socialprosumer
Io sto con Saviano
 QUALCUNO MI SA DIRE COME MAI CON IEPLORER SI VEDE BENE E CON FIREFOX SI VEDE TUTTO BIANCO IL TESTO??? EPPURE I CLASS SONO GIUSTI....
domenica, 26 aprile 2009


Se seguite il mio blpg, avrete visto che ho parlato del Comune di Lucoli, a pochi chilometri da L'Aquila, il quale ha avuto pesanti danni dal terremoto, ma nessun giornalista si e' recato sul posto ed e' stato completamente ignorato.
Per fortuna la Protezione Civile Valdostana ha adottato questo comune. Dico per fortuna perche' so quanto siano "grandi" le persone che la compongono... gia' hanno dimostrato in passato di avere grande capacita', umanita' e cuore...
Mi e' stato detto che la popolazione li adora... ma questo non basta. Questi piccoli centri di montagna devono poter riavere una loro economia di modo che non si spopolino! Quindi devo essere aiutati a poter ricostruire in modo che il turismo non abbandoni quelle valli.

Aiutiamoli a riprendere una vita normale!!!!

Vi segnalo il blog che e' stato appositamente istituito

http://ricostruirelucoli.blogspot.com/

e vi ricordo i fantastici ragazzi di QUE NOVA che stanno cercando di rimettere in piedi la loro struttura affinche' le notizie e le testimoniance di Lucoli siano accessibili a tutti! Intatto hanno ripristinato la stazione meteo...

QUE NOVA

UNA COSA LA POTETE FARE SUBITO... E NON VI COSTA NULLA.... DIVULGATE QUESTO POST, OPPURE ANCHE SOLO IL LINK DEL BLOG, AIUTATELI AD AVERE LA VISIBIITA' NEGATA DAI MEDIA, E A NON ESSERE DIMENTICATI

 D I V U L G A T E   !




Conto Corrente Postale N. 96075981

Intestatato a:
Comune di Lucoli Servizio Tesoreria - Terremotati Lucoli 2009

IBAN IT-21-M-0761-03600-000096075981

Collimento 67045 Lucoli (L'Aquila)
postato da: Dilia61 alle ore aprile 26, 2009 11:33 | Permalink | commenti
categoria:giustizia, diritti umani, società e costume, z social prosumer, petizioni - iniziative
sabato, 31 gennaio 2009

E meno male che la Gran Bratagnia ha aderito ai trattati EU, ma forse solo per quello che conviene a lei? Un cittadino europeo ha il diritto di mobilita' e di lavoro in qualunque nazione aderente alla comunita' europea.

Sembra di essere tornati indietro di anni....  forse che da loro sono meglio accettati gli extracomunitari rispetto ai comunitari? e non e' vero che gli italiani non fanno bene il loro lavoro, si tratta di manodopera qualificata richiestissima in tutto il mondo!

 

da InviatoSpeciale.com - Il tabloid ‘Daily Star’ ha reso noto che circa 600 lavoratori inglesi hanno dichiarato uno sciopero improvviso alla raffineria Lindsey Oil a Grimsby, per protestare contro i lavoratori italiani e portoghesi che, a loro dire, rubano il loro posto perchè costano meno.
operai1Il giornale ha pubblicato anche la foto di un lavoratore italiano che mostra il dito medio al fotografo, con accanto un altro che fa il gesto dell’ombrello.

Il giornale, già la settimana scorsa, aveva scritto che una nave-albergo era nel porto di Humberside per ospitare i lavoratori stranieri. L’impianto è gestito dalla Total e secondo il Daily Star, il gigante francese ha usato una legge europea assoldando operai stranieri tramite un’azienda italiana il cui nome non viene menzionato.

Un operaio di 29 anni di Grimsby ha detto allo Star che gli italiani “fanno errori e ignorano le norme di sicurezza”. Insistendo il lavoratore ha spiegato: “Dobbiamo opporci. Non è una protesta razzista. Sono contento di lavorare con stranieri, ma qui non ci viene data una chance. C’è gente qui che contava su questo posto e ora viene dato a un’azienda italiana. E’ una questione di giustizia”.

Un portavoce della Total ha detto al tabloid: ”Questo sciopero non ha avuto effetti sul normale funzionamento della raffineria. Il titolare del principale appalto sta avendo colloqui con i lavoratori e i rappresentanti sindacali. Speriamo che la situazione si risolva il prima possibile”.

Il fatto dovrebbe far riflettere quegli italiani che contestano i lavoratori straneri. Perchè come si vede è possibile poi trovarsi in situazioni del genere.

postato da: Dilia61 alle ore gennaio 31, 2009 09:10 | Permalink | commenti
categoria:lavoro, diritti umani, democrazia, discriminazioni, società e costume, esteri - dal mondo
giovedì, 22 gennaio 2009
Intervista a Shawan Jabanien, direttore dell'Ong al-Haq che monitora quotidianamente le violazioni dei diritti umani da parte di Israele nei territori palestinesi

dal nostro inviato
Christian Elia
Shawan Jabanien, avvocato palestinese con un master in diritti

Shawan Jabanien, avvocato palestinese con un master in diritti umani a New York, è il direttore esecutivo di al-Haq, organizzazione non governativa con sede a Ramallah. Al-Haq, grazie al lavoro di 32 tra giuristi, ricercatori e investigatori sul campo, monitora quotidianamente le violazioni dei diritti umani nei Territori Occupati palestinesi, commessi da Israele ma anche dall'Autorità Nazionale palestinese.

 

Avvocato Jabanien, come pensa di quello che sta accadendo in questi giorni?
Credo che questo sia un momento difficile non solo per il popolo palestinese, per i civili, ma per l'umanità in generale. Un momento le cui conseguenze si sentiranno per un lungo periodo, sulle idee, sulle azioni, sulle coscienze delle persone: comporteranno un mutamento nel significato stesso del termine giustizia. Non solo qui in Palestina, le conseguenze non incideranno solo sul popolo palestinese, ma su tutte le persone che credono nei diritti umani, nella giustizia, nel diritto internazionale. Riguarda tutti coloro che, in tutto il mondo, manifestano nelle strade, che cercano di capire cosa sta accadendo a Gaza, e quali siano le reazioni della comunità internazionale, degli stati ma anche delle istituzioni internazionali. E penso che abbiamo perso le loro speranze. Questa è la lezione nuova, il vero nuovo evento, quello che avviene nella mente delle persone contro il diritto internazionale, contro le Nazioni Unite e tutte le altre istituzioni e organizzazioni. Oltre alle persone che adesso hanno perso la loro vita a Gaza, oltre agli israeliani che agiscono come uno Stato al di sopra del diritto internazionale, che non riconosce neppure i principi, i suoi obblighi giuridici, niente, oltre a questo, io credo che il prezzo, il prezzo vero di quanto sta accadendo siano le idee, nella testa delle persone. La gente avrà fiducia solo nella forza. Se sei abbastanza forte, otterrai qualcosa, e vedrai riconosciuti i tuoi diritti, ma se non sei forte, non otterrai niente. Q, in Medio Oriente, ma ovunque nel mondo. Questo è il punto. Come organizzazione che si occupa di diritti umani il nostro compito è avere una visione di insieme, non semplicemente dare conto del numero delle vittime, dei civili uccisi, occuparci solo di Gaza. Dobbiamo analizzare anche tutti questi altri elementi, i temi di lungo periodo. Per questo stiamo sollevando queste questioni, diciamo a tutti i funzionari, i diplomatici, chiunque: non considerate quanto sta accadendo solo come un incidente, un episodio isolato che nel tempo tutti dimenticheranno, no. E' stata aggiunta una nuova convinzione nella mente delle persone: se sei debole nessuno ti prende sul serio. Cosa sta facendo Israele? Questa è la domanda vera, cosa sta facendo Israele alla mente delle persone. Come israeliani, dice, non riconosciamo i deboli, non riconosciamo il diritto internazionale, non riconosciamo le risoluzioni delle Nazioni Unite, non riconosciamo niente se non costretti con la forza. Come è successo nel sud del Libano. Questa è la lezione. Se le persone sentissero che le Nazioni Unite agiscono secondo le loro responsabilità, secondo la Carta, secondo i principi del diritto internazionale, intervenendo, penserebbe che esiste davvero un sistema internazionale, un sistema capace di proteggere, di proteggere i civili, i diritti, e allora sarebbe rafforzata la loro fiducia nei diritti umani. Questo è il punto. Noi siamo sacrificati davanti alle azioni israeliane, ma la comunità internazionale è sacrificata davanti al suo silenzio e alla sua inerzia, il diritto internazionale, i principi, i valori del diritto e della giustizia. Questo è il nodo vero. Poi se andiamo a guardare cosa stanno compiendo le forze israeliane in questi giorni, è ovvio, stanno compiendo crimini di guerra, e crimini contro l'umanità, perché stanno prendendo di mira i civili in modo sistematico, sistematico e su larga scala. E' una politica diffusa, adesso, non è più un episodio isolato, colpire per esempio una abitazione civile. Vengono assassinate intere famiglie. Israele percepisce che non sarà mai punito, che nessuno si occuperà mai di tutto questo, perché è incondizionatamente sostenuto dagli Stati Uniti, protetto alle Nazioni Unite dal potere di veto. Questo è il punto. Per questo, come organizzazione che si occupa di diritti umani, a parte i nostri appelli ai governi, alla comunità internazionale, alle Nazioni Unite perché agiscano secondo le loro responsabilità e i loro obblighi giuridici, a parte questo, se lei mi chiede dove sia la speranze, le rispondo direttamente che l'unica speranza è nelle strade, nell'opinione pubblica, nella società civile. Non ho alcuna fiducia in governi e stati, davvero non ho alcuna fiducia in loro, e alcuna speranza. Nessuna, e lo dico. Lo dico pubblicamente, e lo ripeto, l'unica possibilità è esercitare pressione, in nome dei diritti, dei propri principi, scendere in strada. Semplicemente scendere in strada. Perché solo così capiranno che possono perdere. I governi si sentiranno minacciati nella loro popolarità, e allora andranno dagli Stati Uniti, andranno dall'Unione Europea e diranno ‘'Ehi, così perdiamo le elezioni, è una situazione pericolosa''. E' la sola speranza.

 

In questo clima di sfiducia e disillusione nel diritto e nelle istituzioni internazionali è difficile lavorare per una ong al-Haq. Se non c'è fiducia, per voi è ancora più duro raccogliere testimonianze, perché c'è il rischio che le persone arrivino a credere che non serve a nulla. Avete indagini in corso ora a Gaza?
Certo. Può immaginare. I nostri investigatori ci hanno detto di essere stati ieri in un ospedale, di essere entrati nell'obitorio, e di avere trovato un uomo che ancora respirava, e allora hanno urlato ai medici di correre, ma i medici non hanno più alcuna capacità di fronteggiare la situazione. I feriti sono troppi. Israele ha negato l'accesso persino alla Croce Rossa, ha consentito loro di passare solo qualche giorno dopo. Ignorano completamente il diritto internazionale, si sentono una superpotenza, liberi di compiere crimini senza il minimo timore di finire davanti a un tribunale. Questo è il punto. E questa è la questione cruciale, per le vittime, quello che chiedono. La pietra angolare del diritto internazionale umanitario è il concetto di protezione, e in questa situazione non viene offerta alcuna protezione. E se non si ha protezione in una situazione simile, quando mai si avrà protezione? La potenza occupante non offre alcuna protezione, l'Autorità Palestinese non offre alcuna protezione, la comunità internazionale non offre alcuna protezione. E la gente comincerà a pensare a come proteggersi da sola, con i propri mezzi. Perché la difesa è un'esigenza naturale. Se lei si sentisse in pericolo, e non tutelato da nessuno, sono sicuro che comincerebbe a pensare a come proteggersi da solo. Se sentisse la sua vita, la sua esistenza minacciata, il suo cibo, le cose basilari. Questa è la direzione in cui Israele sta spingendo la gente. Pensare come proteggersi da sola. La domanda è: cosa ci guadagna la comunità internazionale, a spingere le persone a pensare a come proteggersi da sole, con i propri mezzi? Questo è il punto. Perché cambieranno le strategie, per un lungo periodo, non è più solo questione di assassinii, o di crimini isolati. Con tutto questo, Israele sta plasmando la coscienza della gente per molto, moltissimo tempo. Il rapporto che la gente avrà con la comunità internazionale, con l'Unione Europea, con il diritto internazionale, con le Nazioni Unite. Bisogna guardare a quanto sta accadendo in una prospettiva strategica, non semplicemente come se si trattasse di eventi isolati, episodici.


Ha delle informazioni circa l'uso di armi illegali a Gaza, in questi giorni? Alcuni hanno parlato di armi come quelle usate in Libano nel 2006, armi al fosforo.
Credo che i metodi usati, in primo luogo, siano illegali. Non ho informazioni su tipi specifici di armi, ma quello che so, l'immagine che traggo dal lavoro dei nostri operatori sul terreno, è che sono delle bombe molto potenti, ordigni di due metri, sganciate da F-16. Bombe a frammentazione, bombe a grappolo, ma quel tipo di armi, per il momento, non credo siano state usate.
Ma abbiamo bisogno di più informazioni, di più esperti per esaminare i luoghi, le case colpite. Di sicuro stanno usando tutti i mezzi a loro disposizione. Abbiamo alcuni esperti locali per le prime analisi, ma abbiamo bisogno di affiancarli con esperti militari, perché possano entrare a Gaza ed esaminare le armi usate dagli israeliani.

In questa situazione è difficile parlare di sistema giudiziario palestinese, ma qual è il suo giudizio sull'amministrazione della giustizia in Palestina?
Il mio giudizio non è affatto positivo. Ancora oggi, mentre parliamo, ci sono stati arresti arbitrari in Cisgiordania, con agenti della polizia dell'Autorità Palestinese che hanno arrestato dimostranti pacifici. E sta accadendo ogni giorno, anche ieri a Nablus, dove sono state arrestate venti persone. Sono arresti che si aggiungono a quelli di attivisti politici avvenuti nei mesi precedenti. L'Autorità non vuole che cominci la Terza Intifada, e sta arrestando in massa attivisti politici contrari alla linea della moderazione. I servizi segreti impediscono l'opposizione, anche durante gli attacchi in Gaza, mentre muoiono civili innocenti, impediscono le libere espressioni di solidarietà. Non c'è giustizia in Cisgiordania. C'è politica con tutti i mezzi, non giustizia.

E qual è il suo parere sull'0amministrazione della giustizia nella Striscia di Gaza da parte di Hamas?
Investigate su quanto è accaduto durante la ‘guerra civile' tra Hamas e Fatah?

Adesso a Gaza non c'è nulla. Ma prima dell'attacco violazioni e violenze ci sono state. La sicurezza per i cittadini c'era, ma a prezzo di una grande paura. Vivevano nel terrore e questa non è stabilità o uno stato di diritto. Arresti arbitrari, torture come in Cisgiordania. Durante le tensioni tra le fazioni palestinesi molte persone sono state uccise, torturate e private dei loro diritti. C'è stata anche qualche condanna. Ma non è stata ancora fatta giustizia. La verità è che viviamo un momento drammatico: interno ed esterno. Dai crimini d'Israele a quelli commessi all'interno del popolo palestinese.

Un elemento nuovo, rispetto ad altri pesanti attacchi subiti dalla popolazione palestinese è la divisione interna. Che ne pensa?
La gente è unita nel lottare contro l'occupazione e contro il dolore. Umanamente uniti, ma politicamente sono divisi. Andrebbero in strada se potessero urlare, ma i politici sono divisi. Gli ultimi anni sono andati così... vogliono solo usare il loro potere. E' uno dei momenti più neri della nostra storia, ma non abbiamo scelta: dobbiamo essere uniti.

Nel suo lavoro, nel lavoro di al-Haq, in una situazione di questo genere, è difficile separare il diritto dalla politica?
Io non credo esista alcuna separazione tra la giustizia e la politica, tra il diritto internazionale e la politica. Perché se si esamina l'attuazione pratica del diritto internazionale, si passa alla politica. Chi è chiamato ad attuare il diritto internazionale? La povera gente, nelle strade? No, gli stati. E quando si passa agli stati, ai funzionari di governo, si sta discutendo di politica. Se rispettano gli obblighi a loro carico o no, se hanno fini politici o no... Cose di questo tipo. Al di fuori dell'ambiente politico, non esiste attuazione pratica del diritto internazionale. Questa è la linea di confine, e questa la connessione tra i principi del diritto internazionale, le teorie, i valori, e la politica, qui e ora. Per questo crediamo sia cruciale esercitare pressione sui politici. Non semplicemente ripetere le nostre richieste, i nostri messaggi, i comunicati stampa, ma anche avere contatti con la società civile, con i deputati, i giornalisti. Esercitare pressione sui politici. Perché l'unica cosa in cui i politici credono sono gli interessi. Se ci sono interessi diretti.
Se non faremo questo, come società civile, saremo u giorno ritenuto corresponsabili, direttamente o indirettamente, nei crimini commessi. Questo è una parte determinante del nostro lavoro, non solo stare seduti qui a scrivere report. Quei report, quei documenti debbono riuscire a porre sotto pressione i politici, perché diventi per loro conveniente sostenere i diritti umani. Perché, in fondo, facciano il loro lavoro. Noi facciamo il nostro. Un lavoro dannatamente duro, viene da piangere, a volte. Leggi certe storie...ma io non perdo la speranza. Magari sarà mio figlio a vivere in una società più giusta, magari io non vedrò mai i risultati del mio lavoro, ma non ci arrendiamo alla disperazione di un momento orribile come questo.

mercoledì, 21 gennaio 2009

Oggi a Washington è il giorno in cui si avvera il sogno di Martin Luther King. Il 28 agosto del 1963 il reverendo concluse, davanti al Lincoln Memorial di Washington, la più grande marcia per i diritti civili mai vista negli Stati Uniti, con un discorso che tutti ricordano come quello di "I have a dream", dall'espressione che cadenzava il testo di King. Quella che segue è la traduzione integrale di quel discorso: Sono orgoglioso di unirmi a voi oggi in quella che passerà alla storia come la piú grande manifestazione per la libertà nella storia del nostro paese.
Cento anni fa, un grande Americano, sulla cui ombra simbolica ci troviamo oggi, firmó la Proclamazione per l'Emancipazione. Questo decreto importantissimo arrivò come un faro di speranza per milioni di schiavi Negri bruciati dalle fiamme di questa raggelante ingiustizia. Arrivó come una gioiosa aurora dopo una lunga notte di schiavitú.

Peró cento anni dopo, il Negro non è ancora libero; cento anni dopo, la vita del Negro è ancora dolorosamente segnata dai ferri della segregazione e dalle catene della discriminazione; cento anni dopo, il Negro vive in un'isola deserta in mezzo a un immenso oceano di prosperità materiale; cento anni dopo, il Negro tuttora langue negli angoli della società americana e si trova in esilio nella propria terra.

Cosí siamo venuti qui oggi a denunciare una condizione vergognosa. In un certo senso siamo venuti nella capitale del nostro paese per incassare un assegno. Quando gli artefici della nostra repubblica scrissero le magnifiche parole della Costituzione e della Dichiarazione d'Indipendenza, stavano firmando una cambiale di cui ogni americano era garante. Questa cambiale era la promessa che tutti gli uomini, sia, l'uomo negro e l'uomo bianco, avrebbero avuto garantiti i diritti inalienabili alla vita, alla libertà, e al perseguimento della felicità.

È ovvio oggi che l'America è venuta meno a questa promessa per quanto riguarda i suoi cittadini di colore. Invece di onorare questo obbligo sacro, l'America ha dato alla gente negra un assegno a vuoto; un assegno che è tornato indietro con il timbro fondi insufficienti. Peró ci rifiutiamo di credere che la Banca della Giustizia sia fallita. Ci rifiutiamo di credere che non ci siano fondi sufficienti nelle grandi casseforti dell'opportunità di questo paese. E allora siamo venuti a incassare quest'assegno, l'assegno che ci darà a richiesta le ricchezze della libertà e la sicurezza della giustizia.

Inoltre siamo venuti in questo luogo sacro per ricordare all'America l'urgenza impetuosa del momento presente. Questo non è il momento di raffreddarsi o prendere i tranquillanti della gradualità. Ora è il momento di realizzare le promesse di Democrazia; ora è il momento di uscire dall'oscura e desolata valle della segregazione verso il cammino illuminato della giustizia razziale; ora è il momento di tirar fuori il nostro paese dalle sabbie mobili dell'ingiustizia razziale sul terreno solido della fraternità; ora è il momento di fare della giustizia una realtà per tutti i figli di Dio. Sarebbe fatale per la nazione passar sopra l'urgenza di questo momento. Quest'estate soffocante per il malcontento legittimo del Negro non terminerà fino a quando non venga un autunno vigoroso di libertà e uguaglianza.

Il 1963 non è una fine, ma un principio. E coloro che speravano che il Negro avesse bisogno di sfogarsi per essere contento, avranno un duro risveglio se il paese ritornerà alla solita situazione. Non ci sarà riposo né tranquillità in America fino a quando al Negro non verranno garantiti i suoi diritti di cittadino. Il turbine della ribellione continuerà a scuotere le basi della nostra nazione fino a che non sorgerà il giorno splendente della giustizia.

Però c'è qualcosa che io debbo dire alla mia gente, che sta sulla soglia logora che conduce al palazzo di giustizia. Nel processo di conquista del posto che ci spetta, non dobbiamo essere colpevoli di azioni inique. Non cerchiamo di soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla tazza del rancore e dell'odio. Dobbiamo sempre condurre la nostra lotta su un piano di dignità e disciplina. Non dobbiamo permettere che le nostre proteste creative degenerino in violenza fisica. Ancora una volta dobbiamo elevarci alle altezze maestose dell'incontro tra forza fisica e forza dell'anima. La nuova meravigliosa militanza, che ha inghiottito la comunità negra, non dovrà condurci a diffidare di tutta la gente bianca. In quanto parecchi dei nostri fratelli bianchi, come oggi si vede dalla loro presenza qui, si sono resi conto che il loro destino è legato al nostro. E si sono resi conto che la loro libertà è inestricabilmente legata alla nostra. Non possiamo camminare soli. E camminando, dobbiamo fare la promessa che marceremo sempre in avanti. Non possiamo tornare indietro.

Ci sono coloro che stanno chiedendo ai devoti dei Diritti Civili, Quando sarete soddisfatti? Non potremo mai essere soddisfatti finché il Negro sarà vittima degli orrori indescrivibili della crudeltà poliziesca; non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri corpi, pesanti per la stanchezza del viaggio, non potranno riposare negli alberghi delle autostrade e delle città; non potremo mai essere soddisfatti finché la possibiltà di movimento del Negro sarà da un piccolo ghetto ad uno piú grande; non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri figli saranno privati della propria personalità e derubati della dignità da un avviso scritto Solo Per Bianchi; non potremo mai essere soddisfatti finché il Negro del Mississippi non potrà votare ed il Negro di New York crederà di non avere nessuno per cui votare. No! No, non siamo soddisfatti, e non saremo soddisfatti fino a quando la giustizia non scorrerà come l'acqua e la rettitudine come una forte corrente.

Sono ben consapevole che alcuni di voi son venuti fin qui con grandi dolori e tribolazioni. Alcuni sono arrivati freschi da anguste celle di prigione. Alcuni di voi sono venuti da luoghi dove la ricerca della libertà li ha lasciati colpiti dalla tormenta della persecuzione e barcollanti per i venti della brutalità poliziesca. Voialtri siete i veterani della sofferenza creativa. Continuate a lavorare con la fede che le sofferenze immeritate redimono. Tornate nel Mississippi; tornate in Alabama; tornate nella Carolina del Sud; tornate in Georgia; tornate in Louisiana; tornate nei tuguri e nei ghetti delle nostre città del Nord, sapendo che in un modo o nell'altro questa situazione può essere e sarà cambiata. Non ci rotoliamo nella valle della disperazione.

Per cui vi dico, amici miei, che anche se affronteremo le difficoltà di oggi e di domani, ancora io ho un sogno. È un sogno profondamente radicato nel sogno Americano, che un giorno questa nazione si solleverà e vivrà nel vero significato del suo credo, noialtri manteniamo questa verità evidente, che tutti gli uomini sono creati uguali. Io sogno che nella terra rossa di Georgia, i figli di quelli che erano schiavi ed i figli di quelli che erano padroni degli schiavi si potranno sedere assieme alla tavola della fraternità. Io sogno che un giorno anche lo stato di Mississippi, uno stato ardente per il calore della giustizia, ardente per il calore dell'oppressione, sarà trasformato in un oasi di libertà e giustizia. Io sogno che i miei quattro figli piccoli un giorno vivranno in una nazione dove non saranno giudicati per il colore della pelle, ma per il contenuto della loro personalità.

Oggi ho un sogno!

Sogno che un giorno in Alabama, con i suoi razzisti immorali, con un Governatore dalle labbra sgocciolanti parole d'interposizione e annullamento, un giorno, là in Alabama, piccoli Negri, bambini e bambine, potranno unire le loro mani con piccoli bianchi, bambini e bambine, come fratelli e sorelle.

Oggi ho un sogno!

Sogno che un giorno ogni valle sarà elevata, ed ogni collina e montagna sarà spianata. I luoghi asperi saranno piani ed i luoghi tortuosi saranno diritti, e la gloria del Signore sarà rivelata ed il genere umano sarà riunito.

Questa è la nostra speranza. Questa è la fede con cui ritorno al Sud. Con questa fede potremo tagliare una pietra di speranza dalla montagna della disperazione. Con questa fede potremo trasformare il suono dissonante della nostra nazione in un armoniosa sinfonia di fraternità. Con questa fede potremo lavorare insieme, pregare insieme, lottare insieme, andare in carcere insieme, sollevarci insieme per la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi, e questo è il giorno. Questo sarà il giorno in cui tutti i figli di Dio potranno cantare con nuovo significato Il mio paese è tuo, dolce terra di libertà, di te io canto. Terra dove è morto mio padre, terra orgoglio del pellegrino, da ogni lato della montagna facciamo risuonare la libertà. E se l'America sarà una grande nazione, questo si deve avverare.

E quindi lasciate risuonare la libertà dalle cime dei prodigiosi monti del New Hampshire.
Lasciate risuonare la libertà dalle poderose montagne di New York.
Lasciate risuonare la libertà dalle altitudini degli Alleghenies della Pennsylvania.
Lasciate risuonare la libertà dalle rocce coperte di neve di Colorado.
Lasciate risuonare la libertà dalle coste tortuose della California.
Ma non solo.
Lasciate risuonare la libertà dalla Montagna di Pietra della Georgia.
Lasciate risuonare la libertà dalla montagna Lookout del Tennessee.

Lasciate risuonare la libertà da ogni collina e montagna del Mississippi, da ogni lato della montagna lasciate risuonare la libertà. E quando questo accadrà, e quando lasceremo risuonare la libertà, quando la lasceremo risuonare da ogni villaggio e da ogni casale, da ogni stato e da ogni città, saremo capaci di anticipare il giorno in cui tutti i figli di Dio, uomo Negro e uomo Bianco, Ebreo e Cristiano, Protestante e Cattolico, potremo unire le nostre mani a cantare le parole del vecchio spiritual Negro: Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo finalmente liberi.
 
28 agosto 1963

da Il Salvagente

mercoledì, 21 gennaio 2009

Sonia Alfano:Contro colpo di Stato del Csm su procuratore Salerno

Roma, 20 gen. (Apcom) - L'associazione che riunisce i familiari delle vittime di mafia scende in piazza a difesa del procuratore di Salerno Luigi Apicella, per il quale ieri la sezione disciplinare del Csm ha disposto la sospensione dalle funzioni e dallo stipendio, accogliendo la richiesta urgente del ministro della Giustizia a carico di uno dei protagonisti dello scontro tra le Procure di Salerno e Catanzaro. L'associazione, riferisce una nota, aderisce infatti al comitato promotore della manifestazione, indetta a Roma il 28 gennaio, a sostegno di Apicella "per manifestare il dissenso dei familiari delle vittime di mafia".

"La sospensione di Apicella - ha dichiarato la presidente Sonia Alfano - è l'atto di completamento della distruzione del sistema democratico italiano. La Procura di Salerno è stata smantellata dal potere politico senza alcuna motivazione sensata, ma solo per aver avuto l'ardire di indagare su politici, imprenditori, amministratori e funzionari corrotti".

Sonia Alfano se la prende con la reazione dell'Anm: "La prova definitiva che la nostra democrazia sia ormai moribonda sta nelle dichiarazioni del presidente dell'Anm, Luca Palamara, che considera come 'anticorpi' del sistema istituzionale un'arbitraria decisione politica a danno della sacrosanta autonomia della magistratura. Se anche gli organi associativi della magistratura si sono adeguati al piccolo colpo di Stato che la decisione del Csm ha sancito non resta altro da fare che scendere in piazza in prima persona a pretendere che in Italia si reinstauri un sistema democratico".

postato da: Dilia61 alle ore gennaio 21, 2009 08:49 | Permalink | commenti (3)
categoria:politica, giustizia, diritti umani, associazioni, democrazia, z tocchiamoli, petizioni - iniziative
martedì, 20 gennaio 2009

di Luigi De Magistris - 19 gennaio 2009 - da Antimafia2000

L’altro giorno, in uno dei tanti viaggi tra Napoli e Catanzaro, ascoltavo la bellissima canzone di Francesco De Gregori e mi venivano in mente frammenti di storia scritti da magistrati della Repubblica italiana

Pensavo al coraggio del Procuratore della Repubblica di Palermo, Gaetano Costa, che, da solo, si assunse la responsabilità di firmare degli ordini di cattura, al coraggio di Rosario Livatino ed Antonino Scopelliti che non piegarono la testa e decisero di esercitare il loro ruolo con rigore ed indipendenza, a quello di Paolo Borsellino che consapevole di quello che stava accadendo ai suoi danni cercava di fare presto per giungere alla verità e per comprendere anche le ragioni della morte di Giovanni Falcone e degli uomini della sua scorta.


Pensavo a quanta mafia istituzionale accompagna tanti eccidi accaduti negli ultimi trent’anni.
Pensavo a quello che sta accadendo in questi mesi in cui si consolidano nuove forme di “eliminazione” di magistrati che non si omologano al sistema criminale di gestione illegale del potere e che pretendono, con irriverente ostinazione, di adempiere a quel giuramento solenne prestato sui principi ed i precetti della Costituzione Repubblicana, nata dalla resistenza al fascismo.
Pensavo a quello che possono fare i singoli magistrati oggi per opporsi ad una deriva autoritaria che ha già modificato di fatto l’assetto costituzionale di questo Paese.
Pensavo a quello che può fare ogni cittadino di questa Repubblica per dimostrare che, forse, ormai, l’unico vero custode della Costituzione Repubblicana non può che essere il popolo, con tutti i suoi limiti.

In attesa di quel fresco profumo di libertà – del quale parla il mio amico Salvatore Borsellino e per il quale ci batteremo in ogni istante della nostra vita, in quella lotta per i diritti e per la giustizia che contraddistingue ancora persone che vivono nel nostro Paese – che ci farà comprendere quanto concreto sia il filo conduttore che accomuna i fatti più inquietanti della storia giudiziaria d’Italia degli ultimi 30 anni, non dobbiamo esimerci dall’evidenziare alcune brevi riflessioni.
In attesa dei progetti di riforma della giustizia (che mi pare trovano d’accordo quasi tutte le forze politiche) che sanciranno, sul piano formale, l’ulteriore mortificazione dei principi di autonomia ed indipendenza della magistratura, non si può non rilevare che i predetti principi – che rappresentano la ragione di questo mestiere che, senza indipendenza ed autonomia, è solo esercizio di funzioni serventi al potere costituito – sono stati e vengono mortificati proprio da chi dovrebbe svolgere le funzioni di garanzia e tutela di tali principi.

Dall’interno della Magistratura, in un cordone ombelicale sistemico di gestione anche occulta del potere, con la scusa magari di evitare riforme ritenute non gradite, si procede per colpire ed intimidire (anche con inusitata deprecabile violenza morale) chi, all’interno dell’ordine giudiziario, non si omologa, non intende appartenere a nessuno, non vuole assimilarsi alla gestione quieta del potere, ma rimane fedele ed osservante dei valori costituzionali di uguaglianza, libertà ed indipendenza che chi dovrebbe garantirne tutela – anche con il sistema dell’autogoverno – tende, in realtà, a voler governare, dall’interno, la magistratura rendendola, di fatto, prona ai desiderata dei manovratori del potere.

Ma non bisogna avere timore. La storia – ed ancora prima la conoscenza e la rappresentazione di fatti quando essi saranno pubblici – ci faranno capire ancor meglio di quanto tanti hanno già ben compreso, le vere ragioni poste a fondamento di prese di posizione anche di taluni magistrati (alcuni dei quali ritengono anche di svolgere una funzione di “rappresentanza”, in realtà, concretamente, insussistente).
Quello che rileva in questo momento e che mi pare importante è che, in attesa del fresco profumo di libertà, che spazzerà via alcuni protagonisti indecenti di questo periodo, ogni magistrato abbia un ruolo attivo, non si disorienti, diventi attore principale – nel suo piccolo ma nella grande “forza” di questo mestiere che richiede oneri prima ancora che onori – della salvaguardia dei valori costituzionali.

Ognuno di noi, chi ha deciso di fare questo lavoro con amore, passione e forte idealità, ha un luogo, interno alla propria coscienza, al proprio cuore ed alla propria mente, dal quale attingere forza e determinazione nei momenti bui. E’ questa l’ora delle risorse auree: se insieme sapremo esercitare le nostre funzioni in autonomia, libertà, indipendenza, senza paura di essere eliminati da intimidazioni istituzionali o da “clave” disciplinari utilizzate in violazione della Costituzione Repubblicana.
Per me, le riserve energetiche sono state e sono tuttora, soprattutto, le immagini di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, anche perché nei giorni delle stragi mafiose – con riferimento alle quali attendiamo verità e giustizia anche per le complicità sistemiche intranee alle Istituzioni – avevo appena consegnato gli scritti nel concorso in magistratura. Quando Antonino Caponnetto disse che tutto era finito, nel mio cuore ed in quello di molti altri magistrati è scattata una molla per dimostrare che non doveva essere così, che, invece, bisogna lottare e non mollare mai. Anche nella certezza di poter morire - come diceva Paolo Borsellino nella consapevolezza che tutto potesse costarci assai caro – vi sono magistrati che ogni giorno cercano di applicare, nei provvedimenti adottati, il principio che la legge è uguale per tutti.

Da quando le organizzazioni mafiose hanno dismesso la strategia militare di contrasto ed eliminazione dei rappresentanti onesti e coraggiosi delle Istituzioni, il livello di collusione intraneo a queste ultime si è consolidato enormemente, tanto da rappresentare ormai quasi una metastasi istituzionale che conduce alla commissione di veri e propri crimini di Stato. Questo comporta che oggi dobbiamo difendere, ogni giorno e con i denti, la nostra indipendenza e l’esercizio autonomo della giurisdizione – nell’ossequio del principio costituzionale sancito dall’art. 3 della Costituzione – anche da veri e propri attacchi illeciti, talvolta condotti con metodo mafioso, provenienti dall’interno delle Istituzioni.

Che può fare, allora, un magistrato? Che può fare un Uditore Giudiziario che a febbraio prenderà le funzioni giurisdizionali? Che può fare un Giudice civile? Che può fare un Giudice del Tribunale del Riesame? Che può fare un Giudice del settore penale? Che può fare un Pubblico Ministero? Che possiamo fare quelli di noi che non si piegano al conformismo giudiziario? Che possiamo fare quelli che vogliono esercitare solo questo lavoro con dignità e professionalità, senza pensare a carriere interne o esterne all’ordine giudiziario?

martedì, 09 dicembre 2008
Sarkozy ha visto a Danzica il leader spirtuale tibetano, nonostante le minacce di ritorsione della Cina. E’ la prima volta di un presidente di turno dell’Ue ed è un messaggio forte lanciato dal leader francese

Parigi. Nonostante le pressioni, nonostante le minacce, nonostante la voce grossa di Pechino, sabato a Danzica il presidente della Francia e (di turno) dell’Unione europea, Nicolas Sarkozy, ha incontrato il Dalai Lama, il leader spirituale del Tibet. L’incontro è storico, così come lo è la cornice entro cui è avvenuto: i festeggiamenti per il venticinquesimo anniversario del premio Nobel per la Pace all’ex presidente polacco Lech Walesa, che da leader del sindacato Solidarnosc guidò pacificamente la rivolta contro il regime comunista. Ed è storico perché Sarkozy rappresenta l’Europa: “In quanto presidente dell’Ue porto avanti valori e convinzioni. E’ mio dovere farlo e lo faccio ben volentieri”. Nessun presidente di turno, prima di lui, aveva incontrato ufficialmente il Dalai Lama.

“E’ molto importante la scelta di un incontro in un’occasione del genere – dice al Foglio Carlo Buldrini, uno dei primi giornalisti italiani ad aver raccontato la repressione cinese in Tibet – Perché questo serve a rilanciare con forza la causa tibetana agli occhi della Cina”. Pechino s’è opposta come ha potuto, tanto che venerdì il portavoce del ministero degli Esteri, Liu Jianchao, aveva apertamente messo in discussione i rapporti economici tra Pechino e Parigi. “Attribuiamo un’enorme importanza alla nostra partnership strategica con la Francia, così come alle relazioni commerciali con Parigi – aveva detto Liu – Soltanto se le relazioni bilaterali sono buone, possiamo creare una sana atmosfera per le nostre relazioni commerciali”.

E’ da metà novembre che continuano le pressioni su Parigi. Fin dall’inizio, però, Sarkozy ha fatto capire che al colloquio non avrebbe rinunciato. “Se c’è un problema, sarà un’occasione in più per dialogare”, aveva detto il 15 novembre al termine del summit tra Europa e Russia a Nizza. La Cina ha così aspettato sul ciglio del fiume e il 26 novembre ha annunciato il rinvio, a data da destinarsi, del summit con l’Unione europea in programma domani a Lione. I commentatori francesi si sono messi a fare i calcoli: che cosa ne sarà – si sono chiesti – dei 20 miliardi di euro di contratti siglati in pompa magna poco più di un anno fa tra Parigi e Pechino? “Il pericolo di ripercussioni economiche è reale – commenta Buldrini – Con l’indottrinamento del regime cinese è possibile un boicottaggio di prodotti francesi, che sarebbe ancora più grave con l’attuale crisi”. Ma il Figaro ieri minimizzava: can che abbaia non morde, le autorità cinesi non stanno cavalcando più di tanto “il tradimento” di Sarkozy. I timori dei francesi non sono eccessivi:  una grande crisi, quest’anno, c’è già stata.

Quando è scoppiata, in primavera, la crisi tibetana con i monaci buddhisti incarcerati e uccisi dai cinesi, Sarkozy non aveva nascosto di essere rimasto “scioccato”. La fiaccola olimpica stava incominciando il suo giro del mondo per arrivare alla sede dei Giochi, Pechino per l’appunto, e a Parigi gli “uomini in blu” che proteggevano la torcia avevano avuto parecchi problemi: proteste, cartelli, ostacoli. Sarkozy aveva annunciato che non avrebbe partecipato alla cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi e in Cina i grandi magazzini di marca francese e l’ambasciata erano stati presi d’assalto. Il boicottaggio dei prodotti era reale e preoccupante. Da lì – sostengono i maligni – nacque la decisione di Sarkozy di non incontrare il Dalai Lama che ad agosto era in visita in Francia. Ci furono grandi polemiche, aggravate dal fatto che persino il presidente americano, George W. Bush, aveva invitato il Dalai Lama alla Casa Bianca senza preoccuparsi granché della Cina che protestava.

Sabato Sarkozy ha ribadito di essere “libero” di decidere la sua agenda. Considerando che sempre ieri il presidente di turno dell’Ue non è riuscito a ottenere l’accordo con i paesi dell’est sul clima, considerando che tra crisi economica e guerra tra Russia e Georgia il presidente di turno dell’Ue non è riuscito a trovare la quadra europea, l’incontro con il Dalai Lama rischia di essere l’unico, forte e concreto messaggio di libertà lanciato da Sarkozy in Europa.

da IlFoglio.it

mercoledì, 26 novembre 2008

blog-web.jpgLa stragrande maggioranza dei blog è illegale. Non è una forzatura, ma la semplice sintesi di una proposta di legge, il cosiddetto ddl Levi-Prodi del 2007, che prevedeva per tutti i blogger l’obbligo di registrazione al Registro degli Operatori di Comunicazione, esclusi coloro i quali facciano del proprio sito un uso personale o collettivo e che questo non costituisca il frutto di un’organizzazione imprenditoriale del lavoro. In teoria quindi un qualsiasi diario informatico di un utente sarebbe stato esente dalla registrazione, eppure non è così: basta un qualsiasi banner AdSense e per il Codice Civile il proprietario del blog starebbe “facendo impresa”.
Dal 2007 la questione, che raccolse le critiche feroci di numerosi netizens, è praticamente rimasta sospesa nel limbo dell’ambiguità legislativa, almeno fino al recentissimo ddl Cassinelli, già ribattezzato “salva-blog”, ma che in sostanza non risolve il dibattito.
Il disegno del deputato del Pdl decreta che sia obbligatoria la registrazione al tribunale (e non più al Roc) per quei siti che abbiano come scopo la “pubblicazione o la diffusione di notizie di attualità, cronaca, economia, costume o politica”, o a cui gestori ed autori siano legati in termini professionali e con cui traggano profitto o comunque per i quali “percepiscono compensi correlati alla vendita di inserzioni pubblicitarie all’interno delle pagine medesime”. Si parla quindi, per le prime condizioni, della stragrande maggioranza dei blog, a meno che non siano esclusivamente autobiografici e personali, mentre per le restanti restrizioni la questione degli AdSense sarebbe, oltre che rimessa in causa, anche peggiorata.
È quindi conseguente che chi pubblica sul Web la vita del proprio gatto può vendere anche decine di spazi pubblicitari senza ricadere nei reati di stampa visto che secondo il ddl “sono in ogni caso esclusi dagli obblighi previsti dall’articolo 5 della legge 8 febbraio 1948 n. 47”, ovvero la registrazione presso il tribunale. Tra l’altro, tale registrazione è una pratica molto più complessa e dispendiosa di quella al Roc, e inoltre necessita della figura di un direttore responsabile, iscritto all’albo dei giornalisti, un attributo che la quasi totalità dei bloggers non può vantare.
Il disegno di legge Cassinelli è per queste ragioni ben lontano dalla risoluzione della questione “editoria sul Web”, di cui l’unica certezza è la confusione della giurisprudenza.

di Francesco Rossi - da CapitoloPrimo.it

martedì, 25 novembre 2008

Roma - Dopo la pubblicazione dell'articolo Cos'è un Blog, in cui commentavo aspramente tutte le varie proposte di legge esistenti sul tema "Blog e Libertà di Stampa", sono stato contattato dai promotori di una di esse e mi è stato chiesto di esprimere la mia opinione. Lo faccio qui di seguito, in modo che se ne possa discutere apertamente.

Requisiti di una Proposta di Legge
Una proposta di legge su questo tema che voglia essere degna di attenzione dovrebbe fornire gli strumenti necessari per ottenere entrambi i seguenti due effetti.

1)Garantire ai cittadini il diritto di esprimere la loro opinione (e svolgere le loro attività associative e politiche) come previsto dalla Costituzione.
2)Impedire alle aziende e ad altre organizzazioni di sfruttare questi spazi di libertà al solo scopo di sottrarsi agli obblighi di legge previsti per le attività editoriali.

Preciso subito che, personalmente, credo che la stampa non dovrebbe conoscere nessuna limitazione di nessun genere. Tuttavia, se non si prevedono dei limiti specifici per le attività professionali (giornalismo ed editoria) non ha più nessun senso discutere di questo tipo di "riforme", per cui sono costretto a partire da questi presupposti. Riprenderò questo argomento al termine di questo breve articolo.

Quello che ci interessa, per il momento, è che una legge su questo tema dovrebbe sia garantire la libertà di espressione ai privati cittadini sia impedire gli abusi da parte dei "professionisti" dell'editoria e del giornalismo. Come vedremo, quasi mai questi due punti vengono contemporaneamente garantiti dalle proposte di legge esistenti. Di conseguenza, queste proposte di legge sono quasi sempre inutili e prive di senso, prima ancora che dannose.

Editoria Cartacea ed Editoria Digitale
Molte di queste proposte di legge cadono nella tentazione di distinguere tra editoria "cartacea" ed editoria "digitale". Ovviamente, alle spalle di questo modo di separare il grano dalla pula c'è la convinzione che l'editoria "professionale" si faccia tuttora soprattutto su carta mentre sul web siano presenti più che altro dei blog di carattere personale. Non solo: dietro questo modo di pensare c'è la convinzione che le cose resteranno così ancora a lungo.

Questo però non è vero. Già adesso, quasi tutti i principali quotidiani ed i principali periodici del paese (e del mondo intero) hanno una loro versione digitale sul web. Questa versione digitale non ha nulla da invidiare a quella cartacea. Non solo: molte di queste testate stanno abbandonando la carta per ragioni di costo ed in futuro saranno disponibili solo sul web (o quasi).
Per essere più precisi, quasi tutte le testate giornalistiche, quotidiane o periodiche, tecniche o generalistiche, stanno andando verso un modello di editoria fortemente multimediale in cui la stessa notizia viene resa disponibile come "colonna" su carta, come pagina web, come video (file MPEG4 o stream), magari come podcast per non vedenti (MP3) e come "alert" via SMS.
Questa modalità di distribuzione in formati multipli, attraverso più canali paralleli, viene messa in atto già da tempo anche dalle piccole e piccolissime realtà. Un esempio eclatante è l'italianissima "Hacker Journal", che pubblica sia
un sito web che una rivista cartacea (priva di pubblicità, venduta a 2 euro nelle edicole).

Basare la distinzione tra "editoria professionale" e "hobbysmo" sul media utilizzato è del tutto fuorviante e lo sarà sempre di più in futuro.

Tra l'altro, se venisse riconosciuto uno status particolare, più libero, a coloro che operano sul web, le aziende più spregiudicate ne approfitterebbero immediatamente per buttare a mare la versione cartacea e tutti i suoi vincoli. Molti giornali fanno già adesso una fatica enorme a tenere in piedi la struttura redazionale tipica di un giornale, imposta loro dalla nostra legge, e sarebbero ben contenti di spacciarsi per un sito di comunità, libero da questi vincoli.

Verrebbe quindi meno il rispetto del punto 2 delle mie specifiche per una proposta di legge "seria": le aziende potrebbero facilmente "abusare" di una libertà che il legislatore non intendeva riconoscere loro.

Editoria Professionale ed Editoria Hobbystica
Naturalmente, ciò che interessa davvero i legislatori è distinguere tra l'attività editoriale professionale e quella hobbystica. Detto in altri termini, interessa loro distinguere tra un privato cittadino che esprime delle opinioni personali ed un giornalista che riporta delle notizie.

In quasi tutti i casi, le varie proposte di legge tentano di distinguere tra "professionismo" e "volontariato" basandosi sul fatto che esista uno "scopo di lucro" e/o una "remunerazione" dietro all'attività giornalistica ed editoriale. Se l'editore incassa dei soldi dalla pubblicità o dalla vendita in edicola, allora è editoria professionale. Se la pubblicazione non produce introiti, è volontariato. Se il giornalista viene pagato per il suo articolo, è attività professionale, diversamente è volontariato. Questo modo di distinguere i due casi, tuttavia, è palesemente inefficace.

Esistono casi famosissimi di editoria professionale che non ricavano un soldo né dalla vendita in edicola né dalla pubblicità. Uno di questi casi è
Altro Consumo che vive solo dei finanziamenti dei soci. Più in generale la stragrande maggioranza delle testate pubblicate dai partiti politici, dalle associazioni e dai sindacati, pur essendo testate giornalistiche a tutti gli effetti, non ricavano un euro dalla loro attività.

Non solo: la stragrande maggioranza dei "giornalisti" già adesso non ricava un soldo dalla propria attività. Con la crescita del fenomeno del "Citizen Journalism" e con l'aumento dell'offerta di giornalisti (anche "certificati") questa sarà sempre di più la regola. Si scrive e si pubblica soprattutto per comunicare ("per farsi conoscere e per fasi sentire"), non per soldi. I soldi, se arrivano, arrivano sempre più spesso da altre fonti.

Più in generale, l'attività editoriale sta diventando sempre di più un'attività collaterale a qualcos'altro ed è sempre meno caratterizzata dallo scopo di lucro. Per molte testate (soprattutto quelle che hanno una forte componente politica e sindacale) sarebbe forte la tentazione di rinunciare ai già magri introiti se questo permettesse loro di godere di tutta la libertà d'azione che la legge dovrebbe concedere ai privati cittadini. Una volta eliminata la struttura redazionale imposta dalla legge e tutti i suoi costi, il bilancio tornerebbe comunque in pareggio.

Dall'altro lato, è francamente assurdo classificare il blog di un privato cittadino come "testata giornalistica" solo perché ricava pochi o molti soldi dalla pubblicità (AdSense e simili). Cosa pubblica quel sito? Come ricava i propri soldi. Fa informazione? Pubblica notizie?

Stampa, Comunicazione Aziendale e Opinionistica Personale
Ovviamente, si può sempre dire: "Se la testata giornalistica è gestita da un partito politico, da un sindacato, da una associazione o da una azienda, allora è comunque una testata giornalistica ed è comunque soggetta alle regole previste per l'editoria professionale". In altri termini, tutto ciò che è gestito da una "persona giuridica" (invece che da una "persona fisica), è "editoria professionale" e tutti coloro che pubblicano attraverso queste testate sono giornalisti professionisti, non semplici cittadini.

Questo, per inciso, è proprio il modo in cui si distinguono questi due casi in molti altri paesi del mondo: è un professionista chi agisce in associazione con altre persone perché, inevitabilmente, opera per conto di altre persone o rappresenta comunque le opinioni di un gruppo. Chi pubblica qualcosa da solo, non importa come, rappresenta solo se stesso e viene trattato come privato cittadino.

Però... Una "rivista" non deve pubblicare per forza 100 articoli al mese per essere tale. Un singolo individuo può benissimo pubblicare e gestire la propria rivista personale, pubblicando un paio di brevi articoli al giorno. Paolo De Andreis ha fatto esattamente questo quando ha creato Punto Informatico. Io stesso ho fatto la stessa cosa con Oceani Digitali (ora defunta, dopo un paio d'anni di attività). Se la pubblicazione ha successo, può diventare un punto di vista autorevole su un certo tema ed i suoi articoli possono sicuramente "fare male". Il blog di Beppe Grillo ne è un esempio lampante.
Dividere il grano dalla pula diventa quindi sempre più difficile.

Libertà d'espressione di Prima e di Seconda Classe
In realtà, come dicevo all'inizio, è il concetto stesso di "editoria professionale" e di "giornalismo professionale" che non ha nessun senso. Non ha senso pretendere di imporre due diversi livelli di libertà per chi svolge una certa attività a livello professionale (qualunque cosa voglia dire) e per chi lo fa per volontariato.

Così come ha diritto di esprimere la propria opinione un privato cittadino su un blog, ha ovviamente diritto di farlo anche un giornalista professionista che riporta una notizia sul suo giornale. Semmai, il problema sarà del suo editore che dovrà decidere se gli sta bene quel comportamento o meno.

Nei paesi civili, il giornalista gode addirittura di una maggiore libertà di manovra del privato cittadino (può legittimamente nascondere le proprie fonti). In tutte le proposte di legge (ed in tutte le leggi italiane esistenti), il giornalista italiano gode invece di una minore libertà di manovra. Questo a causa di un malinteso senso di "professionalità".
In modo speculare, non si può certo pretendere di riservare ai "giornalisti professionisti" l'accesso ai mezzi di comunicazione, qualunque essi siano, e la libertà di esprimere le proprie opinioni.

Se una differenza può esistere (o deve esistere) tra giornalisti e privati cittadini, non può certamente riguardare la libertà di esprimere il proprio pensiero e di accedere ai mezzi di comunicazione (stampa, web etc.). Non possono esistere cittadini di serie A e cittadini di serie B da questo punto di vista.
Obblighi già esistenti
Si tenga presente che chiunque pubblichi (od anche solo dica a voce) qualunque cosa, da sempre e dovunque nel mondo, è tenuto ad attenersi ai seguenti cinque criteri.


1)Non deve dire cose false perché rischierebbe una denuncia per calunnia.
2)Non deve offendere nessuno perché rischierebbe una denuncia per ingiurie.
3)Non deve rivelare informazioni imbarazzanti senza che ciò sia necessario per informare correttamente il pubblico su qualcosa che riguarda la vita sociale, politica e finanziaria del paese o su qualche aspetto del mercato che riguarda il lettore. Diversamente si ricade nel reato di diffamazione.
4)Non deve rivelare informazioni personali perché rischierebbe una denuncia per violazione della privacy.
5)Non deve demolire l'immagine di una azienda o di un prodotto senza fondato motivo, diversamente rischia una denuncia per danni.

Le cosiddette "persone fisiche" (gli individui) e le cosiddette "persone giuridiche" (associazioni, partiti, sindacati, aziende e via dicendo) sono quindi già adesso più che tutelate nei confronti di ciò che può dire su di loro, in pubblico, una persona qualunque, sia essa un privato cittadino od un giornalista.

Non c'è nessuna ragione di aggiungere ancora un nuovo strato legislativo a questa già robustissima "corazza". Anzi: ci sarebbero tutte le ragioni per toglierne qualcuno.

Snellire l'Articolo 21 della Costituzione
Come abbiamo visto, le proposte di legge che sono state presentate finora (e le leggi che sono state effettivamente promulgate), non riescono a garantire contemporaneamente la libertà di espressione del privato cittadino e l'assenza di abusi da parte degli "operatori della comunicazione" professionali. I due criteri che ho citato all'inizio non vengono rispettati e quindi queste proposte di legge sono prima di tutto inutili ed inefficaci, prima ancora che dannose. Tanto varrebbe riconoscere a tutti gli stessi diritti e le stesse modalità operative, senza preoccuparsi di queste sottili (ed assurde) distinzioni tra "libertà di espressione" e "informazione".

In realtà, l'unico intervento che dovremmo augurarci su questo tema sarebbe una drastica e coraggiosa opera di snellimento e di semplificazione dell'Articolo 21 della Costituzione. Lo potete vedere nella sua forma attuale qui:
Costituzione. Alla fine, questo articolo dovrebbe recitare soltanto quanto segue:
"Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure."

Punto e basta. Senza distinzioni prive di senso tra giornalisti e privati cittadini, tra libertà di espressione e informazione, tra blogging ed editoria. Senza cavilli e senza remore.
Un'altra semplificazione, necessaria e lungamente attesa, sarebbe l'abolizione dell'ordine dei giornalisti. Quello, comunque, lo sta già abolendo, di fatto, il libero mercato.

Alessandro Bottoni
Segretario Associazione Partito Pirata  da
PuntoInformatico.it

lunedì, 24 novembre 2008

Roma - A quanto pare c'è un certo fermento legislativo attorno al tema editoria ed Internet. Mentre in commissione cultura si tratta sui finanziamenti pubblici, dopo l'annuncio dello stralcio del ddl Levi, ribattezzato ammazzablog, arriva il ddl Cassinelli. Per chi fosse curioso, il testo è reperibile sul sito del deputato. Cassinelli, non senza astuzia, lo annuncia già come il "ddl salva blog". Per capire il perché facciamo un piccolo passo indietro.

In Italia è in vigore da vari anni
una legge (62/2001) che definisce come "prodotto editoriale" qualsiasi "prodotto realizzato su supporto (...) informatico, destinato alla pubblicazione (...) di informazioni". Ovvero: quasi ogni sito, forum, blog sulla terra.

Sempre stando alla stessa legge, ogni "prodotto editoriale" pubblicato periodicamente deve sottostare alle disposizioni sulla stampa del 1948 (
legge 47/1948) secondo le quali, tra l'altro, "nessun periodico può essere pubblicato se non sia stato registrato presso la cancelleria del tribunale".

Secondo la lettera della legge, perciò, ciascuno delle migliaia di blog che nascono ogni giorno dovrebbe registrarsi in tribunale, avere un direttore e un proprietario. Chi non lo fa è fuori legge. Fa stampa clandestina. Tuttavia, come spesso succede nel diritto italiano, nonostante la legge sia in vigore nessuno la applica rigidamente perché altrimenti il sistema imploderebbe. Si va avanti di interpretazione in interpretazione, di giurisprudenza in giurisprudenza, di legge in decreto (dlgs 9 aprile 2003), con l'unica certezza dell'incertezza del diritto. Per onore di cronaca, va detto che nel 2001 molti cercarono di fermare la mano del legislatore: giuristi, utenti, esperti di tecnologia. Ma senza successo.

Da allora le homepage del Bel Paese furono invase da grotteschi stendardi e clausolette nel tentativo di fuggire dalla longa manus della legge: "il presente sito non costituisce testata giornalistica", "non ha carattere periodico", "è aggiornato secondo le disponibilità", "passavo di qui per caso, ma vado via subito", "il mio server è in Turkmenistan"... Di tutto per dimostrare la propria amatorialità. Nonostante ciò, venne poi anche qualche condanna per stampa clandestina, qualche
condanna per diffamazione, e qualche ddl Levi. Niente di troppo anticostituzionale, sia chiaro, ma comunque abbastanza per generare un clima di insicurezza e timore che concorre - con molti altri fattori - a collocare l'Italia negli ultimi posti in occidente per libertà di informazione.

Ebbene: sette anni dopo Cassinelli si accorge che c'è qualcosa che non va. E se ne accorge giusto mentre Levi viene fustigato da mezza Italia per il suo ddl sull'editoria. Lo fa con una proposta non indenne da critiche, ma da discutere sia perché costituisce un precedente, sia perché arriva da un membro del partito di Governo. Non propone una revisione generale della legge sull'editoria come Levi, ma piuttosto alcune modifiche a quella vigente (vedi
testo completo del ddl).

Primo punto: stabilire due categorie distinte, i "prodotti editoriali cartacei" e i "prodotti editoriali sulla rete internet".

Secondo punto: i prodotti editoriali sulla rete internet debbono sottostare alle
leggi sulla stampa solo se hanno per scopo la pubblicazione di notizie e purché ricadano in una delle seguenti tipologie: il gestore o gli autori delle pagine sono riconducibili a testate "quotidiane", "periodiche", "settimanali", ecc. o sono legati ad esse da vincoli professionali; gestore o autori ne traggono profitto; gestore o autori sono giornalisti professionisti; gestore o autori percepiscono compensi periodici o saltuari per la propria attività di gestione o redazione; gestore o autori vendono direttamente, o comunque percepiscono compensi correlati alla vendita di inserzioni pubblicitarie nelle pagine.

Terzo punto: esclusione esplicita di tutti quei siti che hanno come "unico scopo" la pubblicazione di idee ed opinioni personali; la pubblicazione di informazioni societarie, istituzionali, autobiografiche; gli aggregatori automatici; i forum; le comunità virtuali.

Il ddl, quindi, non è un "salva blog" ma cerca almeno di risolvere alcune tensioni dell'attuale legge sull'editoria. Nella proposta restano irrisolti, tuttavia, alcuni punti critici:

1. il testo proposto non semplifica né snellisce la precedente normativa ma, anzi, sotto più aspetti ne aumenta la complessità interpretativa.
2. lascia sostanzialmente invariati i rischi prospettati dal ddl levi: un blog personale che pubblica notizie corredate da qualche annuncio AdSense
rischia i reati di stampa. E aggiunge nell'elenco degli a rischio anche qualsiasi giornalista che pubblicasse notizie (e non opinioni) in indipendenza.
3. è poco armonizzato col diritto internazionale e non risolve la necessità di un testo unico aggiornato in base all'evoluzione tecnologica.

Per queste ragioni, e anche perché una riforma seria è lungi a vedersi all'orizzonte, la proposta è da modificare ma almeno da discutere. Pur con le ambiguità lessicali e giuridiche che porta con sé, infatti, sarebbe forse più chiara dell'attuale limbo. Rimarrà testo morto nelle fagocitanti aule della Camera? Diventerà l'ennesima
toppa di un vestito legislativo già in brandelli? Forse.

In attesa di una delle tante
riforme che, come quella sul diritto d'autore del 1941, l'Italia aspetta da più di sessant'anni.

Luca Spinelli - da PuntoInformatico.it