soddisfatti, e non saremo soddisfatti fino a quando la giustizia non scorrerà come l'acqua e la rettitudine come una forte corrente.

Sono ben consapevole che alcuni di voi son venuti fin qui con grandi dolori e tribolazioni. Alcuni sono arrivati freschi da anguste celle di prigione. Alcuni di voi sono venuti da luoghi dove la ricerca della libertà li ha lasciati colpiti dalla tormenta della persecuzione e barcollanti per i venti della brutalità poliziesca. Voialtri siete i veterani della sofferenza creativa. Continuate a lavorare con la fede che le sofferenze immeritate redimono. Tornate nel Mississippi; tornate in Alabama; tornate nella Carolina del Sud; tornate in Georgia; tornate in Louisiana; tornate nei tuguri e nei ghetti delle nostre città del Nord, sapendo che in un modo o nell'altro questa situazione può essere e sarà cambiata. Non ci rotoliamo nella valle della disperazione.

Per cui vi dico, amici miei, che anche se affronteremo le difficoltà di oggi e di domani, ancora io ho un sogno. È un sogno profondamente radicato nel sogno Americano, che un giorno questa nazione si solleverà e vivrà nel vero significato del suo credo, noialtri manteniamo questa verità evidente, che tutti gli uomini sono creati uguali. Io sogno che nella terra rossa di Georgia, i figli di quelli che erano schiavi ed i figli di quelli che erano padroni degli schiavi si potranno sedere assieme alla tavola della fraternità. Io sogno che un giorno anche lo stato di Mississippi, uno stato ardente per il calore della giustizia, ardente per il calore dell'oppressione, sarà trasformato in un oasi di libertà e giustizia. Io sogno che i miei quattro figli piccoli un giorno vivranno in una nazione dove non saranno giudicati per il colore della pelle, ma per il contenuto della loro personalità.

Oggi ho un sogno!

Sogno che un giorno in Alabama, con i suoi razzisti immorali, con un Governatore dalle labbra sgocciolanti parole d'interposizione e annullamento, un giorno, là in Alabama, piccoli Negri, bambini e bambine, potranno unire le loro mani con piccoli bianchi, bambini e bambine, come fratelli e sorelle.

Oggi ho un sogno!

Sogno che un giorno ogni valle sarà elevata, ed ogni collina e montagna sarà spianata. I luoghi asperi saranno piani ed i luoghi tortuosi saranno diritti, e la gloria del Signore sarà rivelata ed il genere umano sarà riunito.

Questa è la nostra speranza. Questa è la fede con cui ritorno al Sud. Con questa fede potremo tagliare una pietra di speranza dalla montagna della disperazione. Con questa fede potremo trasformare il suono dissonante della nostra nazione in un armoniosa sinfonia di fraternità. Con questa fede potremo lavorare insieme, pregare insieme, lottare insieme, andare in carcere insieme, sollevarci insieme per la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi, e questo è il giorno. Questo sarà il giorno in cui tutti i figli di Dio potranno cantare con nuovo significato Il mio paese è tuo, dolce terra di libertà, di te io canto. Terra dove è morto mio padre, terra orgoglio del pellegrino, da ogni lato della montagna facciamo risuonare la libertà. E se l'America sarà una grande nazione, questo si deve avverare.

E quindi lasciate risuonare la libertà dalle cime dei prodigiosi monti del New Hampshire.
Lasciate risuonare la libertà dalle poderose montagne di New York.
Lasciate risuonare la libertà dalle altitudini degli Alleghenies della Pennsylvania.
Lasciate risuonare la libertà dalle rocce coperte di neve di Colorado.
Lasciate risuonare la libertà dalle coste tortuose della California.
Ma non solo.
Lasciate risuonare la libertà dalla Montagna di Pietra della Georgia.
Lasciate risuonare la libertà dalla montagna Lookout del Tennessee.

Lasciate risuonare la libertà da ogni collina e montagna del Mississippi, da ogni lato della montagna lasciate risuonare la libertà. E quando questo accadrà, e quando lasceremo risuonare la libertà, quando la lasceremo risuonare da ogni villaggio e da ogni casale, da ogni stato e da ogni città, saremo capaci di anticipare il giorno in cui tutti i figli di Dio, uomo Negro e uomo Bianco, Ebreo e Cristiano, Protestante e Cattolico, potremo unire le nostre mani a cantare le parole del vecchio spiritual Negro: Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo finalmente liberi.
 
28 agosto 1963

da Il Salvagente

martedì, 18 novembre 2008

Negli ultimi anni l’informazione nei paesi arabi è cambiata tantissimo. Da quella giornalistica alla satira fino all’entertainment». Donatella Della Ratta, trentacinquenne romana, è esperta e appassionata di tutto quello che succede nel mondo dei media e del web arabo: «Dai blogger iracheni alle soap opera siriane, un nuovo linguaggio fa breccia nelle società arabe, e l’Occidente rischia di non cogliere l’importanza di una cultura che esprime il cambiamento utilizzando le tecnologie».

Joichi Ito, guru dei creative commons, l’ha incaricata di monitorare il web di quei paesi. «Si sta creando una coscienza su argomenti prima sconosciuti come il concetto di open source, stanno nascendo tanti Linux Group, il blog è diventato una realtà utilizzata soprattutto dalle donne». Nei paesi arabi ad ogni angolo c’è un Internet Cafè: «In casa pochi hanno un computer, ma tutti sanno usarlo». Donatella, che ha il blog www.mediaoriente.com, è la prima donna invitata ad un incontro di Meet the Media Guru a Milano. «Ho cominciato ad appassionarmi di media arabi quando ho scritto la tesi». Allora tre gruppi in cerca di libertà d’informazione si erano trasferiti in Europa, Orbit e Art a Roma, Mbc a Londra».

In patria gli era impossibile fare entertainment, figuriamoci satira. Dal 2000 il clima è cambiato su spinta di Al Jazeera che trasmette da Doha: «Affrontando argomenti forti e rompendo il protocollo delle news di regime, ha creato uno standard dal quale i media arabi non sono più tornati indietro». Libertà di stampa, insomma. Oggi i canali satellitari sono tanti: la base tecnologica è nel Golfo, la creatività nei paesi del levante, Libano e Siria». A riprova della conseguita libertà, all’incredulo pubblico milanese è stato mostrato il format saudita ironico Accademia del terrorismo, che prevede l’eliminazione dei concorrenti e il vincitore viene premiato con una cintura per farsi esplodere.

RENATA FONTANELLI - da Repubblica.it

sabato, 15 novembre 2008

La Cassazione ha giudicato inammissibile il ricorso contro la sospensione della nutrizione e della idratazione artificiali di Eluana Englaro.

La volontà della ragazza, che è in stato vegetativo permanente e persistente dal 1992, può essere finalmente rispettata. È stato il padre Beppino a prestarle la sua voce, la sua ostinazione e il suo profondo senso di giustizia. Era intollerabile, per Beppino, che allo straziante destino della figlia si aggiungesse l’umiliazione della volontà di Eluana, ricostruita meticolosamente dal decreto della Corte d’Appello di Milano la scorsa estate. Eluana non avrebbe voluto sopravvivere in queste condizioni di totale incoscienza e in assenza di una qualsiasi speranza di cambiamento del suo stato, che quello stesso decreto definiva come irreversibile.

Ha dovuto aspettare centinaia, migliaia di giorni: il padre ne ha tenuto il conto come fanno i carcerati. Ieri erano 6.145.

In nome della Vita e di altre parole, svuotate del loro significato originario o forzate fino all’assurdo, in molti hanno cercato di calpestare Eluana e i desideri che aveva espresso prima dell’incidente.

Ieri, finalmente, è stato ribadito un principio fondamentale: la libertà di decidere della propria vita.

Ieri, finalmente, il clamore e la battaglia possono lasciare spazio al silenzio. La vicenda della famiglia Englaro può tornare privata. Il dolore, inestinguibile, può almeno abbandonare la rabbia della rivendicazione di un legittimo volere. Fino ad oggi ignorato. Un volere che è personale, soggettivo: non c’è alcuna aspirazione universalizzante.
Speriamo che anche i difensori della sopravvivenza a tutti i costi e contro il volere di chi non vuole sopravvivere scelgano il silenzio. In caso contrario, che parlino pure, se non hanno alcun senso dell’osceno; si abbandonino pure ai commenti più inappropriati e disumani, loro che si dichiarano difensori dei valori con la “V” maiuscola dimostrano una totale assenza di decenza.

DNews, 14 novembre 2008 - di Chiara Lalli - da AgoraVox

postato da: Dilia61 alle ore novembre 15, 2008 08:28 | Permalink | commenti
categoria:giustizia, diritti umani, buone nuove, democrazia, libertà di pensiero e di parola, salute e diritti
sabato, 01 novembre 2008

Anche oggi Marco ha preso il motorino, è uscito di casa e se n'è andato in cerca di notizie. Ha lavorato tutto il giorno e poi le ha mandate in internet a quelli che conosce. Fa anche un giornaletto (Catania Possibile) di cui finalmente anche i lettori hanno potuto vedere un numero (il primo solo i poliziotti incaricati di sequestrarlo in edicola) con relative inchieste. Non ci guadagna una lira e fa questo tipo di cose da una decina d'anni. Ha perso, per farle, la collaborazione all'Ansa, la possibilità di uno stipendio qualunque e persino di una paga precaria come scaricatore: anche qui, difatti, l'hanno licenziato in quanto "giornalista pacifista". Marco non ha paura (nè della fame sicura nè dei killer eventuali) ed è contento di quel che fa.

Anche oggi Max è contento perché è riuscito a mandare in giro un altro numero della Periferica, il giornaletto che ha fondato con alcuni altri amici del quartiere. Il quartiere è Librino, il più disperato della Sicilia. Se ne parla in cronaca nera e nei pensosi dibattiti sulla miseria. Loro sono riusciti a mettere su una redazione, a organizzare non solo il giornale ma anche un buon doposcuola e dei gruppi locali. Non ci guadagnano niente e i mafiosi del quartiere hanno già fatto assalire una volta una sede. Max non ha paura, almeno non ufficialmente, ed è contento di quel che fa.

Anche oggi Pino ha finito di mandare in onda il telegiornale. Lo prendono a qualche chilometro di distanza (la zona dello Jato, attorno a Partinico) e contiene tutti i nomi dei mafiosi, e amici dei mafiosi, del suo paese. Non ci guadagna niente (a parte la macchina bruciata o un carico di bastonate) ma lui continua lo stesso, ed è contento di quel che fa.

Anche oggi Luca ha chiuso la porta della redazione, al vicolo Sanità. Il suo giornale, Napoli Monitor, esce da un po' più di due anni e dice le cose che i giornalisti grossi non hanno voglia di dire. E' da quando è ragazzo (ha iniziato presto) che fa un lavoro così. Non ci guadagna nulla, manco il caso di dirlo, e non è un momento facile da attraversare. Ma lui continua lo stesso, ed è contento di quel che fa. Ho messo i primi che mi sono venuti in mente, così per far scena.

Ma, e Antonella di Censurati? Sta passando guai seri, a Pescara, per quell'inchiesta sui padri-padroni. E Fabio, a Catania? Fa il cameriere, per vivere, ed è giornalista (serio) da circa quindici anni. E ti sei dimenticato di Antonio, a Bologna? Vent'anni sono passati, da quando gli puntarono la pistola in faccia per via di quell'inchiesta sui clan Vassallo e gli affitti delle scuole. Eppure non ha cambiato idea. E Graziella? E Carlo Ruta, a Ragusa? E Nadia? E...

Vabbè, lasciamo andare. Mi sembra che un'idea ve la siate fatta. C'è tutta una serie, in Italia, di piccoli giornali e siti, coi loro - seri e professionali - redattori. Ogni tanto ne fanno fuori qualcuno, o lo minacciano platealmente; e allora se ne parla un po'. Tutti gli altri giorni fanno il loro lavoro così, serenamente e soli, senza che a nessuno importi affatto - fra giornalisti "alti" e politici - se sono vivi o no. Eppure, almeno nel settore dell'antimafia, il novanta per cento delle notizie reali viene da loro.

Saviano è uno di loro. Quasi tutti i capitoli di Gomorra sono usciti prima su un sito (un buon sito, Nazione Indiana) e nessuno, salvo chi di mafia s'interessava davvero, se l'è cagati. Poi è successa una cosa ottima, cioè che l'industria culturale, il mercato, ci ha messo (o ha creduto di metterci) le mani sopra. Ne è derivato qualche privilegio, ma pagato carissimo, per lui. Ma ne è derivato soprattutto che - poiché l'industria culturale è stupida: vorrebbe creare personaggi mediatici, da digerire, e finisce per mettere in circolo contenuti "sovversivi" - un sacco di gente ha potuto farsi delle idee chiarissime sulla vera realtà della camorra, che è un'imprenditoria un po' più armata delle altre ma rispettatissima e tollerata e, in quanto anche armata, vincente.

* * *

Ci sono tre cose precisissime che, in quanto antimafiosi militanti, dobbiamo a Saviano. Una, quella che abbiamo accennato sopra: la camorra non è la degenerazione di qualcosa ma la cosa in sè, il "sistema". Due, che il lato vulnerabile del sistema è la ribellione anche individuale, etica. Tre, che lo strumento giornalistico per combattere questo sistema non è solo la notizia classica, ma anche la sua narrazione "alta", "culturale"; non solo "giornalismo" ma anche, e contemporaneamente, "letteratura". (Quante virgolette bisogna usare in questa fase fondante, primordiale: fra una decina d'anni non occorreranno più). Dove "letteratura" non è l'abbellimento laterale e tutto sommato folklorico, alla Sciascia, ma il nucleo della stessa notizia che si fa militanza.

Nessuna di queste cose è stata inventata da Saviano. Il concetto di "sistema", anziché di semplice (folkloristica) "camorra" è stato espresso contemporaneamente, e credo sempre su Nazione Indiana, da Sergio Nazzaro (non meno bravo di Saviano: e vive vendendo elettrodomestici); e forse prima ancora, sempre a Napoli, da Cirelli. L'aspetto fortemente etico-personale della lotta non alla "mafia" ma al complessivo sistema mafioso è egemone già nelle lotte degli studenti (siciliani ma non solo) dei tardi anni Ottanta.

La simbiosi fra giornalismo e "letteratura", che è forse l'aspetto più "scandaloso" (e che più scandalizza; e non solo a destra) di Saviano è già forte e completa in Giuseppe Fava, e nella sua scuola. Le "scoperte" di Saviano sono dunque in realtà scoperte non di un singolo essere umano ma di una intera generazione, sedimentate a poco a poco, nell'estraneità e indifferenza dell'industria culturale, in tutta una filiera di giovani cervelli e cuori.

Alla fine, maturando i tempi, è venuto uno che ha saputo (ed ha osato) sintetizzarle; e che ha avuto la "fortuna" di incontrare, esattamente nel momento-chiave, anche l'industria culturale. Che tuttavia non l'ha, nelle grandi linee, strumentalizzato ed è stata anzi (grazie allo spessore culturale di Saviano, ma soprattutto dell'humus da cui vien fuori) in un certo qual senso strumentalizzata essa stessa.

* * *

Questa è la nostra solidarietà con Saviano. Non siamo degli Umberto Eco o dei Veltroni, benevoli ma sostanzialmente estranei, che raccolgano firme e promuovano (in buona fede) questa o quella iniziativa. Siamo degli intellettuali organici, dei militanti ("siamo" qui ha un senso profondissimo, di collettivo) che hanno un lavoro da compiere, ed è lo stesso lavoro cui sta accudendo lui. Anche noi abbiamo avuto paura, spesso ne abbiamo, e sappiamo che in essa nessuno essere umano può attendersi altro conforto che da se stesso.

Roberto, che è giovane, vedrà certo la fine di di questo orrendo "sistema" e avrà l'orgoglio di avervi contribuito: non - poveramente - da solo ma volando alto e insieme, con le più forti anime di tutta una generazione.

Riccardo Orioles giornalista antimafia, La Catena di San Libero . da Osservatorio

sabato, 01 novembre 2008
Il 3 dicembre 42 governi africani firmeranno il trattato contro le cluster bombs

"Tutti i paesi africani, senza alcuna eccezione, firmeranno il trattato sul bando delle cluster bomb – o bombe a grappolo – che verrà siglato il prossimo 3 dicembre ad Oslo, in Norvegia."
 
Kampala Actin Plan. E' questo il cuore della dichiarazione approvata a conclusione dei lavori della riunione, a cui hanno partecipato nella capitale ugandese 42 stati africani, per il 'Kampala Action Plan'.
Il 'Kap' chiede con urgenza a tutti gli Stati africani di firmare questa convenzione, per "dimostrare il forte impegno del continente per lo sradicamento delle munizioni a grappolo". La convenzione che verrà siglata a Oslo impegnerà i governi sottoscrittori a interrompere definitivamente l’uso, la produzione, la vendita e il deposito delle bombe a grappolo.

Tutu: "Sono le armi più disumane".
Il premio Nobel africano Desmond Tutu, che ha partecipato alla riunione di Kampala, nel suo intervento ha definito le cluster bomb, "un abominio" la cui fabbricazione e utilizzo "non può e non deve essere tollerato da nessun governo".  "Tutte le armi – ha detto Tutu – sono disumane, poiché progettate per uccidere, ma le bombe a grappolo uccidono e mutilano in modo del tutto indiscriminato e spesso le principali vittime di queste armi micidiali sono civili innocenti".

Museveni: ''Africa, discarica di armi".
Durante l’apertura della conferenza di Kampala, il presidente ugandese Yoweri Museveni ha affermato che la convenzione contro l’uso delle munizioni a grappolo rafforzerà la pace e la sicurezza in Africa, dopo che per quattro decenni il continente ha vissuto violenti conflitti, durante i quali spesso sono state usate le bombe a grappolo: "Questo – ha detto Museveni – è inaccettabile: per lungo tempo l’Africa è stata una discarica per armi pericolose, comprese le bombe a grappolo, che hanno causato la perdita di migliaia di vite umane".
postato da: Dilia61 alle ore novembre 01, 2008 11:46 | Permalink | commenti
categoria:politica, diritti umani, associazioni, buone nuove, società e costume, esteri - dal mondo, violenza - pace
martedì, 28 ottobre 2008
Nasce un progetto di proporzioni enormi per poter portewr il livello d'istruzine a livelli adeguati in tutti i paesi dell'area entro il 2021. Ventuno i presidenti impegnati nel realizzarlo.
Entro il 2021 i paesi iberoamericani non avranno (in linea di massima) più problemi legati all'istruzione dei loro cittadini. Un progetto di proporzioni enormi sta invadendo tutti i paesi dell'area. Si chiama Metas educativas 2021: la educacion que queremos para la generacion de los bicentenarios e si propone di debellare l'analfabetismo dilagante nel continente americano.

I dati relativi ai paesi della regione, se paragonati con quelli europei, sono da mani nei capelli. Si scopre infatti che in Guatemala e Nicaragua solo il 68 percento dei ragazzi termina la scuola primaria. Differente il dato che riguarda Cuba e Ecuador che arrivano a sfiorare il 95 percento. E poi ci sono i dati relativi all'istruzione dei bambini che vivono in campagna, dove l'alfabetizzazione lascia molto a desiderare, rispetto a quelli che vivono nei grandi entri urbani più fortunati e talvolta agevolati nel frequentare scuole primarie.
Stesso discorso vale per le scuole secondarie che sembrano essere importanti solo nei paesi che hanno un'economia piuttosto stabile come Brasile e Cile. In Guatemala ad esempio solo il 33 percento dei ragazzi raggiunge il livello secondario delle scuole. A Cuba si arriva quasi al 90 percento dato che conferma ancora una volta come l'isola caraibica sia nei primi posti al mondo per l'istruzione fornita ai ragazzi.
 
A Panama, solo lo 0,3 percento degli studenti provenienti da famiglie povere termina il liceo mentre oltre il 90 percento dei figli delle famiglie benestanti compie tutto il programma di studi.
Dunque, per porre fine a queste tremende differenze e fare in modo che i paesi dell'area completino il loro costante sviluppo è nato il progetto.
Fra le altre cose i presidenti dei 21 paesi dell'area hanno voluto la creazione di un fondo comune, denominato Fondo Internacional Solidario para la Cohesion Educativa, di due miliardi di euro: con questo i paesi più ricchi finanzieranno il 40 percento delle necessità relative all'educazione dei paesi più poveri. E secondo l'Unesco i paesi della regioni in ogni caso dovranno migliorare “il livello dell'istruzione primaria”.
postato da: Dilia61 alle ore ottobre 28, 2008 14:13 | Permalink | commenti
categoria:giovani, diritti umani, associazioni, buone nuove, infanzia, democrazia, società e costume, scuola ed educazione
martedì, 28 ottobre 2008

Oggi, per la prima volta in sessant'anni, camioncini e furgoni carichi di merci attraverseranno in entrambe i sensi la Linea di Controllo che separa il Kashmir indiano da quello pachistano.

Il primo mezzo varca il confineLa prima volta dal 1948. Per la prima volta dalla guerra indo-pachistana del 1947-'48, è stata riaperta al traffico commerciale la strada di montagna lunga 170 chilometri che collega Srinagar, nel Kashmir indiano, a Muzaffarabad, nel Kashmir pachistano, attraverso il nuovo Ponte della Pace.
Da Srinagar è partita, scorata dall'esercito indiano, una colonna di tredici furgoni addobbati carichi di frutta, noci e miele che nelle prossime ore incroceranno i camion pachistani, partiti da Muzaffarabad pieni di riso e sale minerale.

Proteste anti-indianeMa la tensione rimane alta. La riapertura al commercio della Linea di Controllo, che inizialmente avverrà solo una volta a settimana, era prevista dagli accordi di pace del 2004 e segue analoghi gesti distensivi, come la recente riattivazione delle connessioni ferroviarie e autostradali (solo autobus) tra i due Kashmir.
La speranza è che la ripresa dei commerci riporti un po' di serenità nel Kashmir occupato dalle truppe indiane, dopo la sanguinosa repressione delle proteste indipendentiste delle ultime settimane, costate finora la vita a 49 manifestanti. 

lunedì, 15 settembre 2008
Sono stati quasi un blitz i colloqui di riconciliazione tra sunniti e alawiti a Tripoli. Dopo un solo giorno di dibattito, il leader del partito sunnita Mustaqbal, Saad Hariri e quello degli alawiti, Ali Eid, hanno firmato un memorandum d'intesa che dovrebbe portare la fine delle violenze nella città del nord del Libano, teatro nei mesi scorsi di battaglie tra milizie che costarono la vita a 23 persone e portarono allo sfollamento di decine di famiglie.

Sunniti e alawiti firmano un patto per la fine delle violenze a Tripoli
L'accordo raggiunto ieri è contenuto in un memorandum intitolato “Il documento di Tripoli”, che stabilisce di consegnare la sicurezza della città all'esercito libanese, rimuovere tutte le milizie attive nel nord del Paese, consentire il ritorno a casa ai profughi e pagare i risarcimenti a quanti hanno perduto l'abitazione negli scontri. L'iniziativa era stata proposta nei giorni scorsi da Hariri, che aveva subito ottenuto il placet di Nasrallah. L'incontro per la firma si è tenuto ieri sera a casa dello sceicco Malek al Shaar, mufti di Tripoli, in presenza del premier Fouad Siniora. Il documento inizia così: “Tripoli è contraria a ogni conflitto interno e rifiuta di essere arena di scontro per poteri stranieri”. “Sono molto ottimista” ha dichiarato Shaar, “l'accordo avrà successo perché tutti i partiti vi hanno contribuito”. La tensione tra le comunità tripoline sunnita e alawita risale alla guerra civile, ma le violenze erano riesplose a maggio e, con singoli episodi, nei mesi successivi. Quegli scontri, ha dichiarato Shaar, “non sono stati né settari né religiosi. É stata una disputa politica, ed è per questo che l'iniziativa di pace ha avuto successo”.

Secondo i firmatari, questo accordo di riconciliazione potrebbe mettere fine alle ingerenze straniere nel paese, in particolare quella siriana. Lo sostiene oggi anche il gran mufti Mohammed Rashid Qabbani, secondo cui “le minacce del fondamentalismo nel nord sono sempre stata una cospirazione da parte di forze straniere intenzionate a giustificare un intervento negli affari libanesi”. Gli alawiti sono infatti una branca dello sciismo legata alla famiglia siriana degli Assad in Siria. Hariri aveva accusato apertamente il presidente siriano di finanziare il terrorismo in Libano (per mano delle milizie alawite e con il sostegno a Hezbollah) e sostiene tuttora che lo scopo di Damasco sia quello di ripristinare la sua influenza sul paese, lasciato dall'esercito siriano nel 2005. Opposto il parere del leader alawita di Tripoli Rifaat Ali Eid, secondo cui l'accordo di Tripoli non avrebbe nulla a che vedere con gli interessi siriani, anzi, “solo uno Stato con un forte esercito e istituzioni è in grado di proteggere le minoranze come quella alawita”.

Non crede a questa tesi l'editoriale del quotidiano libanese Daily Star, intitolato Libano e Siria sono interessate al successo reciproco, secondo cui Damasco ha bisogno di collaborare con Beirut per sollevare la propria economia in recessione, ma per far ciò, occorre che il dialogo tra fazioni e governo di unità nazionale reggano. In questo momento, secondo il quotidiano, l'accordo di riconciliazione concilia anche gli interessi siriani. Ora che le milizie alawite hanno combattuto contro i “terroristi” sunniti, Assad può permettersi di sostenere che la situazione a Tripoli era potenzialmente esplosiva. Come sostiene un altro editoriale, questa volta del quotidiano arabo Asharq al Awsat, “Damasco ha inferto un colpo ai sunniti e ora punta ad accordarsi con Hezbollah per tornare a proporsi come garante della strabilità nel paese dei Cedri”. Secondo l'autore, Tariq Alhomayed, Assad sostiene gli alawiti per tornare ad avere un influenza in Libano, e punta a farlo col consenso internazionale: da un lato riscuotendo il credito guadagnato sostenendo l'invasione russa della Georgia, dall'altro sfruttando le aperture dell'isolamento (anche economico) occidentale, inaugurate dal presidente francese Sarkozy e proseguite con l'apertura di colloqui (per ora indiretti) con Israele e, non ultimo, con la riapertura di contatti diplomatici recentemente sancita insieme al presidente libanese Michel Suleiman.

L'accordo di lunedì potrebbe segnare l'inizio di un periodo diverso per l'intera regione mediorientale, nuovi equilibri che, per quanto rigarda il Libano, potrebbero consolidarsi nelle prossime elezioni che si terranno nel 2009. Proprio a quelle ha pensato il leader cristiano delle Forze Libanese, Samir Geagea, commentando il documento di Tripoli. Secondo lui, le prossime elezioni saranno “una competizione tra due agende completamente diverse, gli elettori dovranno scegliere tra un Libano democratico e libero o un paese guidato da fazioni fondamentaliste e settarie. Perdere questa sfida consentirà ai nemici del Libano di entrare in parlamento, di controllare il potere legislativo e cambiare il sistema”. E ha concluso: “Il Libano è l'ultima roccaforte dei cristiani in Medioriente”.

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