Così, il maestro unico e sovrano, educatore, giudice, esecutore di sentenze, gestiva la scolaresca negli anni '60.
Alcuni genitori, un po', ma solo un po', preoccupati di questa ferrea disciplina, osavano sussurrare << in effetti è un po' eccessivo...>>.
Ma nulla più. Perché, nella normalità, quando tornavi a casa, con una "nota" del maestro per la marachella e le mani ancora dolenti... prendevi altre botte da orbi; quindi lamentarsi per le bacchettate era fuori discussione: potevi solo sperare di aver preso "solo" le bacchettate sulle mani e non la nota; almeno evitavi il prosieguo delle punizioni a casa.
Funzionava così: i nostri genitori erano nati durante il tempo del fascismo e il sistema educativo loro impartito era una miscela esplosiva tra le rigidità del sistema pedagogico di fine ottocento e i giovani Balilla. Comunque, negli anni del cosiddetto boom economico, la linea educativa era rimasta la stessa e questa linea aveva un pregio fondamentale: insegnare il rispetto per gli altri, per la comunità: dove una persona deve "naturalmente" tendere a comportarsi rettamente e il ladro è un ladro; non è un "diversamente onesto"! Il farabutto è una persona da evitare, non è contemplato andarci in vacanza insieme. Era un sistema rigido ma molto chiaro. Se buttavi della carta di caramelle per la strada puoi star certo che nei cinque secondi successivi sentivi una voce che diceva -con durezza e fermezza: << a casa tua butti la carta per terra?>> oppure <<Raccogli e butta nel cestino, maleducato!>> oppure << credi di essere a casa tua e poter fare quello che ti pare?>>.
Poi vennero gli anni della contestazione, il famoso '68, e noi bambini non capivamo cosa succedeva. Ne avremmo in seguito avuto una idea negli anni intorno al '77 quando anche noi eravamo grandi abbastanza per partecipare alla contestazione; ma siamo rimasti sempre indietro rispetto agli altri. Ci siamo dovuti sorbire le mattane ideologiche del '68, dello yuppismo rampante, del consociativismo, del compromesso storico, del terrorismo, della partitocrazia; oggi ce li ritroviamo tutti quanti, un po' invecchiati, ma ancora lì, con il culo appiccicato alle poltrone che decidono sulle nostre vite, la maggior parte di costoro riciclati nella frontiera Berlusconiana post tangentopoli. Nel frattempo il paese è sempre più scivolato verso il basso, perdendo dignità e senso morale, senso delle cose, della vita, del rispetto e in totale assenza di un progetto politico.
Per noi quarantenni - ne sono convinto se ci vogliamo salvare- è giunto il momento di dire BASTA! E' giunto il momento di alzare la testa allungare le braccia e prendere per mano i trentenni e i ventenni -che sono anche nostri figli- e stringere con loro un patto generazionale armandoci del buon senso, di praticità, di etica del rispetto e prendere a calci in culo quelli che ci stanno fottendo il futuro. Perché vi dico che possiamo essere tutti un po' Obama! E non perdiamo tempo a cercarlo in giro... cerchiamolo in noi.
E ora, se non vi siete già annoiati abbastanza, vi dico cosa e come vorrei la scuola e cosa penso della meritocrazia, perché qualche progetto in testa c'è l'ho.
Forse qualcuno si immaginerà un bel ritorno al sistema educativo degli anni '60: mi spiace deluderlo. Ho un figlio di 17 anni e credo si ricordi a mala pena di aver preso un paio di sculacciate in tutta la sua vita: il resto è stato un laborioso lavoro di rispetto reciproco, credibilità, ragionamento sulle cose giuste da fare nella vita e su come coltivare il buon senso per sapere quali azioni sono giuste e quali non lo sono. Questo non significa che il mio modello sia quello giusto; ho cercato, con sua madre, di spezzare le catene che mi legavano a quel metodo educativo: non i valori che voleva diffondere.
Allora vorrei una scuola nella quale il rispetto fosse un elemento fondamentale; senza rispetto non si va da nessuna parte. E a un genitore che aggredisce un insegnante perché ha rimproverato il figlio si risponde con estrema durezza; anche con la minaccia di togliere la patria potestà.
E con altrettanta durezza risponde l'istituzione se il docente viene meno ai suoi doveri di educatore.
Ho sempre trovato ridicola la diatriba tra la cultura e preparazione tecnica. La cultura è la palestra per mezzo della quale si devono aprire le menti dei ragazzi, fare in modo che essi scoprano le proprie potenzialità, capacità, predisposizioni, inclinazioni. La cultura non è di questo o quell'altro: è l'astronave con la quale volare ai confini del conosciuto per poi procedere verso ciò che non conosce e contribuire a spostare i limiti un po' più in là, ogni volta. Serve a conoscere chi siamo, da dove veniamo e perché siamo così; almeno in parte.
La tecnica ci dà la manualità e le conoscenze per un lavoro, o più lavori che ci rendono utili e partecipi al sistema della collettività, della società in cui viviamo. Resta inesorabile un presupposto fondamentale: un cretino laureato è, e rimane, un cretino... ma con la laurea.
Fare in modo che i ragazzi scoprano ed esplorino le loro naturali predisposizioni ci eviterà di avere quegli ammassamenti assurdi in alcune facoltà e la desertificazione di altre: se spostiamo l'attenzione dal denaro al talento, alla predisposizione, la scelta del percorso di studio sarà dettata dall'indole individuale, non dalla prospettiva di guadagni.
Certo, perché ciò avvenga occorre un sistema politico che non è quello attuale: un sistema che operi per creare opportunità di lavoro e non posti di lavoro (per la differenza rimando ad altro post); motivo in più per guardare con sospetto a queste riforme da parte di una classe politica che non ha progetti sul futuro, ma solo emergenze finanziarie di cui essa stessa è la causa principale.
Cambiando impostazione, si realizza in automatico un processo di meritocrazia già all'origine: se le persone lavorano e fanno mestieri che sono loro congeniali e quindi svolgono con passione, il risultato sarà già "meritocraticamente" alto.
Certo, è necessario avere dei parametri di valutazione e dei riconoscimenti, anche per premiare le eccellenze.
Ma attenzione: questa ossessione e questo parlare di merito, nel modo in cui lo si fà ora, porterà solamente ad uno stress meritocratico; l'ideologia della meritocrazia non è meno pericolosa di quella del 6 o 18 politico che dir si voglia.
Non siamo tutti uguali e non abbiamo tutti eguali capacità. Ma esasperare certi concetti vuol dire ledere la dignità delle persone ed il risultato sarà ancor più disastroso.
Ogni individuo ha bisogno di veder riconosciuto il proprio ruolo. La competizione deve essere con se stessi, nel fare meglio il proprio lavoro. La competizione tra gli individui è un concetto superato -per me-; conduce solo all'aggressività e all'ansia di essere primi. Frustrazione e invidia per chi non ci riesce. Ossessione, boria e avidità per i vincitori.
La meritocrazia, per me, vale se si riferisce al livello di responsabilità che un individuo assume svolgendo il proprio lavoro. Per intenderci un chirurgo e una donna delle pulizie hanno responsabilità diverse. Ma non mi interessa creare competizione sfrenata tra due chirurghi. Mi interessa che mantengano uno standard di qualità elevato: entrambi; visto che giocano con la pelle della gente. E così pretendo facciano gli addetti delle pulizie che devono provvedere affinché gli ambienti siano puliti e decorosi.
Il discorso dei "fannulloni" è poi ancora altra cosa. Non ha niente a che vedere con la meritocrazia.
Mi fermo... credo di avervi tediato abbastanza.























È dentro una stanza di una banca del centro di Milano. Computer, telefoni, accesso diretto in Borsa. Niccolò Mancini è un trader di Piazza Affari, che assiste da ormai due settimane, basito, a quello che sta succedendo. Anche se ha le idee molto chiare sui motivi e sulle responsabilità.
E chi l'ha provocata?