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Io sto con Saviano
 QUALCUNO MI SA DIRE COME MAI CON IEPLORER SI VEDE BENE E CON FIREFOX SI VEDE TUTTO BIANCO IL TESTO??? EPPURE I CLASS SONO GIUSTI....
domenica, 22 marzo 2009
C'è una battuta, attribuita a Ricucci, che mi è rimasta nella mente e che riaffiora ogni volta, quando leggo certe notizie e certi articoli.
E' una battuta estremamente volgare, un po' razzista o sessista nei confronti dei gay, si potrebbe dire, ma estremamente efficace nell'immagine e nel suo significato metaforico.
Recita così: <<Facile fare i Froci... con il Culo degli altri!>>.
Mi scuso con chi avesse orecchie delicate ma questa affermazione ha, purtroppo, troppa aderenza con la realtà che ci circonda.
Seppure ha il pregio di farci sorridere, questo sorriso è quello che si accompagna ad una smorfia, ad un sopracciglio alzato, quando la nostra mente vaga nella memoria ed associa fatti e -molti misfatti- reali, a questa verità.
L'ultima associazione l'ho fatta oggi, leggendo la "polemica" intorno alle parole del Papa riguardo i profilattici e l'Aids.Certo, associare questo Vaticano sessuofobo ad una frase del genere è quanto mai irriverente e blasfemo:: e la cosa mi diverte molto.
I fatti, nella loro cruda essenza, sono che continuiamo ad essere circondati da "organizzazioni" religiose, politiche, affaristiche, finanziarie, malavitose, che operano, vivono, prosperano, mettendo in gioco il nostro Culo. Ciascuno di loro, se interrogato, quando non fugge -proprio fisicamente- da possibili domande scomode (vero Saitta, vero D'Alema ??!!) si prodiga in filosofici discorsi su come stiano operando in realtà per il nostro bene, nel nostro interesse. Se messi alle strette, sopratutto una certa categoria di economisti, si appella al principio che "c'è pur sempre un prezzo da pagare", asserzione valida un po' per tutti i gusti e tutte le stagioni: peccato che nella totalità dei casi, quando c'è un prezzo da pagare, sono gli altri a pagarlo e mai i "filosofi" in questione.
Per verificare questa logica, è sufficiente addentrarsi in quei temi che proprio riguardano il bene della collettività e ci riguardano tutti: rifiuti (inceneritori), energia (nucleare), acqua (privatizzazione), trasporto (Tav), opere di struttura (grandi opere) e misurare il delirio delle proposte di costoro con le alternative -reali- che essi ignorano o fanno finta di non conoscere perché non favorevoli ai loro tornaconti privati o di gruppo.
Ieri sera ho partecipato ad un incontro della Lista Civica di Torino (www.t5s.org) che sta muovendo, dopo un anno e mezzo di duro lavoro da parte dei fondatori, i suoi primi passi verso il mondo esterno. Terrò informati i lettori di questo Blog in proposito.
Quello che mi piace è che, nella sostanza, queste liste rappresentano cittadini che hanno deciso di, potremmo dire proseguendo il filo del discorso..., salvarsi il Culo, ovvero smettere di consentire ad altri di decidere della loro vita, senza giustificare mai il proprio operato.
Invito tutti ad iniziare seriamente a guardare queste iniziative con un occhio di riguardo, con spirito propositivo e di speranza, nonchè di necessaria collaborazione.
Tutti noi che bazzichiamo in questo mondo virtuale conosciamo altre verità da quelle ufficiali; le verità scomode (quando sono giudiziarie), alternative (energia e ambiente), possibili (democrazia diretta, rappresentanza reale); ora è tempo di iniziare un lavoro meticoloso per far uscire dalla rete queste conoscenze e portarle nel mondo esterno e fare della condivisione della conoscenza il nuovo metodo di una lotta politica che parte dal cuore e parla con ragionevole speranza ad altri cuori.
domenica, 22 marzo 2009
Questo era il titolo di un film di un po' d'anni or sono che raccontava la storia dell'omicidio di PP, le reticenze, l'odio ed il risentimento costruito intorno al personaggio, il processo-farsa messo in piedi.
Ho conosciuto PP attraverso la lettura di tre libri  che pubblicò l'Unità anni fa e che riportavano gli articoli pubblicati in diverse occasioni. Ogni parola, ogni riga, è il frutto di un intelletto straordinario, di analisi profonde, mai banali. Puoi non essere d'accordo ma non puoi non rimanerne incantato.
Un vero comunista, al cui confronto la sinistra di oggi appare composta da bambini capricciosi.
Tra le tante cose mi colpì l'analisi che fece del "borghese" e del pensiero liberista di fondo: perchè - scriveva in sintesi PP -il problema del borghese è che crede che tutti debbano aspirare a diventare tali per essere felici.
Questa è una delle migliori, profonde e radicali critiche al sistema capitalistico su cui ci sarebbe molto da riflettere.
PP avrebbe dovuto partecipare ad un congresso del partito radicale, ma venne ucciso prima. Quei radicali che vedeva come "compagni" di lotta verso le storture del potere borghese e con i quali condivideva importanti idee e battaglie. Va ricordato - a onore di memoria storica -che i radicali in quegli anni erano in parlamento ed erano, nel silenzio generale, gli unici a denunciare -nelle procure e nel parlamento- le tangenti di Stato (caso Eni).
E i radicali condividevano con PP -e con altri a sinistra- l'oltraggio, gli insulti ideologici di quella sinistra "fascista" che PP denunciava parlando de "il fascimo degli antifascisti".
Le denunce politiche e poi lo stesso processo farsa sulla morte di PP fornivano già allora l'immagine di concetti diversi di giustizia presenti nel nostro paese. Le tante malefatte compiute nel nostro paese hanno trovato proni fiancheggiatori in una parte della magistratura. E il caso De Magistris oggi ce lo conferma.
Di PP mi piace ricordare ancora una frase che chiude il film e che recita più o meno così :
"Gli Andreotti, i Fanfani, e gli altri gerarchi, dovrebbero essere messi in carcere non tanto e non solo per le singole malefatte che hanno compiuto, ma sopratutto per il Danno Antropologico che hanno creato a questo Paese.
Meditiamo.
venerdì, 20 marzo 2009
Un sondaggio condotto sugli utenti europei del web pagato da Google, Yahoo e Skype, ha mostrato che il 90% degli intervistati desidera avere la propria connessione Internet libera da qualunque restrizione per poter accedere ad ogni sito web presente nella Rete. L´indagine ha coinvolto 944 consumatori in Francia, Germania e Gran Bretagna e coincide proprio con l´avvio del processo di approvazione di una legge per Internet libero da parte del Parlamento Europeo.

In una dichiarazione congiunta di Google, Yahoo e Skype si legge: "EU lawmakers should make sure that national authorities have the powers they need to act in cases where traffic management by telecommunication companies constitute unnecessary, discriminatory and/or anti-competitive behavior."

Dall´indagine sono emersi anche altri dati interessanti, come il fatto che molti degli intervistati non sapeva che il proprio fornitore di accesso alla Rete può bloccare l´accesso a determinati siti web. Inoltre, il 10% di
coloro che hanno risposto afferma di essere disposto a pagare una cifra maggiore per avere un servizio Internet libero da blocchi o restrizioni

da Dinox
postato da: Dilia61 alle ore marzo 20, 2009 19:25 | Permalink | commenti
categoria:libertà informazione e editoria, libertà su internet
mercoledì, 11 marzo 2009

Attenti, amici bloggisti, la Cassazione ha deciso che “per i blog e i forum on-line non valgono le regole che tutelano la libertà di stampa“. La ragione? Eccola: siccome “si tratta di una semplice area di discussione dove qualsiasi utente o gli utenti registrati sono liberi  di esprimere il proprio pensiero, rendendolo visionabile a tutti gli  altri soggetti autorizzati ad accedere al forum“, spesso in forma anonima,.”Blog, forum eccetera non possono essere considerati come una testata giornalistica, ma sono equiparabili ai messaggi che potevanoe possono essere lasciati in una bacheca“. Dunque i blog hanno l’obbligo di rispettare il “buon custome” e il giudice può ordinare il sequestro di alcune pagine web.

La controversia  era nata in seguito alla decisione del Tribunale di Catania di sequestrare un forum di discussione sulla religione cattolica nel quale erano contenuti messaggi che la magistratura di Catania aveva ritenuto offensivi verso il comune sentimento religioso. Alcuni bloggisti “avevano travalicato limiti del buon costume alludendo espressamente a pratiche pedofile dei sacerdoti per diffondere il ’sacro seme del Cattolicesimo’“.

Il tema è delicatissimo. Certe ingiurie sono indifendibili, ma temo che la sentenza della Cassazione sia esagerata e che costituisca un precedente potenzialmente pericoloso per la libertà di espressione in questo Paese. Chi stabilisce cos’è il buon costume? E chi ci garantisce che questa sentenza non venga usata per mettere a tacere opinioni scomode? 

da blog-ilgiornale

giovedì, 12 febbraio 2009

Ci provarono nel 2007 con la Levi-Prodi ed ora tornano all’attacco...

Era l’ottobre del 2007 quando venne approvato il disegno di legge Levi-Prodi che prevedeva la creazione di un registro nazionale dei blog italiani e l’estensione dei reati a mezzo stampa di tutti quelli che si sarebbero registrati, nonchè del reato di stampa clandestina per chi non avesse accettato di farsi "schedare"in questo fantomatico registro nazionale.

Una sollevazione di tutti i blogger nazionali nonché le forti critiche da parte di alcuni deputati come Di Pietro e il ridicolo a cui si sarebbe sottoposta la nazione agli occhi del mondo (vedi commenti ironici del Times),eliminarono questo ridicolo decreto legge.

Oggi, i soliti noti, ci riprovano.

Questa volta, però, la tattica è più subdola.

Il vecchio decreto Levi-Prodi, viene riproposto in versione modificata dal senatore D’Alia (UDC) come emendamento al noto pacchetto sicurezza(DDL 733).

L’articolo 50 bis del disegno legge 733 recita: "Quando si procede per delitti di istigazione a delinquere o a disobbedire alle leggi, ovvero per delitti di apologia di reato, previsti dal codice penale o da altre disposizioni penali, e sussistono concreti elementi che consentano di ritenere che alcuno compia detta attività di apologia o di istigazione in via telematica sulla rete internet, il Ministro dell’Interno, in seguito a comunicazione dell’autorità giudiziaria, può disporre con proprio decreto l’interruzione della attività indicata, ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine."
In via teorica la cosa non è del tutto sbagliata ma vorrei ricordare che nelle tipologie di reato descritte in questo articolo possono benissimo rientrare le critiche al pacchetto sicurezza o il decreto anti intercettazioni ad esempio.
In pratica questo emendamento legalizza la censura e l’oscuramento di quei siti o blog che per una qualsiasi ragione vollessero criticare l’operato del governo o legi ingiuste.

Le pene, fra le altre cose, sono pesantissime: da 50mila a 250 mila euro di multa e fino a 5 anni di carcere se i reati imputabili rientrassero nell’articolo 414 del codice penale(istigazione a delinquere).

L’avvocato Daniele Minotti, contattato da Punto Informatico, commenta così questa legge: i reati d’opinione sono reati che non sono inquadrati dalla legge in maniera definita, che potrebbero sovrapporsi con la manifestazione del pensiero dell’individuo, un diritto tutelato dall’articolo 21 della Costituzione. I provider, concordano, i consumatori, potrebbero trovarsi ad agire come setacci della libera espressione: il filtraggio può essere ordinato qualora "sussistono concreti elementi che consentano di ritenere" che sia stato commesso un reato.
In pratica, la democratica Italia, si ritrova una legge degna della "democratica" Cina.

Il senatore D’Alia definisce questo provvedimento necessario per impedire che si ripetanoi fatti accaduti sul social network Facebook, cioè inneggio a capi mafiosi, terroristi ecc.

Una scusa che potrebbe convincere solo chi non utilizza mai la rete come mezzo informativo e si riempie della "cultura" dei media tradizionali o per benpensanti dalla falsa morale.

In realtà si tratta dell’ennesimo tentativo di censurare uno strumento che fornisce notizie ed informazioni non filtrate e non politicizzate da partiti o da grossi gruppi di potere (industriali, banchieri,ecc.).

Se qualcuno non ferma questa folle legge,un giorno,perfino questo sito potrebbe trovarsi a fare i conti con la censura.

Magari solo perchè qualcuno definisce ingiusti i privilegi dei nostri governanti o perchè critica questo o l’altro politico.

La democrazia italiana è sempre più in pericolo e la maggior parte della gente sembra non notarlo...

E’ forse questa la vera sconfitta, l’indifferenza.

da Agora'Vox
venerdì, 06 febbraio 2009

Roma - La sicurezza pubblica passa dalla rete: in caso di apologia di reato, in caso di istigazione a delinquere, i provider potrebbero trovarsi costretti a innescare misure per filtrare le pagine sotto indagine. Dietro l'angolo, in caso di inottemperanza, c'è la minaccia della corresponsabilità. Nelle mani dei provider ci potrebbe essere l'onere di percorrere il crinale che divide la libertà di espressione e il reato di opinione.

La disposizione che potrebbe costringere i provider a filtrare le sortite dei cittadini della rete è contenuta nel pacchetto sicurezza, il noto
disegno di legge 733: sotto forma di un emendamento incastonato nel testo dal senatore Gianpiero D'Alia (UDC), si introduce nel DDL l'articolo 50-bis, "Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet". Il Senato ha approvato ieri il testo definitivo, testo che ora rimbalzerà alla Camera.

Al comma 1 si recita:

Quando si procede per delitti di istigazione a delinquere o a disobbedire alle leggi, ovvero per delitti di apologia di reato, previsti dal codice penale o da altre disposizioni penali, e sussistono concreti elementi che consentano di ritenere che alcuno compia detta attività di apologia o di istigazione in via telematica sulla rete internet, il Ministro dell'interno, in seguito a comunicazione dell'autorità giudiziaria, può disporre con proprio decreto l'interruzione della attività indicata, ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine.

Se le parole di un cittadino della rete dovessero finire sotto indagine per essersi pronunciato riguardo a certi delitti, se il cittadino della rete dovesse essere sospettato di aver incoraggiato a commettere un reato, l'autorità giudiziaria potrebbe comunicare al Ministro dell'Interno la necessità di intervenire. "Ci sono i presupposti perché il ministro agisca in modo discrezionale" spiega l'avvocato Daniele Minotti, contattato da Punto Informatico: la formulazione del testo non sembra obbligare il Ministro a disporre il decreto per mettere in moto i provider.

Ma una volta emesso il decreto la palla passerà agli ISP: dovranno innescare "appositi strumenti di filtraggio", dei quali tracceranno i contorni tecnici e tecnologici il Ministro dell'interno, di concerto con il Ministro dello sviluppo economico e con quello della pubblica amministrazione e innovazione. Avranno 24 ore per isolare dalla rete la pagina indicata dal decreto del Ministro: a pendere sul capo del provider potrebbero esserci sanzioni che oscillano dai 50mila ai 250mila euro. Ma soprattutto, sottolinea l'avvocato Minotti, l'ombra dell'accusa di essere corresponsabili di "apologia o di istigazione in via telematica sulla rete internet". "Rischiano di essere accusati di concorso - spiega Minotti - si tratta di un meccanismo perverso: avere l'obbligo giuridico di impedire un evento e sfuggire a quest'obbligo equivale a lasciare che altri continuino a compiere il reato e si finisce per dover rispondere di reato omissivo improprio. Pagando per la stessa imputazione". Un'imputazione che, delineata dagli artt. 414 e 414 c.p., è punita con il carcere: da 1 a 5 anni per l'istigazione a delinquere e per l'apologia di reato, da 6 mesi a 5 anni per l'istigazione alla disobbedienza delle leggi di ordine pubblico o all'odio fra le classi sociali.

L'articolo 50-bis del DDL prevede in sostanza che, in caso di indagini relative a delitti di apologia di reato e di istigazione a delinquere o a disobbedire alle leggi, in caso di decreto emesso dal Ministro i provider operino così come disposto per quanto riguarda pedopornografia e gambling. Fatta eccezione per ordinanze della magistratura come quella emessa nel
caso delle sigarette vendute online o nel caso di The Pirate Bay, solo per gli abusi sui minori riversati online e solo per il gambling non autorizzato mediato dalla rete è possibile ordinare ai provider di operare il filtraggio. Le sanzioni che rischiano i provider che non procedono a rendere irraggiungibile la pagina sono le stesse di quelle previste dal decreto Gentiloni in materia di pedopornografia online: in entrambi i casi incombe sugli ISP un'ammenda da 50mila a 250mila euro, in entrambi i casi i provider potrebbero rischiare la corresponsabilità.

Le poche parole contenute nell'articolo 50-bis potrebbero aprire uno squarcio su uno scenario inquietante: l'avvocato Minotti sottolinea che i reati d'opinione sono reati che non sono inquadrati dalla legge in maniera definita, che potrebbero sovrapporsi con la manifestazione del pensiero dell'individuo, un diritto tutelato dall'articolo 21 della Costituzione. I provider,
concordano i consumatori, potrebbero trovarsi ad agire come setacci della libera espressione: il filtraggio può essere ordinato qualora "sussistono concreti elementi che consentano di ritenere" che sia stato commesso un reato.

Sono numerosi gli interrogativi che si configurerebbero, qualora il DDL dovesse convertirsi in legge senza che l'art.50-bis venga stralciato. L'attenzione dell'autorità giudiziaria potrebbe concentrarsi ad esempio su un video postato su una piattaforma di sharing. Nell'ipotesi che la piattaforma non rimuova il contenuto su segnalazione, dovrebbero intervenire i provider. Che potrebbero non avere i mezzi per agire in maniera chirurgica, e potrebbero trovarsi costretti a inibire l'accesso all'intero dominio. "L'applicazione del DDL appena approvato - conferma a Punto Informatico l'avvocato Guido Scorza - porta come automatica conseguenza il ritorno del paese ad un film liberticida già visto 10 anni fa: quello in cui per impedire la circolazione di un contenuto ritenuto illecito si sequestrava un intero server".

Gli ISP, in attesa del testo consolidato del DDL, manifestano apprensioni e denunce. Assoprovider, che poche settimane fa
si era espressa in materia, è netta: "Lo schema ormai collaudato - spiega a Punto Informatico il presidente Dino Bortolotto - è che se qualche reato viene commesso per mezzo di Internet allora è indispensabile un intervento legislativo speciale che contenga necessariamente un coinvolgimento dei provider (ovviamente italiani) nell'azione di repressione e dove le sanzioni per i provider che non ottemperano in tempi richiesti ovviamente non tengono in nessun conto né delle capacita operative ed economiche dei provider". "Come dire - affonda Bortolotto - che con la scusa di perseguire un fine nobile (perseguire un reato) si determinino delle misure che ledono significativamente la libertà d'impresa di chi non ha commesso alcun reato". Il presidente di Assoprovider scaglia una provocazione: "ad esempio per catturare tutti i latitanti perché non obbligare tutti gli esercizi pubblici ad effettuare l'identificazione dei frequentatori e ovviamente, in caso di mancata identificazione di un latitante, erogare una multa da 50mila a 250mila euro"?

"Se fosse vero - paventa invece il presidente di AIIP Paolo Nuti - ci troveremmo di fronte ad un provvedimento che sovverte, e non sarebbe la prima volta, il concetto di sequestro". "Anziché concentrare l'attenzione su chi utilizza Internet per compiere reati e rimuovere i contenuti illecitamente diffusi - spiega Nuti a Punto Informatico - ci si limiterebbe a nasconderne l'esistenza ad un'opinione pubblica giustamente allarmata, ma sostanzialmente inconsapevole della differenza che corre tra pull e push, tra internet e la televisione, tra censura e sequestro". "Se fosse vero - denuncia Nuti - il prossimo passo potrebbe essere il ripristino della censura, espressamente esclusa dall'articolo 15 della Costituzione, delle comunicazioni interpersonali".

Ma il senatore D'Alia, che pure in passato si è fatto
promotore di altre misure di controllo della rete, si mostra soddisfatto dell'integrazione dell'emendamento. Un emendamento che fa seguito alle invettive scagliate contro coloro che su Facebook inneggino a capi mafiosi, a gruppi terroristici, alla violenza. D'Alia nei giorni scorsi aveva definito Facebook "un social network che si sta rendendo complice di ogni genere di nefandezza, cavalcando per puri motivi pubblicitari i più beceri istinti emulativi". Il senatore aveva promesso "la regolamentazione di un settore che somiglia sempre più a una giungla dove tutto è tollerato". Il primo passo verso la regolamentazione è stato compiuto: "In questo modo - ha commentato D'Alia nelle scorse ore - diamo concretezza alle nostre iniziative per ripulire la rete, e in particolare il social network Facebook, dagli emuli di Riina, Provenzano, delle BR, degli stupratori di Guidonia e di tutti gli altri cattivi esempi cui finora si è dato irresponsabilmente spazio".

"L'ICT - denuncia l'esperto
Stefano Quintarelli sulle pagine di Punto Informatico - è un tema specialistico non così ampiamente noto ai parlamentari. Esiste la Fondazione Bordoni che è un thinktank in materia di TLC, che ha sempre lavorato per il ministero delle Comunicazioni." "È stata consultata? - si chiede Quintarelli - Non credo proprio che avrebbero espresso parere favorevole a un provvedimento come questo. E se non è stata consultata, sarebbe cosa buona e giusta farlo, per il futuro". "Internet è uno strumento di comunicazione - ammonisce Quintarelli - non un'arma di diffusione di massa".

Gaia Bottà
- http://punto-informatico.it/2543670/PI/News/italia-liberta-filtrate.aspx

mercoledì, 28 gennaio 2009

Chi non ha conosciuto la morsa della dittatura non coglie fino in fondo la fortuna di vivere in un Paese libero

La libertà è come l’aria, ci si accorge di lei quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini che hanno lottato contro il fascismo hanno sentito per vent’anni, e che auguro ai giovani di non sentire mai.

Vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare dando il proprio contributo.

Gerardo Imbriano


La libertà non è star sopra un albero, non è neanche il volo di un moscone, la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione», cantava Giorgio Gaber, e di questa condivisione delle vicende quotidiane nel nome della solidarietà e della passione, non soltanto politica, si è quasi persa traccia.

Oggi siamo circondati da obblighi veri o falsi, scadenze virtuali dettate dalla morsa della tecnologia, ci dobbiamo ricordare un’infinità di codici, di numeri, di sigle, per compiere anche le più semplici azioni della vita.

La libertà, quella vera, è una condizione della mente, che ci fa stare bene e in pace con noi stessi e con gli altri, un bene da dividere e condividere, su cui, come lei scrive, occorre attentamente vigilare. Nel mondo attuale che toglie molto spesso lo spazio alla riflessione, alla comprensione dell’altro, alla bellezza unica di compiere un gesto d’amore, la libertà è calpestata e vilipesa anche nelle piccole cose, offesa dall’arroganza e dalla spasmodica ricerca del successo personale, caratteristica questa della nostra società fatta di singoli individui sempre più isolati e arrabbiati, a volte incapaci di comunicare l’uno con l’altro.

Chi non ha conosciuto la morsa della dittatura, così frequente in ogni angolo del pianeta, non coglie fino in fondo la fortuna di vivere in un Paese libero, con intenzioni basate sul reciproco rispetto, sulla tutela delle minoranze e anche degli spazi liberi, della natura, delle opinioni differenti. Partecipare vuol dire esserci, non perdere la memoria di chi questa libertà ha contribuito a conquistarla o a riconquistarla, facendo propri quegli ideali di giustizia e solidarietà andati perduti con le guerre e il potere di pochi esaltati. Partecipare è migliorare giorno per giorno il luogo in cui si vive, esprimendo pareri, dando consigli, aiutando chi ne ha bisogno, lottando per un’idea, per un amico o per chi non ha voce. Scendiamo dall’albero e convinciamoci che la libertà deve prima metter radici e germogliare dentro di noi, e impariamo a vivere con maggiore semplicità recuperando quei valori alla base di ogni lungo e profondo respiro.

Mario Chiodetti

daLaProvinciadiComo

postato da: Dilia61 alle ore gennaio 28, 2009 13:43 | Permalink | commenti
categoria:libertà civili, libertà di pensiero e di parola, libertà informazione e editoria
giovedì, 22 gennaio 2009
Intervista a Shawan Jabanien, direttore dell'Ong al-Haq che monitora quotidianamente le violazioni dei diritti umani da parte di Israele nei territori palestinesi

dal nostro inviato
Christian Elia
Shawan Jabanien, avvocato palestinese con un master in diritti

Shawan Jabanien, avvocato palestinese con un master in diritti umani a New York, è il direttore esecutivo di al-Haq, organizzazione non governativa con sede a Ramallah. Al-Haq, grazie al lavoro di 32 tra giuristi, ricercatori e investigatori sul campo, monitora quotidianamente le violazioni dei diritti umani nei Territori Occupati palestinesi, commessi da Israele ma anche dall'Autorità Nazionale palestinese.

 

Avvocato Jabanien, come pensa di quello che sta accadendo in questi giorni?
Credo che questo sia un momento difficile non solo per il popolo palestinese, per i civili, ma per l'umanità in generale. Un momento le cui conseguenze si sentiranno per un lungo periodo, sulle idee, sulle azioni, sulle coscienze delle persone: comporteranno un mutamento nel significato stesso del termine giustizia. Non solo qui in Palestina, le conseguenze non incideranno solo sul popolo palestinese, ma su tutte le persone che credono nei diritti umani, nella giustizia, nel diritto internazionale. Riguarda tutti coloro che, in tutto il mondo, manifestano nelle strade, che cercano di capire cosa sta accadendo a Gaza, e quali siano le reazioni della comunità internazionale, degli stati ma anche delle istituzioni internazionali. E penso che abbiamo perso le loro speranze. Questa è la lezione nuova, il vero nuovo evento, quello che avviene nella mente delle persone contro il diritto internazionale, contro le Nazioni Unite e tutte le altre istituzioni e organizzazioni. Oltre alle persone che adesso hanno perso la loro vita a Gaza, oltre agli israeliani che agiscono come uno Stato al di sopra del diritto internazionale, che non riconosce neppure i principi, i suoi obblighi giuridici, niente, oltre a questo, io credo che il prezzo, il prezzo vero di quanto sta accadendo siano le idee, nella testa delle persone. La gente avrà fiducia solo nella forza. Se sei abbastanza forte, otterrai qualcosa, e vedrai riconosciuti i tuoi diritti, ma se non sei forte, non otterrai niente. Q, in Medio Oriente, ma ovunque nel mondo. Questo è il punto. Come organizzazione che si occupa di diritti umani il nostro compito è avere una visione di insieme, non semplicemente dare conto del numero delle vittime, dei civili uccisi, occuparci solo di Gaza. Dobbiamo analizzare anche tutti questi altri elementi, i temi di lungo periodo. Per questo stiamo sollevando queste questioni, diciamo a tutti i funzionari, i diplomatici, chiunque: non considerate quanto sta accadendo solo come un incidente, un episodio isolato che nel tempo tutti dimenticheranno, no. E' stata aggiunta una nuova convinzione nella mente delle persone: se sei debole nessuno ti prende sul serio. Cosa sta facendo Israele? Questa è la domanda vera, cosa sta facendo Israele alla mente delle persone. Come israeliani, dice, non riconosciamo i deboli, non riconosciamo il diritto internazionale, non riconosciamo le risoluzioni delle Nazioni Unite, non riconosciamo niente se non costretti con la forza. Come è successo nel sud del Libano. Questa è la lezione. Se le persone sentissero che le Nazioni Unite agiscono secondo le loro responsabilità, secondo la Carta, secondo i principi del diritto internazionale, intervenendo, penserebbe che esiste davvero un sistema internazionale, un sistema capace di proteggere, di proteggere i civili, i diritti, e allora sarebbe rafforzata la loro fiducia nei diritti umani. Questo è il punto. Noi siamo sacrificati davanti alle azioni israeliane, ma la comunità internazionale è sacrificata davanti al suo silenzio e alla sua inerzia, il diritto internazionale, i principi, i valori del diritto e della giustizia. Questo è il nodo vero. Poi se andiamo a guardare cosa stanno compiendo le forze israeliane in questi giorni, è ovvio, stanno compiendo crimini di guerra, e crimini contro l'umanità, perché stanno prendendo di mira i civili in modo sistematico, sistematico e su larga scala. E' una politica diffusa, adesso, non è più un episodio isolato, colpire per esempio una abitazione civile. Vengono assassinate intere famiglie. Israele percepisce che non sarà mai punito, che nessuno si occuperà mai di tutto questo, perché è incondizionatamente sostenuto dagli Stati Uniti, protetto alle Nazioni Unite dal potere di veto. Questo è il punto. Per questo, come organizzazione che si occupa di diritti umani, a parte i nostri appelli ai governi, alla comunità internazionale, alle Nazioni Unite perché agiscano secondo le loro responsabilità e i loro obblighi giuridici, a parte questo, se lei mi chiede dove sia la speranze, le rispondo direttamente che l'unica speranza è nelle strade, nell'opinione pubblica, nella società civile. Non ho alcuna fiducia in governi e stati, davvero non ho alcuna fiducia in loro, e alcuna speranza. Nessuna, e lo dico. Lo dico pubblicamente, e lo ripeto, l'unica possibilità è esercitare pressione, in nome dei diritti, dei propri principi, scendere in strada. Semplicemente scendere in strada. Perché solo così capiranno che possono perdere. I governi si sentiranno minacciati nella loro popolarità, e allora andranno dagli Stati Uniti, andranno dall'Unione Europea e diranno ‘'Ehi, così perdiamo le elezioni, è una situazione pericolosa''. E' la sola speranza.

 

In questo clima di sfiducia e disillusione nel diritto e nelle istituzioni internazionali è difficile lavorare per una ong al-Haq. Se non c'è fiducia, per voi è ancora più duro raccogliere testimonianze, perché c'è il rischio che le persone arrivino a credere che non serve a nulla. Avete indagini in corso ora a Gaza?
Certo. Può immaginare. I nostri investigatori ci hanno detto di essere stati ieri in un ospedale, di essere entrati nell'obitorio, e di avere trovato un uomo che ancora respirava, e allora hanno urlato ai medici di correre, ma i medici non hanno più alcuna capacità di fronteggiare la situazione. I feriti sono troppi. Israele ha negato l'accesso persino alla Croce Rossa, ha consentito loro di passare solo qualche giorno dopo. Ignorano completamente il diritto internazionale, si sentono una superpotenza, liberi di compiere crimini senza il minimo timore di finire davanti a un tribunale. Questo è il punto. E questa è la questione cruciale, per le vittime, quello che chiedono. La pietra angolare del diritto internazionale umanitario è il concetto di protezione, e in questa situazione non viene offerta alcuna protezione. E se non si ha protezione in una situazione simile, quando mai si avrà protezione? La potenza occupante non offre alcuna protezione, l'Autorità Palestinese non offre alcuna protezione, la comunità internazionale non offre alcuna protezione. E la gente comincerà a pensare a come proteggersi da sola, con i propri mezzi. Perché la difesa è un'esigenza naturale. Se lei si sentisse in pericolo, e non tutelato da nessuno, sono sicuro che comincerebbe a pensare a come proteggersi da solo. Se sentisse la sua vita, la sua esistenza minacciata, il suo cibo, le cose basilari. Questa è la direzione in cui Israele sta spingendo la gente. Pensare come proteggersi da sola. La domanda è: cosa ci guadagna la comunità internazionale, a spingere le persone a pensare a come proteggersi da sole, con i propri mezzi? Questo è il punto. Perché cambieranno le strategie, per un lungo periodo, non è più solo questione di assassinii, o di crimini isolati. Con tutto questo, Israele sta plasmando la coscienza della gente per molto, moltissimo tempo. Il rapporto che la gente avrà con la comunità internazionale, con l'Unione Europea, con il diritto internazionale, con le Nazioni Unite. Bisogna guardare a quanto sta accadendo in una prospettiva strategica, non semplicemente come se si trattasse di eventi isolati, episodici.


Ha delle informazioni circa l'uso di armi illegali a Gaza, in questi giorni? Alcuni hanno parlato di armi come quelle usate in Libano nel 2006, armi al fosforo.
Credo che i metodi usati, in primo luogo, siano illegali. Non ho informazioni su tipi specifici di armi, ma quello che so, l'immagine che traggo dal lavoro dei nostri operatori sul terreno, è che sono delle bombe molto potenti, ordigni di due metri, sganciate da F-16. Bombe a frammentazione, bombe a grappolo, ma quel tipo di armi, per il momento, non credo siano state usate.
Ma abbiamo bisogno di più informazioni, di più esperti per esaminare i luoghi, le case colpite. Di sicuro stanno usando tutti i mezzi a loro disposizione. Abbiamo alcuni esperti locali per le prime analisi, ma abbiamo bisogno di affiancarli con esperti militari, perché possano entrare a Gaza ed esaminare le armi usate dagli israeliani.

In questa situazione è difficile parlare di sistema giudiziario palestinese, ma qual è il suo giudizio sull'amministrazione della giustizia in Palestina?
Il mio giudizio non è affatto positivo. Ancora oggi, mentre parliamo, ci sono stati arresti arbitrari in Cisgiordania, con agenti della polizia dell'Autorità Palestinese che hanno arrestato dimostranti pacifici. E sta accadendo ogni giorno, anche ieri a Nablus, dove sono state arrestate venti persone. Sono arresti che si aggiungono a quelli di attivisti politici avvenuti nei mesi precedenti. L'Autorità non vuole che cominci la Terza Intifada, e sta arrestando in massa attivisti politici contrari alla linea della moderazione. I servizi segreti impediscono l'opposizione, anche durante gli attacchi in Gaza, mentre muoiono civili innocenti, impediscono le libere espressioni di solidarietà. Non c'è giustizia in Cisgiordania. C'è politica con tutti i mezzi, non giustizia.

E qual è il suo parere sull'0amministrazione della giustizia nella Striscia di Gaza da parte di Hamas?
Investigate su quanto è accaduto durante la ‘guerra civile' tra Hamas e Fatah?

Adesso a Gaza non c'è nulla. Ma prima dell'attacco violazioni e violenze ci sono state. La sicurezza per i cittadini c'era, ma a prezzo di una grande paura. Vivevano nel terrore e questa non è stabilità o uno stato di diritto. Arresti arbitrari, torture come in Cisgiordania. Durante le tensioni tra le fazioni palestinesi molte persone sono state uccise, torturate e private dei loro diritti. C'è stata anche qualche condanna. Ma non è stata ancora fatta giustizia. La verità è che viviamo un momento drammatico: interno ed esterno. Dai crimini d'Israele a quelli commessi all'interno del popolo palestinese.

Un elemento nuovo, rispetto ad altri pesanti attacchi subiti dalla popolazione palestinese è la divisione interna. Che ne pensa?
La gente è unita nel lottare contro l'occupazione e contro il dolore. Umanamente uniti, ma politicamente sono divisi. Andrebbero in strada se potessero urlare, ma i politici sono divisi. Gli ultimi anni sono andati così... vogliono solo usare il loro potere. E' uno dei momenti più neri della nostra storia, ma non abbiamo scelta: dobbiamo essere uniti.

Nel suo lavoro, nel lavoro di al-Haq, in una situazione di questo genere, è difficile separare il diritto dalla politica?
Io non credo esista alcuna separazione tra la giustizia e la politica, tra il diritto internazionale e la politica. Perché se si esamina l'attuazione pratica del diritto internazionale, si passa alla politica. Chi è chiamato ad attuare il diritto internazionale? La povera gente, nelle strade? No, gli stati. E quando si passa agli stati, ai funzionari di governo, si sta discutendo di politica. Se rispettano gli obblighi a loro carico o no, se hanno fini politici o no... Cose di questo tipo. Al di fuori dell'ambiente politico, non esiste attuazione pratica del diritto internazionale. Questa è la linea di confine, e questa la connessione tra i principi del diritto internazionale, le teorie, i valori, e la politica, qui e ora. Per questo crediamo sia cruciale esercitare pressione sui politici. Non semplicemente ripetere le nostre richieste, i nostri messaggi, i comunicati stampa, ma anche avere contatti con la società civile, con i deputati, i giornalisti. Esercitare pressione sui politici. Perché l'unica cosa in cui i politici credono sono gli interessi. Se ci sono interessi diretti.
Se non faremo questo, come società civile, saremo u giorno ritenuto corresponsabili, direttamente o indirettamente, nei crimini commessi. Questo è una parte determinante del nostro lavoro, non solo stare seduti qui a scrivere report. Quei report, quei documenti debbono riuscire a porre sotto pressione i politici, perché diventi per loro conveniente sostenere i diritti umani. Perché, in fondo, facciano il loro lavoro. Noi facciamo il nostro. Un lavoro dannatamente duro, viene da piangere, a volte. Leggi certe storie...ma io non perdo la speranza. Magari sarà mio figlio a vivere in una società più giusta, magari io non vedrò mai i risultati del mio lavoro, ma non ci arrendiamo alla disperazione di un momento orribile come questo.

martedì, 09 dicembre 2008

 Guarda l'immagine nelle sue dimensioni reali.Da anni Joy Ito, barricadero del web in giacca e cravatta, combatte la sua battaglia personale contro il copyright e a favore della libertà e della condivisione di informazioni in rete. Tra i suoi nemici ci sono: «Mr. Bush, le grandi compagnie telefoniche americane, la major di Hollywood, le case discografiche e le grandi reti tv: tutti vedono nel web una minaccia al loro profitto e in quanto tale da zittire e non accettano l’idea della condivisione di dati in rete». Ito è entusiasta per la vittoria di Obama: «Lui finalmente capisce questi problemi, la rete è stata lo strumento della sua vittoria ed è sensibile alla questione della condivisione libera dei dati». Instancabile e battagliero, businessman di successo e venture capitalist con la sua Neoteny fondata nel 2000 e quotata per venti milioni di dollari, Ito è stato fra i primi ad intuire la potenza del blog e ad anticipare fa l’arrivo dell’era mobile: «Era chiaro che avrebbe determinato una mutazione antropologica nel modo di pensare, vivere e relazionarsi con i media».

Ito ha finanziato la nascita di Six Apart, blog dedicato alla business community e non si stanca di ripetere che «il giornalismo della carta stampata e della televisione sta vivendo momenti difficili. L’altro giorno ho aperto un blog per giornalisti disoccupati e in poche ore mi sono arrivate mille adesioni. Oggi sono i blogger a fare opinione. Il problema è che non avendo dietro grosse strutture difficilmente possono controllare come vorrebbero il lavoro dei potenti. Il businessmodel dell’editoria sta cambiando e bisogna capire come gestire questo cambiamento». Ito è il più forte sostenitore dei Creative Commons, l’organizzazione creata da Lawrence Lessig ed Eric Eldred che vuole ridefinire il diritto della proprietà intellettuale nell’era digitale, il punto di riferimento del dibattito mondiale sul copyright. Quando fu lanciato Creative Commons nel 2002 a San Francisco, Ito era lì, e proprio lui aveva convinto i testimonial di prestigio: John Perry Barlow, paroliere dei Grateful Dead che con la sua Electronic Frontier Foundation sosteneva la libera circolazione della cultura in rete, e Jack Valenti, presidente della Motion Pictures Association recentemente scomparso, che da paladino del copyright nella battaglia contro la pirateria si era convertito ai benefici dei Commons, via di mezzo fra i sistemi proprietari e l’open source. Negli anni successivi, Ito ha convinto anche Philip Rosedale, fondatore di Second Life.

A Milano ha presentato il rapporto del Centro di formazione manager del terziario sulla formazione manageriale, e ha raccolto una gran folla nella serata a lui dedicata degli incontri Meet the Media Guru. Il fatto che il World Economic Forum l’ha definito «uno dei cento leader globali del futuro» lo commenta ridendo: «Sapesse quanti nemici mi sono fatto per le mie battaglie sulla libertà. Ma le cose stanno cambiando e la rivoluzione dell’era mobile sta mutando lo scenario della comunicazione». La knowledge community è una realtà: «Anche in Italia i tempi sono maturi e ci si rende conto dell’importanza di condividere idee, testi e dati eliminando i costi di queste operazioni sul web». Nato in Giappone, educato in America, è in procinto di sposarsi e trasferirsi a Dubai: «E’ un posto libero e interessante. Voglio capire cosa succede in Medio Oriente, dove Internet è diventata una finestra sul mondo per gente che a volte non può neanche affacciarsi alla finestra di casa». Ad incuriosirlo «è il rapporto con la censura. Una parte della popolazione araba la vede come una forma di protezione».

Ito racconta di aver fatto «una montagna di soldi dividendo il tempo fra il buildup di società operanti su Internet e l’impegno nella battaglia per la libertà sui blog». Spiega: «Il monopolio della divulgazione di idee in mano alle grandi società sta finendo. Internet ci sta dimostrando che piccole organizzazioni liberamente connesse e gente che lavora assieme su standard comuni possono generare un’impressionante quantità di innovazione. In campo scientifico la condivisione dei dati sta portando ad evoluzioni epocali». Fin da quando studiava in America, «l’unica cosa che mi interessava era la rete, un’opportunità unica per la divulgazione del pensiero e della parola, un terreno di pura democrazia». Sull’Italia che spesso visita dichiara: «Un bel paese, solo che ho l’impressione che ci sia una sorta di pensiero comune secondo il quale trasgredire è normale, tutt’al più bisogna vedere le convenienze di chi comanda in quel momento».

di RENATA FONTANELLI - da Repubblica.it

mercoledì, 26 novembre 2008

blog-web.jpgLa stragrande maggioranza dei blog è illegale. Non è una forzatura, ma la semplice sintesi di una proposta di legge, il cosiddetto ddl Levi-Prodi del 2007, che prevedeva per tutti i blogger l’obbligo di registrazione al Registro degli Operatori di Comunicazione, esclusi coloro i quali facciano del proprio sito un uso personale o collettivo e che questo non costituisca il frutto di un’organizzazione imprenditoriale del lavoro. In teoria quindi un qualsiasi diario informatico di un utente sarebbe stato esente dalla registrazione, eppure non è così: basta un qualsiasi banner AdSense e per il Codice Civile il proprietario del blog starebbe “facendo impresa”.
Dal 2007 la questione, che raccolse le critiche feroci di numerosi netizens, è praticamente rimasta sospesa nel limbo dell’ambiguità legislativa, almeno fino al recentissimo ddl Cassinelli, già ribattezzato “salva-blog”, ma che in sostanza non risolve il dibattito.
Il disegno del deputato del Pdl decreta che sia obbligatoria la registrazione al tribunale (e non più al Roc) per quei siti che abbiano come scopo la “pubblicazione o la diffusione di notizie di attualità, cronaca, economia, costume o politica”, o a cui gestori ed autori siano legati in termini professionali e con cui traggano profitto o comunque per i quali “percepiscono compensi correlati alla vendita di inserzioni pubblicitarie all’interno delle pagine medesime”. Si parla quindi, per le prime condizioni, della stragrande maggioranza dei blog, a meno che non siano esclusivamente autobiografici e personali, mentre per le restanti restrizioni la questione degli AdSense sarebbe, oltre che rimessa in causa, anche peggiorata.
È quindi conseguente che chi pubblica sul Web la vita del proprio gatto può vendere anche decine di spazi pubblicitari senza ricadere nei reati di stampa visto che secondo il ddl “sono in ogni caso esclusi dagli obblighi previsti dall’articolo 5 della legge 8 febbraio 1948 n. 47”, ovvero la registrazione presso il tribunale. Tra l’altro, tale registrazione è una pratica molto più complessa e dispendiosa di quella al Roc, e inoltre necessita della figura di un direttore responsabile, iscritto all’albo dei giornalisti, un attributo che la quasi totalità dei bloggers non può vantare.
Il disegno di legge Cassinelli è per queste ragioni ben lontano dalla risoluzione della questione “editoria sul Web”, di cui l’unica certezza è la confusione della giurisprudenza.

di Francesco Rossi - da CapitoloPrimo.it