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Io sto con Saviano
 QUALCUNO MI SA DIRE COME MAI CON IEPLORER SI VEDE BENE E CON FIREFOX SI VEDE TUTTO BIANCO IL TESTO??? EPPURE I CLASS SONO GIUSTI....
mercoledì, 31 dicembre 2008
Quasi tutti conosco la teoria della relatività di Einstain, una teoria fondamentale per la fisica moderna, essenziale per  la spiegazione dei fenomeni subatomici così come quelli dell'universo: dove il tempo non è una misura lineare così come ci viene insegnata a scuola ma una entità a due dimensioni, meglio definibile come spazio-tempo che nella dimensione dello spazio tende naturalmente a curvare a causa della gravità. Roba da far girare la testa, se studiata un po': tale da mettere in crisi -o perlomeno in dubbio- tanti convincimenti quotidiani.
La signora Tiziana di Cagliari invece, ha sperimentato in queste ore, sulla sua pelle, un'altra teoria fondamentale -di cui l'Italia è proverbiale centro di ricerca e sperimentazione: la teoria della relatività degli onesti. Questa teoria dice che l'onestà non è un valore lineare in sé scandito da alcuni principi fondamentali senza colore politico, religioso o filosofico, bensì è un dimensione che tende a curvarsi in relazione alla forza di gravità esercitata dal denaro messo a disposizione per l'occasione. Se la massa di denaro è molta, la forza di gravità è molto forte e la curva può arrivare a piegarsi completamente su se stessa sino a generare un buco nero nel quale ogni cosa viene assorbita perdendo la sua identità originale. Nel buco nero ogni sparizione ha la sua giustificazione: essendoci molta forza di attrazione è sconsigliabile resistere od opporsi: lo fanno solo i Fessi: una categoria questa di soggetti non ben definita e dalla dubbia origine. La scienza politica italica non riesce a spiegarsi come mai alcuni esemplari di questa specie si aggirino ancora in libertà per il paese nonostante l'intensa attività mediatica volta a far comprendere quanto sia naturale abbandonarsi alla gravità dei buchi neri. Non si sa che origine abbia questa specie; non si riesce a sapere quanti in realtà essi siano numericamente; paiono capaci di riprodursi e di resistere nelle condizioni ambientali più impervie. Si cerca di isolarli, di capire quale sia l'origine di questo morbo che infonde loro questa malattia che li conduce inesorabilmente ad essere individui disadattati nel contesto sociale.
 
Visibilmente la Sig.ra Tiziana è parsa a disagio di fronte alle domande a al numero di microfoni spuntati sul luogo di lavoro che non si sono certo fatti impressionare dalla tenacia con la quale la signora tentava di continuare a svolgere la sua attività tra gli scaffali rispondendo a stupide domande di stupidi giornalisti di regime.
Ma signora! Ma cosa ha pensato quando ha visto quella cifra? Ma come? Non ha pensato a quante cose avrebbe potuto comprarsi? Una nuova macchina, vestiti, cellulari, una casa al mare, una vacanza, un trattamento plastico alle tette o perlomeno al naso, un televisore al plasma da 2500 pollici. Insomma con tutto ciò che avrebbe potuto fare con quei soldi -senza contare che avrebbe pure fatto felice il presidente Berlusconi che ci ha spiegato che bisogna consumare a più non posso- questa signora qui che fa? Che pensa? Pensa che quei soldi sono il frutto del lavoro di qualcun altro, che qualcuno potrebbe perdere il posto, qualcuno magari stanco come lei -che ha delle responsabilità- e che in un momento di stanchezza si è distratto rischiando di perdere tutto.
Insomma questa donna è una vera e propria Fessa! Non ci sono altre ragionevoli spiegazioni.
Gente come questa Tiziana, ancorata ad antichi miti (non fare ad altri quello che non vorresti fosse fatto a te), superstizioni (un gesto di cortesia ritorna sempre indietro), illusioni (se invece di adattarsi al "così fan tutti", le persone si assumessero le proprie responsabilità le cose andrebbero diversamente), sono da mettere al bando. Bisogna farle sentire quello che sono: bestie rare, disadattati, ipocriti e pusillamini. Si. ipocriti, perché non c'è coraggio nell'essere onesti, non c'è vigore; vuoi paragonare con quel sottile piacere erotico che ti si infonde nel corpo quando sai di aver fottuto qualcuno? Quell'orgasmo intimo che ti da la consapevolezza di aver fatto come fan tutti? Quel senso di onnipotenza che ti pervade quando pensi di averla fatta franca ?
In fondo si vive una volta sola! E bisogna godersela! E se la vita ti offre una occasione bisogna approfittarne! E che cazzo Tiziana!

Cara Tiziana, due mesi fa circa, uscendo dall'ufficio verso le 20:30 ho trovato in terra una busta trasparente contenente una fattura e 160 euro in contanti. Una busta caduta a qualcuno che doveva pagare la fattura o l'aveva incassata. Fatto sta che il giorno successivo ho riportato tutto al bar di fronte al quale ho trovato la busta; mi hanno ringraziato, ma non mi hanno nemmeno offerto un caffè: credo che lo stupore li abbia storditi al punto tale da disorientarli.
Tra noi due c'è uno zero di differenza. Noi sappiamo che non ha importanza; per altri invece si: se io sono fesso tu lo sei elevata ad un potenza di 10 superiore.
Ma non importa. E se nessuno avrà buon gusto di ringraziarti - e magari darti pure quella parte di ricompensa che spetta per legge a chi trova roba di valore e la restituisce- lo faccio io; a nome di tutti i Fessi d'Italia. Grazie Tiziana e buon anno a tutti noi, Fessi irriducibili.
 
postato da: Davide3d alle ore dicembre 31, 2008 10:10 | Permalink | commenti (2)
categoria:politica, donne, lavoro, economia, blog, giustizia, finanza, democrazia, società e costume
martedì, 18 novembre 2008

La Giornata mondiale del 25 novembre intende sensibilizzare l'opinione pubblica su un fenomeno di estese proporzioni e in gran parte sommerso: secondo le indagini effettuate da Nazioni Unite e Organizzazione mondiale della sanità una donna su tre subisce violenza nel corso della vita. La maggior parte degli episodi si verifica in ambito domestico.

Le violenze subite dal partner, marito, fidanzato o padre sono, in Europa, la prima causa di morte e invalidità permanente per le donne fra i 16 e i 44 anni.

postato da: Dilia61 alle ore novembre 18, 2008 14:49 | Permalink | commenti
categoria:donne, diritti umani, violenza - pace
mercoledì, 12 novembre 2008

Michelle Hunziker (foto Ap/laPresse) Roma, 11 novembre 2008 - "Da bambina ho vissuto violenze e ingiustizie che mi hanno sensibilizzato forse più di altri al problema". Lo rivela Michelle Hunziker in un’intervista esclusiva a 'Chi', il settimanale diretto da Alfonso Signorini.

La showgirl, che ha costituito con l’avvocato Giulia Bongiorno la Fondazione Doppia Difesa proprio per aiutare le persone, soprattutto donne, vittime di abusi, violenze e sopraffazioni, denuncia le difficoltà che ha incontrato lei come donna molestata.

"I miei tre stalker? Sono tutti a piede libero. Per forza, in Italia c’è la legge, ma non c’è giustizia, perchè per via di lungaggini e scappatoie burocratiche la pena non viene scontata. Quel reato prevede solo tre mesi di carcere? Va bene, ma che li facciano... Ma è comunque importante denunciare tutto, tutto dev’essere documentato".

"In tutto i miei stalker sono tre", continua la Hunziker. "Il primo, quello che mi molestava da tre anni, l’abbiamo tra virgolette sistemato: è stato processato e ha preso tre, quattro mesi di carcere, è scappato e mi manda comunque lettere da Londra o dalla Germania. Il secondo è stato anche lui processato, poi l’abbiamo fatto contattare dalla fondazione e gli abbiamo chiesto se voleva esser seguito dai nostri psicologi, ma ha detto di no.

E poi c’è quello delle minacce di morte, che del fatto di essere stato rinviato in giudizio non gliene frega niente. E due giorni fa mi ha mandato l’ennesima lettera minatoria", conclude.

da Quotidianonet

postato da: Dilia61 alle ore novembre 12, 2008 08:29 | Permalink | commenti (2)
categoria:donne, giustizia, società e costume, forze dellordine e sicurezza, violenza - pace
mercoledì, 15 ottobre 2008

Elisa Di Salvatore - da IlTempo

Sicurezza e immigrazione come due facce della stessa medaglia. È questo il messaggio lanciato dal convegno organizzato lunedì da Farefuturo, la Fondazione presieduta dal Presidente della Camera Fini e diretta da Adolfo Urso, per presentare i dati della ricerca «Donne del Mediterraneo, l'Integrazione Possibile».

Un tema che va oltre la situazione contingente perché, come spiega il sottosegretario allo Sviluppo Economico Urso, «la ricerca è stata avviata già un anno fa». «Come destra matura e responsabile - aggiunge - intendiamo costruire le fondamenta culturali e sociali di una politica di integrazione possibile nel rispetto delle identità che il nostro Paese deve sostenere, essendo frontiera e, speriamo, cerniera tra Nord e Sud, Est ed Ovest, del Mediterraneo». 

«Un approccio nuovo che può contare sullappoggio dell'opposizione - assicura il ministro ombra dell'Interno Marco Minniti - perché non fornisce soluzioni sbrigative e ribalta i termini del tema sicurezza che non è solo un problema di ordine pubblico, ma interdipendente a quello dell'integrazione».

L'altro dato di assoluta novità che emerge dalla ricerca è il ruolo delle donne che, attraverso la trasmissione di identità in fase educativa, creano integrazione. Per questo bisogna fare leva su di loro che, anche se in molti casi sembrano essere portatrici di conflitti, portano in sé anche le soluzioni per superarli. Il fenomeno riguarda tutte le nazionalità indistintamente qualunque sia la religione professata (musulmana, cristiana ortodossa o cattolica).

Appare evidente come anche la differenza uomo/donna rispetto agli stessi problemi ribalti molti stereotipi. Oltre il 92% ha un'immagine positiva dell'Italia, una buona fetta dichiara di avere accresciuto il proprio bagaglio culturale e di percepire più ampia libertà. Oltre il 70% ritiene che il rispetto della legge è condizione fondamentale per l'integrazione e l'80% è favorevole a mandare i figli in scuole italiane e miste.

Appaiono più aperte degli uomini ad accettare la diversità, i modelli culturali e di costume e più propense a valorizzare gli elementi di incontro che di divisione. Verso il velo e la poligamia, umiliante per la maggior parte, hanno un atteggiamento plurale ed autonomo rispetto agli uomini più conservatori, tradizionalisti e più legati al credo religioso. L'integrazione è dunque possibile e può avvenire solo attraverso le donne.

postato da: Dilia61 alle ore ottobre 15, 2008 09:40 | Permalink | commenti
categoria:donne, diritti umani, democrazia, discriminazioni, società e costume, scuola ed educazione
domenica, 21 settembre 2008
Txt 4 peace - Al fine d’incoraggiare una maggiore consapevolezza su questa importante giornata, le Nazioni Unite invitano le persone di tutto il mondo ad inviare, prima del 21 di settembre o in questo stesso giorno, messaggi di pace. Gli Uffici delle Nazioni Unite di molti Paesi stanno organizzando campagne per celebrare la giornata. I messaggi raccolti dalle Nazioni Unite saranno presentati ai leader mondiali che si riuniranno dal 22 settembre a New York per la 63esima sessione dell’Assemblea Generale.

La Giornata Internazionale della Pace è stata istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1981 (A/RES/55/282) per “rafforzare gli ideali della pace tra le nazioni e i popoli”.

Venti anni dopo l’Assemblea Generale indicò nel 21 settembre la data per celebrare ogni anno tale ricorrenza come “giorno di sospensione delle ostilità e della violenza in tutto il mondo… promuovendo l’educazione e la consapevolezza pubblica e la cooperazione per il raggiungimento di una tregua globale”.

Quest’anno, in cui si celebrano  il 60esimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e il 60esimo anniversario dell’attività di peacekeeping delle Nazioni Unite, la giornata offre l’opportunità di mettere in luce la relazione cruciale tra pace e diritti umani, sempre più riconosciuti come inseparabili. Nel periodo successivo alla II Guerra mondiale, i leader mondiali riconobbero che “la mancanza di considerazione e il disprezzo per i diritti umani avevano portato ad azioni barbare” auspicando “l’avvento di un mondo in cui gli esseri umani potessero godere… la libertà dalla paura e dal bisogno”.


peacepeacepeacepeace


Oggi stiamo ancora lottando per realizzare questa visione. Troppi conflitti, dalle guerre in Iraq e in Afghanistan ai conflitti nei Territori Palestinesi Occupati, nel Darfur, in   Somalia e nella Repubblica Democratica del Congo, sono causa di inutili perdite di vite umane e hanno un impatto devastante sulle strutture su cui si fonda la società, come il sistema educativo, sanitario e giudiziario ed il mantenimento della legalità e dell’ordine pubblico.

Campana della Pace
Quest’anno per celebrare la Giornata Internazionale della Pace, venerdì 19 settembre, il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon suonerà la Campana della Pace al Palazzo di Vetro di New York insieme ai
Messaggeri di Pace delle Nazioni Unite. Gli Uffici delle Nazioni Unite e le missioni di peacekeeping di tutto il mondo organizzeranno inoltre eventi per celebrare tale ricorrenza. Il 21 settembre in tutto il mondo, alle 12,00 ora locale, sarà osservato un minuto di silenzio.  

da OnuItalia

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La Giornata internazionale delle Nazioni Unite - segnato ogni anno il 21 settembre - è una vacanza globale dove gli individui, le comunità, le nazioni e i governi evidenziano gli sforzi per porre fine ai conflitti e promuovere la pace.
 
Quest'anno la Giornata della Pace annuncia la nascita di iPeace, una rete sociale unica di gente che ama la pace.
Iscriviti a iPeace http://ipeace.ning.com/ - In meno di un minuto notarai la differenza.
 
La nuova rete è già vibrante. Più di 4300 membri provenienti da oltre 150 paesi hanno già aderito.
 
iPeace è una rete che collega GENTE con lo stesso pensiero. Un luogo dove si possono fare nuovi amici veri, invitare i vecchi amici e condividere i sogni e la visione di un mondo migliore.
 
iPeace sarà un luogo di concentrazione di TUTTE le iniziative di pace nel mondo. Sarete in grado di venire qui e di sapere cosa e dove sta succedendo, e anche condividere quello che sai. iPeace cooperarà e darà sostegno a tutte le iniziative di pace, fintanto che non siano violente e senza scopo di lucro.
 
iPeace avrà una iniziativa propia. Si creerà un luogo in cui persone provenienti da parti opposte di zone di guerra si potranno riunire, parlare e capire che essi non sono diversi tra di loro. Speriamo che cosí forse si accorgeranno che la paura che il loro leader ha instillato nella loro mente non ha alcun motivo.
 
Condividi la tua pace. Fa la differenza.
 
sabato, 30 agosto 2008

(AGI/EFE) - Pechino, 30 ago. - Sono state graziate le due anziane donne cinesi condannate a due anni nei campi di “rieducazione” perche’ avevano protestato durante i Giochi. Le due chiedevano risarcimenti per le loro abitazioni, demolite sette anni fa per fare spazio alle infrastrutture olimpiche. In realta’ Wu Dianyuan di 79 anni e Wang Xiuying di 77 si erano limitate a chiedere di poter protestare in uno di quei tre parchi di Pechino che il regime comunista aveva messo a disposizione per le manifestazioni. La grazia e’ stata salutata da Human Rights Watch come esito positivo della pressione internazionale per i diritti umani esercitata sul regime cinese. (AGI)

da DirittoOggi

giovedì, 28 agosto 2008

Condannato per violenze alla moglie, torna in libertà e malmena ancora la donna

Il carcere non ha convinto a cambiare comportamento ad un ternano di 37 anni che nell'agosto dello scorso anno era stato arrestato per maltrattamenti in famiglia e lesioni personali nei confronti della moglie.

Rimesso in libertà, è stato di nuovo arrestato, accusato di molestie telefoniche, maltrattamenti in famiglia, minacce di morte e lesioni personali in danno della moglie e violenza privata.

L’uomo non aveva accettato la decisione della moglie di lasciarlo dopo la prima esperienza.

La perseguitava con continue telefonate, la pedinava, suonava ripetutamente il campanello dell'abitazione, chiedeva sue notizie alle amiche.

Era poi passato ai danneggiamenti rigando la vettura con un taglierino e appiccando il fuoco alla porta dell'abitazione della donna.

Aveva inoltre collocato, nell'ascensore dell'edificio dove questa abitava e nel portone di ingresso, biglietti con frasi ingiuriose e disegni osceni ed infine, a più riprese, avrebbe aggredita e picchiata la ex moglie arrivando anche a spegnerle la sigaretta su un braccio.

da IlTamTam.it

postato da: Dilia61 alle ore agosto 28, 2008 19:37 | Permalink | commenti
categoria:donne, giustizia, salute e diritti, violenza - pace
lunedì, 04 agosto 2008

Mehwar significa baricentro, ma per le palestinesi vittime di abusi significa speranza

Ghadeer, Suzan, Lina, Inas, Amira, Feda, Bahia, Dalal, Nisreen, Noha, Rania, Habela, Marleen, Neven, Rana, Gherda. Sono le ospiti del centro antiviolenza Mehwar, di Beit Sahour, cittadina ai piedi di Betlemme. Ragazze dai 15 ai 30 anni, scuri occhi tristi e sguardi duri, accomunate da terribili storie di violenza, soprattutto da parte dei padri, ma anche da altri familiari e dai mariti. Ma queste giovani donne oggi condividono anche il fatto di aver trovato un centro, il proprio centro dentro di sé che si rafforza con la condivisione e la solidarietà; un baricentro insomma: questo del resto il significato letterale della parola Mehwar.

“Il centro è stato aperto nel febbraio dal 2007, grazie al sostegno del ministero affari sociali dell’ANP, della cooperazione italiana e del centro antiviolenza Differenza Donna di Roma” spiega Najin, una delle operatrici, “è una risorsa molto importante, poiché l’unica soluzione che l’ANP aveva per le donne abusate era la prigione”. Sembra assurdo, ma una donna vittima di abuso che scappa o che denuncia, normalmente non trova sostegno nella società, e l’Autorità Palestinese per ora è capace di mettere a disposizione solo i luoghi più sicuri che dispone, le prigioni appunto. Fortunatamente oggi una alternativa c’è, ed è appunto Mehwar, che finora ha ospitato 79 donne, provenienti da tutta la Cisgiordania. La maggior parte dei casi è di incesto, quindi di padri che violentano le proprio figlie, di solito quando queste hanno tra i 6 e i 12 anni, praticando preferibilmente violenza anale perché così, nella perversione del loro ragionamento e delle regole patriarcali che li sostengono, queste bambine restano vergini, quindi ancora idonee per essere immesse sul mercato dei matrimoni e smerciate al miglior offerente. E’ ciò che è successo a Dalal, una delle ospiti del centro, venduta a 12 anni in sposa ad un uomo di 50 anni, e, dopo un anno, tolta al marito dal padre che l’ha ceduta ad un altro uomo, ovviamente in cambio di una cospicua somma, con il nome della sorella. Questo secondo marito, uno spacciatore, ha violentato e picchiato Dalal per molti anni, fino a che lei ha trovato il coraggio di scappare con i suoi 4 bambini.

“Sull’esempio dei padri” prosegue Najin, anche fratelli o altri parenti abusano delle bambine, consapevoli delle protezione famigliare e sociale di cui godono: se una bambina riesce a trovare il coraggio di raccontare alla madre, o alle donne della famiglia, la violenza subita, spesso riceve l’ordine di tacere per non macchiare l’onore del clan. “Dopo i famigliari vengono i mariti” aggiunge Najin, e questo di solito accade alle ragazze dai 15 anni in su. Qui sono arrivate mogli che hanno subito violenza fisica, psicologica, economica per anni e che poi, magari anche dopo vent’anni, hanno avuto il coraggio di venire a Mehwar. Infine ci sono anche ragazze che vogliono sposare un ragazzo scelto da loro e quindi si rivolgono al centro per essere sostenute in questa scelta anti-tradizionale.

Il centro e’ un edificio formato da due blocchi uno con i servizi, l’altro con le case. I servizi offerti sono di tipo assistenziale: consulenza psicologica, medica e legale, ma anche ludica e sociale; ci sono un nido per i bambini, una palestra, aperta anche alle donne della zona, e una caffetteria che è diventata luogo di ritrovo anche per le donne che non vivono nel centro. Il secondo blocco è formato dalle casette dove vivono le ragazze: stanze da letto che variano a seconda del numero dei figli, soggiorno e tutti i confort della società moderna, dalla lavatrice a internet. Ci sono poi anche gli spazi in condivisione, poiché a Mehwar il metodo di vita è comunitario: le faccende domestiche sono svolte a rotazione da tutte le donne, che di volta in volta si occupano delle pulizie, dei pasti, del giardino, ma anche dell’organizzazione dei corsi di inglese, informatica, ceramica. Una volta a settimana c’è un momento assembleare in cui vengono discusse tematiche quali la figura del padre, l’amore, la libertà, lo studio, per lavorare assieme al cambiamento di se stesse.

Se all’interno il clima è di armonia e solidarietà ben diverso è il rapporto con l’esterno che è “uno dei punti più problematici” spiega Amina, un’altra delle operatrici: “le nostre ospiti all’inizio erano viste come dei mostri, solo perché avevano lasciato la famiglia e il ruolo delle tradizioni e dei clan familiari è ancora di primaria importanza nella nostra società. Però piano piano siamo riuscite a smantellare questo pregiudizio” conclude Amina “aprendo il centro alla comunità di Beit Sahour e di Betlemme e ora tre ragazze che stanno per lasciare Mehwar stanno cercando casa assieme, fatto pressoché inimmaginabile qui. Le vite di queste donne grondano di dolore, rabbia, ma anche di speranza, come dimostra il caso di Inas, 22 anni, un corpo massiccio che cozza contro la dolcezza del viso e della voce: “dalla mia vita vorrei cancellare il ricordo della violenza di mio padre, e del bambino che mi ha fatto mettere al mondo”; Inas ha poi abbandonato questo figlio e ha iniziato a studiare medicina per potere essere utile alle donne che, come lei, hanno subito violenza.

Lina, velo di pizzo nero sul capo, esile e fredda, si ritiene fortunata “perché in questo centro ho trovato aiuto e solidarietà che mi permette oggi di affrontare il passato con forza e avere il coraggio di vivere il futuro”. Lina è una di quelle ragazze che oltre alla violenza del padre, subita dall’età di 14 anni, ha dovuto fare i conti anche con l’omertà della madre, che le ha ordinato di tacere e “questa è una delle cose più brutte della mia vita”. Nonostante tutto Lina sa ancora apprezzare i fatti positivi, come lo studio, il lavoro, e l’opportunità di potere vivere con la sorella, anch’essa ospite del centro. “Non pensavo di trovare il coraggio di denunciare” ammette la piccola Feda, dalle gambe corte corte a causa di una malattia, violentata da un suo vicino di casa. “Invece grazie a Mehwar l’ho trovato, sono andata in tribunale e sono davvero fiera di averlo fatto, vorrei che tutte le donne denunciassero e che la legge facesse finalmente giustizia”.

Giustizia: questa la domanda avanzata da queste giovani e il loro esempio e’ una lezione per tutte e tutti noi: se ancora non si possono evitare, in tutto il mondo però queste violenze si possono combattere; è ciò che sta facendo Amira, che da pochi giorni ha lasciato Mewhar per andare a vivere con i suoi quattro figli in una casa nelle vicinanze, e che in tribunale è riuscita ad ottenere la custodia dei suoi bambini, fatto non comune da queste parti, mentre sta ancora lottando per vincere anche il processo per stupro. Ogni causa vinta è un precedente per le altre donne, che le sprona a denunciare, a battersi per ottenere giustizia e, soprattutto, per iniziare una vita all’insegna dell’autodeterminazione, parola forse un poco stantia alle orecchie di noi occidentali ma che invece ha ancora, qui e non solo, un significato concreto e molto attuale. Non usa questo termine, Hadir, ma il senso è proprio quello, vale a dire la libertà di scegliere la proprio vita: “prima di venire a Mehwar avevo paura di tutti ed ero sempre sottomessa. Qui ho imparato a dire NO, e sarei capace di dirlo anche al primo ministro se mi ordinasse di fare qualche cosa che non voglio!”. Con questa forza Hadir e’ ora pronta per lasciare Mehwar e dalla situazione protetta del centro passare nuovamente alla vita nella società, sicuramente più dura ma pure più stimolante, anche in termini di sfide da vincere.

di Irene Ghidinelli - da Peacereporter.net
postato da: Dilia61 alle ore agosto 04, 2008 08:33 | Permalink | commenti
categoria:donne, associazioni, democrazia, discriminazioni, scuola ed educazione, violenza - pace
venerdì, 18 luglio 2008

Il distretto di Muzaffargarh dà ragione ai musulmani, respingendo la richiesta della famiglia che vuole riportare a casa le due sorelle – di 13 e 10 anni – sequestrate lo scorso 26 giugno. Associazioni cristiane denunciano che potrebbero finire nel giro della prostituzione.

Islamabad (AsiaNews) – Il giudice distrettuale Mian Muhammad Naeem, della sezione di Muzaffargarh, ha stabilito che le due sorelle cristiane “sono state convertite in maniera legittima all’Islam” e per questo non possono essere “restituite alle famiglie d’origine”. Archiviando la richiesta del padre di riottenere la custodia delle figlie, il giudice ha anche ammesso la “validità” del matrimonio fra le ragazze e i due musulmani.

Saba Younas, 13 anni, e la sorella Anila di 10 sono state rapite lo scorso 26 giugno nel villaggio di Chowk Munda, nella provincia del Punjab, dove si erano recate per andare a trovare lo zio, Khalid Raheel. È stato lo stesso zio a denunciare nei giorni scorsi il loro sequestro, chiedendo l’aiuto degli organi di informazione e delle associazioni a difesa dei diritti umani. Secondo il racconto di Raheel un fruttivendolo musulmano di nome Muhammad Arif Bajwa avrebbe rapito le ragazze, per poi consegnarle a un amico, Falak Sher Gill, il quale ha poi organizzato il matrimonio tra il proprio figlio e la più grande delle due sorelle cristiane, Saba. In tribunale, inoltre, padre e figlio hanno ribadito la “piena volontà della ragazza di contrarre matrimonio”.

Lo zio delle ragazze non nasconde la propria preoccupazione e denuncia ad AsiaNews che i musulmani coinvolti nel sequestro agiscono come una “banda” e reclutano le ragazze per “farle lavorare in un bordello”. Un allarme raccolto anche dalla commissione cattolica di giustizia e pace del Paese (NCJP), che conferma le parole di Khalid Raheel: i rapitori sarebbero dei professionisti del traffico legato alla prostituzione, un elemento di cui la polizia ne è a conoscenza e che gode anche della protezione di alcuni politici locali. “Per questa gente senza scrupoli – denuncia Naeem Asghar, coordinatore locale del NCJP – il matrimonio è un pretesto per poter controllare le ragazze, disporre della loro vita e sfruttarle per i loro affari”.

La comunità cattolica continua a sostenere la causa di Saba e Anila e promette che la famiglia non verrà abbandonata a se stessa. Auspicando il ritorno a casa delle due sorelle, il coordinatore del NCJP sottolinea che “presto verrà presentato ricorso all’Alta corte del Multan per contestare la decisione del giudice distrettuale” e fare in modo che le ragazze “vengano restituite ai genitori”.

di Qaiser Felix - daAsiaNews

giovedì, 17 luglio 2008

di Qaiser Felix  - AsiaNews

Il distretto di Muzaffargarh dà ragione ai musulmani, respingendo la richiesta della famiglia che vuole riportare a casa le due sorelle – di 13 e 10 anni – sequestrate lo scorso 26 giugno. Associazioni cristiane denunciano che potrebbero finire nel giro della prostituzione.

Islamabad (AsiaNews) – Il giudice distrettuale Mian Muhammad Naeem, della sezione di Muzaffargarh, ha stabilito che le due sorelle cristiane “sono state convertite in maniera legittima all’Islam” e per questo non possono essere “restituite alle famiglie d’origine”. Archiviando la richiesta del padre di riottenere la custodia delle figlie, il giudice ha anche ammesso la “validità” del matrimonio fra le ragazze e i due musulmani.

Saba Younas, 13 anni, e la sorella Anila di 10 sono state rapite lo scorso 26 giugno nel villaggio di Chowk Munda, nella provincia del Punjab, dove si erano recate per andare a trovare lo zio, Khalid Raheel. È stato lo stesso zio a denunciare nei giorni scorsi il loro sequestro, chiedendo l’aiuto degli organi di informazione e delle associazioni a difesa dei diritti umani. Secondo il racconto di Raheel un fruttivendolo musulmano di nome Muhammad Arif Bajwa avrebbe rapito le ragazze, per poi consegnarle a un amico, Falak Sher Gill, il quale ha poi organizzato il matrimonio tra il proprio figlio e la più grande delle due sorelle cristiane, Saba. In tribunale, inoltre, padre e figlio hanno ribadito la “piena volontà della ragazza di contrarre matrimonio”.

Lo zio delle ragazze non nasconde la propria preoccupazione e denuncia ad AsiaNews che i musulmani coinvolti nel sequestro agiscono come una “banda” e reclutano le ragazze per “farle lavorare in un bordello”. Un allarme raccolto anche dalla commissione cattolica di giustizia e pace del Paese (NCJP), che conferma le parole di Khalid Raheel: i rapitori sarebbero dei professionisti del traffico legato alla prostituzione, un elemento di cui la polizia ne è a conoscenza e che gode anche della protezione di alcuni politici locali. “Per questa gente senza scrupoli – denuncia Naeem Asghar, coordinatore locale del NCJP – il matrimonio è un pretesto per poter controllare le ragazze, disporre della loro vita e sfruttarle per i loro affari”.

La comunità cattolica continua a sostenere la causa di Saba e Anila e promette che la famiglia non verrà abbandonata a se stessa. Auspicando il ritorno a casa delle due sorelle, il coordinatore del NCJP sottolinea che “presto verrà presentato ricorso all’Alta corte del Multan per contestare la decisione del giudice distrettuale” e fare in modo che le ragazze “vengano restituite ai genitori”.