socialprosumer
Io sto con Saviano
 QUALCUNO MI SA DIRE COME MAI CON IEPLORER SI VEDE BENE E CON FIREFOX SI VEDE TUTTO BIANCO IL TESTO??? EPPURE I CLASS SONO GIUSTI....
martedì, 14 aprile 2009
Caro direttore
mi presento, sono Alessandro D'Aquila, studente di ingegneria gestionale presso l'università degli studi dell'Aquila. Come ben sa sono stato colpito in prima persona da questa vera e propria tragedia che si è scatenata contro il popolo della mia regione. Il dolore per le vittime e quel sentimento di incredula rassegnazione ha pervaso me e tutti i miei colleghi, amici e familiari che come me studiavano o vivevano in quelle zone. Sono giorni che viviamo tutti con profonda malinconia per questa strage causata dalla nostra stessa terra natale; è come se ci avesse tradito, come se l'unica cosa che credevamo ancora dalla nostra parte, si fosse rivoltata contro di noi. Molti sono senza casa e senza terra. In questo quadro di immane tristezza non si può far altro che star vicini con i pensieri, con i piccoli gesti, con donazioni e opere ai nostri fratelli che sono stati sfortunati. In nome di questa vicinanza che mi lega a loro e di questa fraterna solidarietà le chiedo come sia possibile che trasmissioni su reti nazionali, e in particolare Annozero di Santoro, possa creare, o almeno cercare di creare, a mio avviso senza riuscirci, un clima di ostilità verso il governo, verso gli aiuti umanitari e verso tutte le operazioni di soccorso? Come è possibile che un italiano o sedicente tale non riesca a porgere un saluto sincero alle popolazioni colpite e un augurio al governo per la gestione della ricostruzione? Come è possibile che tutto ciò che ha cercato di fare è diffamare, dividere e dare una visione il più possibile distorta della realtà? Io mi vergogno di vederlo in tv, mi vergogno per tutti quelli che, con la bava alla bocca, si ostinano a vedere certe trasmissioni di distruzione intellettuale e politica, non curando di quanto l'Italia tutta stia facendo per la mia regione. In queste situazioni di tragedia assoluta, non si dovrebbe chinare il capo e dare solo messaggi positivi? L'Abruzzo non ha bisogno di dubbi, diffamazioni, allusioni insulse, ghigni, satira abominevole e giochi di parole. A che gioco vuole giocare Santoro? Quello che voglio dirle è di insistere su questa questione; tutti devono sapere che persone hanno la libertà di parlare in Italia. I veri sciacalli, disposti a passare sul cadavere di innocenti sono proprio loro. Spero convenga con me che non si può andare avanti così.

da una lettera al Giornale
postato da: Dilia61 alle ore aprile 14, 2009 08:50 | Permalink | commenti
categoria:media, societĂ  e costume
sabato, 07 febbraio 2009
Confesso di non avere il coraggio di leggere nel dettaglio gli articoli che riguardano questa storia, o meglio una storia italiana, una storia di sciacallaggio politico: di questa casta, di questa chiesa cattolica, di questo giornalismo.
Sono nauseato e disgustato. E non dirò nulla di politicamente rilevante o di parte su questa triste storia.
Mi bastano le foto che vedo e lo sguardo del padre di Eluana: uno sguardo che trasuda sofferenza. Quello sguardo è un pugno nello stomaco, una bomba che ti esplode dentro: ci vedi un dolore che non ha confini, oltre il tempo, oltre lo spazio. C'è la solitudine del dolore che non ha più giustificazione ma attende rassegnata almeno la fine del calvario per avere dopo, in solitudine, il tempo di vivere il momento straziante dell'assenza di chi non c'è più e riconciliarsi con la vita per il tempo che resta; quando il ricordo di chi hai amato più della tua stessa vita ti accompagna ad ogni passo e in ogni gesto.
Uno sguardo che non vede ma subisce la confusione di chi attorno si agita ed urla parole che non hanno senso, che non conosco più pietà in nome della saccenza e della presupponenza; bestemmiando in nome di Dio o negandolo: gli uni e gli altri boriosi delle proprie convinzioni e smaniosi di affermare le proprie verità di parte; le proprie certezze ridicole assolute. Personaggi ridicoli, patetici, infami.
Mi si stringe il cuore nel vedere quello sguardo ben oltre la tristezza della tragedia, ma sono furioso per questa indecenza spacciata per affermazione di valori.
Bruciamo questi giornali nelle piazze d'Italia, facciamo roghi con le pagine che trasudano di parole inutili e di ipocriti quanto fallaci principi morali. Bruciamo le parole di giornalisti servi e supini, megafoni senza intelligenza né dignità.
Bruciamo la loro carta straccia in un gigantesco falò e attendiamo in silenzio che si spengano le fiamme e giunga la fine agognata.
Abbiate pietà
postato da: Davide3d alle ore febbraio 07, 2009 00:13 | Permalink | commenti
categoria:politica, media, societĂ  e costume, petizioni - iniziative
martedì, 25 novembre 2008

di Alessandro Cardulli

La tensione si allenta, la commozione lascia il posto ad un sorriso quando Citto Maselli, l’amico del cuore di Sandro, il compagno di tante battaglie politiche, parla di lui come se fosse ancora vivo, raccontando le sue “gesta”. Prima era stato Pietro Ingrao con il saluto letto da Candida, la figlia, a raccontare il percorso della vita politica di Sandro, a partire da quando, ancora imberbe, prende parte alla lotta partigiana. Citto parla per ricordi, lontani e vicini.  “Non ho ancora capito – dice – perché piaceva a tutte le ragazze. Cosa aveva più di me?” Ci vuol far conoscere la persona: l’ironia, il sorriso, la passione, ma anche il rigore, il suo essere di parte, sempre curioso degli altri, degli avversari, mai nemici. Studenti, comunisti, la lotta clandestina, partigiani giovanissimi, Citto aveva 11 anni e Sandro 13 quando gli fece il nome di Marx, gli disse del Manifesto dei comunisti.

Maselli, come si fa tra vecchi amici, rivive il  passato davanti a centinaia e centinaia di persone che affollano la sala della Protomoteca dove è stata allestita la  camera ardente. Il corpo senza vita di Curzi è vicino a Citto: Ogni tanto, mentre parla, volge uno sguardo verso la bara. Via via  la commozione prende anche lui, il dolore è forte, non ce la fa a salutare Sandro come se fosse vivo e potessero di nuovo parlare insieme. Ricorda le lunghe telefonate, lo scambio di opinioni quasi giornaliero, a volte la pensavano diversamente. Ma ricorda anche le ultime ore vissute da Sandro che non ha mai mollato. Nella stanza di ospedale, solo poco più di una settimana fa, insieme discutevano del film che Citto sta girando. Sandro gli suggeriva il finale, non pessimistico, che lasciasse aperta una speranza. La speranza che serve per continuare a combattere, come lui faceva contro il male che lo aveva colpito. Non si è dato per vinto fino all’ultimo. Ha continuato a lavorare. Maselli conclude, alza il pugno, china la testa, verso la bara coperta dalla bandiera rossa di Rifondazione comunista e dal rosso dei fiori. La commozione si coglie sul volto di tanti che, lentamente, cominciano a lasciare  il grande e splendido salone del Campidoglio. Walter Veltroni non ha il coraggio di guardarlo morto. “ Preferisco ricordarlo così – ha detto – sorridente e battagliero”. E il Campidoglio, ha ricordato, è il luogo che rappresenta Roma, l’omaggio della città, l’ultimo saluto ad un suo cittadino, un romano del popolo”. Un cervello e una persona a cui “era difficile non voler bene”. Uno che amava profondamente la vita e che ha speso la sua di vita da comunista italiano, da uomo libero, impegnato in tante battaglie di libertà. Veltroni è uno dei pochi che ricorda  il ruolo svolto da Curzi, sia come giornalista che come politico e sindacalista, per affermare il pluralismo e l’autonomia dell’informazione. A Sandro “uomo del popolo” si è richiamato anche Fausto Bertinotti che ha preso la parola dopo Veltroni. “Un protagonista della sinistra romana, un protagonista popolare mai plebeo, un uomo innamorato delle politica che accanto alla capacità di stare con la gente e di farsi amare, aveva la forza della pedagogia”. Capace di trascinare il cambiamento, nel partito come al Tg3, sempre sorretto da una chiara matrice politica e culturale, quella del comunismo italiano, “uno capace di essere Sandro Curzi sempre, uno di parte.- dice, commosso, Betinotti – eppure rispettoso alla Rai come a Liberazione, giornalista curioso fino agli ultimi istanti, con la capacità di pochi, di scoprire e far crescere giovani talenti”. Anche l’ex segretario di Rifondazione, richiamando alcune belle canzoni popolari, parla della voglia di lottare, della speranza nel futuro, nella passione per la libertà che hanno caratterizzato il lungo viaggio di Sandro. Gli ex giovani cresciuti con lui sono in prima fila: giornalisti de L’Unità, di Paese sera, del Tg3, di Telemontecarlo, di Liberazione, a partire da Piero Sansonetti, che si ritrovano insieme. Con loro  molti dirigenti della “sua”  Federazione nazionale della stampa, il sindacato dei giornalisti cui fece entrare un’aria di concreto rinnovamento. Un rinnovamento che portò, come ricorda Claudio Petruccioli  che lo saluta a nome della Rai, ad un telegiornale come il Tg3, una informazione che guardava ai fatti reali, ai protagonisti e non al teatrino della politica. Mischiati fra la gente, dirigenti di partito come Paolo Ferrero, Franco Giordano, Niche Vendola, Gennaro Migliore, Vincenzo Vita, Cesare Damiano, Fassino, Rutelli, il sindaco di Roma, il presidente della Camera, Fini, Gianni Letta, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, registi come Scola e Gregoretti e molti altri. Tanti dirigenti, vecchi e nuovi della Rai. Da Biagio Agnes a Sergio Zavoli, oggi indicato a presiedere la commissione di Vigilanza se Villari si decide a lasciare il posto che non avrebbe dovuto occupare. Finiscono così i funerali laici. Un lento deflusso. Candida, la figlia, ha un sorriso: “Lui avrebbe voluto così”. Bruna, la moglie, compagna di una vita, stringe tante mani, tanti la abbracciano. Sandro aveva chiesto di essere cremato e, se possibile, le sue ceneri voleva fossero disperse all’Argentario, nel mare che amava. Il mare come una libertà infinita.

postato da: Dilia61 alle ore novembre 25, 2008 08:25 | Permalink | commenti
categoria:media, democrazia, libertĂ  di pensiero e di parola, libertĂ  informazione e editoria
lunedì, 24 novembre 2008

Roma - A quanto pare c'è un certo fermento legislativo attorno al tema editoria ed Internet. Mentre in commissione cultura si tratta sui finanziamenti pubblici, dopo l'annuncio dello stralcio del ddl Levi, ribattezzato ammazzablog, arriva il ddl Cassinelli. Per chi fosse curioso, il testo è reperibile sul sito del deputato. Cassinelli, non senza astuzia, lo annuncia già come il "ddl salva blog". Per capire il perché facciamo un piccolo passo indietro.

In Italia è in vigore da vari anni
una legge (62/2001) che definisce come "prodotto editoriale" qualsiasi "prodotto realizzato su supporto (...) informatico, destinato alla pubblicazione (...) di informazioni". Ovvero: quasi ogni sito, forum, blog sulla terra.

Sempre stando alla stessa legge, ogni "prodotto editoriale" pubblicato periodicamente deve sottostare alle disposizioni sulla stampa del 1948 (
legge 47/1948) secondo le quali, tra l'altro, "nessun periodico può essere pubblicato se non sia stato registrato presso la cancelleria del tribunale".

Secondo la lettera della legge, perciò, ciascuno delle migliaia di blog che nascono ogni giorno dovrebbe registrarsi in tribunale, avere un direttore e un proprietario. Chi non lo fa è fuori legge. Fa stampa clandestina. Tuttavia, come spesso succede nel diritto italiano, nonostante la legge sia in vigore nessuno la applica rigidamente perché altrimenti il sistema imploderebbe. Si va avanti di interpretazione in interpretazione, di giurisprudenza in giurisprudenza, di legge in decreto (dlgs 9 aprile 2003), con l'unica certezza dell'incertezza del diritto. Per onore di cronaca, va detto che nel 2001 molti cercarono di fermare la mano del legislatore: giuristi, utenti, esperti di tecnologia. Ma senza successo.

Da allora le homepage del Bel Paese furono invase da grotteschi stendardi e clausolette nel tentativo di fuggire dalla longa manus della legge: "il presente sito non costituisce testata giornalistica", "non ha carattere periodico", "è aggiornato secondo le disponibilità", "passavo di qui per caso, ma vado via subito", "il mio server è in Turkmenistan"... Di tutto per dimostrare la propria amatorialità. Nonostante ciò, venne poi anche qualche condanna per stampa clandestina, qualche
condanna per diffamazione, e qualche ddl Levi. Niente di troppo anticostituzionale, sia chiaro, ma comunque abbastanza per generare un clima di insicurezza e timore che concorre - con molti altri fattori - a collocare l'Italia negli ultimi posti in occidente per libertà di informazione.

Ebbene: sette anni dopo Cassinelli si accorge che c'è qualcosa che non va. E se ne accorge giusto mentre Levi viene fustigato da mezza Italia per il suo ddl sull'editoria. Lo fa con una proposta non indenne da critiche, ma da discutere sia perché costituisce un precedente, sia perché arriva da un membro del partito di Governo. Non propone una revisione generale della legge sull'editoria come Levi, ma piuttosto alcune modifiche a quella vigente (vedi
testo completo del ddl).

Primo punto: stabilire due categorie distinte, i "prodotti editoriali cartacei" e i "prodotti editoriali sulla rete internet".

Secondo punto: i prodotti editoriali sulla rete internet debbono sottostare alle
leggi sulla stampa solo se hanno per scopo la pubblicazione di notizie e purché ricadano in una delle seguenti tipologie: il gestore o gli autori delle pagine sono riconducibili a testate "quotidiane", "periodiche", "settimanali", ecc. o sono legati ad esse da vincoli professionali; gestore o autori ne traggono profitto; gestore o autori sono giornalisti professionisti; gestore o autori percepiscono compensi periodici o saltuari per la propria attività di gestione o redazione; gestore o autori vendono direttamente, o comunque percepiscono compensi correlati alla vendita di inserzioni pubblicitarie nelle pagine.

Terzo punto: esclusione esplicita di tutti quei siti che hanno come "unico scopo" la pubblicazione di idee ed opinioni personali; la pubblicazione di informazioni societarie, istituzionali, autobiografiche; gli aggregatori automatici; i forum; le comunità virtuali.

Il ddl, quindi, non è un "salva blog" ma cerca almeno di risolvere alcune tensioni dell'attuale legge sull'editoria. Nella proposta restano irrisolti, tuttavia, alcuni punti critici:

1. il testo proposto non semplifica né snellisce la precedente normativa ma, anzi, sotto più aspetti ne aumenta la complessità interpretativa.
2. lascia sostanzialmente invariati i rischi prospettati dal ddl levi: un blog personale che pubblica notizie corredate da qualche annuncio AdSense
rischia i reati di stampa. E aggiunge nell'elenco degli a rischio anche qualsiasi giornalista che pubblicasse notizie (e non opinioni) in indipendenza.
3. è poco armonizzato col diritto internazionale e non risolve la necessità di un testo unico aggiornato in base all'evoluzione tecnologica.

Per queste ragioni, e anche perché una riforma seria è lungi a vedersi all'orizzonte, la proposta è da modificare ma almeno da discutere. Pur con le ambiguità lessicali e giuridiche che porta con sé, infatti, sarebbe forse più chiara dell'attuale limbo. Rimarrà testo morto nelle fagocitanti aule della Camera? Diventerà l'ennesima
toppa di un vestito legislativo già in brandelli? Forse.

In attesa di una delle tante
riforme che, come quella sul diritto d'autore del 1941, l'Italia aspetta da più di sessant'anni.

Luca Spinelli - da PuntoInformatico.it

sabato, 22 novembre 2008

A due giovani giornalisti afghani il premio per la libertà di stampa Città di Siena-Isf

Sayed Parwez KambakhshL'ottava edizione del Premio internazionale per la libertà di stampa nel mondo “Città di Siena-Isf” va alla forza di due giovani giornalisti che operano in Afghanistan, con una grande attenzione ai diritti delle persone, delle donne in particolare, e alla libertà di informazione in rete. Studente di giornalismo Sayed Parwez Kambakhsh e Nasim Fekrat, 24 anni, condannato a morte per blasfemia per aver diffuso un articolo che commentava un passo del Corano relativo al ruolo delle donne, pena recentemente ridotta a venti anni. “Blogger', Nasim, 25 anni, considerato uno dei più importanti al mondo.

Il Premio “Città di Siena-Isf”, l'unico in Italia assegnato a giornalisti stranieri, che sarà consegnato il prossimo 28 novembre a Palazzo Squarcialupi a Siena, è stato presentato questa mattina, 21 novembre, nella conferenza stampa che si è tenuta a Palazzo Pubblico, a Siena. Presenti Lorenzo Garibaldi, assessore alla Pace e Cooperazione Internazionale del Comune di Siena, Anna Carli, presidente della Fondazione Derek Barnabei, Stefano Neri, segretario di Information Safety and Freedom - Isf, Annet Hennemann direttrice dell'Hidden Theatre di Volterra che in prima nazionale presenterà, alla consegna del premio, lo spettacolo-reportages "Imraa, Jin, Xanman, Donne". Saranno protagoniste storie vere di donne del medio oriente, donne che hanno lottato, gridato per i loro diritti in piazza a Kabul e Tehran. Uno spettacolo scenograficamente suggestivo e con forti emozioni, di cui Annet Hennemann con il burka ha anticipato alcuni momenti durante la conferenza stampa di questa mattina.

«Libertà di stampa vuol dire libertà di espressione, giudizio, correttezza e possibilità di accesso - ha detto Garibaldi - L'impegno su questi temi è una questione pregiudiziale per la democrazia. Non possiamo certo passare sotto silenzio tutte quelle azioni che limitano la libertà di stampa perché sono veri e propri attacchi alle persone e ai diritti. Il Premio riconosce personalità emblematiche, per lanciare messaggi su temi estremamente delicati e centrali. Stiamo anche cercando le modalità per “adottare” le persone vittime di repressioni perché il nostro messaggio sia ancora più forte. Ringrazio la Fondazione Derek Barnabei, Isf e Banca Monte dei Paschi che anche in questa iniziativa ha dato il suo contributo e ribadito la sua sensibilità».

«Non si possono affermare diritti umani senza libertà - ha osservato Anna Carli - Aderiamo dunque con convinzione e impegno. Tutti noi lavoriamo per un sogno. Se noi guardiamo al burka solo da un punto di vista estetico, questo apparirà bellissimo, ma nasconde paura, repressione, impossibilità a vivere con pienezza la propria vita. Anche questo vogliamo testimoniare con il Premio. Una attenzione con cui cerchiamo di catturare anche la sensibilità delle scuole per la giornata del 28 novembre».

La cerimonia di consegna, infatti, si terrà venerdì prossimo, 28 novembre 2008, alle 11, presso Palazzo Squarcialupi in piazza del Duomo, a Siena. Saranno presenti Pino Scaccia (inviato Rai in Afghanistan), Nasim Fekrat, Youqub Ibrahimi (fratello di Kambakhsh e anche lui giornalista) insieme a Lorenzo Garibaldi, Anna Carli, Stefano Neri. La cerimonia, come detto, sarà accompagnata dalla prima nazionale dello spettacolo-reportages dell'Hidden Theatre di Volterra "Imraa, Jin, Xanman, Donne".

Sayed Parwez Kambakhsh, 24 anni, redattore di 'Jahan e Now' (Il nuovo mondo), studente di giornalismo accusato di blasfemia, è stato condannato in prima istanza alla pena di morte. Il 21 ottobre 2008 la pena capitale è stata annullata, ma commutata in 20 anni di reclusione. Secondo l'accusa il giovane aveva distribuito illegalmente un articolo stampato da Internet, in cui si chiedeva perché la fede islamica non si modernizza per dare più diritti alle donne. Lui aveva solo mandato via e-mail ai compagni un articolo di un intellettuale iraniano dove si sosteneva che le donne dovrebbero avere gli stessi diritti degli uomini, anche in materia di matrimonio. Nasim Fekrat, ideatore dell'associazione dei blogger afghani, è un giovane blogger, reporter e fotografo freelance, che vive e lavora a Kabul. Per qualche tempo è stato anche costretto ad abbandonare l'Afghanistan per le minacce subite da chi non accettava una voce libera e irriducibile come la sua. Prima da Siena e poi in altre città italiane, lancerà la sua nuova idea di creare corridoi di democrazia comunicativa in un paese estremamente pericoloso come l'Afghanistan, aprendo corsi di giornalismo nelle città di Herat, Jalalabad e Kandahar.

L'edizione del 2007 “Città di Siena-Isf” ha premiato il giornalista iraniano Adnan Hassanpour, assieme al collega Hiwa Boutimar. Attualmente i due giornalisti sono ancora in carcere, ma la condanna a morte è stata annullata. Sono due giovani giornalisti curdo-iraniani, condannati all'impiccagione, il 14 luglio 2007, da un Tribunale della Rivoluzione Islamica con l'accusa di "attività sovversive contro la sicurezza nazionale", "spionaggio" e "propaganda separatista”. Accuse che si sono tradotte in una sola: aver scritto e diffuso parole di libertà contro la metodica persecuzione esercitata dal regime degli ayatollah nei confronti dei curdi, nella regione del Kurdistan iraniano.

da InToscana.it

lunedì, 10 novembre 2008
Chi l’avrebbe detto che dalle testate arabe potesse nascere un blog-giornalismo molto sensibile ai temi della libertà di stampa? Grazie a UNIMED, l’ Unione delle Università del Mediterraneo (si tratta di un’associazione di 74 Atenei) è nato il sito web “Il chiosco- sguardo sulla stampa euro araba”; si tratta di un appuntamento settimanale, costituito da una rassegna stampa on line e da un programma televisivo, in italiano e in arabo, proposto in collaborazione con RaiNews24/RaiMed.
E così diventa facile imbattersi in siti d’informazione che trattano anche di Press freedom. Un esempio fra tutti? Katib.org, un portale di blog dell’Arabic Network for Human Rights Informations che comprende 130 diari on line. Ho subito trovato un post dal titolo eloquente: dove il riferimento più duro è quello rivolto all’Egitto. Nonostante le ripetute promesse del presidente egiziano si continuano ad incarcerare i giornalisti. Così come in Siria e in Tunisia.
E infine, l’occhio cade su un bellissimo post che fa il punto sul perché un giornalista (arabo) dovrebbe farsi un blog, nonostante il pericolo delle manette sia sempre in agguato: “Mi consente di comunicare lontano da qualsiasi restrizione. Scrivo quello che voglio nel modo che voglio”.

da Step1magazine

lunedì, 10 novembre 2008
La Camera manda avanti il DDL anti-blog
Roma - Era ottobre 2007. Il consiglio dei ministri approvava il cosiddetto "DdL Levi-Prodi", disegno di legge che prevedeva per tutti i blog l'obbligo di registrarsi al Registro degli Operatori di Comunicazione e la conseguente estensione sulle loro teste dei reati a mezzo stampa.

La notizia, scoperta del giurista
Valentino Spataro e rilanciata da Punto Informatico, fece scoppiare un pandemonio. Si scusarono e dissociarono i ministri Di Pietro e Gentiloni, ne rise il Times, Beppe Grillo pubblicò un commento di fuoco sul suo blog. Il progetto subì una brusca frenata e dopo un po' le acque si calmarono. Cadde il governo Prodi.

Un anno dopo: novembre 2008. Un altro giurista, Daniele Minotti, si accorge che il progetto di legge gira di nuovo nelle aule del nostro Parlamento, affidato in sede referente alla commissione Cultura della Camera (
DdL C. 1269).
Minotti ne fa una breve analisi sul proprio blog, marcando le diversità fra il nuovo testo e quello precedente. Abbiamo tuttavia alcune differenze di interpretazione. Diamo insieme un'occhiata ai punti salienti del progetto di Legge per capire cosa possono aspettarsi i navigatori e i blogger italiani:

Art. 2.
(Definizione di prodotto editoriale).

1. Ai fini della presente legge, per prodotto editoriale si intende qualsiasi prodotto contraddistinto da finalità di informazione, di formazione, di divulgazione o di intrattenimento e destinato alla pubblicazione, quali che siano la forma nella quale esso è realizzato e il mezzo con il quale esso viene diffuso.

Qualsiasi blog rientra in questa definizione.

Art. 8.
(Attività editoriale sulla rete internet).

1. L'iscrizione nel Registro degli operatori di comunicazione dei soggetti che svolgono attività editoriale sulla rete internet rileva anche ai fini dell'applicazione delle norme sulla responsabilità connessa ai reati a mezzo stampa.

3. Sono esclusi dall'obbligo dell'iscrizione nel Registro degli operatori di comunicazione i soggetti che accedono alla rete internet o che operano sulla stessa in forme o con prodotti, quali i siti personali o a uso collettivo, che non costituiscono il frutto di un'organizzazione imprenditoriale del lavoro.

All'apparenza il comma 3 escluderebbe la maggioranza dei blog dall'obbligo di registrazione e dai correlati rischi legali. Ma non è così. Ecco alcuni esempi pratici.

Il blog di Beppe Grillo ha una redazione, ha banner pubblicitari, vende prodotti. In parole povere: sia secondo il
Codice Civile, sia secondo la comune interpretazione dell'Agenzia delle Entrate, fa attività di impresa. Se il progetto di legge fosse approvato, perciò, Beppe Grillo avrebbe con tutta probabilità l'obbligo di iscriversi al ROC. Non solo: sarebbe in questo modo soggetto alle varie pene previste per i reati a mezzo stampa.

Affari suoi, diranno forse alcuni. Eppure non è l'unico a doversi preoccupare. Nella stessa situazione si troverebbero decine, probabilmente centinaia di altri ignari blogger. Infatti: chiunque correda le proprie pubblicazioni con banner, promozioni, o anche annunci di Google AdSense, secondo la comune
interpretazione dell'Agenzia delle Entrate, fa attività di impresa.

Il ragionamento è semplice. L'apposizione di banner è un'attività pubblicitaria continuativa che genera introiti; una prestazione continuativa è un'attività di impresa; chi fa impresa grazie alle proprie pubblicazioni deve registrarsi al ROC; chi è registrato al ROC può incorrere nei reati di stampa. Chi invece è in questa situazione e non si registra al ROC, può essere denunciato per
stampa clandestina (ricordiamo un caso recente).

Per quanto in nostra conoscenza, manca ancora un pronunciamento strettamente ufficiale dell'Agenzia delle Entrate (
interpello) se l'uso di qualche banner rientri nelle attività dell'impresa (ma l'orientamento è piuttosto chiaro: banner = attività lucrosa continuativa; attività lucrosa continuativa = impresa).

Per questa ragione, se il progetto di Legge venisse approvato come è ora proposto, saremmo nel migliore dei casi di fronte ad una legge passibile di più interpretazioni e quindi potenzialmente molto pericolosa. Facciamo un esempio di fantasia, ambientato a Paperopoli.

Rockerduck: "Se non cancelli l'articolo sul tuo blog che parla male di me, ti trascino in tribunale per diffamazione a mezzo stampa."
Paperino: "Ma il mio blog non è una testata!"
Rockerduck: "Però hai un banner pubblicitario, quindi potresti essere un'impresa, e quindi devi iscriverti al ROC. Anzi, se non togli l'articolo ti denuncio pure per
stampa clandestina."
Paperino: "Ok. Sob."

Provate a sostituire "Rockerduck" con "picciotto" e "Paperino" con "cittadino" e il gioco è fatto.

Luca Spinelli - PuntoInformatico.it
sabato, 08 novembre 2008

Kuala Lumpur (AsiaNews/Agenzie) – L’Alta corte della Malaysia ha ordinato la scarcerazione di Raja Petra Kamaruddin, editore malaysiano del sito Malaysia Today. Il blogger era stato arrestato il 12 settembre con l’accusa di minaccia alla pubblica sicurezza e istigazione a tensioni razziali, perchè aveva pubblicato scritti satirici sull'Islam, in un Paese che è musulmano al 47%.Oggi Raja Petra è uscito dalla prigione, accolto da parenti, sostenitori e amici con ghirlande di fiori.

Syed Ahmad Helmy, giudice della corte di Shah Alam, ha attestato che il Ministero degli interni, arrestando il giornalista, avrebbe agito al di fuori delle sue competenze. Egli ha anche ritenuto inconsistenti le prove d’accusa mosse contro Raja Petra. Il giornalista è stato arrestato in base all’Isa ( Internal security Act), una legge ereditata dall’impero coloniale britannico, che prevede carcerazione immediata per due anni, prolungabile in modo indefinito, per chi è accusato di essere una minaccia per il Paese. Oppositori e organizzazioni sociali ne hanno chiesto più volte l’abolizione.

Raja Petra è divenuto una minaccia per le autorità dal momento in cui ha cominciato a riportare nel suo popolare sito , inchieste in cui si denunciano le malefatte di personalità di governo, che esse respingono come false.

Malik Imtiaz Sarwar, legale del blogger , ha detto che “si tratta di una sentenza storica” . “E' la prima volta - ha aggiunto -  che una corte ordina il rilascio di persone arrestate in base all'Isa. Questo è un passo meraviglioso per le libertà civili in Malaysia".

da Asianews

venerdì, 07 novembre 2008

La fine della dittatura in Myanmar e la sete di Dio della popolazione: sono le due facce di un Paese che la giunta militare tenta di soffocare in continuazione. Ancora oggi i profughi del ciclone Nargis sopravvivono fra gli stenti, senza acqua né cibo. Il lavoro della Chiesa cattolica, tra repressione del governo e il sostegno ai poveri.

Yangon (AsiaNews) – Il futuro del Myanmar non dipende dalla “comunità internazionale” o dai “singoli movimenti interni”, ma è legato alla forza e all’unità di un “popolo che deve diventare artefice del proprio destino”. È l’auspicio che rivolge ad AsiaNews una fonte cattolica birmana che – in condizioni di anonimato per motivi di sicurezza – ha accettato di raccontare la realtà del Paese e le prospettive per il futuro, il miraggio della democrazia e i timori di nuove repressioni, ma anche la “speranza di un popolo assetato di Dio” alla continua ricerca di una “realtà ultima che sollevi lo spirito” dalla miseria, dai dolori e dalle vessazioni quotidiane.

Una vasta fetta della popolazione diventa “sempre più povera” e sopravvive “con meno di 120 dollari Usa all’anno”. Diritti umani, libertà personale e religiosa, democrazia: parole vuote in Myanmar, dove una dittatura militare regna incontrastata da oltre un ventennio e mette a tacere chi cerca di esprimere il dissenso. La fonte si dice sicura che la dittatura – nel lungo periodo – cadrà come è successo in passato in Unione Sovietica o in altre zone in cui dominavano regimi totalitari, ma dipenderà da una “lotta a livello locale” da combattere “non con una guerra aperta, ma con una lenta opera di erosione dall’interno” con la forza “della ragione, del dialogo e della pace”. Un ruolo essenziale può essere ricoperto “dai media e da internet”, nonostante il controllo “serrato” esercitato dai militari, perché permette di “raccogliere notizie da tutto il mondo” e conoscere “una realtà diversa dalla versione ufficiale propagandata dalle autorità”. 

La Cina ha allungato i suoi tentacoli sulla ex-Birmania, proteggendo la giunta militare al potere in seno alla comunità internazionale. “Essa – continua la fonte – ha più interessi a tutelare il governo con il quale conclude affari” a scapito della popolazione civile, secondo la logica della “non ingerenza negli affari interni di un altro Paese. Ecco perché la giunta è diventata sempre più forte” in apparenza, ma segue una logica di “repressione continua per timore di perdere il potere” in vista delle elezioni politiche del 2010.

Anche fra i profughi del ciclone Nargis, a distanza di mesi, la situazione sembra essere “drammaticamente uguale”. Prima la giunta militare requisisce gli aiuti umanitari forniti dalle agenzie internazionali, poi “allunga le mani” sulle aree più sperdute, in cui vi sono ancora oggi “migliaia di persone che muoiono di fame o di sete” perché non hanno cibo, né acqua. Le organizzazioni umanitarie cercano di portare soccorso ai più sfortunati e proprio la Chiesa può giocare un “ruolo essenziale” nei programmi di aiuto e assistenza grazie al lavoro svolto “dalla Conferenza episcopale che coordina gli interventi di varie associazione fra le quali la Caritas locale”. I cattolici, racconta la fonte, operano sul territorio grazie a una fitta presenza di volontari e associazioni legate a diocesi e parrocchie: un lavoro aperto ma discreto, non ostentato, che sia davvero in grado di arrivare alla gente senza incappare nelle ire della giunta militare. “Le associazioni religiose, in special modo quelle cattoliche – continua – sono essenziali perché forniscono figure qualificate come suore, infermiere, assistenti e volontari che sanno come operare e quali interventi mettere in atto per aiutare persone che, ancora oggi, soffrono a causa dei disastri provocati dal ciclone”.

Il compito dei cristiani resta quello di trasmettere “un segnale di speranza” e la “cooperazione con i buddisti può diventare un elemento importante per mettere paura al regime, che teme questa unione di intenti. Bisogna però usare molta cautela e continuare il dialogo interreligioso tanto nelle opere concrete, quanto nel compito di evangelizzare".

Nel Paese c’è una sete di Dio e la testimonianza arriva dai “numerosi casi di conversione al cristianesimo”, perché capace di offrire un messaggio di speranza che va oltre le sofferenze quotidiane, ma soprattutto perché il popolo birmano “pur rimanendo legato alla propria cultura e alle proprie tradizioni, desidera incontrare Cristo” e il messaggio di salvezza che porta con sé, nonostante “la pressione esercitata dal governo” cerchi di “limitare” le conversioni. Nel Paese la “libertà religiosa è contemplata dalla Costituzione”, ma viene applicata “secondo un criterio molto soggettivo e particolare” dalla giunta militare.

L’ultima riflessione è dedicata alla più famosa attivista birmana per la democrazia, la premio Nobel Aung San Suu Kyi: “La giunta militare – conferma la fonte – l’ha rinchiusa in un angolo e la mantiene sotto stretta sorveglianza, ma rimane molto popolare e rispettata dalla gente”. Il ruolo della “Signora” resta fondamentale nella lotta per la democrazia nel Paese, ma “non può fare tutto da sola”. È importante che la gente la sostenga nel suo “lavoro di coordinamento fra le varie fazioni all’opposizione” e che resti sempre un punto di riferimento nel promuovere i valori “della democrazia, del rispetto dei diritti umani e della libertà di religione: la giunta militare è consapevole della sua influenza ma la Signora non può combattere da sola: ha bisogno del sostegno del popolo”.

mercoledì, 29 ottobre 2008

Al primo posto c’è l’Islanda, al secondo il Lussemburgo, al terzo la Norvegia, e poi a seguire Estonia, Finlandia, Irlanda, Belgio, Lettonia, fino al primo paese non europeo, che è la Nuova Zelanda, nono posto. La classifica mondiale della liberta di stampa appena pubblicata da una delle più autorevoli organizzazioni che controllano la condizione del giornalismo nel pianeta, Reporters Sans Frontières, non mostra in questa testa della graduatoria elementi di novità. Sono, tutti, Paesi e culture dove la libertà d’espressione non sta soltanto nelle norme del diritto positivo - ci sono, naturalmente, Svezia, Svizzera, Canada, Olanda, Inghilterra e così via - ma questa libertà è parte integrante del costume civile di quelle società, insieme con il rigoroso rispetto della divisione dei poteri.

Fa stupore, piuttosto, uno stupore iniziale, d’abbrivio, che gli Stati Uniti siano ben giù, al quarantesimo posto; ma poi si pensa alle censure e alle manipolazioni della «guerra contro il terrorismo», e alle dure limitazioni che il Patriot Act comporta nella vita pubblica di quel paese, e allora si fa presto a cancellare dall’immaginario la vecchia lezione (che pure era largamente autentica) del giornalismo del Watergate, di Lippman, di Arnett, di Cronkite. posizione ancor peggiore va comunque all’Italia, classificata quarantaquattresima, e possiamo perfino dire che non ci va malissimo, considerando l’evidenza dei conflitti d’interesse e delle manomissioni politiche che inquinano il nostro sistema mediatico, la canea strumentale sulle intercettazioni che tendono a imbavagliare la stampa sotto la pretesa dì un rigoroso controllo della privatezza, le pesanti minacce che la criminalità lancia contro i giornalisti, a cominciare dalla morte che pende sulle amare giornate clandestine di Roberto Saviano.

Per i Paesi dittatoriali o comunque a regime autoritario, poco da dire: l’Iran è 166°, la Cina 167°, Cuba due posti ancora più giù. Ultimi, Corea del Nord ed Eritrea. Ma poiché non sempre le strutture formali corrispondono alla realtà della vita pubblica, nessuno deve stupirsi se un Paese formalmente democratico, la Russia di Putin e di Medvedev, sia ben verso il fondo della classifica, 141ª (richiamo alla nostra comune memoria che, da quando Putin ha preso il potere, a parte il suo controllo totale, o quasi, sui media, nel suo Paese sono stati assassinati 22 giornalisti, senza che mai la giustizia abbia trovato un colpevole).

Chiuso l’elenco con qualche malinconico, insopprimibile, sconforto, bisogna avere tuttavia la forza di proiettare la classifica all’interno del nuovo orizzonte dentro il quale il giornalismo va muovendo, incerto, pavido, schiacciato dai condizionamenti dei poteri, ma anche dalla rivoluzione che le tecnologie elettroniche hanno scatenato sul vecchio mestiere. Se politica e affari tentano sempre più di inquinare l’autonomia della narrazione del giornalismo (consiglio a tutti di leggersi sulle pagine del New York Times gli editoriali rabbiosi del neo-premio Nobel, Paul Krugman), si vanno però diffondendo con Internet e con il telefonino forme nuove di produzione giornalistica, il citizen journalism, il microjournalism per esempio, che tentano di arrangiare una difesa che coinvolga più direttamente la società cioè i consumatori d’informazione. Il problema non è affatto corporativo: il 90 per cento di ciò che forma la nostra «conoscenza» viene costruito dalla produzione quotidiana dei massmedia. Conviene rifletterci, tutti.

di Mimmo Candito - daLaStampa