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Io sto con Saviano
 QUALCUNO MI SA DIRE COME MAI CON IEPLORER SI VEDE BENE E CON FIREFOX SI VEDE TUTTO BIANCO IL TESTO??? EPPURE I CLASS SONO GIUSTI....
mercoledì, 21 gennaio 2009

Oggi a Washington è il giorno in cui si avvera il sogno di Martin Luther King. Il 28 agosto del 1963 il reverendo concluse, davanti al Lincoln Memorial di Washington, la più grande marcia per i diritti civili mai vista negli Stati Uniti, con un discorso che tutti ricordano come quello di "I have a dream", dall'espressione che cadenzava il testo di King. Quella che segue è la traduzione integrale di quel discorso: Sono orgoglioso di unirmi a voi oggi in quella che passerà alla storia come la piú grande manifestazione per la libertà nella storia del nostro paese.
Cento anni fa, un grande Americano, sulla cui ombra simbolica ci troviamo oggi, firmó la Proclamazione per l'Emancipazione. Questo decreto importantissimo arrivò come un faro di speranza per milioni di schiavi Negri bruciati dalle fiamme di questa raggelante ingiustizia. Arrivó come una gioiosa aurora dopo una lunga notte di schiavitú.

Peró cento anni dopo, il Negro non è ancora libero; cento anni dopo, la vita del Negro è ancora dolorosamente segnata dai ferri della segregazione e dalle catene della discriminazione; cento anni dopo, il Negro vive in un'isola deserta in mezzo a un immenso oceano di prosperità materiale; cento anni dopo, il Negro tuttora langue negli angoli della società americana e si trova in esilio nella propria terra.

Cosí siamo venuti qui oggi a denunciare una condizione vergognosa. In un certo senso siamo venuti nella capitale del nostro paese per incassare un assegno. Quando gli artefici della nostra repubblica scrissero le magnifiche parole della Costituzione e della Dichiarazione d'Indipendenza, stavano firmando una cambiale di cui ogni americano era garante. Questa cambiale era la promessa che tutti gli uomini, sia, l'uomo negro e l'uomo bianco, avrebbero avuto garantiti i diritti inalienabili alla vita, alla libertà, e al perseguimento della felicità.

È ovvio oggi che l'America è venuta meno a questa promessa per quanto riguarda i suoi cittadini di colore. Invece di onorare questo obbligo sacro, l'America ha dato alla gente negra un assegno a vuoto; un assegno che è tornato indietro con il timbro fondi insufficienti. Peró ci rifiutiamo di credere che la Banca della Giustizia sia fallita. Ci rifiutiamo di credere che non ci siano fondi sufficienti nelle grandi casseforti dell'opportunità di questo paese. E allora siamo venuti a incassare quest'assegno, l'assegno che ci darà a richiesta le ricchezze della libertà e la sicurezza della giustizia.

Inoltre siamo venuti in questo luogo sacro per ricordare all'America l'urgenza impetuosa del momento presente. Questo non è il momento di raffreddarsi o prendere i tranquillanti della gradualità. Ora è il momento di realizzare le promesse di Democrazia; ora è il momento di uscire dall'oscura e desolata valle della segregazione verso il cammino illuminato della giustizia razziale; ora è il momento di tirar fuori il nostro paese dalle sabbie mobili dell'ingiustizia razziale sul terreno solido della fraternità; ora è il momento di fare della giustizia una realtà per tutti i figli di Dio. Sarebbe fatale per la nazione passar sopra l'urgenza di questo momento. Quest'estate soffocante per il malcontento legittimo del Negro non terminerà fino a quando non venga un autunno vigoroso di libertà e uguaglianza.

Il 1963 non è una fine, ma un principio. E coloro che speravano che il Negro avesse bisogno di sfogarsi per essere contento, avranno un duro risveglio se il paese ritornerà alla solita situazione. Non ci sarà riposo né tranquillità in America fino a quando al Negro non verranno garantiti i suoi diritti di cittadino. Il turbine della ribellione continuerà a scuotere le basi della nostra nazione fino a che non sorgerà il giorno splendente della giustizia.

Però c'è qualcosa che io debbo dire alla mia gente, che sta sulla soglia logora che conduce al palazzo di giustizia. Nel processo di conquista del posto che ci spetta, non dobbiamo essere colpevoli di azioni inique. Non cerchiamo di soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla tazza del rancore e dell'odio. Dobbiamo sempre condurre la nostra lotta su un piano di dignità e disciplina. Non dobbiamo permettere che le nostre proteste creative degenerino in violenza fisica. Ancora una volta dobbiamo elevarci alle altezze maestose dell'incontro tra forza fisica e forza dell'anima. La nuova meravigliosa militanza, che ha inghiottito la comunità negra, non dovrà condurci a diffidare di tutta la gente bianca. In quanto parecchi dei nostri fratelli bianchi, come oggi si vede dalla loro presenza qui, si sono resi conto che il loro destino è legato al nostro. E si sono resi conto che la loro libertà è inestricabilmente legata alla nostra. Non possiamo camminare soli. E camminando, dobbiamo fare la promessa che marceremo sempre in avanti. Non possiamo tornare indietro.

Ci sono coloro che stanno chiedendo ai devoti dei Diritti Civili, Quando sarete soddisfatti? Non potremo mai essere soddisfatti finché il Negro sarà vittima degli orrori indescrivibili della crudeltà poliziesca; non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri corpi, pesanti per la stanchezza del viaggio, non potranno riposare negli alberghi delle autostrade e delle città; non potremo mai essere soddisfatti finché la possibiltà di movimento del Negro sarà da un piccolo ghetto ad uno piú grande; non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri figli saranno privati della propria personalità e derubati della dignità da un avviso scritto Solo Per Bianchi; non potremo mai essere soddisfatti finché il Negro del Mississippi non potrà votare ed il Negro di New York crederà di non avere nessuno per cui votare. No! No, non siamo soddisfatti, e non saremo soddisfatti fino a quando la giustizia non scorrerà come l'acqua e la rettitudine come una forte corrente.

Sono ben consapevole che alcuni di voi son venuti fin qui con grandi dolori e tribolazioni. Alcuni sono arrivati freschi da anguste celle di prigione. Alcuni di voi sono venuti da luoghi dove la ricerca della libertà li ha lasciati colpiti dalla tormenta della persecuzione e barcollanti per i venti della brutalità poliziesca. Voialtri siete i veterani della sofferenza creativa. Continuate a lavorare con la fede che le sofferenze immeritate redimono. Tornate nel Mississippi; tornate in Alabama; tornate nella Carolina del Sud; tornate in Georgia; tornate in Louisiana; tornate nei tuguri e nei ghetti delle nostre città del Nord, sapendo che in un modo o nell'altro questa situazione può essere e sarà cambiata. Non ci rotoliamo nella valle della disperazione.

Per cui vi dico, amici miei, che anche se affronteremo le difficoltà di oggi e di domani, ancora io ho un sogno. È un sogno profondamente radicato nel sogno Americano, che un giorno questa nazione si solleverà e vivrà nel vero significato del suo credo, noialtri manteniamo questa verità evidente, che tutti gli uomini sono creati uguali. Io sogno che nella terra rossa di Georgia, i figli di quelli che erano schiavi ed i figli di quelli che erano padroni degli schiavi si potranno sedere assieme alla tavola della fraternità. Io sogno che un giorno anche lo stato di Mississippi, uno stato ardente per il calore della giustizia, ardente per il calore dell'oppressione, sarà trasformato in un oasi di libertà e giustizia. Io sogno che i miei quattro figli piccoli un giorno vivranno in una nazione dove non saranno giudicati per il colore della pelle, ma per il contenuto della loro personalità.

Oggi ho un sogno!

Sogno che un giorno in Alabama, con i suoi razzisti immorali, con un Governatore dalle labbra sgocciolanti parole d'interposizione e annullamento, un giorno, là in Alabama, piccoli Negri, bambini e bambine, potranno unire le loro mani con piccoli bianchi, bambini e bambine, come fratelli e sorelle.

Oggi ho un sogno!

Sogno che un giorno ogni valle sarà elevata, ed ogni collina e montagna sarà spianata. I luoghi asperi saranno piani ed i luoghi tortuosi saranno diritti, e la gloria del Signore sarà rivelata ed il genere umano sarà riunito.

Questa è la nostra speranza. Questa è la fede con cui ritorno al Sud. Con questa fede potremo tagliare una pietra di speranza dalla montagna della disperazione. Con questa fede potremo trasformare il suono dissonante della nostra nazione in un armoniosa sinfonia di fraternità. Con questa fede potremo lavorare insieme, pregare insieme, lottare insieme, andare in carcere insieme, sollevarci insieme per la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi, e questo è il giorno. Questo sarà il giorno in cui tutti i figli di Dio potranno cantare con nuovo significato Il mio paese è tuo, dolce terra di libertà, di te io canto. Terra dove è morto mio padre, terra orgoglio del pellegrino, da ogni lato della montagna facciamo risuonare la libertà. E se l'America sarà una grande nazione, questo si deve avverare.

E quindi lasciate risuonare la libertà dalle cime dei prodigiosi monti del New Hampshire.
Lasciate risuonare la libertà dalle poderose montagne di New York.
Lasciate risuonare la libertà dalle altitudini degli Alleghenies della Pennsylvania.
Lasciate risuonare la libertà dalle rocce coperte di neve di Colorado.
Lasciate risuonare la libertà dalle coste tortuose della California.
Ma non solo.
Lasciate risuonare la libertà dalla Montagna di Pietra della Georgia.
Lasciate risuonare la libertà dalla montagna Lookout del Tennessee.

Lasciate risuonare la libertà da ogni collina e montagna del Mississippi, da ogni lato della montagna lasciate risuonare la libertà. E quando questo accadrà, e quando lasceremo risuonare la libertà, quando la lasceremo risuonare da ogni villaggio e da ogni casale, da ogni stato e da ogni città, saremo capaci di anticipare il giorno in cui tutti i figli di Dio, uomo Negro e uomo Bianco, Ebreo e Cristiano, Protestante e Cattolico, potremo unire le nostre mani a cantare le parole del vecchio spiritual Negro: Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo finalmente liberi.
 
28 agosto 1963

da Il Salvagente

mercoledì, 31 dicembre 2008
Quasi tutti conosco la teoria della relatività di Einstain, una teoria fondamentale per la fisica moderna, essenziale per  la spiegazione dei fenomeni subatomici così come quelli dell'universo: dove il tempo non è una misura lineare così come ci viene insegnata a scuola ma una entità a due dimensioni, meglio definibile come spazio-tempo che nella dimensione dello spazio tende naturalmente a curvare a causa della gravità. Roba da far girare la testa, se studiata un po': tale da mettere in crisi -o perlomeno in dubbio- tanti convincimenti quotidiani.
La signora Tiziana di Cagliari invece, ha sperimentato in queste ore, sulla sua pelle, un'altra teoria fondamentale -di cui l'Italia è proverbiale centro di ricerca e sperimentazione: la teoria della relatività degli onesti. Questa teoria dice che l'onestà non è un valore lineare in sé scandito da alcuni principi fondamentali senza colore politico, religioso o filosofico, bensì è un dimensione che tende a curvarsi in relazione alla forza di gravità esercitata dal denaro messo a disposizione per l'occasione. Se la massa di denaro è molta, la forza di gravità è molto forte e la curva può arrivare a piegarsi completamente su se stessa sino a generare un buco nero nel quale ogni cosa viene assorbita perdendo la sua identità originale. Nel buco nero ogni sparizione ha la sua giustificazione: essendoci molta forza di attrazione è sconsigliabile resistere od opporsi: lo fanno solo i Fessi: una categoria questa di soggetti non ben definita e dalla dubbia origine. La scienza politica italica non riesce a spiegarsi come mai alcuni esemplari di questa specie si aggirino ancora in libertà per il paese nonostante l'intensa attività mediatica volta a far comprendere quanto sia naturale abbandonarsi alla gravità dei buchi neri. Non si sa che origine abbia questa specie; non si riesce a sapere quanti in realtà essi siano numericamente; paiono capaci di riprodursi e di resistere nelle condizioni ambientali più impervie. Si cerca di isolarli, di capire quale sia l'origine di questo morbo che infonde loro questa malattia che li conduce inesorabilmente ad essere individui disadattati nel contesto sociale.
 
Visibilmente la Sig.ra Tiziana è parsa a disagio di fronte alle domande a al numero di microfoni spuntati sul luogo di lavoro che non si sono certo fatti impressionare dalla tenacia con la quale la signora tentava di continuare a svolgere la sua attività tra gli scaffali rispondendo a stupide domande di stupidi giornalisti di regime.
Ma signora! Ma cosa ha pensato quando ha visto quella cifra? Ma come? Non ha pensato a quante cose avrebbe potuto comprarsi? Una nuova macchina, vestiti, cellulari, una casa al mare, una vacanza, un trattamento plastico alle tette o perlomeno al naso, un televisore al plasma da 2500 pollici. Insomma con tutto ciò che avrebbe potuto fare con quei soldi -senza contare che avrebbe pure fatto felice il presidente Berlusconi che ci ha spiegato che bisogna consumare a più non posso- questa signora qui che fa? Che pensa? Pensa che quei soldi sono il frutto del lavoro di qualcun altro, che qualcuno potrebbe perdere il posto, qualcuno magari stanco come lei -che ha delle responsabilità- e che in un momento di stanchezza si è distratto rischiando di perdere tutto.
Insomma questa donna è una vera e propria Fessa! Non ci sono altre ragionevoli spiegazioni.
Gente come questa Tiziana, ancorata ad antichi miti (non fare ad altri quello che non vorresti fosse fatto a te), superstizioni (un gesto di cortesia ritorna sempre indietro), illusioni (se invece di adattarsi al "così fan tutti", le persone si assumessero le proprie responsabilità le cose andrebbero diversamente), sono da mettere al bando. Bisogna farle sentire quello che sono: bestie rare, disadattati, ipocriti e pusillamini. Si. ipocriti, perché non c'è coraggio nell'essere onesti, non c'è vigore; vuoi paragonare con quel sottile piacere erotico che ti si infonde nel corpo quando sai di aver fottuto qualcuno? Quell'orgasmo intimo che ti da la consapevolezza di aver fatto come fan tutti? Quel senso di onnipotenza che ti pervade quando pensi di averla fatta franca ?
In fondo si vive una volta sola! E bisogna godersela! E se la vita ti offre una occasione bisogna approfittarne! E che cazzo Tiziana!

Cara Tiziana, due mesi fa circa, uscendo dall'ufficio verso le 20:30 ho trovato in terra una busta trasparente contenente una fattura e 160 euro in contanti. Una busta caduta a qualcuno che doveva pagare la fattura o l'aveva incassata. Fatto sta che il giorno successivo ho riportato tutto al bar di fronte al quale ho trovato la busta; mi hanno ringraziato, ma non mi hanno nemmeno offerto un caffè: credo che lo stupore li abbia storditi al punto tale da disorientarli.
Tra noi due c'è uno zero di differenza. Noi sappiamo che non ha importanza; per altri invece si: se io sono fesso tu lo sei elevata ad un potenza di 10 superiore.
Ma non importa. E se nessuno avrà buon gusto di ringraziarti - e magari darti pure quella parte di ricompensa che spetta per legge a chi trova roba di valore e la restituisce- lo faccio io; a nome di tutti i Fessi d'Italia. Grazie Tiziana e buon anno a tutti noi, Fessi irriducibili.
 
postato da: Davide3d alle ore dicembre 31, 2008 10:10 | Permalink | commenti (2)
categoria:politica, donne, lavoro, economia, blog, giustizia, finanza, democrazia, societĂ  e costume
sabato, 22 novembre 2008
Ho ancora negli occhi l'immagine di noi, con il grembiulino scuro e il fiocchetto azzurro, tremanti, con le mani protese e incerte verso il maestro, consapevoli della punizione che di lì a qualche attimo si sarebbe abbattuta inesorabilmente su noi: una sonora bacchettata sulle mani, con una sbarra di metallo larga, flessibile. La forza del colpo era proporzionale al grado di punizione da infliggere, conseguente al livello di "indisciplina" che si era compiuto.
Così, il maestro unico e sovrano, educatore, giudice, esecutore di sentenze, gestiva la scolaresca negli anni '60.
Alcuni genitori, un po', ma solo un po', preoccupati di questa ferrea disciplina, osavano sussurrare << in effetti è un po' eccessivo...>>.
Ma nulla più. Perché, nella normalità, quando tornavi a casa, con una "nota" del maestro per la marachella e le mani ancora dolenti... prendevi altre botte da orbi; quindi lamentarsi per le bacchettate era fuori discussione: potevi solo sperare di aver preso "solo" le bacchettate sulle mani e non la nota; almeno evitavi il prosieguo delle punizioni a casa.
Funzionava così: i nostri genitori erano nati durante il tempo del fascismo e il sistema educativo loro impartito era una miscela esplosiva tra le rigidità del sistema pedagogico di fine ottocento e i giovani Balilla. Comunque, negli anni del cosiddetto boom economico, la linea educativa era rimasta la stessa e questa linea aveva un pregio fondamentale: insegnare il rispetto per gli altri, per la comunità: dove una persona deve "naturalmente" tendere a comportarsi rettamente e il ladro è un ladro; non è un "diversamente onesto"! Il farabutto è una persona da evitare, non è contemplato andarci in vacanza insieme. Era un sistema rigido ma molto chiaro. Se buttavi della carta di caramelle per la strada puoi star certo che nei cinque secondi successivi sentivi una voce che diceva -con durezza e fermezza: << a casa tua butti la carta per terra?>> oppure <<Raccogli e butta nel cestino, maleducato!>> oppure << credi di essere a casa tua e poter fare quello che ti pare?>>.
Poi vennero gli anni della contestazione, il famoso '68, e noi bambini non capivamo cosa succedeva. Ne avremmo in seguito avuto una idea negli anni intorno al '77 quando anche noi eravamo grandi abbastanza per partecipare alla contestazione; ma siamo rimasti sempre indietro rispetto agli altri. Ci siamo dovuti sorbire le mattane ideologiche del '68, dello yuppismo rampante, del consociativismo, del compromesso storico, del terrorismo, della partitocrazia; oggi ce li ritroviamo tutti quanti, un po' invecchiati, ma ancora lì, con il culo appiccicato alle poltrone che decidono sulle nostre vite, la maggior parte di costoro riciclati nella frontiera Berlusconiana post tangentopoli. Nel frattempo il paese è sempre più scivolato verso il basso, perdendo dignità e senso morale, senso delle cose, della vita, del rispetto e in totale assenza di un progetto politico.
Per noi quarantenni - ne sono convinto se ci vogliamo salvare- è giunto il momento di dire BASTA! E' giunto il momento di alzare la testa allungare le braccia e prendere per mano i trentenni e i ventenni -che sono anche nostri figli- e stringere con loro un patto generazionale armandoci del buon senso, di praticità, di etica del rispetto e prendere a calci in culo quelli che ci stanno fottendo il futuro. Perché vi dico che possiamo essere tutti un po' Obama! E non perdiamo tempo a cercarlo in giro... cerchiamolo in noi.
E ora, se non vi siete già annoiati abbastanza, vi dico cosa e come vorrei la scuola e cosa penso della meritocrazia, perché qualche progetto in testa c'è l'ho.
Forse qualcuno si immaginerà un bel ritorno al sistema educativo degli anni '60: mi spiace deluderlo. Ho un figlio di 17 anni e credo si ricordi a mala pena di aver preso un paio di sculacciate in tutta la sua vita: il resto è stato un laborioso lavoro di rispetto reciproco, credibilità, ragionamento sulle cose giuste da fare nella vita e su come coltivare il buon senso per sapere quali azioni sono giuste e quali non lo sono. Questo non significa che il mio modello sia quello giusto; ho cercato, con sua madre, di spezzare le catene che mi legavano a quel metodo educativo: non i valori che voleva diffondere.
Allora vorrei una scuola nella quale il rispetto fosse un elemento fondamentale; senza rispetto non si va da nessuna parte. E a un genitore che aggredisce un insegnante perché ha rimproverato il figlio si risponde con estrema durezza; anche con la minaccia di togliere la patria potestà.
E con altrettanta durezza risponde l'istituzione se il docente viene meno ai suoi doveri di educatore.
Ho sempre trovato ridicola la diatriba tra la cultura e  preparazione tecnica. La cultura è la palestra per mezzo della quale si devono aprire le menti dei ragazzi, fare in modo che essi scoprano le proprie potenzialità, capacità, predisposizioni, inclinazioni. La cultura non è di questo o quell'altro: è l'astronave con la quale volare ai confini del conosciuto per poi procedere verso ciò che non conosce e contribuire a spostare i limiti un po' più in là, ogni volta. Serve a conoscere chi siamo, da dove veniamo e perché siamo così; almeno in parte.
La tecnica ci dà la manualità e le conoscenze per un lavoro, o più lavori che ci rendono utili e partecipi al sistema della collettività, della società in cui viviamo. Resta inesorabile un presupposto fondamentale: un cretino laureato è, e rimane, un cretino... ma con la laurea.
Fare in modo che i ragazzi scoprano ed esplorino le loro naturali predisposizioni ci eviterà di avere quegli ammassamenti assurdi in alcune facoltà e la desertificazione di altre: se spostiamo l'attenzione dal denaro al talento, alla predisposizione, la scelta del percorso di studio sarà dettata dall'indole individuale, non dalla prospettiva di guadagni.
Certo, perché ciò avvenga occorre un sistema politico che non è quello attuale: un sistema che operi per creare opportunità di lavoro e non posti di lavoro (per la differenza rimando ad altro post); motivo in più per guardare con sospetto a queste riforme da parte di una classe politica che non ha progetti sul futuro, ma solo emergenze finanziarie di cui essa stessa è la causa principale.
Cambiando impostazione, si realizza in automatico un processo di meritocrazia già all'origine: se le persone lavorano e fanno mestieri che sono loro congeniali e quindi svolgono con passione, il risultato sarà già "meritocraticamente" alto.
Certo, è necessario avere dei parametri di valutazione e dei riconoscimenti, anche per premiare le eccellenze.
Ma attenzione: questa ossessione e questo parlare di merito, nel modo in cui lo si fà ora, porterà solamente ad uno stress meritocratico; l'ideologia della meritocrazia non è meno pericolosa di quella del 6 o 18 politico che dir si voglia.
Non siamo tutti uguali e non abbiamo tutti eguali capacità. Ma esasperare certi concetti vuol dire ledere la dignità delle persone ed il risultato sarà ancor più disastroso.
Ogni individuo ha bisogno di veder riconosciuto il proprio ruolo. La competizione deve essere con se stessi, nel fare meglio il proprio lavoro. La competizione tra gli individui è un concetto superato -per me-; conduce solo all'aggressività e all'ansia di essere primi. Frustrazione e invidia per chi non ci riesce. Ossessione, boria e avidità per i vincitori.
La meritocrazia, per me, vale se si riferisce al livello di responsabilità che un individuo assume svolgendo il proprio lavoro. Per intenderci un chirurgo e una donna delle pulizie hanno responsabilità diverse. Ma non mi interessa creare competizione sfrenata tra due chirurghi. Mi interessa che mantengano uno standard di qualità elevato: entrambi; visto che giocano con la pelle della gente. E così pretendo facciano gli addetti delle pulizie che devono provvedere affinché gli ambienti siano puliti e decorosi.
Il discorso dei "fannulloni" è poi ancora altra cosa. Non ha niente a che vedere con la meritocrazia.
Mi fermo... credo di avervi tediato abbastanza.
postato da: Davide3d alle ore novembre 22, 2008 15:05 | Permalink | commenti
categoria:lavoro, economia, giovani, crisi, scuola ed educazione
lunedì, 17 novembre 2008

terra dal cieloEsce il World Energy Outlook della IEA. Viene sancita la fine del petrolio a bassi costi e che l'attuale sistema energetico non è più sostenibile. Serve subito l’avvio di una rivoluzione energetica globale perché di tempo ne resta poco

Il World Energy Outlook (WEO) della IEA è stato presentato oggi a Londra. La sintesi? il petrolio a bassi costi è finito, l’offerta non riuscirà più a soddisfare la domanda, la tendenza attuale del sistema energetico non è più sostenibile ambientalmente, economicamente e socialmente. Conclusioni? Serve subito l’avvio di una rivoluzione energetica globale a basso contenuto di carbonio, nonostante la crisi economica in atto, soprattutto per non aggravare nel breve-medio periodo la probabile crisi degli approvvigionamenti energetici mondiali e nel lungo periodo quella ambientale (sintesi del WEO in italiano).
Entrando nei dettagli quantitativi le preoccupazioni non possono che crescere, ma l’aspetto più rilevante è che il macigno questa volta lo lancia l’istituzione energetica più conservatrice del pianeta, il “cane da guardia” del sistema energetico mondiale che solo fino a qualche mese fa presentava sempre scenari “business as usual” con sviluppi grandiosi del settore dell’energia fossile.

L’International Energy Agency si è accorta che le cose sono cambiate. Ce lo aspettavamo (vedi nostro
articolo), ma la notizia è di quelle che colpiscono ugualmente. Ed è inutile dire “ve lo avevamo detto”.
Lo scorso maggio le dichiarazioni di Fatih Birol, chief economist della Iea, riportate in un
editoriale di Gianni Silvestrini e da alcuni (pochi, in verità) giornali italiani suonavano come un severo avvertimento: “Non sappiamo quando, ma il petrolio finirà: meglio che lo abbandoniamo noi prima che sia lui, il petrolio, ad abbandonarci”. E ancora “Abbiamo lanciato l’allarme lo scorso novembre e con il World Energy Outlook 2008 lo grideremo ancora più forte. Adesso la palla è ai Governi: noi li abbiamo avvisati”. Ed eccoci accontentati. Ma, si sa, la memoria è sempre più corta di questi tempi, dovunque e specialmente nel nostro paese.

Il WEO 2008 valuta che in uno scenario di riferimento la domanda di energia crescerà del 45% tra il 2006 e il 2030 (in media + 1,6%/anno), un po’ meno di quanto stimato lo scorso anno a causa del rallentamento dell’economia.

La domanda di petrolio crescerà dagli attuali 85 milioni di barili al giorno a 106 Mb/g (10 in meno rispetto a quanto valutato lo scorso anno). Questa è la domanda tendenziale. Ma l’offerta? Un’analisi realizzata pozzo per pozzo su dati storici di produzione di 800 campi petroliferi indica che il tasso di diminuzione di estrazione sarà probabilmente maggiore di quanto atteso finora, passando da un 6,7% annuale di oggi all’8,6% nel 2030. E qui c’è un punto chiave dell’analisi IEA: “anche se la domanda di petrolio rimanesse piatta fino al 2030 sarebbe necessario tirare fuori dal sottosuolo quattro volte (45 Mb/g) quello che oggi l’Arabia Saudita estrae, fino al 2030, solamente per compensare il declino della produzione petrolifera mondiale”. Insomma, servono 4 Arabie Saudite! Pare inoltre che le riserve conosciute potrebbero durare solo altri 40 anni. Un lasso di tempo brevissimo. Ma se guardiamo più vicino, cioè entro 2015, per evitare un forte crollo dell’offerta capiamo che servirebbero oltre 30 di milioni di barili al giorno aggiuntivi ed entro due anni, praticamente domani, un extra di 7 Mb/g. Arriveranno ingenti e tempestivi investimenti per coprire il probabile gap? Se si prova a leggere tra le righe dell’executive summary del documento non sembra crederci nemmeno la IEA.

Si capisce anche dalle parole di Nobuo Tanaka, l’Executive Director della IEA che la fase ottimismo si è ormai conclusa. Tanaka, infatti, chiede ai politici di procedere all’immediato rinnovamento del sistema energetico, anche sotto la spinta della questione climatica (vedremo in altri articoli gli effetti sulle emissioni dei diversi scenari progettati dal WEO). Fa quindi riferimento a Copenaghen 2009 dove dovrà essere negoziato un nuovo e globale “energy and climate deal”. “Non possiamo lasciare che la crisi finanziaria ed economica ritardi le azioni politiche che sono urgenti per assicurare l’offerta energetica e la riduzione delle emissioni di gas serra” – ha detto l’Executive Director. “Dobbiamo inaugurare – continua – una rivoluzione energetica mondiale migliorando l’efficienza energetica e aumentando la diffusione dell’energia rinnovabile”.
Servono ancora altri segnali per ritenere che ogni azione politica dovrà da domani essere permeata secondo questa consapevolezza?

da QualEnergia.it

postato da: Dilia61 alle ore novembre 17, 2008 05:40 | Permalink | commenti
categoria:economia, crisi, z social prosumer
sabato, 08 novembre 2008

La capanna dello zio Tom è diventata la Casa Bianca: la lunga storia degli schiavi neri importati dalle potenze coloniali europee nelle Americhe è giunta al potere nel più potente Stato americano. Chi l’ha condotta a questo risultato non è un discendente degli schiavi ma è il figlio di un rispettabile dirigente politico del Kenya, ministro del governo di Kenyatta, un notabile dell’Africa profonda, appartenente alla tribù dei kikuyu, oggi in minoranza, ma che produssero i Mao mao, i guerriglieri che combatterono sua maestà britannica e ottennero l’indipendenza.

Obama è entrato nella classe dirigente americana dalla porta dell’università di Harvard, appartiene al livello alto del Paese, all’élite che beve whisky e non birra. Non rappresenta Joe l’idraulico, il lavoratore bianco che ha votato per la Clinton e ora per McCain. Dirigente il padre in Kenya, dirigente il figlio negli Stati Uniti. Obama è stato votato non come un candidato presidente ma come un salvatore ed è per questo che è riuscito a battere, non tanto McCain, che non poteva non battere, ma Hillary Clinton, la dirigenza democratica, i lavoratori bianchi. La guerra delle «due rose» tra i Clintons e i Bushes aveva esaurito l’immaginario sia dei democratici che dei repubblicani, le due grandi tradizioni del Paese non erano in grado di scaldare i cuori ed illuminare le menti.

Il grande mito del capitalismo americano come sistema del progresso continuo e delle crisi insolvibili con mezzi interni al sistema è crollato consumando sia l’identità liberista di Ronald Reagan, sia l’eclettismo di Bill Clinton. E anche l’immaginario repubblicano era esaurito, la lotta di McCain fu disperata e ricorrere a Sarah Palin voleva dire uscire fuori dall’orto repubblicano tradizionale. Ci voleva dunque un salvatore, un uomo che facesse sentire l’America innocente e addossasse a Bush l’immagine dell’America colpevole. Un uomo che avesse un immaginario proprio diverso da quello della religione civile, della libertà e del sogno americano: un salvatore come liberatore del suo popolo dalla lunga tradizione antinegra della storia americana: un Paese che aveva proclamato il diritto alla felicità sulla base di un’economia schiavista e dovette poi, con una drammatica guerra civile, estendere a tutti gli uomini la possibilità di essere americani a pieno titolo.

Barack Obama ha espresso questo mito come quello di un negro che parla il linguaggio della classe dirigente americana e che lo parla in quanto nero: con l’espressione di un implicito della Costituzione americana che non è più la libertà ma l’eguaglianza. In questo modo l’America è entrata nel quadro europeo in forma americana: ha eletto un salvatore che esprime la liberazione di un popolo e quindi ha un messaggio salvifico, ricostituisce il mito americano sul tema dell’eguaglianza reale e quindi della partecipazione al potere degli afroamericani.

È la prima volta, dopo Lincoln, che un messaggio carismatico risuona nelle elezioni americane e porta in America il mito europeo della politica salvatrice che si fonda, non sulla continuità, ma sulla discontinuità, perché introduce l’eguaglianza reale come fine della libertà. McCain non aveva tutti i torti quando nel suo linguaggio aggressivo definiva Obama un «socialista», espressione di un cambiamento reale nei riferimenti ideali nella società borghese.

Obama non rappresenta un messaggio politico, anzi su questi temi egli ha abilmente mantenuto come criterio l’omissione e la variazione, sicché nessuno può dire quale sarà la politica sia interna, che economica che estera del presidente Obama. Egli ha parlato un linguaggio religioso, ma la sua religione era quella nutrita dal reverendo Wright che esprimeva nella frase «Dio maledica l'America» impersonando il grido del popolo nato dalla schiavitù. È su questa volontà di liberazione che Obama è nato e da essa nasce la sua figura di liberatore del suo popolo. Non a caso la moglie Michelle ha dichiarato all’inizio della campagna che si sentiva americana solo dopo che il marito era stato candidato e aveva ottenuto voti.

Il carisma di Obama ha la forza di una minoranza, per questo il suo tema è quello dell’eguaglianza da conquistare e non quello della libertà conquistata. Obama dovrà fare della sua presidenza una perpetua campagna missionaria, per ridare con l’uso di un linguaggio religioso indefinito una figura nuova alla politica americana. L’America diviene più simile all’Europa, dominata nel Novecento dal tema dell’eguaglianza: meno simile all’America come terra della libertà.

bagetbozzo@ragionpolitica.it  - da IlGiornale.it

postato da: Dilia61 alle ore novembre 08, 2008 10:06 | Permalink | commenti
categoria:politica, economia, diritti umani, democrazia, societĂ  e costume, esteri - dal mondo
mercoledì, 05 novembre 2008
Lettere immaginarie / La signorina Spes agli obamiani
Roma, 5 nov (Velino) - Carissimi obamiani del Nuovo e del Vecchio Mondo. – Voi non potete sapere quanto grande sia la gioia che mi procura lo scoppio di fiero e candido giubilo con cui state salutando la vittoria del vostro idolo.

Il vostro tripudio conferma infatti che io, la dea della speranza, che gli antichi greci chiamavano Elpis, e astutamente, per impedire che prendesse il volo con tutti gli altri mali che affliggono da sempre l’umanità, vollero che restasse imprigionata nel famoso vaso di Pandora, nonostante tutte le batoste che madama Storia mi ha sempre inferto, e ancora oggi non cessa di infliggermi, sono tuttora capace, col mio soffio divino, di indurre gli umani a tornare ogni volta a onorarmi coltivando aspettative non meno gagliarde che illusorie.
È perciò con suprema letizia che osservando i vasti armenti del vostro popolo in festa, ammirando le varie espressioni del suo innocentissimo giubilo, contemplando lo spettacolo della sua crepitante allegria (così simile a quella di un mare increspato – per dirla col mio amico Eschilo – “da un innumerevole sorriso”), e scrutando soprattutto i suoi milioni di occhioni colmi di nobili e vaghe speranze messianiche, ho potuto riconoscere gli inconfondibili effetti del mio eterno potere, nonché della mia immensa scaltrezza, che consiste essenzialmente nel favorire le mie magnanime cause ponendo ogni volta al loro servizio il potere dell’Oblio.

La chimerica potenza della vostra gagliarda fede obamiana, essendo in larga misura un effetto della grave crisi di leadership e di consenso che aveva colpito negli ultimi anni la presidenza Bush, può infatti dirsi figlia di un bel mucchietto di dimenticanze. Ve ne segnalo soltanto tre.

Prima dimenticanza: voi tutti non ricordate, ovviamente, che la vera causa dell’atroce oltraggio che l’islam radicale, l’11 settembre di sette anni fa, inferse non soltanto agli Stati Uniti ma all’intero Occidente, fu un errore imputabile alla gentile politica estera perseguita per ben otto anni dalla presidenza Clinton, la quale, nonostante una dozzina di attentati precedenti al colpo delle Twin Towers, aveva stoltamente sottovalutato la gravità della minaccia rappresentata dal terrorismo islamista; mentre probabilmente si deve proprio al vituperato stile da cow-boy di George W. Bush se da quel giorno l'America non ha più subito neanche un attentato.

Seconda dimenticanza: verosimilmente non ricordate nemmeno, anzi forse non avete mai nemmeno sospettato, che la vera causa della crisi finanziaria odierna non è affatto, come vi hanno raccontato, la politica economica dell’amministrazione Bush (la quale, come quasi l'intera cerchia repubblicana, non era per nulla legata a Wall Street ma piuttosto al mondo dell’economia reale), bensì quel micidiale fenomeno speculativo che è stato la diffusione universale del rischio immobiliare giocato sul mercato finanziario a costo zero: un colossale imbroglio che in effetti nacque negli anni del boom della cosiddetta “new economy” con la benedizione della presidenza Clinton; i cui consiglieri economici sono oggi – guardate un po’ – gli stessi del vostro amatissimo Obama.

Terza dimenticanza: altrettanto verosimilmente non ricordate nemmeno, anzi non lo avete mai saputo, che tutti gli eventi più terrificanti della storia sono stati ogni volta annunciati da speranze più o meno nobili e vaghe come le vostre, ragion per cui non trovo ingiusto che su di me siano state enunciate tantissime sentenze velenose; fra le quali, poiché più che una dea sono una diavolessa, mi piace ricordare quella che forse è la più precisa; essa mi fu dedicata da un mio critico sublime dello scorso secolo, il signor Samuel Beckett, che espresse tutto l'immenso rispetto che aveva per me definendomi “la disposizione infernale per eccellenza”.
 
(Ruggero Guarini) - da IlVelino.it
postato da: Dilia61 alle ore novembre 05, 2008 20:32 | Permalink | commenti
categoria:politica, economia, esteri - dal mondo
mercoledì, 05 novembre 2008

Il Capitano Bush nella vignetta urla: " Brokers e Banchieri, prima di tutto...".

Autore: Tab/ Courrier International  - da Finanzainchiaro- Vignette dal Mondo

postato da: Dilia61 alle ore novembre 05, 2008 20:19 | Permalink | commenti
categoria:economia, esteri - dal mondo
venerdì, 31 ottobre 2008

eolico e sole Affrontare la crisi energetica e ambientale non è un costo, ma la via migliore per tirarsi fuori dalla crisi economica. Lo sostiene anche l'Unep che auspica un "Green New Deal". Ne parla un editoriale dell'Independent.

“Combattere il cambiamento climatico è qualcosa che può andare bene per i tempi di vacche grasse, ma costa troppo ed è un lusso che non ci si può permettere in un periodo di crisi economica come quello appena iniziato”. Questa, semplificando, pare essere l’argomentazione di chi si sta opponendo all’adozione delle misure necessarie per ridurre le emissioni. Un approccio tenuto anche dal nostro Governo.

Una visione che secondo molti analisti è quanto meno miope: basterebbe ricordare le cifre del famoso rapporto dell’economista Nicholas Stern, ex vicepresidente della Banca mondiale e consulente di Gordon Brown, secondo il quale non fermare le emissioni di gas serra costerà dal 5 al 20% del Pil mondiale. Un altro buon motivo per puntare su efficienza e rinnovabili è che, anche se queste settimane di prezzi in calo sembrano farlo dimenticare, la produzione di petrolio è destinata a diminuire e a non tenere il passo della domanda. Anzi, prezzi bassi del barile non favoriscono investimenti incrementali per nuove espolorazioni come quelle offshore o per l'estrazione di petrolio dalle sabbie bituminose.

Ma la ragione più importante è che, come scrive Geoffry Lean sull’
Independent “sviluppare un'economia verde è la via più promettente per uscire dalla crisi”. Un’idea condivisa da molti e che è anche alla base della Green Economy Initiative dell’Unep, il programma multimilionario dell’agenzia Onu per l’ambiente, che si propone di rilanciare l’economia mondiale investendo sull'ambiente e che verrà presentato oggi a Londra.  Un’iniziativa che l’Unep ha battezzato “New Deal verde” proprio per ricordare il programma con cui Roosvelt fece uscire gli Stati Uniti dalla crisi del ’29. Ne abbiamo parlato diffusamente in queste ultime settimane anche su Qualenergia.it ("Dalla crisi al New Deal sostenibile"; "Serve un Toro verde").

Alcuni dati presentati dall’Unep dimostreranno quello che gli investimenti verdi hanno finora prodotto e ciò che potranno fare per l’economia mondiale. Lean li anticipa sull’Independent.
Dal 2004 al 2007, secondo un report di prossima pubblicazione realizzato da Michael Liebreich, direttore di New Energy Finance Worldwide, gli investimenti nelle rinnovabili sono cresciuti da 33,4 miliardi di dollari a 148; ad esempio, la percentuale di rinnovabili nel mix energetico tedesco negli stessi anni è triplicata creando circa 250mila posti di lavoro. In Cina il solo settore del solare termico, che potrà raddoppiare entro il 2030, impiega già 600mila persone. A livello mondiale, le rinnovabili danno lavoro a 2,3 millioni di persone, numero che quadruplicherà entro il 2030. Il mercato di beni e servizi legati all’ambiente attualmente ha un valore di 1,37 trillioni di dollari, che dovrebbe raddoppiare nel giro di 12 anni.

“L’economia del ventesimo secolo è stata guidata dalla finanza, quella del ventunesimo deve essere basata sulla tutela e lo sviluppo del capitale naturale mondiale, per creare i posti di lavoro e la ricchezza che servono” dichiara all’Independent Achim Steiner, direttore esecutivo dell’Unep, che porta l’esempio del Messico dove un milione e mezzo tra i messicani più poveri hanno trovato lavoro nella tutela delle foreste, preservando così risorse importanti per il paese come acqua e suolo, oltre a rallentare il riscaldamento globale. Investimenti del genere, sottolinea il giornalista dell’Independent, hanno senso sia a livello ambientale che economico: danno lavoro e dunque potere d’acquisto, e rilanciano l’economia.

Una visione, quella del "New Deal verde", che potrebbe sembrare utopistica. Ma, conclude l’editoriale di Lean, è più irrealistico quello che volevano farci credere e cioè che un sistema bancario, in precario equilibrio su debiti avariati e mosso dall’avidità di pochi, avrebbe fatto bene alle tasche di tutti, poveri compresi, mentre combattere povertà e crisi ambientale e avviare la transizione energetica avrebbe rovinato il sistema finanziario mondiale.
postato da: Dilia61 alle ore ottobre 31, 2008 08:53 | Permalink | commenti
categoria:politica, economia, finanza, energia, crisi, democrazia, societĂ  e costume, z tocchiamoli, z social prosumer
mercoledì, 29 ottobre 2008

Petrolio per 310mila litri, 161mila metri cubi di gas naturale, 730,3 tonnellate tra pietre, sabbia e ghiaia: sono solo alcuni dei consumi che un bambino americano nato nel 2008 consumerà nel corso della sua vita.

Le stime sono state effettuate dal Mineral Information Institute (MII), un’associazione americana a scopo non lucrativo che organizza programmi educativi sui minerali e le risorse naturali per professori e studenti (www.mii.org): ogni anno il MII “mette al mondo” un bambino, soprannominato il “bebè MII”, che riassume in un’immagine cosa consumerà in minerali e combustibili fossili un bambino americano nato in quell’anno lungo tutto il corso della sua vita. Queste le altre cifre: 266,4 tonellate di carbone, 30,7 tonnellate di altri minerali e metalli, 29,7 tonellate di cemento, 12,9 tonellate di sale. Per quel che concerne i metalli preziosi,  49 grammi d’oro e 594 kg di rame.

Per stilare queste previsioni, gli scienziati dell’istituto si servono di statistiche condotte da altri istituti, come il report annuale  dell’U.S. Geological SurveyMineral Commodity Summaries e  dell’Energy Information Administration, che forniscono i calcoli dei consumi di minerali e carburante. I consumi pro-capite annuali sono moltiplicati per l’aspettativa di vita per i nuovi nati in USA, fornita dal Center For Disease Control.

DOVE FINISCONO I MINERALI I ricercatori del MII ci spiegano anche che fine fanno tutte le risorse che il bebè si mangia. Nel 2007 i 302 milioni di  americani hanno consumato 7 miliardi di tonnellate di minerali e combustibili fossili, ossia una media di 23 tonnellate per persona all’anno. Quasi la metà di questo totale serve per soddisfare i bisogni energetici (carburante, elettricità). Un’altra voce importante sono le costruzioni e i lavori pubblici, grandi consumatori di minerali, soprattutto in un paese che 6,3 milioni di km di strade. Il MII ci ricorda anche che ogni anno l’americano medio butta circa 70 bottiglie di plastica e 54kg di giornali.

Zelia Federica Pastore - da IfgOnline.it

postato da: Dilia61 alle ore ottobre 29, 2008 17:05 | Permalink | commenti
categoria:economia, energia, societĂ  e costume
lunedì, 27 ottobre 2008

Valorizzare la produzione locale, sostenere lo sviluppo del mercato e tutelare la biodiversità: questo l'obiettivo dell'accordo di collaborazione fra Fondazione Slow Food per la Biodiversità e Fao siglato nell'ambito di un programma di sicurezza alimentare in Africa occidentale. L'accordo è stato presentato ieri sera durante la kermesse Terra Madre, a Torino, che ha visto la partecipazione di oltre settemila piccoli produttori e operatori dell'agroalimentare di tutto il mondo.

La valorizzazione della produzione locale nei paesi in via di sviluppo aiuta a promuovere il mercato interno e d'esportazione ma può dare un contributo importante al raggiungimento della sicurezza alimentare per milioni di persone che dipendono dall'agricoltura per la propria sopravvivenza. È quanto sta alla base dell'accordo, che è parte del programma Fao in Africa occidentale finanziato dalla Cooperazione italiana e che coinvolge Mali, Senegal, Guinea Bissau e Sierra Leone. Elementi importanti del progetto sono la diffusione fra i contadini di pratiche agricole più efficienti, della capacità di avviare piccoli commerci e la diversificazione della produzione per evitare di dipendere da una sola coltura agricola.

"Salutiamo con soddisfazione questa collaborazione con l'associazione internazionale Slow Food, di cui apprezziamo e condividiamo la centralità data all'agricoltura come motore dello sviluppo e l'impegno per la tutela della biodiversità agroalimentare e per la difesa dei piccoli produttori dei paesi poveri - ha affermato Alexander Müller, Vice Direttore Generale della FAO, del Dipartimento Gestione Risorse Naturali ed Ambiente - Il rilancio del settore agricolo potrà diventare realtà solo se saranno le comunità produttive locali a trarne beneficio".

"Non si può vivere senza agricoltura - ha commentato Piero Sardo, presidente della Fondazione Slow Food per la biodiversità - L'economia locale è una delle forze reali contro l'attuale crisi economica e finanziaria globale. Il modello di sviluppo basato solo su iperproduttività e profitto ha fallito: non ha sfamato il pianeta, lo ha inquinato ed ha pesantemente compromesso la biodiversità agroalimentare, che è l'unica garanzia per il nostro futuro. Occorre lavorare per tutelare i prodotti tradizionali, rafforzare i piccoli contadini accorciando la distanza tra questi e i consumatori, promuovendo la cosiddetta filiera corta".

LINK: Il programma speciale per la sicurezza alimentare della Fao

da Helpconsumatori