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Io sto con Saviano
 QUALCUNO MI SA DIRE COME MAI CON IEPLORER SI VEDE BENE E CON FIREFOX SI VEDE TUTTO BIANCO IL TESTO??? EPPURE I CLASS SONO GIUSTI....
sabato, 22 novembre 2008
Ho ancora negli occhi l'immagine di noi, con il grembiulino scuro e il fiocchetto azzurro, tremanti, con le mani protese e incerte verso il maestro, consapevoli della punizione che di lì a qualche attimo si sarebbe abbattuta inesorabilmente su noi: una sonora bacchettata sulle mani, con una sbarra di metallo larga, flessibile. La forza del colpo era proporzionale al grado di punizione da infliggere, conseguente al livello di "indisciplina" che si era compiuto.
Così, il maestro unico e sovrano, educatore, giudice, esecutore di sentenze, gestiva la scolaresca negli anni '60.
Alcuni genitori, un po', ma solo un po', preoccupati di questa ferrea disciplina, osavano sussurrare << in effetti è un po' eccessivo...>>.
Ma nulla più. Perché, nella normalità, quando tornavi a casa, con una "nota" del maestro per la marachella e le mani ancora dolenti... prendevi altre botte da orbi; quindi lamentarsi per le bacchettate era fuori discussione: potevi solo sperare di aver preso "solo" le bacchettate sulle mani e non la nota; almeno evitavi il prosieguo delle punizioni a casa.
Funzionava così: i nostri genitori erano nati durante il tempo del fascismo e il sistema educativo loro impartito era una miscela esplosiva tra le rigidità del sistema pedagogico di fine ottocento e i giovani Balilla. Comunque, negli anni del cosiddetto boom economico, la linea educativa era rimasta la stessa e questa linea aveva un pregio fondamentale: insegnare il rispetto per gli altri, per la comunità: dove una persona deve "naturalmente" tendere a comportarsi rettamente e il ladro è un ladro; non è un "diversamente onesto"! Il farabutto è una persona da evitare, non è contemplato andarci in vacanza insieme. Era un sistema rigido ma molto chiaro. Se buttavi della carta di caramelle per la strada puoi star certo che nei cinque secondi successivi sentivi una voce che diceva -con durezza e fermezza: << a casa tua butti la carta per terra?>> oppure <<Raccogli e butta nel cestino, maleducato!>> oppure << credi di essere a casa tua e poter fare quello che ti pare?>>.
Poi vennero gli anni della contestazione, il famoso '68, e noi bambini non capivamo cosa succedeva. Ne avremmo in seguito avuto una idea negli anni intorno al '77 quando anche noi eravamo grandi abbastanza per partecipare alla contestazione; ma siamo rimasti sempre indietro rispetto agli altri. Ci siamo dovuti sorbire le mattane ideologiche del '68, dello yuppismo rampante, del consociativismo, del compromesso storico, del terrorismo, della partitocrazia; oggi ce li ritroviamo tutti quanti, un po' invecchiati, ma ancora lì, con il culo appiccicato alle poltrone che decidono sulle nostre vite, la maggior parte di costoro riciclati nella frontiera Berlusconiana post tangentopoli. Nel frattempo il paese è sempre più scivolato verso il basso, perdendo dignità e senso morale, senso delle cose, della vita, del rispetto e in totale assenza di un progetto politico.
Per noi quarantenni - ne sono convinto se ci vogliamo salvare- è giunto il momento di dire BASTA! E' giunto il momento di alzare la testa allungare le braccia e prendere per mano i trentenni e i ventenni -che sono anche nostri figli- e stringere con loro un patto generazionale armandoci del buon senso, di praticità, di etica del rispetto e prendere a calci in culo quelli che ci stanno fottendo il futuro. Perché vi dico che possiamo essere tutti un po' Obama! E non perdiamo tempo a cercarlo in giro... cerchiamolo in noi.
E ora, se non vi siete già annoiati abbastanza, vi dico cosa e come vorrei la scuola e cosa penso della meritocrazia, perché qualche progetto in testa c'è l'ho.
Forse qualcuno si immaginerà un bel ritorno al sistema educativo degli anni '60: mi spiace deluderlo. Ho un figlio di 17 anni e credo si ricordi a mala pena di aver preso un paio di sculacciate in tutta la sua vita: il resto è stato un laborioso lavoro di rispetto reciproco, credibilità, ragionamento sulle cose giuste da fare nella vita e su come coltivare il buon senso per sapere quali azioni sono giuste e quali non lo sono. Questo non significa che il mio modello sia quello giusto; ho cercato, con sua madre, di spezzare le catene che mi legavano a quel metodo educativo: non i valori che voleva diffondere.
Allora vorrei una scuola nella quale il rispetto fosse un elemento fondamentale; senza rispetto non si va da nessuna parte. E a un genitore che aggredisce un insegnante perché ha rimproverato il figlio si risponde con estrema durezza; anche con la minaccia di togliere la patria potestà.
E con altrettanta durezza risponde l'istituzione se il docente viene meno ai suoi doveri di educatore.
Ho sempre trovato ridicola la diatriba tra la cultura e  preparazione tecnica. La cultura è la palestra per mezzo della quale si devono aprire le menti dei ragazzi, fare in modo che essi scoprano le proprie potenzialità, capacità, predisposizioni, inclinazioni. La cultura non è di questo o quell'altro: è l'astronave con la quale volare ai confini del conosciuto per poi procedere verso ciò che non conosce e contribuire a spostare i limiti un po' più in là, ogni volta. Serve a conoscere chi siamo, da dove veniamo e perché siamo così; almeno in parte.
La tecnica ci dà la manualità e le conoscenze per un lavoro, o più lavori che ci rendono utili e partecipi al sistema della collettività, della società in cui viviamo. Resta inesorabile un presupposto fondamentale: un cretino laureato è, e rimane, un cretino... ma con la laurea.
Fare in modo che i ragazzi scoprano ed esplorino le loro naturali predisposizioni ci eviterà di avere quegli ammassamenti assurdi in alcune facoltà e la desertificazione di altre: se spostiamo l'attenzione dal denaro al talento, alla predisposizione, la scelta del percorso di studio sarà dettata dall'indole individuale, non dalla prospettiva di guadagni.
Certo, perché ciò avvenga occorre un sistema politico che non è quello attuale: un sistema che operi per creare opportunità di lavoro e non posti di lavoro (per la differenza rimando ad altro post); motivo in più per guardare con sospetto a queste riforme da parte di una classe politica che non ha progetti sul futuro, ma solo emergenze finanziarie di cui essa stessa è la causa principale.
Cambiando impostazione, si realizza in automatico un processo di meritocrazia già all'origine: se le persone lavorano e fanno mestieri che sono loro congeniali e quindi svolgono con passione, il risultato sarà già "meritocraticamente" alto.
Certo, è necessario avere dei parametri di valutazione e dei riconoscimenti, anche per premiare le eccellenze.
Ma attenzione: questa ossessione e questo parlare di merito, nel modo in cui lo si fà ora, porterà solamente ad uno stress meritocratico; l'ideologia della meritocrazia non è meno pericolosa di quella del 6 o 18 politico che dir si voglia.
Non siamo tutti uguali e non abbiamo tutti eguali capacità. Ma esasperare certi concetti vuol dire ledere la dignità delle persone ed il risultato sarà ancor più disastroso.
Ogni individuo ha bisogno di veder riconosciuto il proprio ruolo. La competizione deve essere con se stessi, nel fare meglio il proprio lavoro. La competizione tra gli individui è un concetto superato -per me-; conduce solo all'aggressività e all'ansia di essere primi. Frustrazione e invidia per chi non ci riesce. Ossessione, boria e avidità per i vincitori.
La meritocrazia, per me, vale se si riferisce al livello di responsabilità che un individuo assume svolgendo il proprio lavoro. Per intenderci un chirurgo e una donna delle pulizie hanno responsabilità diverse. Ma non mi interessa creare competizione sfrenata tra due chirurghi. Mi interessa che mantengano uno standard di qualità elevato: entrambi; visto che giocano con la pelle della gente. E così pretendo facciano gli addetti delle pulizie che devono provvedere affinché gli ambienti siano puliti e decorosi.
Il discorso dei "fannulloni" è poi ancora altra cosa. Non ha niente a che vedere con la meritocrazia.
Mi fermo... credo di avervi tediato abbastanza.
postato da: Davide3d alle ore novembre 22, 2008 15:05 | Permalink | commenti
categoria:lavoro, economia, giovani, crisi, scuola ed educazione
lunedì, 17 novembre 2008

italia-adriatico In cinque risposte lapidarie raccolte da L'Unità il parere del famoso economista inglese sul rapporto tra economia, politiche energetiche e cambiamenti climatici nel contesto italiano.

In queste settimane abbiamo ribadito più volte quanto sia stretto il legame tra economia e cambiamento climatico. A rendere evidente al mondo questo rapporto è stato soprattutto l’economista Nicholas Stern, accademico, consulente del governo britannico ed ex vice-presidente della Banca Mondiale.

Il suo rapporto
"Review on the Economics of Climate Change", pubblicato nel 2006, in cui quantificava il danno economico che gli effetti del global warming possono produrre è un documento fondamentale per capire cosa il cambiamento climatico significhi per il nostro pianeta. Una sorta di pietra miliare in questo dibattito e per le scelte future. Per citare solo paio di dati, il report quantifica in 85 dollari il danno prodotto ogni tonnellata di CO2 emessa e stima che l'effetto serra, se non contrastato, potrà incidere negativamente sul Pil mondiale per una percentuale che va da 5 al 20 per cento.

Questa settimana l’Unità ha raccolto delle brevi risposte in cui l’economista dice quello che pensa sulle opportunità e i rischi del cambiamento climatico, con particolare riferimento al nostro paese. Le riportiamo:.

I costi per combattere il riscaldamento globale: “I costi non sono così alti, saranno differenti da paese a paese ma resteranno inferiori perché impareremo molto lungo la strada e i guadagni saranno enormi”.

I rischi: “L’Italia è uno dei paesi al mondo che ha più da perdere nel cambiamento climatico. Se non si agisce in fretta il paese inizierà ad assomigliare ad una di quelle regioni del Sahara a causa della desertificazione. Inoltre chi produce in modo inquinante presto avrà difficoltà ad esportare”

Posti di lavoro: "La Confindustria dice che si perderanno posti di lavoro, ma non è ben informata. Gli industriali italiani dovrebbero parlare con quelli indiani o britannici. L’Italia ha molti vantaggi nel solare”.

Paesi dell’est: “L’Italia sbaglia ad allearsi con loro. Dovrebbe confrontasi con paesi come la Francia e la Spagna con cui condivide anche i rischi di desertificazione”.

Il ruolo dei politici: “I politici e gli industriali dovrebbero studiare più attentamente la questione condividendo la loro analisi con gli altri paesi dell’Europa meridionale.”

In un contesto più internazionale, invece, la voce di Stern si fa sentire in questi giorni sul
Guardian, dove si esprime sulla crisi economica. Nell’editoriale scritto sul quotidiano inglese riecheggiano concetti non nuovi su queste pagine: per combattere la crisi, scrive Stern, occorre puntare su una transizione verso un'economia low-carbon.

da QualEnergia.it

postato da: Dilia61 alle ore novembre 17, 2008 05:48 | Permalink | commenti (4)
categoria:energia, crisi, z social prosumer
lunedì, 17 novembre 2008

terra dal cieloEsce il World Energy Outlook della IEA. Viene sancita la fine del petrolio a bassi costi e che l'attuale sistema energetico non è più sostenibile. Serve subito l’avvio di una rivoluzione energetica globale perché di tempo ne resta poco

Il World Energy Outlook (WEO) della IEA è stato presentato oggi a Londra. La sintesi? il petrolio a bassi costi è finito, l’offerta non riuscirà più a soddisfare la domanda, la tendenza attuale del sistema energetico non è più sostenibile ambientalmente, economicamente e socialmente. Conclusioni? Serve subito l’avvio di una rivoluzione energetica globale a basso contenuto di carbonio, nonostante la crisi economica in atto, soprattutto per non aggravare nel breve-medio periodo la probabile crisi degli approvvigionamenti energetici mondiali e nel lungo periodo quella ambientale (sintesi del WEO in italiano).
Entrando nei dettagli quantitativi le preoccupazioni non possono che crescere, ma l’aspetto più rilevante è che il macigno questa volta lo lancia l’istituzione energetica più conservatrice del pianeta, il “cane da guardia” del sistema energetico mondiale che solo fino a qualche mese fa presentava sempre scenari “business as usual” con sviluppi grandiosi del settore dell’energia fossile.

L’International Energy Agency si è accorta che le cose sono cambiate. Ce lo aspettavamo (vedi nostro
articolo), ma la notizia è di quelle che colpiscono ugualmente. Ed è inutile dire “ve lo avevamo detto”.
Lo scorso maggio le dichiarazioni di Fatih Birol, chief economist della Iea, riportate in un
editoriale di Gianni Silvestrini e da alcuni (pochi, in verità) giornali italiani suonavano come un severo avvertimento: “Non sappiamo quando, ma il petrolio finirà: meglio che lo abbandoniamo noi prima che sia lui, il petrolio, ad abbandonarci”. E ancora “Abbiamo lanciato l’allarme lo scorso novembre e con il World Energy Outlook 2008 lo grideremo ancora più forte. Adesso la palla è ai Governi: noi li abbiamo avvisati”. Ed eccoci accontentati. Ma, si sa, la memoria è sempre più corta di questi tempi, dovunque e specialmente nel nostro paese.

Il WEO 2008 valuta che in uno scenario di riferimento la domanda di energia crescerà del 45% tra il 2006 e il 2030 (in media + 1,6%/anno), un po’ meno di quanto stimato lo scorso anno a causa del rallentamento dell’economia.

La domanda di petrolio crescerà dagli attuali 85 milioni di barili al giorno a 106 Mb/g (10 in meno rispetto a quanto valutato lo scorso anno). Questa è la domanda tendenziale. Ma l’offerta? Un’analisi realizzata pozzo per pozzo su dati storici di produzione di 800 campi petroliferi indica che il tasso di diminuzione di estrazione sarà probabilmente maggiore di quanto atteso finora, passando da un 6,7% annuale di oggi all’8,6% nel 2030. E qui c’è un punto chiave dell’analisi IEA: “anche se la domanda di petrolio rimanesse piatta fino al 2030 sarebbe necessario tirare fuori dal sottosuolo quattro volte (45 Mb/g) quello che oggi l’Arabia Saudita estrae, fino al 2030, solamente per compensare il declino della produzione petrolifera mondiale”. Insomma, servono 4 Arabie Saudite! Pare inoltre che le riserve conosciute potrebbero durare solo altri 40 anni. Un lasso di tempo brevissimo. Ma se guardiamo più vicino, cioè entro 2015, per evitare un forte crollo dell’offerta capiamo che servirebbero oltre 30 di milioni di barili al giorno aggiuntivi ed entro due anni, praticamente domani, un extra di 7 Mb/g. Arriveranno ingenti e tempestivi investimenti per coprire il probabile gap? Se si prova a leggere tra le righe dell’executive summary del documento non sembra crederci nemmeno la IEA.

Si capisce anche dalle parole di Nobuo Tanaka, l’Executive Director della IEA che la fase ottimismo si è ormai conclusa. Tanaka, infatti, chiede ai politici di procedere all’immediato rinnovamento del sistema energetico, anche sotto la spinta della questione climatica (vedremo in altri articoli gli effetti sulle emissioni dei diversi scenari progettati dal WEO). Fa quindi riferimento a Copenaghen 2009 dove dovrà essere negoziato un nuovo e globale “energy and climate deal”. “Non possiamo lasciare che la crisi finanziaria ed economica ritardi le azioni politiche che sono urgenti per assicurare l’offerta energetica e la riduzione delle emissioni di gas serra” – ha detto l’Executive Director. “Dobbiamo inaugurare – continua – una rivoluzione energetica mondiale migliorando l’efficienza energetica e aumentando la diffusione dell’energia rinnovabile”.
Servono ancora altri segnali per ritenere che ogni azione politica dovrà da domani essere permeata secondo questa consapevolezza?

da QualEnergia.it

postato da: Dilia61 alle ore novembre 17, 2008 05:40 | Permalink | commenti
categoria:economia, crisi, z social prosumer
venerdì, 31 ottobre 2008

eolico e sole Affrontare la crisi energetica e ambientale non è un costo, ma la via migliore per tirarsi fuori dalla crisi economica. Lo sostiene anche l'Unep che auspica un "Green New Deal". Ne parla un editoriale dell'Independent.

“Combattere il cambiamento climatico è qualcosa che può andare bene per i tempi di vacche grasse, ma costa troppo ed è un lusso che non ci si può permettere in un periodo di crisi economica come quello appena iniziato”. Questa, semplificando, pare essere l’argomentazione di chi si sta opponendo all’adozione delle misure necessarie per ridurre le emissioni. Un approccio tenuto anche dal nostro Governo.

Una visione che secondo molti analisti è quanto meno miope: basterebbe ricordare le cifre del famoso rapporto dell’economista Nicholas Stern, ex vicepresidente della Banca mondiale e consulente di Gordon Brown, secondo il quale non fermare le emissioni di gas serra costerà dal 5 al 20% del Pil mondiale. Un altro buon motivo per puntare su efficienza e rinnovabili è che, anche se queste settimane di prezzi in calo sembrano farlo dimenticare, la produzione di petrolio è destinata a diminuire e a non tenere il passo della domanda. Anzi, prezzi bassi del barile non favoriscono investimenti incrementali per nuove espolorazioni come quelle offshore o per l'estrazione di petrolio dalle sabbie bituminose.

Ma la ragione più importante è che, come scrive Geoffry Lean sull’
Independent “sviluppare un'economia verde è la via più promettente per uscire dalla crisi”. Un’idea condivisa da molti e che è anche alla base della Green Economy Initiative dell’Unep, il programma multimilionario dell’agenzia Onu per l’ambiente, che si propone di rilanciare l’economia mondiale investendo sull'ambiente e che verrà presentato oggi a Londra.  Un’iniziativa che l’Unep ha battezzato “New Deal verde” proprio per ricordare il programma con cui Roosvelt fece uscire gli Stati Uniti dalla crisi del ’29. Ne abbiamo parlato diffusamente in queste ultime settimane anche su Qualenergia.it ("Dalla crisi al New Deal sostenibile"; "Serve un Toro verde").

Alcuni dati presentati dall’Unep dimostreranno quello che gli investimenti verdi hanno finora prodotto e ciò che potranno fare per l’economia mondiale. Lean li anticipa sull’Independent.
Dal 2004 al 2007, secondo un report di prossima pubblicazione realizzato da Michael Liebreich, direttore di New Energy Finance Worldwide, gli investimenti nelle rinnovabili sono cresciuti da 33,4 miliardi di dollari a 148; ad esempio, la percentuale di rinnovabili nel mix energetico tedesco negli stessi anni è triplicata creando circa 250mila posti di lavoro. In Cina il solo settore del solare termico, che potrà raddoppiare entro il 2030, impiega già 600mila persone. A livello mondiale, le rinnovabili danno lavoro a 2,3 millioni di persone, numero che quadruplicherà entro il 2030. Il mercato di beni e servizi legati all’ambiente attualmente ha un valore di 1,37 trillioni di dollari, che dovrebbe raddoppiare nel giro di 12 anni.

“L’economia del ventesimo secolo è stata guidata dalla finanza, quella del ventunesimo deve essere basata sulla tutela e lo sviluppo del capitale naturale mondiale, per creare i posti di lavoro e la ricchezza che servono” dichiara all’Independent Achim Steiner, direttore esecutivo dell’Unep, che porta l’esempio del Messico dove un milione e mezzo tra i messicani più poveri hanno trovato lavoro nella tutela delle foreste, preservando così risorse importanti per il paese come acqua e suolo, oltre a rallentare il riscaldamento globale. Investimenti del genere, sottolinea il giornalista dell’Independent, hanno senso sia a livello ambientale che economico: danno lavoro e dunque potere d’acquisto, e rilanciano l’economia.

Una visione, quella del "New Deal verde", che potrebbe sembrare utopistica. Ma, conclude l’editoriale di Lean, è più irrealistico quello che volevano farci credere e cioè che un sistema bancario, in precario equilibrio su debiti avariati e mosso dall’avidità di pochi, avrebbe fatto bene alle tasche di tutti, poveri compresi, mentre combattere povertà e crisi ambientale e avviare la transizione energetica avrebbe rovinato il sistema finanziario mondiale.
postato da: Dilia61 alle ore ottobre 31, 2008 08:53 | Permalink | commenti
categoria:politica, economia, finanza, energia, crisi, democrazia, societĂ  e costume, z tocchiamoli, z social prosumer
sabato, 25 ottobre 2008

In testa i Paesi dell'Est europeo. Italia in calo «Dove aumentano le libertà, l'indice sale»

C' è una foto che rischia di passare alla storia dei crolli di questi mesi, come i bronzi di Lenin rovesciati sul selciato simboleggiarono la caduta del comunismo. È stata scattata a New York il mese scorso. Una ragazza in un elegante, costoso tailleur, accovacciata sul marciapiede, scrive a pennarello un insulto su un poster buttato per strada. Il volto nel quadro è quello di Richard Fuld, il capo di Lehman Brothers. Gli impiegati passano davanti a quell'icona abbattuta mentre escono dal grattacielo della banca fallita, e a turno vi lasciano una frase. Spesso sono sarcastici «grazie Dick!».

La ragazza, neo-disoccupata, sorride mentre scrive. E ora che esce a pezzi il mito della ricchezza smodata, dell'aumento dei consumi come misura principale della felicità, quel Fuld abbattuto potrebbe essere la copertina di uno studio che prova a ribaltare alcune presunte certezze di questi anni di crescita globale vertiginosa. L'articolo su «Sviluppo, libertà e felicità crescente» è appena stato pubblicato sul prestigioso Perspectives on Psychological Science. Uno dei quattro autori è Roberto Foa, studente italo-inglese di PhD di scienze politiche a Harvard e associato di ricerca della World Value Survey, il progetto mondiale di sondaggi. Gli altri sono politologi e psicologi delle Università del Michigan e di Brema.

La conclusione dei quattro studiosi è che l'umanità ha conosciuto nell'ultimo quarto di secolo «un enorme aumento della felicità». Ma un simile balzo sarebbe da collegare più al progresso delle libertà personali e politiche in quasi tutti i Paesi del mondo, che al miglioramento delle condizioni materiali. Se questo è vero, resterebbero allora da approfondire i risultati dello studio relativi all'Italia, dove ad esempio la quota di popolazione che si definisce «molto felice» è in calo e resta più bassa che in quasi tutti gli altri Paesi europei. Ma Roberto Foa e i suoi tre colleghi non si soffermano troppo sui singoli casi dell'Europa occidentale. Il loro studio è globale, su un campione di 90 Paesi che coprono i nove decimi della popolazione mondiale e basato su 350 mila interviste della World Value Survey. Le domande, sempre le stesse dall'Ucraina alla Cina, dall'Africa subsahariana agli Stati Uniti, spingono gli intervistati a valutare il proprio livello di «felicità» e di «soddisfazione nella vita» (o benessere). La prima è intesa come espressione degli stati d'animo, la seconda viene legata alle condizioni di sviluppo economico.

Esattamente il tipo di domande di cui nell'Occidente agiato, o minacciato dall'impoverimento dei ceti medi, si occupano guru, santoni e medici che a pagamento offrono consolazione di vario tipo. La differenza qui è che il prodotto sono tabelle sorprendenti. Quella più originale mostra come nei 52 Paesi per i quali sono disponibili dati su almeno un decennio (ma per molti il sondaggio va dall'81 al 2007), il senso di benessere individuale è aumentato in 40 casi ed è diminuito solo in 12. In media, la quota globale di coloro che si definiscono «molto felici» sale del 7%. In Italia, passa dal 10% dell'81 al 18% del '99 per ricadere poi al 16% del 2007; in Francia, invece, si va dal 19% dell'81 a un picco del 36%, per poi ricadere al 31% del 2007. Ma, appunto, non si tratta solo di una fotografia delle condizioni materiali di vita perché ad esempio anche l'Ungheria, un caso di transizione difficile dal comunismo al mercato, «batte» l'Italia salendo dall'11% al 17% di popolazione che si dichiara «molto felice». E nei punteggi della World Value Survey persino la Russia scavalca l'Italia in fatto di «felicità», benché resti nettamente indietro sui dati più economici di benessere o «soddisfazione nella vita». Possibile? Gli autori ricordano la conclusione di Tucidide, lo storico aristocratico ma esiliato dall'Atene del quinto secolo avanti Cristo: «Il segreto della felicità è la libertà».

E credono di trovarne le prove nei loro dati. Da un lato c'è quella che chiamano «la legge dei rendimenti calanti», ossia l'assuefazione: una volta risolto il problema della sussistenza e raggiunto un certo benessere materiale, l'aumento del reddito contribuisce via via sempre di meno a quella strana condizione che chiamiamo «felicità». Insomma i soldi non fanno, o non farebbero, la felicità. Dirlo suona banale o peggio ipocrita, eppure gli autori ne indicano un riscontro nell'evoluzione della galassia dei Paesi dell'ex blocco sovietico da quando è caduto il comunismo. Il collasso del sistema ha creato crisi economica e catastrofi sociali ovunque oltre l'ex cortina di ferro, ma l'aprirsi di nuove possibilità di scelta ha avuto lo stesso un effetto psicologico benefico sulle persone. Non è un caso se i Paesi che nello studio mostrano il coefficiente più elevato di «felicità» sono Moldova (2.52), Romania (2.44), Bulgaria (2.40). Osservano Foa e soci: «Negli anni dopo l'81 la Russia ha vissuto una liberalizzazione politica e un trauma economico. Mentre i livelli di felicità personale salivano, quelli di soddisfazione (materiale, ndr) nella vita cadevano bruscamente».

Altro esempio simile è quello degli ungheresi, meno soddisfatti del loro tenore di vita ma più «felici», mentre la Bielorussia sembra la riprova all'opposto: con la Serbia, è l'unico Paese ex socialista in cui coloro che si dichiarano «molto felici» non aumentano. Ma il governo di Minsk è anche l'unico rimasto una dittatura totalitaria. Insomma se i soldi non fanno la felicità globale, questa sarebbe favorita da quelle che Foa e colleghi chiamano «istituzioni»: democrazia, Stato di diritto, tolleranza. Poco importa se queste siano garantite da una socialdemocrazia alla scandinava o dal superliberismo all'australiana. «Lasciate alla propria autodeterminazione, le persone sono perfettamente capaci di organizzare la propria felicità», concludono gli autori. Essa sarebbe insomma sinonimo di possibilità di scelta, di espressione e di affermazione anche per le minoranze etniche o sessuali. Ovvio che le disuguaglianze sociali complicano gli equilibri comunque.

Ma non stupisce se nella World Value Survey la Cina iper-autoritaria emerge con uno dei maggiori cali al mondo nella quota dei cittadini che si dicono «molto felici», anche dopo vent'anni di crescita economica a doppia cifra. Né meraviglia che dopo otto anni di Vladimir Putin i russi siano più «soddisfatti della vita», ma meno «felici», che ai tempi disastrati di Boris Eltsin. Perché la sfida è qui: dagli anni '80 in poi, l'Occidente era riuscito almeno a essere (a volte) credibile nel produrre libertà. A patto, ovviamente, che il crollo dell'icona di Fuld, con il ritorno del paternalismo di Stato in Occidente, non porti anche effetti collaterali indesiderati.

Federico Fubini - da IlCorriere

postato da: Dilia61 alle ore ottobre 25, 2008 10:25 | Permalink | commenti
categoria:economia, crisi, liberismo, societĂ  e costume, esteri - dal mondo
sabato, 11 ottobre 2008
PeaceReporter - la rete della pace. Quotidiano online e agenzia di servizi editoriali. Storie, dossier, interviste, reportage, schede conflitto, schede paese e buone notizie da tutto il mondo
Parla un trader di Piazza Affari. Crisi storica, ma la lezione servirà per il futuro
È dentro una stanza di una banca del centro di Milano. Computer, telefoni, accesso diretto in Borsa. Niccolò Mancini è un trader di Piazza Affari, che assiste da ormai due settimane, basito, a quello che sta succedendo. Anche se ha le idee molto chiare sui motivi e sulle responsabilità.
In ufficio niente battute, la voglia di ridere non si addice al momento storico, nel senso letterale della parola. Perché secondo Mancini “questa crisi entrerà sicuramente nei libri di storia e lascerà un segno profondo, almeno per i prossimi venti anni”.
I telefoni non squillano. “E questa è una differenza sensibile rispetto al passato: non c'è quel cosiddetto panic selling, il panico da vendita con il piccolo azionista che chiama in lacrime per vendere tutto, cosa che ho vissuto molte volte negli ultimi venti anni. Pare che i possessori di titoli siano i professional, istituzioni e non singole persone. I piccoli andranno dal proprio private banker e chiederanno di vendere dei fondi, ma lo farà il gestore per lui. Quindi non ci sono tanti piccoli ordini che entrano sul mercato”.

E perché?
“Il grosso movimento, dal 2006, è legato alle grandi istituzioni e banche. Le stesse che a fine anno si dividevano ricchissimi stipendi. Quindi i ribassi interessano soprattutto loro. Il piccolo è sparito”.
 
Torniamo alla crisi. Dal suo osservatorio che opinione si è fatto?'
“Finanza allegra, lasciata prosperare negli ultimi decenni, che ha dovuto subire la distruzione dei suoi meccanismi nel giro di poche settimane. Adesso si cerca la tranquillità, perché il problema è di ricreare fiducia. Ma il vero elemento preoccupante è il mercato obbligazionario, più vasto dell'azionario, che porta rendimenti legati a titoli come General Electrics, Intesa e Unicredit, a prezzi che sottointendono il fallimento, cosa in realtà lungi da venire”.

È possibile realizzare un'analisi attraverso l'andamento del petrolio?
“Con la scusa di un problema di tipo economico, legato a recessione e inflazione, abbiamo visto il petrolio calare di colpo da150 a 100 dollari. I futures avevano drogato il prezzo; ma quando nel mercato si è capito che stavano per arrivare maggiori controlli, anche se Usa e Gran Bretagna nicchiavano, improvvisamente i prezzi del petrolio sono letteralmente precipitati”.

Ma si era consapevoli che la bolla potesse scoppiare?
“Era assolutamente prevedibile”.

E chi l'ha provocata?
“Alan Greenspan, che nel 1998 disse la famosa frase sull'esuberanza irrazionale dei mercati, provocando un crollo. Poi, come presidente della banca centrale Usa ha immesso liquidità nei mercati fino a gestire, nel 2000, lo scoppio della bolla dei tecnologici. E per cercare di frenare quel crollo del 2000 ha creato una nuova bolla sugli immobili, facendo passare il messaggio che tutti potevano avere mutui per la casa anche se non avevano le carte in regola per ottenere un fido per l'acquisto della casa”.

La lezione, anche se non è ancora superata la crisi, servirà?
“La lezione servirà e forse per i prossimi vent'anni non vedremo più i 35enni che gestiscono i soldi con l'ottica dei matematici e non con quella delle validità degli investimenti in base ai fondamentali dell'azienda. Ho idea che ci leccheremo le ferite per parecchio tempo. Ma il rischio di un crash mondiale è ancora molto, molto, vicino. Spero che ne potremo parlare al passato. Ma il problema è di fiducia. Credo che si tornerà all'antico, anche sulla gestione dei soldi e sull'utilizzo della liquidità: un ritorno al passato anche nell'utilizzo dei derivati, che ritorneranno ad essere quegli strumenti di protezione che era la vera loro origine!”.

Sentita oggi, dal barbiere: “Tutte le Borse crollano, ma c'è sicuramente chi ci guadagna...”
“E' tutta speculazione. Di economia vera non c'è niente. Sono mesi che lo dico: la recessione, l'inflazione non sono il problema. Se recessione ci sarà, sarà causata dalla finanza: di economico non c'è assolutamente nulla. Per questo credo che la Bce, (banca centrale europea) abbia sbagliato ad alzare i tassi mesi fa, perché ha dimostrato di voler affrontare una crisi finanziaria come una crisi economica. I cow boy della Fed hanno affrontato la crisi per quello che è: finanziaria. E se si guarda l'andamento dei tassi Usa, siamo arrivati all'1,5 percento, contro il 3,75 europeo. I discorsi degli economisti su recessione e inflazione non colgono il nocciolo del problema, che è finanziario”.

E in tutto questo c'è la vicenda del ritorno della presenza dello Stato, per salvare un sistema che si appoggia sull'iperliberismo.
“Un aspetto divertente da osservare: gli Stati Uniti sono la culla del capitalismo, l'esempio da seguire, ma poi per riuscire a salvarsi hanno dovuto muoversi come i più retrogradi dei Paesi della Cortina di ferro. Se non fosse intervenuta la nazionalizzazione delle due agenzie di mutui, o se la Fed non avesse esteso il suo intervento su JP Morgan facendole comprare Marryl Linch o se non avesse salvato all'ultimo Morgan Stanley, tutte queste realtà sarebbero fallite. Ideologicamente la gente è rimasta spiazzata perché è stato evidente che il libero mercato è andato a farsi friggere con conseguenze pesanti per i prossimi anni”
postato da: Dilia61 alle ore ottobre 11, 2008 10:10 | Permalink | commenti
categoria:finanza, crisi, liberismo, z tocchiamoli, z social prosumer
giovedì, 09 ottobre 2008

Dichiarazione di Marco Tulli

Ordinananze di chiusura anticipata, come nel caso dei phone-center, revoca delle licenze agli esercizi commerciali, come nel caso di Piazza Sant'Agostino, accensione delle telecamere per le strade, progetti di cancelli nelle piazze. è questa la società della paura, la città della paura.e quando si ha paura ci si rinchiude, si vive con sospetto, si è pronti a negare e a negarsi la libertà, autonomamente, si cercano e si rintracciano capri espiatori.

Il gioco è fatto: la società e le istituzioni, che si trovano incapaci ad affrontare la causa dei problemi, colpiscono i singoli tramutando loro stessi nella causa, nel problema. Non si combatte più la povertà, l'emarginazione, ma il povero e l'emarginato.
L'antico binomio del 'sorvegliare e punire' si riattualizza in questo paese, in questa città e si riattualizza, paradossalmente, a distanza di trenta anni esatti da quando proprio a partire anche da questa città, si cominciarono ad abbattere i muri che rinchiudevano i matti, perché si pensò che rinchiudere, rinchiudersi e chiudere non poteva essere una buona soluzione.

Mi dispiace pensare che stiamo tornando indietro lungo quel cammino di civiltà e che stiamo nuovamente ripercorrendo la strada della sofferenza con gli occhi miopi degli accecati dal terrore ed il cuore di pietra degli impavidi difensori delle regole.

Non è una città vuota di paura, quella che desidero, non è una città addobbata di sicurezza preventiva quella che vorrei condividere con chi incontro per strada.

La storia ha già insegnato quali immani errori si possono commettere quando si entra nel vicolo cieco della solitudine, dello stigma, del controllo per il controllo.non ascoltarla ora, credo significhi abdicare ad ogni forma di responsabilità

da ArezzoNotizie.it

postato da: Dilia61 alle ore ottobre 09, 2008 10:19 | Permalink | commenti
categoria:politica, diritti umani, crisi, societĂ  e costume
mercoledì, 08 ottobre 2008
In queste ore leggendo qui e là mi ritorna in mente il ritornello di questa canzone....
Una decina di giorni or sono alcuni articoli sul Corriere illustravano la solita manfrina dei liberal doc alla Panebianco e Ostellino (e mi spiace perché stimo entrambi) nei quali già di discettava della crisi incipiente  e degli inopportuni paragoni con il '29 e -secondo copione- già si mettevano le mani avanti contro color che avrebbero "usato" e "piegato" la crisi -drammatica ed appena all'inizio- per contestare il mercato.
Perchè il mercato lo si può contestare secondo le regole che i mercanti stabiliscono: un po' come quando il Vaticano ti spiega come devi fare e cosa devi dire o pensare se ti vuoi definire Laico.
Stendiamo un velo pietoso sulla dichiarazione della Wanna Silvio Marchi che ha prontamente dichiarato in queste ore che "gli Italiani non perderanno i loro soldi"; avvertenza valida per coloro che si sono premuniti di sale "magico" da tenere in una bacinella d'acqua con la quale fare un pediluvio propiziatorio prima di comprare azioni e fondi dell' Unicredit.
Ma torniamo al mercato. Ribadisco di avere convinzioni liberali; di credere nella libera iniziativa e nel mercato. Fatta questa bella premessa la questione è: il mercato cui penso io è lo stesso dei Ricucci, Fiorani, Geronzi, Tanzi, Tronchetti, Berlusconi, Colaninno, Scaroni, Ligresti, Romiti, etc etc che governano l'economia, la finanza, il sistema assicurativo e quello del credito ???
L'invocazione delle regole quando da decenni costoro e i loro aggregati fanno letteralmente ciò che vogliono ha un senso? Chi dovrebbe applicare queste regole? Forse quella politica intrecciata, immanicata, compiacente, compromessa -senza disdegnare collateralmente le organizzazioni criminali- con costoro?
E chi dovrebbe controllare? Forse quel giornalismo strisciante e servile di casa nostra tutto impegnato a consumare la lingua sul culo del padrone di turno?
Di cosa stiamo parlando? Di cosa si parla?
E' legittimo o no dire che un siffatto mercato fa schifo, non è sano, non è utile?
Se queste sono le persone, e ciò che accade è quello che nessuno può più nascondere e le conseguenze le pagheremo tutti -e più di tutti quelli che hanno meno-, quali sono allora i principi di libertà e uguaglianza cui tutto questo mercato si ispira?
Esiste la terza via tanto invocata?
Non credo. Perchè esiste una vecchia via: dimenticata, obsoleta; ricoperta di erbacce e sterpi; dimentica da troppi e per troppo tempo.
La via del buon senso che percorre i desideri dell'animo umano e usa i limiti e le regole per non precipitare nei baratri.
Quelle regole per le quali il popolo in democrazia limita la propria libertà assoluta e demanda alle istituzioni il compito di creare i perimetri dell'agire individuale affinchè non danneggi il vicino o la collettività.
Un principio semplice, talmente semplice da darlo così per scontato da non rendersi conto del vuoto infernale che appare quando diventa desueto e dimenticato.
E ci si ritrova soli: ognuno con le proprie colpe di fronte al baratro.
postato da: Davide3d alle ore ottobre 08, 2008 07:50 | Permalink | commenti (2)
categoria:economia, finanza, crisi, liberismo