socialprosumer
Io sto con Saviano
 QUALCUNO MI SA DIRE COME MAI CON IEPLORER SI VEDE BENE E CON FIREFOX SI VEDE TUTTO BIANCO IL TESTO??? EPPURE I CLASS SONO GIUSTI....
domenica, 22 marzo 2009
C'è una battuta, attribuita a Ricucci, che mi è rimasta nella mente e che riaffiora ogni volta, quando leggo certe notizie e certi articoli.
E' una battuta estremamente volgare, un po' razzista o sessista nei confronti dei gay, si potrebbe dire, ma estremamente efficace nell'immagine e nel suo significato metaforico.
Recita così: <<Facile fare i Froci... con il Culo degli altri!>>.
Mi scuso con chi avesse orecchie delicate ma questa affermazione ha, purtroppo, troppa aderenza con la realtà che ci circonda.
Seppure ha il pregio di farci sorridere, questo sorriso è quello che si accompagna ad una smorfia, ad un sopracciglio alzato, quando la nostra mente vaga nella memoria ed associa fatti e -molti misfatti- reali, a questa verità.
L'ultima associazione l'ho fatta oggi, leggendo la "polemica" intorno alle parole del Papa riguardo i profilattici e l'Aids.Certo, associare questo Vaticano sessuofobo ad una frase del genere è quanto mai irriverente e blasfemo:: e la cosa mi diverte molto.
I fatti, nella loro cruda essenza, sono che continuiamo ad essere circondati da "organizzazioni" religiose, politiche, affaristiche, finanziarie, malavitose, che operano, vivono, prosperano, mettendo in gioco il nostro Culo. Ciascuno di loro, se interrogato, quando non fugge -proprio fisicamente- da possibili domande scomode (vero Saitta, vero D'Alema ??!!) si prodiga in filosofici discorsi su come stiano operando in realtà per il nostro bene, nel nostro interesse. Se messi alle strette, sopratutto una certa categoria di economisti, si appella al principio che "c'è pur sempre un prezzo da pagare", asserzione valida un po' per tutti i gusti e tutte le stagioni: peccato che nella totalità dei casi, quando c'è un prezzo da pagare, sono gli altri a pagarlo e mai i "filosofi" in questione.
Per verificare questa logica, è sufficiente addentrarsi in quei temi che proprio riguardano il bene della collettività e ci riguardano tutti: rifiuti (inceneritori), energia (nucleare), acqua (privatizzazione), trasporto (Tav), opere di struttura (grandi opere) e misurare il delirio delle proposte di costoro con le alternative -reali- che essi ignorano o fanno finta di non conoscere perché non favorevoli ai loro tornaconti privati o di gruppo.
Ieri sera ho partecipato ad un incontro della Lista Civica di Torino (www.t5s.org) che sta muovendo, dopo un anno e mezzo di duro lavoro da parte dei fondatori, i suoi primi passi verso il mondo esterno. Terrò informati i lettori di questo Blog in proposito.
Quello che mi piace è che, nella sostanza, queste liste rappresentano cittadini che hanno deciso di, potremmo dire proseguendo il filo del discorso..., salvarsi il Culo, ovvero smettere di consentire ad altri di decidere della loro vita, senza giustificare mai il proprio operato.
Invito tutti ad iniziare seriamente a guardare queste iniziative con un occhio di riguardo, con spirito propositivo e di speranza, nonchè di necessaria collaborazione.
Tutti noi che bazzichiamo in questo mondo virtuale conosciamo altre verità da quelle ufficiali; le verità scomode (quando sono giudiziarie), alternative (energia e ambiente), possibili (democrazia diretta, rappresentanza reale); ora è tempo di iniziare un lavoro meticoloso per far uscire dalla rete queste conoscenze e portarle nel mondo esterno e fare della condivisione della conoscenza il nuovo metodo di una lotta politica che parte dal cuore e parla con ragionevole speranza ad altri cuori.
domenica, 26 ottobre 2008

Una prima risposta delle persone, dei movimenti sociali e delle  organizzazioni non governative a sostegno di un programma transnazionale per una trasformazione economica radicale.

Pechino, Cina, 15 ottobre 2008 Preambolo Avendo l'opportunità di così tante persone appartenenti ai movimenti e presenti a Pechino durante il Forum dei Popoli Asia-Europa, il Transnational Institute e Focus on the Global South hanno promosso una serie di incontri informali notturni tra il 13 e il 15 ottobre 2008.

Abbiamo riflettuto sul significato dell'esplosione della crisi economica globale e delle opportunità che ci offre per valorizzare nell'opinione pubblica alcune delle alternative più interessanti e praticabili su cui molti di noi hanno lavorato per decenni. Questa dichiarazione rappresenta il risultato collettivo delle nostre notti a Pechino. Noi, primi firmatari della dichiarazione, intendiamo contribuire agli sforzi di formulare proposte attorno alle quali i nostri movimenti possano organizzarsi formando la base per un ordine economico e politico radicalmente differente. Invitiamo a sottoscrivere questa dichiarazione sul sito http://casinocrash.org

La crisi

Il sistema finanziario globale sta crollando a grande velocità. Questo avviene in contemporanea con le altre crisi, quella alimentare, quella climatica e quella energetica. Ciò indebolisce fortemente il potere degli Stati Uniti e dell'Unione Europea e delle istituzioni globali che essi dominano, particolarmente del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale e della Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO). Non soltanto è in discussione la legittimità del paradigma neoliberista, ma l'assetto futuro del capitalismo stesso.

Il caos nel sistema finanziario globale è tale che i governi del nord hanno messo in atto misure che i movimenti progressisti avevano invocato per anni, come la nazionalizzazione delle banche. Tuttavia queste misure vengono considerate come strumenti di stabilizzazione a breve termine e passata la tempesta probabilmente si intende procedere al ritorno delle banche nel settore privato. Abbiamo uno spiraglio di opportunità per mobilitarci affinché ciò non avvenga.


La sfida e l'opportunità

Stiamo entrando in un terreno inesplorato con questa congiuntura fatta di crisi profonde - le conseguenze della crisi finanziaria saranno severe. Le persone si vedono precipitare in una profonda insicurezza; la miseria e le privazioni aumenteranno per molti dei più poveri dovunque. Non possiamo lasciare l'iniziativa, in questo momento, ai gruppi fascisti, ai populisti di destra e agli xenofobi, che certamente cercheranno di utilizzare la paura e la rabbia dei popoli a scopi reazionari.
Negli ultimi decenni sono nati potenti movimenti contro il neoliberismo. Questi movimenti cresceranno se un'analisi critica della crisi sarà capace di disvelarne l'essenza alle persone, che sono già arrabbiate nel vedere fondi pubblici utilizzati per pagare problemi che loro non hanno certo contribuito a creare, che già vivono la preoccupazione della crisi ecologica e dei prezzi crescenti soprattutto per cibo e energia. I movimenti cresceranno ulteriormente ai primi morsi della recessione, con le economie che scivolano verso la depressione.


Si apre un nuovo spazio per le alternative. Perché queste alternative siano capaci di conquistare l'attenzione e il supporto della società esse devono essere concrete ed immediatamente praticabili. Abbiamo già alcune alternative convincenti ed abbiamo anche molte altre buone idee che ci vengono dalle esperienze del passato e che però sono state sconfitte. Le nostre alternative si basano sulla centralità del benessere delle persone e del pianeta. Per questo è necessario un controllo democratico sulle istituzioni finanziarie ed economiche. Questo è il “filo rosso” che lega insieme le proposte presentate di seguito.

Proposte per un dibattito, per l'analisi e l'azione

Finanza

- Introdurre su larga scala la socializzazione delle banche, non una semplice nazionalizzazione dei titoli di debito deteriorati (bad assets)

- Creare istituzioni bancarie che abbiano al centro le popolazioni (people-based) e rafforzare le attuali forme di credito popolare basate sulla mutualità e la solidarietà

- Istituire un sistema di piena trasparenza del sistema finanziario, attraverso il pieno accesso del pubblico ai documenti contabili, e assegnando ai cittadini e alle organizzazioni dei lavoratori il ruolo di facilitare questa forma di controllo

- Introdurre la supervisione parlamentare e dei cittadini sull'attuale sistema bancario

- Applicare criteri sociali (incluse le condizioni di lavoro) ed ambientali per la concessione di ogni tipo di prestito, compresi quelli per le attività produttive

- Dare priorità al finanziamento, ai tassi d'interesse minimi (agevolati), dei bisogni sociali ed ambientali e per ampliare la già crescente economia sociale

- Ridefinire il ruolo delle banche centrali in linea con gli obiettivi definiti democraticamente in campo sociale, ambientale e di politiche espansive (politiche anticicliche, per fronteggiare la recessione), e rendere le banche centrali istituzioni soggette al principio della responsabilità pubblica (public accountable institutions)

- salvaguardare le rimesse degli emigrati alle loro famiglie e introdurre una legislazione che riduca i costi e le imposte su questi trasferimenti

 

Tassazione

- Chiusura di tutti i paradisi fiscali

- Eliminazione di tutte le agevolazioni fiscali per le società energetiche basate sui combustibili fossili e sull'energia nucleare

- Applicazione di sistemi fiscali fortemente progressivi

- Introduzione di un sistema globale di tassazione che impedisca il transfer pricing (la pratica di trasferire la base imponibile nei paesi con tassazione favorevole) e l'evasione fiscale

- Introduzione di un'imposta sui profitti delle banche nazionalizzate mediante la quale costituire fondi di investimento dei cittadini (vedi in seguito)

- Imporre forti e progressive imposte sulla base della “impronta del carbone” (“carbon footprint”) soprattutto per quanti producono le maggiori emissioni di CO2.

- Adottare controlli, come le Tobin tax, sui movimenti speculativi di capitale

- Reintrodurre le tariffe e la tassazione sulle importazioni di beni di lusso e su altri beni già prodotti localmente, sia come strumento per incrementare le entrate fiscali degli stati, sia come strumento di sostegno alla produzione locale e quindi alla riduzione globale delle emissioni di CO2

 

Spesa pubblica e investimenti

- Drastica riduzione delle spese militari

- Reindirizzare la spesa dei governi destinata al salvataggio dei banchieri per garantire i redditi minimi e la sicurezza sociale, e per fornire l'accesso universale a servizi sociali di base come l'abitazione, l'acqua, l'elettricità, la salute, l'istruzione, la cura dei bambini, e l'accesso ad Internet e agli altri servizi di comunicazione pubblica

- Utilizzo dei fondi di investimento dei cittadini (vedi sopra) per sostenere le comunità molto povere;

- Assicurare che le persone che rischiano di perdere le loro case, a causa dell'impossibilità di pagare i mutui a seguito della crisi, possano rinegoziare i termini di pagamento

- Blocco di tutte le privatizzazioni dei servizi pubblici

- Costituzione di imprese pubbliche sotto il controllo dei parlamenti, delle comunità locali e/o dei lavoratori, allo scopo di aumentare l'occupazione

- Miglioramento nella gestione delle imprese pubbliche attraverso la democratizzazione della gestione stessa - a questo scopo favorire la collaborazione tra i gestori dei servizi pubblici, il personale, i sindacati e le organizzazioni dei consumatori

- Introdurre il bilancio partecipativo sulle finanze pubbliche ad ogni livello praticabile

- Investire in modo massiccio nel miglioramento dell'efficienza energetica, in trasporti pubblici a basse emissioni, nelle energie rinnovabili e nel recupero ambientale

- Controllo o sostegno dei prezzi dei prodotti fondamentali

 

Commercio internazionale e finanza

- Introduzione di un divieto globale permanente delle vendite allo scoperto di quote e azioni

- Divieto degli scambi in derivati

- Proibizione di ogni tipo di speculazione sui prodotti alimentari di base

- Cancellazione del debito di tutti i paesi in via di sviluppo - il debito sta crescendo perché la crisi fa svalutare le valute nei paesi del sud

- Sostenere l'appello delle Nazioni Unite che invita a partecipare alla discussione su come risolvere la crisi, che avrà un impatto molto maggiore sulle economia del sud di quanto finora si sia compreso

- Graduale messa da parte della Banca mondiale, del Fondo Monetario Internazionale, e dell'Organizzazione Mondiale del Commercio

- Graduale abbandono del dollaro statunitense come valuta di riserva internazionale

- Avviare una indagine dei popoli sui meccanismi necessari a costruire un sistema monetario internazionale equo

- Assicurare che i trasferimenti di aiuto verso il sud non crollino a seguito della crisi

- Abolire gli “aiuti vincolati” (tied aid) ai paesi in via di sviluppo

- Abolire i condizionamenti neoliberisti dagli aiuti allo sviluppo

- Graduale abbandono dell'attuale paradigma dello sviluppo guidato dalle esportazioni e riorientamento dello sviluppo sostenibile sulle produzioni locali per i mercati locali e regionali

- Introdurre incentivi per i prodotti destinati ai più vicini mercati locali

- Annullamento di tutte le negoziazioni dei trattati bilaterali di libero commercio e degli accordi di partnership economica (EPAs)

- Promuovere accordi economici regionali di cooperazione, come l'UNASUR (Unione delle nazioni sudamericane), l'ALBA (Alternativa Bolivariana per le Americhe), il TCP (Trattato Commerciale dei Popoli) e altri che incoraggiano e promuovono la fine della povertà.

 

Ambiente

- Introdurre un sistema globale di compensazione per le nazioni che non sfruttano riserve di combustibili fossili nell'interesse comune di limitare l'impatto sull'ambiente, così come proposto dall'Ecuador

- Risarcimenti in denaro per le nazioni del sud per la distruzione ecologica prodotta dal nord, allo scopo di assistere i popoli del sud ad affrontare il cambiamento climatico ed altre crisi ambientali

- Rigida applicazione del “principio di precauzione" previsto dalla dichiarazione delle Nazioni Unite sul diritto allo sviluppo, come condizione per tutti i progetti di sviluppo e ambientale

- Cessazione dei finanziamenti ai progetti basati sul “ meccanismo di sviluppo pulito" previsto dal protocollo di Kyoto e che sono distruttivi da un punto di vista ambientale, come le monoculture di eucalipto, soia e olio di palma

- Interruzione dello sviluppo degli scambi di carbone e di altre tecnologie contro produttive, quali il “ sequestro del carbonio”, gli agrocombustibili, l'energia nucleare e la tecnologia del "carbone pulito".

- Adottare strategie che riducano radicalmente i consumi nelle nazioni ricche, mentre promuovono lo sviluppo sostenibile nelle nazioni più povere

- Introdurre una gestione democratica di tutti i meccanismi internazionali di finanziamento delle iniziative volte a mitigare il cambiamento climatico, con una forte partecipazione dei paesi del sud e della società civile

 

Agricoltura e industria

- Graduale abbandono del paradigma di uno sviluppo guidato dall'industria ed in cui i settori rurali sono spremuti per fornire le risorse necessarie a sostenere l'industrializzazione e l'urbanizzazione

- Promuovere strategie agricole che si propongono di conseguire l'obiettivo della sicurezza alimentare, della sovranità alimentare e di una agricoltura sostenibile

- Promuovere riforme agrarie ed altre misure necessarie a sostenere la piccola agricoltura tradizionale e sostenere le comunità contadine e indigene

- Fermare le riforme del mercato del lavoro che si propongono di ampliare l'orario di lavoro e che rendono più facile licenziare i lavoratori

- Rendere sicuri i posti di lavoro cancellando le forme di lavoro precario e sottopagato

- Garantire la parità del salario a parità di lavoro per le donne – sia come principio fondamentale che come strumento per fronteggiare l'arrivo della recessione attraverso l'aumento delle capacità di consumo dei lavoratori

- Proteggere i diritti dei lavoratori migranti in caso di perdita del posto di lavoro, assicurando il rientro e la reintegrazione nei paesi di origine. Per quelli che non possono ritornare non devono comunque esserci ritorni forzati, deve essere assicurata la loro sicurezza, si dovrà provvedere alla ricerca di un nuovo impiego o ad un reddito minimo.

Conclusione
Queste sono tutte proposte concrete e di senso comune. Alcune iniziative sono già in via di applicazione e facilmente praticabili. Il loro successo deve essere adeguatamente pubblicizzato e diventare di dominio pubblico perché possano stimolare il loro ulteriore sviluppo. Alcune altre di queste iniziative difficilmente saranno messe in pratica grazie solo alla bontà del merito che le caratterizza. E' necessaria una volontà politica perché questo avvenga. Per questo, inevitabilmente, ogni proposta è un appello alla mobilitazione.


Abbiamo scritto questo documento come un testo aperto, da sviluppare e arricchire insieme. Sottoscrivetelo su sito http://casinocrash.org

La prossima occasione di incontrarci e discutere delle iniziative necessarie per rendere queste ed altre idee un realtà concreta sarà il prossimo Forum Sociale Mondiale a Belem, Brasile, alla fine di gennaio del 2009.


Abbiamo l'esperienza e le idee – raccogliamo la sfida dell'attuale disordine dominante e cogliamo il momento per aprire un nuovo corso!!

Primi firmatari


Organizzazioni

Transnational Institute, The Netherlands
Focus on the Global South, Asia

Red Pepper magazine, United Kingdom
Institute for Global Research and Social Movements, Russia
JS - Asia/Pacific Movement on Debt and Development (JS APMDD), Asia
RESPECT Network Europe, Europe
Commission for Filipino Migrant Workers (CFMW), Netherlands
Ecologistas en Accion, Spain

Singoli
Fiona Dove, South Africa
Walden Bello, Philippines/Thailand
Hilary Wainwright, United Kingdom
Boris Kagarlitsky, Russia
Achin Vanaik, India
Dot Keet, South Africa
Brid Brennan, Ireland
Pietje Vervest, Netherlands
Cecilia Olivet, Uruguay
Ramon Fernandez Duran, Spain
Tom Kucharz, Spain
Pierre Rousset, France
Rodney Bickerstaffe, United Kingdom
Von Francis C Mesina, Philippines
Al D. Senturias, Jr., Philippines
Sammy Gamboa, Philippines
Fe Jusay, Philippines
Nonoi Hacbang, Philippines
Lidy Nacpil, Philippines
Seema Mustafa, India
Kenneth Haar, Denmark
Wolfram Schaffar, Germany
Christa Wichterich, Germany
Isabelle Duquesne, France
Adhemar Mineiro, Brasil
Benny Kuruvilla, India
Aehwa Kim, South Korea
Manjette Lopez, Philippines
Bonn Juego, Philippines
Rasti Delizo, Philippines
James Miraflor, Philippines
Miquel Ortega Cerda, Spain
David Llistar, Spain
Alpo Ratia, Finland
Mira Kakonen, Finland
Hilary Chiew, Malasya
Celeste Fong, Malasya
Tatcee Macabuag, Philippines
Teodoro M. de Mesa, Philippines
Uwe Hoering, Germany
Asad Rehman, UK
Andy Rutherford, UK
Debbie Valencia, Greece
Petra Snelders, Netherlands
Etta P. Rosales, Philippines
Pete Pinlac, Philippines
Ute Hausrnann, Germany
Alain Baron, France
Hanneke van Eldik Thieme, Netherlands
Dorothy Guerrero, Philippines
Ric Reyes, Philippines
Herbert Docena, Philippines

daMegachip

sabato, 25 ottobre 2008

In testa i Paesi dell'Est europeo. Italia in calo «Dove aumentano le libertà, l'indice sale»

C' è una foto che rischia di passare alla storia dei crolli di questi mesi, come i bronzi di Lenin rovesciati sul selciato simboleggiarono la caduta del comunismo. È stata scattata a New York il mese scorso. Una ragazza in un elegante, costoso tailleur, accovacciata sul marciapiede, scrive a pennarello un insulto su un poster buttato per strada. Il volto nel quadro è quello di Richard Fuld, il capo di Lehman Brothers. Gli impiegati passano davanti a quell'icona abbattuta mentre escono dal grattacielo della banca fallita, e a turno vi lasciano una frase. Spesso sono sarcastici «grazie Dick!».

La ragazza, neo-disoccupata, sorride mentre scrive. E ora che esce a pezzi il mito della ricchezza smodata, dell'aumento dei consumi come misura principale della felicità, quel Fuld abbattuto potrebbe essere la copertina di uno studio che prova a ribaltare alcune presunte certezze di questi anni di crescita globale vertiginosa. L'articolo su «Sviluppo, libertà e felicità crescente» è appena stato pubblicato sul prestigioso Perspectives on Psychological Science. Uno dei quattro autori è Roberto Foa, studente italo-inglese di PhD di scienze politiche a Harvard e associato di ricerca della World Value Survey, il progetto mondiale di sondaggi. Gli altri sono politologi e psicologi delle Università del Michigan e di Brema.

La conclusione dei quattro studiosi è che l'umanità ha conosciuto nell'ultimo quarto di secolo «un enorme aumento della felicità». Ma un simile balzo sarebbe da collegare più al progresso delle libertà personali e politiche in quasi tutti i Paesi del mondo, che al miglioramento delle condizioni materiali. Se questo è vero, resterebbero allora da approfondire i risultati dello studio relativi all'Italia, dove ad esempio la quota di popolazione che si definisce «molto felice» è in calo e resta più bassa che in quasi tutti gli altri Paesi europei. Ma Roberto Foa e i suoi tre colleghi non si soffermano troppo sui singoli casi dell'Europa occidentale. Il loro studio è globale, su un campione di 90 Paesi che coprono i nove decimi della popolazione mondiale e basato su 350 mila interviste della World Value Survey. Le domande, sempre le stesse dall'Ucraina alla Cina, dall'Africa subsahariana agli Stati Uniti, spingono gli intervistati a valutare il proprio livello di «felicità» e di «soddisfazione nella vita» (o benessere). La prima è intesa come espressione degli stati d'animo, la seconda viene legata alle condizioni di sviluppo economico.

Esattamente il tipo di domande di cui nell'Occidente agiato, o minacciato dall'impoverimento dei ceti medi, si occupano guru, santoni e medici che a pagamento offrono consolazione di vario tipo. La differenza qui è che il prodotto sono tabelle sorprendenti. Quella più originale mostra come nei 52 Paesi per i quali sono disponibili dati su almeno un decennio (ma per molti il sondaggio va dall'81 al 2007), il senso di benessere individuale è aumentato in 40 casi ed è diminuito solo in 12. In media, la quota globale di coloro che si definiscono «molto felici» sale del 7%. In Italia, passa dal 10% dell'81 al 18% del '99 per ricadere poi al 16% del 2007; in Francia, invece, si va dal 19% dell'81 a un picco del 36%, per poi ricadere al 31% del 2007. Ma, appunto, non si tratta solo di una fotografia delle condizioni materiali di vita perché ad esempio anche l'Ungheria, un caso di transizione difficile dal comunismo al mercato, «batte» l'Italia salendo dall'11% al 17% di popolazione che si dichiara «molto felice». E nei punteggi della World Value Survey persino la Russia scavalca l'Italia in fatto di «felicità», benché resti nettamente indietro sui dati più economici di benessere o «soddisfazione nella vita». Possibile? Gli autori ricordano la conclusione di Tucidide, lo storico aristocratico ma esiliato dall'Atene del quinto secolo avanti Cristo: «Il segreto della felicità è la libertà».

E credono di trovarne le prove nei loro dati. Da un lato c'è quella che chiamano «la legge dei rendimenti calanti», ossia l'assuefazione: una volta risolto il problema della sussistenza e raggiunto un certo benessere materiale, l'aumento del reddito contribuisce via via sempre di meno a quella strana condizione che chiamiamo «felicità». Insomma i soldi non fanno, o non farebbero, la felicità. Dirlo suona banale o peggio ipocrita, eppure gli autori ne indicano un riscontro nell'evoluzione della galassia dei Paesi dell'ex blocco sovietico da quando è caduto il comunismo. Il collasso del sistema ha creato crisi economica e catastrofi sociali ovunque oltre l'ex cortina di ferro, ma l'aprirsi di nuove possibilità di scelta ha avuto lo stesso un effetto psicologico benefico sulle persone. Non è un caso se i Paesi che nello studio mostrano il coefficiente più elevato di «felicità» sono Moldova (2.52), Romania (2.44), Bulgaria (2.40). Osservano Foa e soci: «Negli anni dopo l'81 la Russia ha vissuto una liberalizzazione politica e un trauma economico. Mentre i livelli di felicità personale salivano, quelli di soddisfazione (materiale, ndr) nella vita cadevano bruscamente».

Altro esempio simile è quello degli ungheresi, meno soddisfatti del loro tenore di vita ma più «felici», mentre la Bielorussia sembra la riprova all'opposto: con la Serbia, è l'unico Paese ex socialista in cui coloro che si dichiarano «molto felici» non aumentano. Ma il governo di Minsk è anche l'unico rimasto una dittatura totalitaria. Insomma se i soldi non fanno la felicità globale, questa sarebbe favorita da quelle che Foa e colleghi chiamano «istituzioni»: democrazia, Stato di diritto, tolleranza. Poco importa se queste siano garantite da una socialdemocrazia alla scandinava o dal superliberismo all'australiana. «Lasciate alla propria autodeterminazione, le persone sono perfettamente capaci di organizzare la propria felicità», concludono gli autori. Essa sarebbe insomma sinonimo di possibilità di scelta, di espressione e di affermazione anche per le minoranze etniche o sessuali. Ovvio che le disuguaglianze sociali complicano gli equilibri comunque.

Ma non stupisce se nella World Value Survey la Cina iper-autoritaria emerge con uno dei maggiori cali al mondo nella quota dei cittadini che si dicono «molto felici», anche dopo vent'anni di crescita economica a doppia cifra. Né meraviglia che dopo otto anni di Vladimir Putin i russi siano più «soddisfatti della vita», ma meno «felici», che ai tempi disastrati di Boris Eltsin. Perché la sfida è qui: dagli anni '80 in poi, l'Occidente era riuscito almeno a essere (a volte) credibile nel produrre libertà. A patto, ovviamente, che il crollo dell'icona di Fuld, con il ritorno del paternalismo di Stato in Occidente, non porti anche effetti collaterali indesiderati.

Federico Fubini - da IlCorriere

postato da: Dilia61 alle ore ottobre 25, 2008 10:25 | Permalink | commenti
categoria:economia, crisi, liberismo, società e costume, esteri - dal mondo
sabato, 11 ottobre 2008
PeaceReporter - la rete della pace. Quotidiano online e agenzia di servizi editoriali. Storie, dossier, interviste, reportage, schede conflitto, schede paese e buone notizie da tutto il mondo
Parla un trader di Piazza Affari. Crisi storica, ma la lezione servirà per il futuro
È dentro una stanza di una banca del centro di Milano. Computer, telefoni, accesso diretto in Borsa. Niccolò Mancini è un trader di Piazza Affari, che assiste da ormai due settimane, basito, a quello che sta succedendo. Anche se ha le idee molto chiare sui motivi e sulle responsabilità.
In ufficio niente battute, la voglia di ridere non si addice al momento storico, nel senso letterale della parola. Perché secondo Mancini “questa crisi entrerà sicuramente nei libri di storia e lascerà un segno profondo, almeno per i prossimi venti anni”.
I telefoni non squillano. “E questa è una differenza sensibile rispetto al passato: non c'è quel cosiddetto panic selling, il panico da vendita con il piccolo azionista che chiama in lacrime per vendere tutto, cosa che ho vissuto molte volte negli ultimi venti anni. Pare che i possessori di titoli siano i professional, istituzioni e non singole persone. I piccoli andranno dal proprio private banker e chiederanno di vendere dei fondi, ma lo farà il gestore per lui. Quindi non ci sono tanti piccoli ordini che entrano sul mercato”.

E perché?
“Il grosso movimento, dal 2006, è legato alle grandi istituzioni e banche. Le stesse che a fine anno si dividevano ricchissimi stipendi. Quindi i ribassi interessano soprattutto loro. Il piccolo è sparito”.
 
Torniamo alla crisi. Dal suo osservatorio che opinione si è fatto?'
“Finanza allegra, lasciata prosperare negli ultimi decenni, che ha dovuto subire la distruzione dei suoi meccanismi nel giro di poche settimane. Adesso si cerca la tranquillità, perché il problema è di ricreare fiducia. Ma il vero elemento preoccupante è il mercato obbligazionario, più vasto dell'azionario, che porta rendimenti legati a titoli come General Electrics, Intesa e Unicredit, a prezzi che sottointendono il fallimento, cosa in realtà lungi da venire”.

È possibile realizzare un'analisi attraverso l'andamento del petrolio?
“Con la scusa di un problema di tipo economico, legato a recessione e inflazione, abbiamo visto il petrolio calare di colpo da150 a 100 dollari. I futures avevano drogato il prezzo; ma quando nel mercato si è capito che stavano per arrivare maggiori controlli, anche se Usa e Gran Bretagna nicchiavano, improvvisamente i prezzi del petrolio sono letteralmente precipitati”.

Ma si era consapevoli che la bolla potesse scoppiare?
“Era assolutamente prevedibile”.

E chi l'ha provocata?
“Alan Greenspan, che nel 1998 disse la famosa frase sull'esuberanza irrazionale dei mercati, provocando un crollo. Poi, come presidente della banca centrale Usa ha immesso liquidità nei mercati fino a gestire, nel 2000, lo scoppio della bolla dei tecnologici. E per cercare di frenare quel crollo del 2000 ha creato una nuova bolla sugli immobili, facendo passare il messaggio che tutti potevano avere mutui per la casa anche se non avevano le carte in regola per ottenere un fido per l'acquisto della casa”.

La lezione, anche se non è ancora superata la crisi, servirà?
“La lezione servirà e forse per i prossimi vent'anni non vedremo più i 35enni che gestiscono i soldi con l'ottica dei matematici e non con quella delle validità degli investimenti in base ai fondamentali dell'azienda. Ho idea che ci leccheremo le ferite per parecchio tempo. Ma il rischio di un crash mondiale è ancora molto, molto, vicino. Spero che ne potremo parlare al passato. Ma il problema è di fiducia. Credo che si tornerà all'antico, anche sulla gestione dei soldi e sull'utilizzo della liquidità: un ritorno al passato anche nell'utilizzo dei derivati, che ritorneranno ad essere quegli strumenti di protezione che era la vera loro origine!”.

Sentita oggi, dal barbiere: “Tutte le Borse crollano, ma c'è sicuramente chi ci guadagna...”
“E' tutta speculazione. Di economia vera non c'è niente. Sono mesi che lo dico: la recessione, l'inflazione non sono il problema. Se recessione ci sarà, sarà causata dalla finanza: di economico non c'è assolutamente nulla. Per questo credo che la Bce, (banca centrale europea) abbia sbagliato ad alzare i tassi mesi fa, perché ha dimostrato di voler affrontare una crisi finanziaria come una crisi economica. I cow boy della Fed hanno affrontato la crisi per quello che è: finanziaria. E se si guarda l'andamento dei tassi Usa, siamo arrivati all'1,5 percento, contro il 3,75 europeo. I discorsi degli economisti su recessione e inflazione non colgono il nocciolo del problema, che è finanziario”.

E in tutto questo c'è la vicenda del ritorno della presenza dello Stato, per salvare un sistema che si appoggia sull'iperliberismo.
“Un aspetto divertente da osservare: gli Stati Uniti sono la culla del capitalismo, l'esempio da seguire, ma poi per riuscire a salvarsi hanno dovuto muoversi come i più retrogradi dei Paesi della Cortina di ferro. Se non fosse intervenuta la nazionalizzazione delle due agenzie di mutui, o se la Fed non avesse esteso il suo intervento su JP Morgan facendole comprare Marryl Linch o se non avesse salvato all'ultimo Morgan Stanley, tutte queste realtà sarebbero fallite. Ideologicamente la gente è rimasta spiazzata perché è stato evidente che il libero mercato è andato a farsi friggere con conseguenze pesanti per i prossimi anni”
postato da: Dilia61 alle ore ottobre 11, 2008 10:10 | Permalink | commenti
categoria:finanza, crisi, liberismo, z tocchiamoli, z social prosumer
giovedì, 09 ottobre 2008

Il Financial Times ha pubblicato un editoriale — di lunghezza e rilievo grafico inusitati— in difesa della libertà di mercato. Che «non è —scrive il quotidiano inglese — una "religione fondamentalista". E' un meccanismo, non un’ideologia, che ha dimostrato il suo valore più e più volte negli ultimi 200 anni. Il Financial Times è orgoglioso di difenderlo, anche ora».

L’errore dei nemici della libertà di mercato è che essi puntano il dito sulla parola «mercato», mentre quella più importante è «libertà». Il mercato altro non è, infatti, che una delle manifestazioni della libertà, come lo sono le libertà di coscienza, di parola, di associazione. D’altra parte, poiché non hanno il coraggio di spingersi fino a dire d’essere contrari alla libertà, essi manifestano la loro ostilità al «mercato», sostenendo che mandato del governo sia «fare del bene» contro i «fallimenti del mercato ». Ma la libertà è, invece, il diritto di ciascun individuo di perseguire autonomamente il proprio ideale di bene a condizione di non impedire ad altri di fare altrettanto.

Il liberalismo — che è relativista, e perciò migliorista — è per la correzione dei fallimenti del mercato; per riparare gli errori che esso può fare. Il mercato—scrive il Financial Times, riecheggiando Karl Popper — è il luogo del tentativo e dell'errore » (trial and error). Ma il principio della riparazione del danno—nell'originale accezione del liberalismo ottocentesco — era collegato solo al concetto di «danno illecito». Non prevedeva la riparazione pubblica dei danni che l'individuo, nell'esercizio della propria libertà di scelta, fa a se stesso. Ci sono danni non risarcibili perché non illeciti (damnum absque injuria, della tradizione giuridica liberale anglosassone). Gli statalisti e i dirigisti — per giustificare il proprio interventismo—collegano, invece, il principio della riparazione del danno alle «esternalità negative » del mercato, finendo col comprendervi la maggior parte della normale attività economica di ogni uomo. Ciò che John Kenneth Galbraith — l'economista liberal americano non sospettabile di indulgenza verso la concorrenza senza regole— ha definito «la separazione dei quattrini dai cretini» nel crollo di titoli in Borsa (dove chi ci si avventura dovrebbe anche sapere i rischi che corre).

Il Financial Times ricorda, al riguardo, che lo Smooth-Hawley Tariff Act, che aveva quadruplicato le tasse su migliaia di importazioni, finì col prolungare la «Grande depressione » dal 1929 al 1933. Il tema — chi decide cosa e per chi — si ripropone in questi giorni di crisi. Saggezza vorrebbe che i governi ricordassero i limiti entro i quali la coercizione dello Stato diventa illegittima. Ed evitassero di prendere decisioni che ne accrescano solo il potere a danno dei cittadini. «I mercati di capitali— scrive ancora il Ft —necessitano di una migliore regolamentazione, ma i politici dovrebbero guardarsi dalle conseguenze non previste».

di Piero Ostellino  - Corriere.it

postato da: Dilia61 alle ore ottobre 09, 2008 10:12 | Permalink | commenti
categoria:politica, economia, finanza, democrazia, liberismo, società e costume, z tocchiamoli
mercoledì, 08 ottobre 2008
In queste ore leggendo qui e là mi ritorna in mente il ritornello di questa canzone....
Una decina di giorni or sono alcuni articoli sul Corriere illustravano la solita manfrina dei liberal doc alla Panebianco e Ostellino (e mi spiace perché stimo entrambi) nei quali già di discettava della crisi incipiente  e degli inopportuni paragoni con il '29 e -secondo copione- già si mettevano le mani avanti contro color che avrebbero "usato" e "piegato" la crisi -drammatica ed appena all'inizio- per contestare il mercato.
Perchè il mercato lo si può contestare secondo le regole che i mercanti stabiliscono: un po' come quando il Vaticano ti spiega come devi fare e cosa devi dire o pensare se ti vuoi definire Laico.
Stendiamo un velo pietoso sulla dichiarazione della Wanna Silvio Marchi che ha prontamente dichiarato in queste ore che "gli Italiani non perderanno i loro soldi"; avvertenza valida per coloro che si sono premuniti di sale "magico" da tenere in una bacinella d'acqua con la quale fare un pediluvio propiziatorio prima di comprare azioni e fondi dell' Unicredit.
Ma torniamo al mercato. Ribadisco di avere convinzioni liberali; di credere nella libera iniziativa e nel mercato. Fatta questa bella premessa la questione è: il mercato cui penso io è lo stesso dei Ricucci, Fiorani, Geronzi, Tanzi, Tronchetti, Berlusconi, Colaninno, Scaroni, Ligresti, Romiti, etc etc che governano l'economia, la finanza, il sistema assicurativo e quello del credito ???
L'invocazione delle regole quando da decenni costoro e i loro aggregati fanno letteralmente ciò che vogliono ha un senso? Chi dovrebbe applicare queste regole? Forse quella politica intrecciata, immanicata, compiacente, compromessa -senza disdegnare collateralmente le organizzazioni criminali- con costoro?
E chi dovrebbe controllare? Forse quel giornalismo strisciante e servile di casa nostra tutto impegnato a consumare la lingua sul culo del padrone di turno?
Di cosa stiamo parlando? Di cosa si parla?
E' legittimo o no dire che un siffatto mercato fa schifo, non è sano, non è utile?
Se queste sono le persone, e ciò che accade è quello che nessuno può più nascondere e le conseguenze le pagheremo tutti -e più di tutti quelli che hanno meno-, quali sono allora i principi di libertà e uguaglianza cui tutto questo mercato si ispira?
Esiste la terza via tanto invocata?
Non credo. Perchè esiste una vecchia via: dimenticata, obsoleta; ricoperta di erbacce e sterpi; dimentica da troppi e per troppo tempo.
La via del buon senso che percorre i desideri dell'animo umano e usa i limiti e le regole per non precipitare nei baratri.
Quelle regole per le quali il popolo in democrazia limita la propria libertà assoluta e demanda alle istituzioni il compito di creare i perimetri dell'agire individuale affinchè non danneggi il vicino o la collettività.
Un principio semplice, talmente semplice da darlo così per scontato da non rendersi conto del vuoto infernale che appare quando diventa desueto e dimenticato.
E ci si ritrova soli: ognuno con le proprie colpe di fronte al baratro.
postato da: Davide3d alle ore ottobre 08, 2008 07:50 | Permalink | commenti (2)
categoria:economia, finanza, crisi, liberismo