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Io sto con Saviano
 QUALCUNO MI SA DIRE COME MAI CON IEPLORER SI VEDE BENE E CON FIREFOX SI VEDE TUTTO BIANCO IL TESTO??? EPPURE I CLASS SONO GIUSTI....
sabato, 14 febbraio 2009
Il Consiglio costituzionale kazako boccia la nuova legge, perché viola il diritto di scegliere con libertà la religione e può causare discriminazioni. Ora il presidente Nazarbaiev può uniformarsi, o chiedere al Consiglio una nuova decisione.

Astana (AsiaNews/F18) – Il Consiglio costituzionale del Kazakistan ha annunciato l’11 febbraio che la nuova restrittiva legge sulla libertà religiosa è incostituzionale. L’agenzia Forum 18 spiega che ora il presidente Nursultan Nazarbaiev ha un mese di tempo per decidere se sostenere la legge.

Igor Rogov, presidente del Consiglio, ha spiegato che la nuova legge viola la previsione dell’art. 39 paragrafo 3 della Costituzione, che prevede che i diritti e le libertà riconosciuti dalla Carta “non possono essere in alcun modo ristretti”. Come pure l’art. 14 il quale esclude discriminazioni per ragioni anche religiose. L’art. 19, poi, prevede per ognuno “il diritto di determinare e indicare o non indicare” “l’appartenenza religiosa”. Norme violate dalla nuova legge che – prosegue Rogov – pretende per il riconoscimento dei gruppi religiosi “condizioni in precedenza non applicate in Kazakistan”.

Ora Nazarbaiev può anche chiedere al Consiglio di cambiare decisione, ma sarebbe necessario il voto favorevole dei due terzi dei membri.

La nuova legge era stata molto criticata da gruppi religiosi e dall’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Ocse), che avevano chiesto a Nazarbiev di non promulgarla. Il presidente aveva allora rimesso la questione al Consiglio costituzionale.

da AsiaNews


postato da: Dilia61 alle ore febbraio 14, 2009 08:26 | Permalink | commenti
categoria:politica, discriminazioni, libertà civili, esteri - dal mondo
sabato, 31 gennaio 2009

E meno male che la Gran Bratagnia ha aderito ai trattati EU, ma forse solo per quello che conviene a lei? Un cittadino europeo ha il diritto di mobilita' e di lavoro in qualunque nazione aderente alla comunita' europea.

Sembra di essere tornati indietro di anni....  forse che da loro sono meglio accettati gli extracomunitari rispetto ai comunitari? e non e' vero che gli italiani non fanno bene il loro lavoro, si tratta di manodopera qualificata richiestissima in tutto il mondo!

 

da InviatoSpeciale.com - Il tabloid ‘Daily Star’ ha reso noto che circa 600 lavoratori inglesi hanno dichiarato uno sciopero improvviso alla raffineria Lindsey Oil a Grimsby, per protestare contro i lavoratori italiani e portoghesi che, a loro dire, rubano il loro posto perchè costano meno.
operai1Il giornale ha pubblicato anche la foto di un lavoratore italiano che mostra il dito medio al fotografo, con accanto un altro che fa il gesto dell’ombrello.

Il giornale, già la settimana scorsa, aveva scritto che una nave-albergo era nel porto di Humberside per ospitare i lavoratori stranieri. L’impianto è gestito dalla Total e secondo il Daily Star, il gigante francese ha usato una legge europea assoldando operai stranieri tramite un’azienda italiana il cui nome non viene menzionato.

Un operaio di 29 anni di Grimsby ha detto allo Star che gli italiani “fanno errori e ignorano le norme di sicurezza”. Insistendo il lavoratore ha spiegato: “Dobbiamo opporci. Non è una protesta razzista. Sono contento di lavorare con stranieri, ma qui non ci viene data una chance. C’è gente qui che contava su questo posto e ora viene dato a un’azienda italiana. E’ una questione di giustizia”.

Un portavoce della Total ha detto al tabloid: ”Questo sciopero non ha avuto effetti sul normale funzionamento della raffineria. Il titolare del principale appalto sta avendo colloqui con i lavoratori e i rappresentanti sindacali. Speriamo che la situazione si risolva il prima possibile”.

Il fatto dovrebbe far riflettere quegli italiani che contestano i lavoratori straneri. Perchè come si vede è possibile poi trovarsi in situazioni del genere.

postato da: Dilia61 alle ore gennaio 31, 2009 09:10 | Permalink | commenti
categoria:lavoro, diritti umani, democrazia, discriminazioni, società e costume, esteri - dal mondo
giovedì, 22 gennaio 2009
Intervista a Shawan Jabanien, direttore dell'Ong al-Haq che monitora quotidianamente le violazioni dei diritti umani da parte di Israele nei territori palestinesi

dal nostro inviato
Christian Elia
Shawan Jabanien, avvocato palestinese con un master in diritti

Shawan Jabanien, avvocato palestinese con un master in diritti umani a New York, è il direttore esecutivo di al-Haq, organizzazione non governativa con sede a Ramallah. Al-Haq, grazie al lavoro di 32 tra giuristi, ricercatori e investigatori sul campo, monitora quotidianamente le violazioni dei diritti umani nei Territori Occupati palestinesi, commessi da Israele ma anche dall'Autorità Nazionale palestinese.

 

Avvocato Jabanien, come pensa di quello che sta accadendo in questi giorni?
Credo che questo sia un momento difficile non solo per il popolo palestinese, per i civili, ma per l'umanità in generale. Un momento le cui conseguenze si sentiranno per un lungo periodo, sulle idee, sulle azioni, sulle coscienze delle persone: comporteranno un mutamento nel significato stesso del termine giustizia. Non solo qui in Palestina, le conseguenze non incideranno solo sul popolo palestinese, ma su tutte le persone che credono nei diritti umani, nella giustizia, nel diritto internazionale. Riguarda tutti coloro che, in tutto il mondo, manifestano nelle strade, che cercano di capire cosa sta accadendo a Gaza, e quali siano le reazioni della comunità internazionale, degli stati ma anche delle istituzioni internazionali. E penso che abbiamo perso le loro speranze. Questa è la lezione nuova, il vero nuovo evento, quello che avviene nella mente delle persone contro il diritto internazionale, contro le Nazioni Unite e tutte le altre istituzioni e organizzazioni. Oltre alle persone che adesso hanno perso la loro vita a Gaza, oltre agli israeliani che agiscono come uno Stato al di sopra del diritto internazionale, che non riconosce neppure i principi, i suoi obblighi giuridici, niente, oltre a questo, io credo che il prezzo, il prezzo vero di quanto sta accadendo siano le idee, nella testa delle persone. La gente avrà fiducia solo nella forza. Se sei abbastanza forte, otterrai qualcosa, e vedrai riconosciuti i tuoi diritti, ma se non sei forte, non otterrai niente. Q, in Medio Oriente, ma ovunque nel mondo. Questo è il punto. Come organizzazione che si occupa di diritti umani il nostro compito è avere una visione di insieme, non semplicemente dare conto del numero delle vittime, dei civili uccisi, occuparci solo di Gaza. Dobbiamo analizzare anche tutti questi altri elementi, i temi di lungo periodo. Per questo stiamo sollevando queste questioni, diciamo a tutti i funzionari, i diplomatici, chiunque: non considerate quanto sta accadendo solo come un incidente, un episodio isolato che nel tempo tutti dimenticheranno, no. E' stata aggiunta una nuova convinzione nella mente delle persone: se sei debole nessuno ti prende sul serio. Cosa sta facendo Israele? Questa è la domanda vera, cosa sta facendo Israele alla mente delle persone. Come israeliani, dice, non riconosciamo i deboli, non riconosciamo il diritto internazionale, non riconosciamo le risoluzioni delle Nazioni Unite, non riconosciamo niente se non costretti con la forza. Come è successo nel sud del Libano. Questa è la lezione. Se le persone sentissero che le Nazioni Unite agiscono secondo le loro responsabilità, secondo la Carta, secondo i principi del diritto internazionale, intervenendo, penserebbe che esiste davvero un sistema internazionale, un sistema capace di proteggere, di proteggere i civili, i diritti, e allora sarebbe rafforzata la loro fiducia nei diritti umani. Questo è il punto. Noi siamo sacrificati davanti alle azioni israeliane, ma la comunità internazionale è sacrificata davanti al suo silenzio e alla sua inerzia, il diritto internazionale, i principi, i valori del diritto e della giustizia. Questo è il nodo vero. Poi se andiamo a guardare cosa stanno compiendo le forze israeliane in questi giorni, è ovvio, stanno compiendo crimini di guerra, e crimini contro l'umanità, perché stanno prendendo di mira i civili in modo sistematico, sistematico e su larga scala. E' una politica diffusa, adesso, non è più un episodio isolato, colpire per esempio una abitazione civile. Vengono assassinate intere famiglie. Israele percepisce che non sarà mai punito, che nessuno si occuperà mai di tutto questo, perché è incondizionatamente sostenuto dagli Stati Uniti, protetto alle Nazioni Unite dal potere di veto. Questo è il punto. Per questo, come organizzazione che si occupa di diritti umani, a parte i nostri appelli ai governi, alla comunità internazionale, alle Nazioni Unite perché agiscano secondo le loro responsabilità e i loro obblighi giuridici, a parte questo, se lei mi chiede dove sia la speranze, le rispondo direttamente che l'unica speranza è nelle strade, nell'opinione pubblica, nella società civile. Non ho alcuna fiducia in governi e stati, davvero non ho alcuna fiducia in loro, e alcuna speranza. Nessuna, e lo dico. Lo dico pubblicamente, e lo ripeto, l'unica possibilità è esercitare pressione, in nome dei diritti, dei propri principi, scendere in strada. Semplicemente scendere in strada. Perché solo così capiranno che possono perdere. I governi si sentiranno minacciati nella loro popolarità, e allora andranno dagli Stati Uniti, andranno dall'Unione Europea e diranno ‘'Ehi, così perdiamo le elezioni, è una situazione pericolosa''. E' la sola speranza.

 

In questo clima di sfiducia e disillusione nel diritto e nelle istituzioni internazionali è difficile lavorare per una ong al-Haq. Se non c'è fiducia, per voi è ancora più duro raccogliere testimonianze, perché c'è il rischio che le persone arrivino a credere che non serve a nulla. Avete indagini in corso ora a Gaza?
Certo. Può immaginare. I nostri investigatori ci hanno detto di essere stati ieri in un ospedale, di essere entrati nell'obitorio, e di avere trovato un uomo che ancora respirava, e allora hanno urlato ai medici di correre, ma i medici non hanno più alcuna capacità di fronteggiare la situazione. I feriti sono troppi. Israele ha negato l'accesso persino alla Croce Rossa, ha consentito loro di passare solo qualche giorno dopo. Ignorano completamente il diritto internazionale, si sentono una superpotenza, liberi di compiere crimini senza il minimo timore di finire davanti a un tribunale. Questo è il punto. E questa è la questione cruciale, per le vittime, quello che chiedono. La pietra angolare del diritto internazionale umanitario è il concetto di protezione, e in questa situazione non viene offerta alcuna protezione. E se non si ha protezione in una situazione simile, quando mai si avrà protezione? La potenza occupante non offre alcuna protezione, l'Autorità Palestinese non offre alcuna protezione, la comunità internazionale non offre alcuna protezione. E la gente comincerà a pensare a come proteggersi da sola, con i propri mezzi. Perché la difesa è un'esigenza naturale. Se lei si sentisse in pericolo, e non tutelato da nessuno, sono sicuro che comincerebbe a pensare a come proteggersi da solo. Se sentisse la sua vita, la sua esistenza minacciata, il suo cibo, le cose basilari. Questa è la direzione in cui Israele sta spingendo la gente. Pensare come proteggersi da sola. La domanda è: cosa ci guadagna la comunità internazionale, a spingere le persone a pensare a come proteggersi da sole, con i propri mezzi? Questo è il punto. Perché cambieranno le strategie, per un lungo periodo, non è più solo questione di assassinii, o di crimini isolati. Con tutto questo, Israele sta plasmando la coscienza della gente per molto, moltissimo tempo. Il rapporto che la gente avrà con la comunità internazionale, con l'Unione Europea, con il diritto internazionale, con le Nazioni Unite. Bisogna guardare a quanto sta accadendo in una prospettiva strategica, non semplicemente come se si trattasse di eventi isolati, episodici.


Ha delle informazioni circa l'uso di armi illegali a Gaza, in questi giorni? Alcuni hanno parlato di armi come quelle usate in Libano nel 2006, armi al fosforo.
Credo che i metodi usati, in primo luogo, siano illegali. Non ho informazioni su tipi specifici di armi, ma quello che so, l'immagine che traggo dal lavoro dei nostri operatori sul terreno, è che sono delle bombe molto potenti, ordigni di due metri, sganciate da F-16. Bombe a frammentazione, bombe a grappolo, ma quel tipo di armi, per il momento, non credo siano state usate.
Ma abbiamo bisogno di più informazioni, di più esperti per esaminare i luoghi, le case colpite. Di sicuro stanno usando tutti i mezzi a loro disposizione. Abbiamo alcuni esperti locali per le prime analisi, ma abbiamo bisogno di affiancarli con esperti militari, perché possano entrare a Gaza ed esaminare le armi usate dagli israeliani.

In questa situazione è difficile parlare di sistema giudiziario palestinese, ma qual è il suo giudizio sull'amministrazione della giustizia in Palestina?
Il mio giudizio non è affatto positivo. Ancora oggi, mentre parliamo, ci sono stati arresti arbitrari in Cisgiordania, con agenti della polizia dell'Autorità Palestinese che hanno arrestato dimostranti pacifici. E sta accadendo ogni giorno, anche ieri a Nablus, dove sono state arrestate venti persone. Sono arresti che si aggiungono a quelli di attivisti politici avvenuti nei mesi precedenti. L'Autorità non vuole che cominci la Terza Intifada, e sta arrestando in massa attivisti politici contrari alla linea della moderazione. I servizi segreti impediscono l'opposizione, anche durante gli attacchi in Gaza, mentre muoiono civili innocenti, impediscono le libere espressioni di solidarietà. Non c'è giustizia in Cisgiordania. C'è politica con tutti i mezzi, non giustizia.

E qual è il suo parere sull'0amministrazione della giustizia nella Striscia di Gaza da parte di Hamas?
Investigate su quanto è accaduto durante la ‘guerra civile' tra Hamas e Fatah?

Adesso a Gaza non c'è nulla. Ma prima dell'attacco violazioni e violenze ci sono state. La sicurezza per i cittadini c'era, ma a prezzo di una grande paura. Vivevano nel terrore e questa non è stabilità o uno stato di diritto. Arresti arbitrari, torture come in Cisgiordania. Durante le tensioni tra le fazioni palestinesi molte persone sono state uccise, torturate e private dei loro diritti. C'è stata anche qualche condanna. Ma non è stata ancora fatta giustizia. La verità è che viviamo un momento drammatico: interno ed esterno. Dai crimini d'Israele a quelli commessi all'interno del popolo palestinese.

Un elemento nuovo, rispetto ad altri pesanti attacchi subiti dalla popolazione palestinese è la divisione interna. Che ne pensa?
La gente è unita nel lottare contro l'occupazione e contro il dolore. Umanamente uniti, ma politicamente sono divisi. Andrebbero in strada se potessero urlare, ma i politici sono divisi. Gli ultimi anni sono andati così... vogliono solo usare il loro potere. E' uno dei momenti più neri della nostra storia, ma non abbiamo scelta: dobbiamo essere uniti.

Nel suo lavoro, nel lavoro di al-Haq, in una situazione di questo genere, è difficile separare il diritto dalla politica?
Io non credo esista alcuna separazione tra la giustizia e la politica, tra il diritto internazionale e la politica. Perché se si esamina l'attuazione pratica del diritto internazionale, si passa alla politica. Chi è chiamato ad attuare il diritto internazionale? La povera gente, nelle strade? No, gli stati. E quando si passa agli stati, ai funzionari di governo, si sta discutendo di politica. Se rispettano gli obblighi a loro carico o no, se hanno fini politici o no... Cose di questo tipo. Al di fuori dell'ambiente politico, non esiste attuazione pratica del diritto internazionale. Questa è la linea di confine, e questa la connessione tra i principi del diritto internazionale, le teorie, i valori, e la politica, qui e ora. Per questo crediamo sia cruciale esercitare pressione sui politici. Non semplicemente ripetere le nostre richieste, i nostri messaggi, i comunicati stampa, ma anche avere contatti con la società civile, con i deputati, i giornalisti. Esercitare pressione sui politici. Perché l'unica cosa in cui i politici credono sono gli interessi. Se ci sono interessi diretti.
Se non faremo questo, come società civile, saremo u giorno ritenuto corresponsabili, direttamente o indirettamente, nei crimini commessi. Questo è una parte determinante del nostro lavoro, non solo stare seduti qui a scrivere report. Quei report, quei documenti debbono riuscire a porre sotto pressione i politici, perché diventi per loro conveniente sostenere i diritti umani. Perché, in fondo, facciano il loro lavoro. Noi facciamo il nostro. Un lavoro dannatamente duro, viene da piangere, a volte. Leggi certe storie...ma io non perdo la speranza. Magari sarà mio figlio a vivere in una società più giusta, magari io non vedrò mai i risultati del mio lavoro, ma non ci arrendiamo alla disperazione di un momento orribile come questo.

mercoledì, 21 gennaio 2009

Oggi a Washington è il giorno in cui si avvera il sogno di Martin Luther King. Il 28 agosto del 1963 il reverendo concluse, davanti al Lincoln Memorial di Washington, la più grande marcia per i diritti civili mai vista negli Stati Uniti, con un discorso che tutti ricordano come quello di "I have a dream", dall'espressione che cadenzava il testo di King. Quella che segue è la traduzione integrale di quel discorso: Sono orgoglioso di unirmi a voi oggi in quella che passerà alla storia come la piú grande manifestazione per la libertà nella storia del nostro paese.
Cento anni fa, un grande Americano, sulla cui ombra simbolica ci troviamo oggi, firmó la Proclamazione per l'Emancipazione. Questo decreto importantissimo arrivò come un faro di speranza per milioni di schiavi Negri bruciati dalle fiamme di questa raggelante ingiustizia. Arrivó come una gioiosa aurora dopo una lunga notte di schiavitú.

Peró cento anni dopo, il Negro non è ancora libero; cento anni dopo, la vita del Negro è ancora dolorosamente segnata dai ferri della segregazione e dalle catene della discriminazione; cento anni dopo, il Negro vive in un'isola deserta in mezzo a un immenso oceano di prosperità materiale; cento anni dopo, il Negro tuttora langue negli angoli della società americana e si trova in esilio nella propria terra.

Cosí siamo venuti qui oggi a denunciare una condizione vergognosa. In un certo senso siamo venuti nella capitale del nostro paese per incassare un assegno. Quando gli artefici della nostra repubblica scrissero le magnifiche parole della Costituzione e della Dichiarazione d'Indipendenza, stavano firmando una cambiale di cui ogni americano era garante. Questa cambiale era la promessa che tutti gli uomini, sia, l'uomo negro e l'uomo bianco, avrebbero avuto garantiti i diritti inalienabili alla vita, alla libertà, e al perseguimento della felicità.

È ovvio oggi che l'America è venuta meno a questa promessa per quanto riguarda i suoi cittadini di colore. Invece di onorare questo obbligo sacro, l'America ha dato alla gente negra un assegno a vuoto; un assegno che è tornato indietro con il timbro fondi insufficienti. Peró ci rifiutiamo di credere che la Banca della Giustizia sia fallita. Ci rifiutiamo di credere che non ci siano fondi sufficienti nelle grandi casseforti dell'opportunità di questo paese. E allora siamo venuti a incassare quest'assegno, l'assegno che ci darà a richiesta le ricchezze della libertà e la sicurezza della giustizia.

Inoltre siamo venuti in questo luogo sacro per ricordare all'America l'urgenza impetuosa del momento presente. Questo non è il momento di raffreddarsi o prendere i tranquillanti della gradualità. Ora è il momento di realizzare le promesse di Democrazia; ora è il momento di uscire dall'oscura e desolata valle della segregazione verso il cammino illuminato della giustizia razziale; ora è il momento di tirar fuori il nostro paese dalle sabbie mobili dell'ingiustizia razziale sul terreno solido della fraternità; ora è il momento di fare della giustizia una realtà per tutti i figli di Dio. Sarebbe fatale per la nazione passar sopra l'urgenza di questo momento. Quest'estate soffocante per il malcontento legittimo del Negro non terminerà fino a quando non venga un autunno vigoroso di libertà e uguaglianza.

Il 1963 non è una fine, ma un principio. E coloro che speravano che il Negro avesse bisogno di sfogarsi per essere contento, avranno un duro risveglio se il paese ritornerà alla solita situazione. Non ci sarà riposo né tranquillità in America fino a quando al Negro non verranno garantiti i suoi diritti di cittadino. Il turbine della ribellione continuerà a scuotere le basi della nostra nazione fino a che non sorgerà il giorno splendente della giustizia.

Però c'è qualcosa che io debbo dire alla mia gente, che sta sulla soglia logora che conduce al palazzo di giustizia. Nel processo di conquista del posto che ci spetta, non dobbiamo essere colpevoli di azioni inique. Non cerchiamo di soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla tazza del rancore e dell'odio. Dobbiamo sempre condurre la nostra lotta su un piano di dignità e disciplina. Non dobbiamo permettere che le nostre proteste creative degenerino in violenza fisica. Ancora una volta dobbiamo elevarci alle altezze maestose dell'incontro tra forza fisica e forza dell'anima. La nuova meravigliosa militanza, che ha inghiottito la comunità negra, non dovrà condurci a diffidare di tutta la gente bianca. In quanto parecchi dei nostri fratelli bianchi, come oggi si vede dalla loro presenza qui, si sono resi conto che il loro destino è legato al nostro. E si sono resi conto che la loro libertà è inestricabilmente legata alla nostra. Non possiamo camminare soli. E camminando, dobbiamo fare la promessa che marceremo sempre in avanti. Non possiamo tornare indietro.

Ci sono coloro che stanno chiedendo ai devoti dei Diritti Civili, Quando sarete soddisfatti? Non potremo mai essere soddisfatti finché il Negro sarà vittima degli orrori indescrivibili della crudeltà poliziesca; non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri corpi, pesanti per la stanchezza del viaggio, non potranno riposare negli alberghi delle autostrade e delle città; non potremo mai essere soddisfatti finché la possibiltà di movimento del Negro sarà da un piccolo ghetto ad uno piú grande; non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri figli saranno privati della propria personalità e derubati della dignità da un avviso scritto Solo Per Bianchi; non potremo mai essere soddisfatti finché il Negro del Mississippi non potrà votare ed il Negro di New York crederà di non avere nessuno per cui votare. No! No, non siamo soddisfatti, e non saremo soddisfatti fino a quando la giustizia non scorrerà come l'acqua e la rettitudine come una forte corrente.

Sono ben consapevole che alcuni di voi son venuti fin qui con grandi dolori e tribolazioni. Alcuni sono arrivati freschi da anguste celle di prigione. Alcuni di voi sono venuti da luoghi dove la ricerca della libertà li ha lasciati colpiti dalla tormenta della persecuzione e barcollanti per i venti della brutalità poliziesca. Voialtri siete i veterani della sofferenza creativa. Continuate a lavorare con la fede che le sofferenze immeritate redimono. Tornate nel Mississippi; tornate in Alabama; tornate nella Carolina del Sud; tornate in Georgia; tornate in Louisiana; tornate nei tuguri e nei ghetti delle nostre città del Nord, sapendo che in un modo o nell'altro questa situazione può essere e sarà cambiata. Non ci rotoliamo nella valle della disperazione.

Per cui vi dico, amici miei, che anche se affronteremo le difficoltà di oggi e di domani, ancora io ho un sogno. È un sogno profondamente radicato nel sogno Americano, che un giorno questa nazione si solleverà e vivrà nel vero significato del suo credo, noialtri manteniamo questa verità evidente, che tutti gli uomini sono creati uguali. Io sogno che nella terra rossa di Georgia, i figli di quelli che erano schiavi ed i figli di quelli che erano padroni degli schiavi si potranno sedere assieme alla tavola della fraternità. Io sogno che un giorno anche lo stato di Mississippi, uno stato ardente per il calore della giustizia, ardente per il calore dell'oppressione, sarà trasformato in un oasi di libertà e giustizia. Io sogno che i miei quattro figli piccoli un giorno vivranno in una nazione dove non saranno giudicati per il colore della pelle, ma per il contenuto della loro personalità.

Oggi ho un sogno!

Sogno che un giorno in Alabama, con i suoi razzisti immorali, con un Governatore dalle labbra sgocciolanti parole d'interposizione e annullamento, un giorno, là in Alabama, piccoli Negri, bambini e bambine, potranno unire le loro mani con piccoli bianchi, bambini e bambine, come fratelli e sorelle.

Oggi ho un sogno!

Sogno che un giorno ogni valle sarà elevata, ed ogni collina e montagna sarà spianata. I luoghi asperi saranno piani ed i luoghi tortuosi saranno diritti, e la gloria del Signore sarà rivelata ed il genere umano sarà riunito.

Questa è la nostra speranza. Questa è la fede con cui ritorno al Sud. Con questa fede potremo tagliare una pietra di speranza dalla montagna della disperazione. Con questa fede potremo trasformare il suono dissonante della nostra nazione in un armoniosa sinfonia di fraternità. Con questa fede potremo lavorare insieme, pregare insieme, lottare insieme, andare in carcere insieme, sollevarci insieme per la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi, e questo è il giorno. Questo sarà il giorno in cui tutti i figli di Dio potranno cantare con nuovo significato Il mio paese è tuo, dolce terra di libertà, di te io canto. Terra dove è morto mio padre, terra orgoglio del pellegrino, da ogni lato della montagna facciamo risuonare la libertà. E se l'America sarà una grande nazione, questo si deve avverare.

E quindi lasciate risuonare la libertà dalle cime dei prodigiosi monti del New Hampshire.
Lasciate risuonare la libertà dalle poderose montagne di New York.
Lasciate risuonare la libertà dalle altitudini degli Alleghenies della Pennsylvania.
Lasciate risuonare la libertà dalle rocce coperte di neve di Colorado.
Lasciate risuonare la libertà dalle coste tortuose della California.
Ma non solo.
Lasciate risuonare la libertà dalla Montagna di Pietra della Georgia.
Lasciate risuonare la libertà dalla montagna Lookout del Tennessee.

Lasciate risuonare la libertà da ogni collina e montagna del Mississippi, da ogni lato della montagna lasciate risuonare la libertà. E quando questo accadrà, e quando lasceremo risuonare la libertà, quando la lasceremo risuonare da ogni villaggio e da ogni casale, da ogni stato e da ogni città, saremo capaci di anticipare il giorno in cui tutti i figli di Dio, uomo Negro e uomo Bianco, Ebreo e Cristiano, Protestante e Cattolico, potremo unire le nostre mani a cantare le parole del vecchio spiritual Negro: Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo finalmente liberi.
 
28 agosto 1963

da Il Salvagente

domenica, 09 novembre 2008

Le sofferenze dei civili sono "il prezzo per la liberta'

Tebero (R.D.Congo), 8 nov.(Ap) - Nascosto sulle montagne Mushaki, l'ex generale congolese Laurent Nkunda arriva con portamento altero, seguito da un agnellino di nome Betty, davanti al giornalista dell'Associated Press. L'ex generale tutsi mostra un sorriso a trentadue denti e trasuda fascino durante l'intervista con l'Ap.

L'agnellino Betty sta lì a simboleggiare la pace e a rilanciare l'immagine che Nkunda ha cercato di dare di sè al mondo: un leader compassionevole, con la sola ambizione di garantire la libertà alla sua gente, i tutsi congolesi, nel Paese africano più ricco di minerali. Mentre il loro leader rilasciava questa intervista, a un'ora di macchina di distanza gli uomini del Congresso nazionale per la difesa del popolo (Cndp) stavano uccidendo civili inermi nella città di Kiwanja, stando alle denunce di testimoni. Ma il giornalista dell'Ap non ha avuto modo di saperlo.

Il primo suono che il giornalista ha udito arrivando nel campo di Nkunda è stato quello di una preghiera, proveniente da una stanza buia rivelatasi poi una cappella di fortuna ricavata in una fattoria fatiscente, composta di diverse strutture in mattoni, circondate dalla giungla. Subito dopo la preghiera è stato un tamburo a risuonare nel campo, seguito da una canzone intonata da una piccola comunità. Alcune ore dopo, quando infine è apparso, Nkunda ha pontificato sulla sua fede religiosa: "Sono nato in una famiglia cristiana e ho sempre creduto". L'ex generale ha quindi affermato di appartenere alla comunità dei 'born again' (rinati, cristiani fondamentalisti, ndr) e di essere allo stesso tempo un pastore avventista a cui piace più insegnare che combattere. Spesso, sul bavero della giacca porta un bottone con la scritta "ribelli per Cristo".

Nkunda ha lasciato le forze regolari congolesi nel 2004, sostenendo di voler difendere la piccola comunità tutsi della provincia orientale del Nord-Kivu dalle milizie hutu in fuga dal vicino Ruanda, dopo il genocidio commesso contro in tutsi nel 1994. Tuttavia, negli ultimi mesi l'ex generale ha più volte dichiarato di voler "liberare" il Congo da un governo corrotto, che tradisce le attese popolari. Alla fine di agosto ha ripreso le ostilità con le truppe governative, costringendo alla fuga circa 250.000 civili. La scorsa settimana ha dichiarato il cessate il fuoco, ma la tregua è stata violata negli ultimi giorni con la ripresa dei combattimenti a pochi chilometri da Goma, capoluogo del Nord-Kivu. Nkunda ha dichiarato all'Ap: "Continueremo a combattere e combatteremo fino ad arrivare a Kinshasa".

Nkunda, 41 anni, parla un elegante francese, la lingua dei colonizzatori belgi del Congo, così come altre tre lingue africane, e non esita a spiegare i suoi punti di vista in inglese. Si definisce un antropologo e un filosofo, intenzionato a cambiare la mentalità del popolo congolese, inquinata da secoli di sfruttamento e corruzione. "C'è un problema qui - dice - tutti pensano a se stessi. Dobbiamo imparare a servire il Paese. C'è questa mancanza di amore per il nostro Paese". Alla domanda come faccia a conciliare questo suo obiettivo con le sofferenze inflitte alla popolazione civile, costretta a fuggire, dormire all'aperto o in campi senza adeguate strutture sanitarie, minacciata da fame e malattie, risponde: "Devi soffrire per essere libero. C'è un prezzo per la libertà".

sabato, 08 novembre 2008

La capanna dello zio Tom è diventata la Casa Bianca: la lunga storia degli schiavi neri importati dalle potenze coloniali europee nelle Americhe è giunta al potere nel più potente Stato americano. Chi l’ha condotta a questo risultato non è un discendente degli schiavi ma è il figlio di un rispettabile dirigente politico del Kenya, ministro del governo di Kenyatta, un notabile dell’Africa profonda, appartenente alla tribù dei kikuyu, oggi in minoranza, ma che produssero i Mao mao, i guerriglieri che combatterono sua maestà britannica e ottennero l’indipendenza.

Obama è entrato nella classe dirigente americana dalla porta dell’università di Harvard, appartiene al livello alto del Paese, all’élite che beve whisky e non birra. Non rappresenta Joe l’idraulico, il lavoratore bianco che ha votato per la Clinton e ora per McCain. Dirigente il padre in Kenya, dirigente il figlio negli Stati Uniti. Obama è stato votato non come un candidato presidente ma come un salvatore ed è per questo che è riuscito a battere, non tanto McCain, che non poteva non battere, ma Hillary Clinton, la dirigenza democratica, i lavoratori bianchi. La guerra delle «due rose» tra i Clintons e i Bushes aveva esaurito l’immaginario sia dei democratici che dei repubblicani, le due grandi tradizioni del Paese non erano in grado di scaldare i cuori ed illuminare le menti.

Il grande mito del capitalismo americano come sistema del progresso continuo e delle crisi insolvibili con mezzi interni al sistema è crollato consumando sia l’identità liberista di Ronald Reagan, sia l’eclettismo di Bill Clinton. E anche l’immaginario repubblicano era esaurito, la lotta di McCain fu disperata e ricorrere a Sarah Palin voleva dire uscire fuori dall’orto repubblicano tradizionale. Ci voleva dunque un salvatore, un uomo che facesse sentire l’America innocente e addossasse a Bush l’immagine dell’America colpevole. Un uomo che avesse un immaginario proprio diverso da quello della religione civile, della libertà e del sogno americano: un salvatore come liberatore del suo popolo dalla lunga tradizione antinegra della storia americana: un Paese che aveva proclamato il diritto alla felicità sulla base di un’economia schiavista e dovette poi, con una drammatica guerra civile, estendere a tutti gli uomini la possibilità di essere americani a pieno titolo.

Barack Obama ha espresso questo mito come quello di un negro che parla il linguaggio della classe dirigente americana e che lo parla in quanto nero: con l’espressione di un implicito della Costituzione americana che non è più la libertà ma l’eguaglianza. In questo modo l’America è entrata nel quadro europeo in forma americana: ha eletto un salvatore che esprime la liberazione di un popolo e quindi ha un messaggio salvifico, ricostituisce il mito americano sul tema dell’eguaglianza reale e quindi della partecipazione al potere degli afroamericani.

È la prima volta, dopo Lincoln, che un messaggio carismatico risuona nelle elezioni americane e porta in America il mito europeo della politica salvatrice che si fonda, non sulla continuità, ma sulla discontinuità, perché introduce l’eguaglianza reale come fine della libertà. McCain non aveva tutti i torti quando nel suo linguaggio aggressivo definiva Obama un «socialista», espressione di un cambiamento reale nei riferimenti ideali nella società borghese.

Obama non rappresenta un messaggio politico, anzi su questi temi egli ha abilmente mantenuto come criterio l’omissione e la variazione, sicché nessuno può dire quale sarà la politica sia interna, che economica che estera del presidente Obama. Egli ha parlato un linguaggio religioso, ma la sua religione era quella nutrita dal reverendo Wright che esprimeva nella frase «Dio maledica l'America» impersonando il grido del popolo nato dalla schiavitù. È su questa volontà di liberazione che Obama è nato e da essa nasce la sua figura di liberatore del suo popolo. Non a caso la moglie Michelle ha dichiarato all’inizio della campagna che si sentiva americana solo dopo che il marito era stato candidato e aveva ottenuto voti.

Il carisma di Obama ha la forza di una minoranza, per questo il suo tema è quello dell’eguaglianza da conquistare e non quello della libertà conquistata. Obama dovrà fare della sua presidenza una perpetua campagna missionaria, per ridare con l’uso di un linguaggio religioso indefinito una figura nuova alla politica americana. L’America diviene più simile all’Europa, dominata nel Novecento dal tema dell’eguaglianza: meno simile all’America come terra della libertà.

bagetbozzo@ragionpolitica.it  - da IlGiornale.it

postato da: Dilia61 alle ore novembre 08, 2008 10:06 | Permalink | commenti
categoria:politica, economia, diritti umani, democrazia, società e costume, esteri - dal mondo
venerdì, 07 novembre 2008

di Martin Luther King

Sono felice di unirmi a voi in questa che passerà alla storia come la più grande dimostrazione per la libertà nella storia del nostro paese. Cento anni fa un grande americano, alla cui ombra ci leviamo oggi, firmò il Proclama sull'Emancipazione. Questo fondamentale decreto venne come un grande faro di speranza per milioni di schiavi negri che erano stati bruciati sul fuoco dell'avida ingiustizia. Venne come un'alba radiosa a porre termine alla lunga notte della cattività.

Ma cento anni dopo, il negro ancora non è libero; cento anni dopo, la vita del negro è ancora purtroppo paralizzata dai ceppi della segregazione e dalle catene della discriminazione; cento anni dopo, il negro ancora vive su un'isola di povertà solitaria in un vasto oceano di prosperità materiale; cento anni dopo; il negro langue ancora ai margini della società americana e si trova esiliato nella sua stessa terra.

Per questo siamo venuti qui, oggi, per rappresentare la nostra condizione vergognosa. In un certo senso siamo venuti alla capitale del paese per incassare un assegno. Quando gli architetti della repubblica scrissero le sublimi parole della Costituzione e la Dichiarazione d'Indipendenza, firmarono un "pagherò" del quale ogni americano sarebbe diventato erede. Questo "pagherò" permetteva che tutti gli uomini, si, i negri tanto quanto i bianchi, avrebbero goduto dei principi inalienabili della vita, della libertà e del perseguimento della felicità.

E' ovvio, oggi, che l'America è venuta meno a questo "pagherò" per ciò che riguarda i suoi cittadini di colore. Invece di onorare questo suo sacro obbligo, l'America ha consegnato ai negri un assegno fasullo; un assegno che si trova compilato con la frase: "fondi insufficienti". Noi ci rifiutiamo di credere che i fondi siano insufficienti nei grandi caveau delle opportunità offerte da questo paese. E quindi siamo venuti per incassare questo assegno, un assegno che ci darà, a presentazione, le ricchezze della libertà e della garanzia di giustizia.

Siamo anche venuti in questo santuario per ricordare all'America l'urgenza appassionata dell'adesso. Questo non è il momento in cui ci si possa permettere che le cose si raffreddino o che si trangugi il tranquillante del gradualismo. Questo è il momento di realizzare le promesse della democrazia; questo è il momento di levarsi dall'oscura e desolata valle della segregazione al sentiero radioso della giustizia.; questo è il momento di elevare la nostra nazione dalle sabbie mobili dell'ingiustizia razziale alla solida roccia della fratellanza; questo è il tempo di rendere vera la giustizia per tutti i figli di Dio. Sarebbe la fine per questa nazione se non valutasse appieno l'urgenza del momento. Questa estate soffocante della legittima impazienza dei negri non finirà fino a quando non sarà stato raggiunto un tonificante autunno di libertà ed uguaglianza.

Il 1963 non è una fine, ma un inizio. E coloro che sperano che i negri abbiano bisogno di sfogare un poco le loro tensioni e poi se ne staranno appagati, avranno un rude risveglio, se il paese riprenderà a funzionare come se niente fosse successo.

Non ci sarà in America né riposo né tranquillità fino a quando ai negri non saranno concessi i loro diritti di cittadini. I turbini della rivolta continueranno a scuotere le fondamenta della nostra nazione fino a quando non sarà sorto il giorno luminoso della giustizia.

Ma c'è qualcosa che debbo dire alla mia gente che si trova qui sulla tiepida soglia che conduce al palazzo della giustizia. In questo nostro procedere verso la giusta meta non dobbiamo macchiarci di azioni ingiuste.

Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla coppa dell'odio e del risentimento. Dovremo per sempre condurre la nostra lotta al piano alto della dignità e della disciplina. Non dovremo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica. Dovremo continuamente elevarci alle maestose vette di chi risponde alla forza fisica con la forza dell'anima.

Questa meravigliosa nuova militanza che ha interessato la comunità negra non dovrà condurci a una mancanza di fiducia in tutta la comunità bianca, perché molti dei nostri fratelli bianchi, come prova la loro presenza qui oggi, sono giunti a capire che il loro destino è legato col nostro destino, e sono giunti a capire che la loro libertà è inestricabilmente legata alla nostra libertà. Questa offesa che ci accomuna, e che si è fatta tempesta per le mura fortificate dell'ingiustizia, dovrà essere combattuta da un esercito di due razze. Non possiamo camminare da soli.

E mentre avanziamo, dovremo impegnarci a marciare per sempre in avanti. Non possiamo tornare indietro. Ci sono quelli che chiedono a coloro che chiedono i diritti civili: "Quando vi riterrete soddisfatti?" Non saremo mai soddisfatti finché il negro sarà vittima degli indicibili orrori a cui viene sottoposto dalla polizia.

Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri corpi, stanchi per la fatica del viaggio, non potranno trovare alloggio nei motel sulle strade e negli alberghi delle città. Non potremo essere soddisfatti finché gli spostamenti sociali davvero permessi ai negri saranno da un ghetto piccolo a un ghetto più grande.

Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri figli saranno privati della loro dignità da cartelli che dicono:"Riservato ai bianchi". Non potremo mai essere soddisfatti finché i negri del Mississippi non potranno votare e i negri di New York crederanno di non avere nulla per cui votare. No, non siamo ancora soddisfatti, e non lo saremo finché la giustizia non scorrerà come l'acqua e il diritto come un fiume possente.

Non ha dimenticato che alcuni di voi sono giunti qui dopo enormi prove e tribolazioni. Alcuni di voi sono venuti appena usciti dalle anguste celle di un carcere. Alcuni di voi sono venuti da zone in cui la domanda di libertà ci ha lasciato percossi dalle tempeste della persecuzione e intontiti dalle raffiche della brutalità della polizia. Siete voi i veterani della sofferenza creativa. Continuate ad operare con la certezza che la sofferenza immeritata è redentrice.

Ritornate nel Mississippi; ritornate in Alabama; ritornate nel South Carolina; ritornate in Georgia; ritornate in Louisiana; ritornate ai vostri quartieri e ai ghetti delle città del Nord, sapendo che in qualche modo questa situazione può cambiare, e cambierà. Non lasciamoci sprofondare nella valle della disperazione.

E perciò, amici miei, vi dico che, anche se dovrete affrontare le asperità di oggi e di domani, io ho sempre davanti a me un sogno. E' un sogno profondamente radicato nel sogno americano, che un giorno questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono creati uguali.

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza.

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo dell'arroganza dell'ingiustizia, colmo dell'arroganza dell'oppressione, si trasformerà in un'oasi di libertà e giustizia.

Io ho davanti a me un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho davanti a me un sogno, oggi!.

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno ogni valle sarà esaltata, ogni collina e ogni montagna saranno umiliate, i luoghi scabri saranno fatti piani e i luoghi tortuosi raddrizzati e la gloria del Signore si mostrerà e tutti gli essere viventi, insieme, la vedranno. E' questa la nostra speranza. Questa è la fede con la quale io mi avvio verso il Sud.

Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza.

Con questa fede saremo in grado di lavorare insieme, di pregare insieme, di lottare insieme, di andare insieme in carcere, di difendere insieme la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi. Quello sarà il giorno in cui tutti i figli di Dio sapranno cantare con significati nuovi: paese mio, di te, dolce terra di libertà, di te io canto; terra dove morirono i miei padri, terra orgoglio del pellegrino, da ogni pendice di montagna risuoni la libertà; e se l'America vuole essere una grande nazione possa questo accadere.

Risuoni quindi la libertà dalle poderose montagne dello stato di New York.

Risuoni la libertà negli alti Allegheny della Pennsylvania.

Risuoni la libertà dalle Montagne Rocciose del Colorado, imbiancate di neve.

Risuoni la libertà dai dolci pendii della California.

Ma non soltanto.

Risuoni la libertà dalla Stone Mountain della Georgia.

Risuoni la libertà dalla Lookout Mountain del Tennessee.

Risuoni la libertà da ogni monte e monticello del Mississippi. Da ogni pendice risuoni la libertà.

E quando lasciamo risuonare la libertà, quando le permettiamo di risuonare da ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni stato e da ogni città, acceleriamo anche quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, cattolici e protestanti, sapranno unire le mani e cantare con le parole del vecchio spiritual: "Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente".
venerdì, 07 novembre 2008

La fine della dittatura in Myanmar e la sete di Dio della popolazione: sono le due facce di un Paese che la giunta militare tenta di soffocare in continuazione. Ancora oggi i profughi del ciclone Nargis sopravvivono fra gli stenti, senza acqua né cibo. Il lavoro della Chiesa cattolica, tra repressione del governo e il sostegno ai poveri.

Yangon (AsiaNews) – Il futuro del Myanmar non dipende dalla “comunità internazionale” o dai “singoli movimenti interni”, ma è legato alla forza e all’unità di un “popolo che deve diventare artefice del proprio destino”. È l’auspicio che rivolge ad AsiaNews una fonte cattolica birmana che – in condizioni di anonimato per motivi di sicurezza – ha accettato di raccontare la realtà del Paese e le prospettive per il futuro, il miraggio della democrazia e i timori di nuove repressioni, ma anche la “speranza di un popolo assetato di Dio” alla continua ricerca di una “realtà ultima che sollevi lo spirito” dalla miseria, dai dolori e dalle vessazioni quotidiane.

Una vasta fetta della popolazione diventa “sempre più povera” e sopravvive “con meno di 120 dollari Usa all’anno”. Diritti umani, libertà personale e religiosa, democrazia: parole vuote in Myanmar, dove una dittatura militare regna incontrastata da oltre un ventennio e mette a tacere chi cerca di esprimere il dissenso. La fonte si dice sicura che la dittatura – nel lungo periodo – cadrà come è successo in passato in Unione Sovietica o in altre zone in cui dominavano regimi totalitari, ma dipenderà da una “lotta a livello locale” da combattere “non con una guerra aperta, ma con una lenta opera di erosione dall’interno” con la forza “della ragione, del dialogo e della pace”. Un ruolo essenziale può essere ricoperto “dai media e da internet”, nonostante il controllo “serrato” esercitato dai militari, perché permette di “raccogliere notizie da tutto il mondo” e conoscere “una realtà diversa dalla versione ufficiale propagandata dalle autorità”. 

La Cina ha allungato i suoi tentacoli sulla ex-Birmania, proteggendo la giunta militare al potere in seno alla comunità internazionale. “Essa – continua la fonte – ha più interessi a tutelare il governo con il quale conclude affari” a scapito della popolazione civile, secondo la logica della “non ingerenza negli affari interni di un altro Paese. Ecco perché la giunta è diventata sempre più forte” in apparenza, ma segue una logica di “repressione continua per timore di perdere il potere” in vista delle elezioni politiche del 2010.

Anche fra i profughi del ciclone Nargis, a distanza di mesi, la situazione sembra essere “drammaticamente uguale”. Prima la giunta militare requisisce gli aiuti umanitari forniti dalle agenzie internazionali, poi “allunga le mani” sulle aree più sperdute, in cui vi sono ancora oggi “migliaia di persone che muoiono di fame o di sete” perché non hanno cibo, né acqua. Le organizzazioni umanitarie cercano di portare soccorso ai più sfortunati e proprio la Chiesa può giocare un “ruolo essenziale” nei programmi di aiuto e assistenza grazie al lavoro svolto “dalla Conferenza episcopale che coordina gli interventi di varie associazione fra le quali la Caritas locale”. I cattolici, racconta la fonte, operano sul territorio grazie a una fitta presenza di volontari e associazioni legate a diocesi e parrocchie: un lavoro aperto ma discreto, non ostentato, che sia davvero in grado di arrivare alla gente senza incappare nelle ire della giunta militare. “Le associazioni religiose, in special modo quelle cattoliche – continua – sono essenziali perché forniscono figure qualificate come suore, infermiere, assistenti e volontari che sanno come operare e quali interventi mettere in atto per aiutare persone che, ancora oggi, soffrono a causa dei disastri provocati dal ciclone”.

Il compito dei cristiani resta quello di trasmettere “un segnale di speranza” e la “cooperazione con i buddisti può diventare un elemento importante per mettere paura al regime, che teme questa unione di intenti. Bisogna però usare molta cautela e continuare il dialogo interreligioso tanto nelle opere concrete, quanto nel compito di evangelizzare".

Nel Paese c’è una sete di Dio e la testimonianza arriva dai “numerosi casi di conversione al cristianesimo”, perché capace di offrire un messaggio di speranza che va oltre le sofferenze quotidiane, ma soprattutto perché il popolo birmano “pur rimanendo legato alla propria cultura e alle proprie tradizioni, desidera incontrare Cristo” e il messaggio di salvezza che porta con sé, nonostante “la pressione esercitata dal governo” cerchi di “limitare” le conversioni. Nel Paese la “libertà religiosa è contemplata dalla Costituzione”, ma viene applicata “secondo un criterio molto soggettivo e particolare” dalla giunta militare.

L’ultima riflessione è dedicata alla più famosa attivista birmana per la democrazia, la premio Nobel Aung San Suu Kyi: “La giunta militare – conferma la fonte – l’ha rinchiusa in un angolo e la mantiene sotto stretta sorveglianza, ma rimane molto popolare e rispettata dalla gente”. Il ruolo della “Signora” resta fondamentale nella lotta per la democrazia nel Paese, ma “non può fare tutto da sola”. È importante che la gente la sostenga nel suo “lavoro di coordinamento fra le varie fazioni all’opposizione” e che resti sempre un punto di riferimento nel promuovere i valori “della democrazia, del rispetto dei diritti umani e della libertà di religione: la giunta militare è consapevole della sua influenza ma la Signora non può combattere da sola: ha bisogno del sostegno del popolo”.

giovedì, 06 novembre 2008

"La liberta' di parola" grazie a "innovazioni tecnologiche"

Mosca, 5 nov. (Apcom-Nuova Europa) - Dalle accuse agli Usa sino alla crisi finanziaria globale, ma senza dimenticare la vera passione: internet e le nuove tecnologie. Il presidente russo Dmitri Medvedev nel suo discorso alle Camere unite invita attivamente a sviluppare la rete Internet e la televisione digitale, definendole garanzia di libertà di parola.

"La libertà di parola deve essere fornita da innovazioni tecnologiche" ha detto il giovane leader del Cremlino. "Abbiamo bisogno di espandere lo spazio libero di Internet e la televisione digitale. Un 'burocrate' qualsiasi non puo' impedire il dibattito su Internet o tagliare via immediatamente migliaia di canali", ha detto Medvedev, parlando nel messaggio annuale per l'Assemblea federale.

Il presidente e' sicuro che queste misure contribuiranno a rafforzare la fiducia nel governo, e vanno negli interessi del popolo. Oltre a rispecchiare il suo credo nelle nuove tecnologie. Medvedev e' stato il primo presidente russo a utilizzare il sistema del podcast per rivolgersi agli internauti e di conseguenza ai russi.

Lo stesso discorso di oggi e' stato anticipato nel suo videoblog. Le immagini recenti lo hanno inoltre immortalato davanti a un Mac: una scelta di campo per qualsiasi appassionato di nuove tecnologie, a fronte della precedente amministrazione che preferiva laptop Sony Vaio.

giovedì, 06 novembre 2008

L’appello, firmato da 144 persone, domanda agli esperti del dialogo di non dimenticare la difficile situazione dei cristiani, trattati come “degli esclusi e come dei paria”. Fra le richieste più urgenti, la garanzia di libertà a cambiare religione.

Roma (AsiaNews) – Un gruppo di 144 cristiani, di cui 77 musulmani convertiti al cristianesimo, ha lanciato un appello agli esperti islamici e cattolici radunati in Vaticano in questi giorni perché essi non dimentichino le minoranze cristiane e i neo-convertiti nei Paesi islamici. I firmatari dell’appello – cattolici, ortodossi e protestanti dell’Africa del Nord e del Medio Oriente – domandano che il dialogo che si svolge in Vaticano porti a questi risultati:

1)      che la legge islamica non si applichi ai non musulmani;

2)      che sia abolita la condizione di “dhimmi”, di cittadini di seconda classe;

3)      che la libertà di cambiare religione sia riconosciuto come un diritto fondamentale.

 

L’appello ricevuto da AsiaNews è anche pubblicato sul sito www.notredamedekabylie.net , legato ai cristiani d’Algeria.

I firmatari “gioiscono” per i passi che si stanno svolgendo in questi anni e per la Lettera dei 138 saggi musulmani, da molti definita come una testimonianza che “l’Islam non è contro i cristiani”. Ma essi sottolineano che la condizione di minoranza dei cristiani nei Paesi islamici, “già marchiata dall’insopportabile stato di ‘dhimmi’ [lett.: gruppo protetto grazie al pagamento di una tassa al governo islamico, escluso dalla effettiva parità nella società], è aggravata dalla crescita dell’islamismo militante apparso negli ultimi tempi”.

“Quanto ai neo-cristiani, o convertiti – continua l’appello – essi non hanno alcun diritto di esprimere la loro nuova scelta religiosa, pena la condanna come apostate, al punto da essere costretti all’auto-esilio, se possono”.

I firmatari chiedono allora che il dialogo che si sta aprendo fra Vaticano e esperti islamici affronti “anzitutto tre temi urgenti :

1) la legge islamica non sia applicata ai non musulmani;

2) lo stato di dhimmi, che fa dei cristiani egli esclusi e dei paria, non è più accettabile e deve essere abolito, perché esso offende la dignità umana, proprio come la schiavitù;

3) la libertà di cambiare religione deve essere riconosciuto come un diritto fondamentale, un diritto che viene da Dio, il quale non obbliga nessuno ad adorarlo”.

Il testo ricorda che nel Corano vi sono versetti favorevoli alla libertà di religione, mentre alcune Hadith [detti del profeta] domandano la morte dell’apostata. “Purtroppo – spiega l’appello – alcuni Stati hanno posto queste frasi nella loro costituzione (ad es. La Mauritania), che essi applicano nonostante la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948”.

Riaffermando che questo dialogo islamo-cristiano è necessario, i firmatari suggeriscono agli esperti di “tener conto dei cristiani che vivono nel mondo detto ‘musulmano’, o da cui provengono. Metterci da parte, dimenticarci, sarebbe un segno di ignoranza, o una volontà manifesta di non voler affrontare le questioni che ci fanno problema. L’attualità, purtroppo non cessa di dimostrarlo: i cristiani nel mondo musulmano sono in grave pericolo”.

da AsiaNews