socialprosumer
Io sto con Saviano
 QUALCUNO MI SA DIRE COME MAI CON IEPLORER SI VEDE BENE E CON FIREFOX SI VEDE TUTTO BIANCO IL TESTO??? EPPURE I CLASS SONO GIUSTI....
giovedì, 22 gennaio 2009
Intervista a Shawan Jabanien, direttore dell'Ong al-Haq che monitora quotidianamente le violazioni dei diritti umani da parte di Israele nei territori palestinesi

dal nostro inviato
Christian Elia
Shawan Jabanien, avvocato palestinese con un master in diritti

Shawan Jabanien, avvocato palestinese con un master in diritti umani a New York, è il direttore esecutivo di al-Haq, organizzazione non governativa con sede a Ramallah. Al-Haq, grazie al lavoro di 32 tra giuristi, ricercatori e investigatori sul campo, monitora quotidianamente le violazioni dei diritti umani nei Territori Occupati palestinesi, commessi da Israele ma anche dall'Autorità Nazionale palestinese.

 

Avvocato Jabanien, come pensa di quello che sta accadendo in questi giorni?
Credo che questo sia un momento difficile non solo per il popolo palestinese, per i civili, ma per l'umanità in generale. Un momento le cui conseguenze si sentiranno per un lungo periodo, sulle idee, sulle azioni, sulle coscienze delle persone: comporteranno un mutamento nel significato stesso del termine giustizia. Non solo qui in Palestina, le conseguenze non incideranno solo sul popolo palestinese, ma su tutte le persone che credono nei diritti umani, nella giustizia, nel diritto internazionale. Riguarda tutti coloro che, in tutto il mondo, manifestano nelle strade, che cercano di capire cosa sta accadendo a Gaza, e quali siano le reazioni della comunità internazionale, degli stati ma anche delle istituzioni internazionali. E penso che abbiamo perso le loro speranze. Questa è la lezione nuova, il vero nuovo evento, quello che avviene nella mente delle persone contro il diritto internazionale, contro le Nazioni Unite e tutte le altre istituzioni e organizzazioni. Oltre alle persone che adesso hanno perso la loro vita a Gaza, oltre agli israeliani che agiscono come uno Stato al di sopra del diritto internazionale, che non riconosce neppure i principi, i suoi obblighi giuridici, niente, oltre a questo, io credo che il prezzo, il prezzo vero di quanto sta accadendo siano le idee, nella testa delle persone. La gente avrà fiducia solo nella forza. Se sei abbastanza forte, otterrai qualcosa, e vedrai riconosciuti i tuoi diritti, ma se non sei forte, non otterrai niente. Q, in Medio Oriente, ma ovunque nel mondo. Questo è il punto. Come organizzazione che si occupa di diritti umani il nostro compito è avere una visione di insieme, non semplicemente dare conto del numero delle vittime, dei civili uccisi, occuparci solo di Gaza. Dobbiamo analizzare anche tutti questi altri elementi, i temi di lungo periodo. Per questo stiamo sollevando queste questioni, diciamo a tutti i funzionari, i diplomatici, chiunque: non considerate quanto sta accadendo solo come un incidente, un episodio isolato che nel tempo tutti dimenticheranno, no. E' stata aggiunta una nuova convinzione nella mente delle persone: se sei debole nessuno ti prende sul serio. Cosa sta facendo Israele? Questa è la domanda vera, cosa sta facendo Israele alla mente delle persone. Come israeliani, dice, non riconosciamo i deboli, non riconosciamo il diritto internazionale, non riconosciamo le risoluzioni delle Nazioni Unite, non riconosciamo niente se non costretti con la forza. Come è successo nel sud del Libano. Questa è la lezione. Se le persone sentissero che le Nazioni Unite agiscono secondo le loro responsabilità, secondo la Carta, secondo i principi del diritto internazionale, intervenendo, penserebbe che esiste davvero un sistema internazionale, un sistema capace di proteggere, di proteggere i civili, i diritti, e allora sarebbe rafforzata la loro fiducia nei diritti umani. Questo è il punto. Noi siamo sacrificati davanti alle azioni israeliane, ma la comunità internazionale è sacrificata davanti al suo silenzio e alla sua inerzia, il diritto internazionale, i principi, i valori del diritto e della giustizia. Questo è il nodo vero. Poi se andiamo a guardare cosa stanno compiendo le forze israeliane in questi giorni, è ovvio, stanno compiendo crimini di guerra, e crimini contro l'umanità, perché stanno prendendo di mira i civili in modo sistematico, sistematico e su larga scala. E' una politica diffusa, adesso, non è più un episodio isolato, colpire per esempio una abitazione civile. Vengono assassinate intere famiglie. Israele percepisce che non sarà mai punito, che nessuno si occuperà mai di tutto questo, perché è incondizionatamente sostenuto dagli Stati Uniti, protetto alle Nazioni Unite dal potere di veto. Questo è il punto. Per questo, come organizzazione che si occupa di diritti umani, a parte i nostri appelli ai governi, alla comunità internazionale, alle Nazioni Unite perché agiscano secondo le loro responsabilità e i loro obblighi giuridici, a parte questo, se lei mi chiede dove sia la speranze, le rispondo direttamente che l'unica speranza è nelle strade, nell'opinione pubblica, nella società civile. Non ho alcuna fiducia in governi e stati, davvero non ho alcuna fiducia in loro, e alcuna speranza. Nessuna, e lo dico. Lo dico pubblicamente, e lo ripeto, l'unica possibilità è esercitare pressione, in nome dei diritti, dei propri principi, scendere in strada. Semplicemente scendere in strada. Perché solo così capiranno che possono perdere. I governi si sentiranno minacciati nella loro popolarità, e allora andranno dagli Stati Uniti, andranno dall'Unione Europea e diranno ‘'Ehi, così perdiamo le elezioni, è una situazione pericolosa''. E' la sola speranza.

 

In questo clima di sfiducia e disillusione nel diritto e nelle istituzioni internazionali è difficile lavorare per una ong al-Haq. Se non c'è fiducia, per voi è ancora più duro raccogliere testimonianze, perché c'è il rischio che le persone arrivino a credere che non serve a nulla. Avete indagini in corso ora a Gaza?
Certo. Può immaginare. I nostri investigatori ci hanno detto di essere stati ieri in un ospedale, di essere entrati nell'obitorio, e di avere trovato un uomo che ancora respirava, e allora hanno urlato ai medici di correre, ma i medici non hanno più alcuna capacità di fronteggiare la situazione. I feriti sono troppi. Israele ha negato l'accesso persino alla Croce Rossa, ha consentito loro di passare solo qualche giorno dopo. Ignorano completamente il diritto internazionale, si sentono una superpotenza, liberi di compiere crimini senza il minimo timore di finire davanti a un tribunale. Questo è il punto. E questa è la questione cruciale, per le vittime, quello che chiedono. La pietra angolare del diritto internazionale umanitario è il concetto di protezione, e in questa situazione non viene offerta alcuna protezione. E se non si ha protezione in una situazione simile, quando mai si avrà protezione? La potenza occupante non offre alcuna protezione, l'Autorità Palestinese non offre alcuna protezione, la comunità internazionale non offre alcuna protezione. E la gente comincerà a pensare a come proteggersi da sola, con i propri mezzi. Perché la difesa è un'esigenza naturale. Se lei si sentisse in pericolo, e non tutelato da nessuno, sono sicuro che comincerebbe a pensare a come proteggersi da solo. Se sentisse la sua vita, la sua esistenza minacciata, il suo cibo, le cose basilari. Questa è la direzione in cui Israele sta spingendo la gente. Pensare come proteggersi da sola. La domanda è: cosa ci guadagna la comunità internazionale, a spingere le persone a pensare a come proteggersi da sole, con i propri mezzi? Questo è il punto. Perché cambieranno le strategie, per un lungo periodo, non è più solo questione di assassinii, o di crimini isolati. Con tutto questo, Israele sta plasmando la coscienza della gente per molto, moltissimo tempo. Il rapporto che la gente avrà con la comunità internazionale, con l'Unione Europea, con il diritto internazionale, con le Nazioni Unite. Bisogna guardare a quanto sta accadendo in una prospettiva strategica, non semplicemente come se si trattasse di eventi isolati, episodici.


Ha delle informazioni circa l'uso di armi illegali a Gaza, in questi giorni? Alcuni hanno parlato di armi come quelle usate in Libano nel 2006, armi al fosforo.
Credo che i metodi usati, in primo luogo, siano illegali. Non ho informazioni su tipi specifici di armi, ma quello che so, l'immagine che traggo dal lavoro dei nostri operatori sul terreno, è che sono delle bombe molto potenti, ordigni di due metri, sganciate da F-16. Bombe a frammentazione, bombe a grappolo, ma quel tipo di armi, per il momento, non credo siano state usate.
Ma abbiamo bisogno di più informazioni, di più esperti per esaminare i luoghi, le case colpite. Di sicuro stanno usando tutti i mezzi a loro disposizione. Abbiamo alcuni esperti locali per le prime analisi, ma abbiamo bisogno di affiancarli con esperti militari, perché possano entrare a Gaza ed esaminare le armi usate dagli israeliani.

In questa situazione è difficile parlare di sistema giudiziario palestinese, ma qual è il suo giudizio sull'amministrazione della giustizia in Palestina?
Il mio giudizio non è affatto positivo. Ancora oggi, mentre parliamo, ci sono stati arresti arbitrari in Cisgiordania, con agenti della polizia dell'Autorità Palestinese che hanno arrestato dimostranti pacifici. E sta accadendo ogni giorno, anche ieri a Nablus, dove sono state arrestate venti persone. Sono arresti che si aggiungono a quelli di attivisti politici avvenuti nei mesi precedenti. L'Autorità non vuole che cominci la Terza Intifada, e sta arrestando in massa attivisti politici contrari alla linea della moderazione. I servizi segreti impediscono l'opposizione, anche durante gli attacchi in Gaza, mentre muoiono civili innocenti, impediscono le libere espressioni di solidarietà. Non c'è giustizia in Cisgiordania. C'è politica con tutti i mezzi, non giustizia.

E qual è il suo parere sull'0amministrazione della giustizia nella Striscia di Gaza da parte di Hamas?
Investigate su quanto è accaduto durante la ‘guerra civile' tra Hamas e Fatah?

Adesso a Gaza non c'è nulla. Ma prima dell'attacco violazioni e violenze ci sono state. La sicurezza per i cittadini c'era, ma a prezzo di una grande paura. Vivevano nel terrore e questa non è stabilità o uno stato di diritto. Arresti arbitrari, torture come in Cisgiordania. Durante le tensioni tra le fazioni palestinesi molte persone sono state uccise, torturate e private dei loro diritti. C'è stata anche qualche condanna. Ma non è stata ancora fatta giustizia. La verità è che viviamo un momento drammatico: interno ed esterno. Dai crimini d'Israele a quelli commessi all'interno del popolo palestinese.

Un elemento nuovo, rispetto ad altri pesanti attacchi subiti dalla popolazione palestinese è la divisione interna. Che ne pensa?
La gente è unita nel lottare contro l'occupazione e contro il dolore. Umanamente uniti, ma politicamente sono divisi. Andrebbero in strada se potessero urlare, ma i politici sono divisi. Gli ultimi anni sono andati così... vogliono solo usare il loro potere. E' uno dei momenti più neri della nostra storia, ma non abbiamo scelta: dobbiamo essere uniti.

Nel suo lavoro, nel lavoro di al-Haq, in una situazione di questo genere, è difficile separare il diritto dalla politica?
Io non credo esista alcuna separazione tra la giustizia e la politica, tra il diritto internazionale e la politica. Perché se si esamina l'attuazione pratica del diritto internazionale, si passa alla politica. Chi è chiamato ad attuare il diritto internazionale? La povera gente, nelle strade? No, gli stati. E quando si passa agli stati, ai funzionari di governo, si sta discutendo di politica. Se rispettano gli obblighi a loro carico o no, se hanno fini politici o no... Cose di questo tipo. Al di fuori dell'ambiente politico, non esiste attuazione pratica del diritto internazionale. Questa è la linea di confine, e questa la connessione tra i principi del diritto internazionale, le teorie, i valori, e la politica, qui e ora. Per questo crediamo sia cruciale esercitare pressione sui politici. Non semplicemente ripetere le nostre richieste, i nostri messaggi, i comunicati stampa, ma anche avere contatti con la società civile, con i deputati, i giornalisti. Esercitare pressione sui politici. Perché l'unica cosa in cui i politici credono sono gli interessi. Se ci sono interessi diretti.
Se non faremo questo, come società civile, saremo u giorno ritenuto corresponsabili, direttamente o indirettamente, nei crimini commessi. Questo è una parte determinante del nostro lavoro, non solo stare seduti qui a scrivere report. Quei report, quei documenti debbono riuscire a porre sotto pressione i politici, perché diventi per loro conveniente sostenere i diritti umani. Perché, in fondo, facciano il loro lavoro. Noi facciamo il nostro. Un lavoro dannatamente duro, viene da piangere, a volte. Leggi certe storie...ma io non perdo la speranza. Magari sarà mio figlio a vivere in una società più giusta, magari io non vedrò mai i risultati del mio lavoro, ma non ci arrendiamo alla disperazione di un momento orribile come questo.

domenica, 23 novembre 2008

La vita in Nord Kivu non è solo dura, è davvero critica. Le case e le terre sono diventate campi di battaglia. I bambini nati durante la crisi non conoscono che la guerra. Rifugi, cibo e acqua ormai scarseggiano. MSF dà voce ai testimoni diretti della guerra: voci, sguardi, paure e speranze della popolazione avvicinano questo conflitto lontano alla vita di tutti noi.

O. ha sei anni. Ha i piedi tumefatti. Mumuza Muhindo, un'infermiera di MSF che lavora con la clinica mobile a Kibati, fa una diagnosi di kwashiorkor, una grave forma di malnutrizione.
"Le abbiamo dato del cibo terapeutico pronto all'uso per farle guadagnare rapidamente peso" spiega Mumuza. "La bambina dovrà mangiare tre bustine di cibo pronto all'uso al giorno, oltre al pasto che si consuma in famiglia. Adesso si sta alimentando bene e quindi sono fiduciosa che presto starà meglio. Il problema principale è che la maggioranza delle persone che si trova a Kibati non ha i mezzi per comprare da mangiare perché sono fuggite dai combattimenti".

O. ha percorso 20 km a piedi, da Rugari a Kibati, con la madre, S., e il fratello di 13 anni.
"Lunedì ero a casa quando sono ricominciati i combattimenti. Ho preso tutto quello che potevo portare e i miei due figli. Non siamo potuti andare a Kibumba perché anche lì si combatteva" spiega la madre, 58 anni. "Da un anno vivevo in un campo a Rugari, dopo essere fuggita dai combattimenti. È la seconda volta che devo scappare. Sono stanca di questa situazione. Sono sola con due bambini. Mio marito è morto negli scontri circa otto anni fa".

"Nel campo di Rugari dove vivevo, non avevamo cibo a sufficienza. Mi davano una razione alimentare che doveva bastare per tutta la famiglia per un mese ma dopo due settimane il cibo era quasi finito. Da lunedì non abbiamo mangiato altro che un po' di succo di banana. Non ho soldi né lavoro".

È la seconda volta che O. viene curata per la malnutrizione. È stata curata in un centro nutrizionale di Rugari dove le è stato somministrato del latte terapeutico. Ma la recente scarsità di cibo e i continui spostamenti hanno aggravato le sue condizioni.
S. è una dei pochi fortunati ad aver trovato un posto in cui vivere a Kibati. Condivide una piccola capanna con altre persone ma la maggior parte dei rifugiati che sono arrivati da lunedì dormono sull'erba.


S., 5 anni, C., un anno e mezzo, M., 35 anni
"Sono venuta alla clinica mobile perché mia figlia S. ha la tosse da diversi giorni. È la seconda volta in tre mesi che sono costretta a fuggire dai combattimenti. Prima vivevo vicino Rumangabo ma tre mesi fa sono dovuta scappare e da allora vivo in un campo a Kibumba. Lunedì ho dovuto lasciare anche Kibumba a causa dei combattimenti. Sono venuta a Kibati a piedi".

Da lunedì M., 35 anni, è a Kibati con il marito e cinque figli. Vive all'aperto, sull'erba, perché non ha trovato un posto in cui stare.
A S. sono state date delle medicine per la tosse ma, dormendo all'aperto, non può ristabilirsi velocemente. "Qui di notte fa abbastanza freddo e piove quasi tutti i giorni" spiega Mumuza Muhindo. "La bambina dorme all'aperto, non ha coperte né un riparo. Questo può rendere più complicata la sua guarigione. Comunque tornerà tra qualche giorno, perché noi siamo qui tutti i giorni, e valuteremo nuovamente le sue condizioni".

"Siamo riusciti a portare solo un paio di cose. Siamo stati costretti ad abbandonare quasi tutti i nostri averi a Kibumba e tre mesi fa a Rumangabo. Qui mio marito non ha trovato lavoro e non abbiamo soldi. Da lunedì i miei figli non hanno mangiato quasi niente. Di notte piangono per la fame. È una situazione molto difficile soprattutto per i più piccoli. Se non ci fossero rischi a ritornare, me ne andrei da Kibati domani ma adesso non oso muovermi. Che succede se riprendono i combattimenti?".

Medici Senza Frontiere

sabato, 22 novembre 2008
Ho ancora negli occhi l'immagine di noi, con il grembiulino scuro e il fiocchetto azzurro, tremanti, con le mani protese e incerte verso il maestro, consapevoli della punizione che di lì a qualche attimo si sarebbe abbattuta inesorabilmente su noi: una sonora bacchettata sulle mani, con una sbarra di metallo larga, flessibile. La forza del colpo era proporzionale al grado di punizione da infliggere, conseguente al livello di "indisciplina" che si era compiuto.
Così, il maestro unico e sovrano, educatore, giudice, esecutore di sentenze, gestiva la scolaresca negli anni '60.
Alcuni genitori, un po', ma solo un po', preoccupati di questa ferrea disciplina, osavano sussurrare << in effetti è un po' eccessivo...>>.
Ma nulla più. Perché, nella normalità, quando tornavi a casa, con una "nota" del maestro per la marachella e le mani ancora dolenti... prendevi altre botte da orbi; quindi lamentarsi per le bacchettate era fuori discussione: potevi solo sperare di aver preso "solo" le bacchettate sulle mani e non la nota; almeno evitavi il prosieguo delle punizioni a casa.
Funzionava così: i nostri genitori erano nati durante il tempo del fascismo e il sistema educativo loro impartito era una miscela esplosiva tra le rigidità del sistema pedagogico di fine ottocento e i giovani Balilla. Comunque, negli anni del cosiddetto boom economico, la linea educativa era rimasta la stessa e questa linea aveva un pregio fondamentale: insegnare il rispetto per gli altri, per la comunità: dove una persona deve "naturalmente" tendere a comportarsi rettamente e il ladro è un ladro; non è un "diversamente onesto"! Il farabutto è una persona da evitare, non è contemplato andarci in vacanza insieme. Era un sistema rigido ma molto chiaro. Se buttavi della carta di caramelle per la strada puoi star certo che nei cinque secondi successivi sentivi una voce che diceva -con durezza e fermezza: << a casa tua butti la carta per terra?>> oppure <<Raccogli e butta nel cestino, maleducato!>> oppure << credi di essere a casa tua e poter fare quello che ti pare?>>.
Poi vennero gli anni della contestazione, il famoso '68, e noi bambini non capivamo cosa succedeva. Ne avremmo in seguito avuto una idea negli anni intorno al '77 quando anche noi eravamo grandi abbastanza per partecipare alla contestazione; ma siamo rimasti sempre indietro rispetto agli altri. Ci siamo dovuti sorbire le mattane ideologiche del '68, dello yuppismo rampante, del consociativismo, del compromesso storico, del terrorismo, della partitocrazia; oggi ce li ritroviamo tutti quanti, un po' invecchiati, ma ancora lì, con il culo appiccicato alle poltrone che decidono sulle nostre vite, la maggior parte di costoro riciclati nella frontiera Berlusconiana post tangentopoli. Nel frattempo il paese è sempre più scivolato verso il basso, perdendo dignità e senso morale, senso delle cose, della vita, del rispetto e in totale assenza di un progetto politico.
Per noi quarantenni - ne sono convinto se ci vogliamo salvare- è giunto il momento di dire BASTA! E' giunto il momento di alzare la testa allungare le braccia e prendere per mano i trentenni e i ventenni -che sono anche nostri figli- e stringere con loro un patto generazionale armandoci del buon senso, di praticità, di etica del rispetto e prendere a calci in culo quelli che ci stanno fottendo il futuro. Perché vi dico che possiamo essere tutti un po' Obama! E non perdiamo tempo a cercarlo in giro... cerchiamolo in noi.
E ora, se non vi siete già annoiati abbastanza, vi dico cosa e come vorrei la scuola e cosa penso della meritocrazia, perché qualche progetto in testa c'è l'ho.
Forse qualcuno si immaginerà un bel ritorno al sistema educativo degli anni '60: mi spiace deluderlo. Ho un figlio di 17 anni e credo si ricordi a mala pena di aver preso un paio di sculacciate in tutta la sua vita: il resto è stato un laborioso lavoro di rispetto reciproco, credibilità, ragionamento sulle cose giuste da fare nella vita e su come coltivare il buon senso per sapere quali azioni sono giuste e quali non lo sono. Questo non significa che il mio modello sia quello giusto; ho cercato, con sua madre, di spezzare le catene che mi legavano a quel metodo educativo: non i valori che voleva diffondere.
Allora vorrei una scuola nella quale il rispetto fosse un elemento fondamentale; senza rispetto non si va da nessuna parte. E a un genitore che aggredisce un insegnante perché ha rimproverato il figlio si risponde con estrema durezza; anche con la minaccia di togliere la patria potestà.
E con altrettanta durezza risponde l'istituzione se il docente viene meno ai suoi doveri di educatore.
Ho sempre trovato ridicola la diatriba tra la cultura e  preparazione tecnica. La cultura è la palestra per mezzo della quale si devono aprire le menti dei ragazzi, fare in modo che essi scoprano le proprie potenzialità, capacità, predisposizioni, inclinazioni. La cultura non è di questo o quell'altro: è l'astronave con la quale volare ai confini del conosciuto per poi procedere verso ciò che non conosce e contribuire a spostare i limiti un po' più in là, ogni volta. Serve a conoscere chi siamo, da dove veniamo e perché siamo così; almeno in parte.
La tecnica ci dà la manualità e le conoscenze per un lavoro, o più lavori che ci rendono utili e partecipi al sistema della collettività, della società in cui viviamo. Resta inesorabile un presupposto fondamentale: un cretino laureato è, e rimane, un cretino... ma con la laurea.
Fare in modo che i ragazzi scoprano ed esplorino le loro naturali predisposizioni ci eviterà di avere quegli ammassamenti assurdi in alcune facoltà e la desertificazione di altre: se spostiamo l'attenzione dal denaro al talento, alla predisposizione, la scelta del percorso di studio sarà dettata dall'indole individuale, non dalla prospettiva di guadagni.
Certo, perché ciò avvenga occorre un sistema politico che non è quello attuale: un sistema che operi per creare opportunità di lavoro e non posti di lavoro (per la differenza rimando ad altro post); motivo in più per guardare con sospetto a queste riforme da parte di una classe politica che non ha progetti sul futuro, ma solo emergenze finanziarie di cui essa stessa è la causa principale.
Cambiando impostazione, si realizza in automatico un processo di meritocrazia già all'origine: se le persone lavorano e fanno mestieri che sono loro congeniali e quindi svolgono con passione, il risultato sarà già "meritocraticamente" alto.
Certo, è necessario avere dei parametri di valutazione e dei riconoscimenti, anche per premiare le eccellenze.
Ma attenzione: questa ossessione e questo parlare di merito, nel modo in cui lo si fà ora, porterà solamente ad uno stress meritocratico; l'ideologia della meritocrazia non è meno pericolosa di quella del 6 o 18 politico che dir si voglia.
Non siamo tutti uguali e non abbiamo tutti eguali capacità. Ma esasperare certi concetti vuol dire ledere la dignità delle persone ed il risultato sarà ancor più disastroso.
Ogni individuo ha bisogno di veder riconosciuto il proprio ruolo. La competizione deve essere con se stessi, nel fare meglio il proprio lavoro. La competizione tra gli individui è un concetto superato -per me-; conduce solo all'aggressività e all'ansia di essere primi. Frustrazione e invidia per chi non ci riesce. Ossessione, boria e avidità per i vincitori.
La meritocrazia, per me, vale se si riferisce al livello di responsabilità che un individuo assume svolgendo il proprio lavoro. Per intenderci un chirurgo e una donna delle pulizie hanno responsabilità diverse. Ma non mi interessa creare competizione sfrenata tra due chirurghi. Mi interessa che mantengano uno standard di qualità elevato: entrambi; visto che giocano con la pelle della gente. E così pretendo facciano gli addetti delle pulizie che devono provvedere affinché gli ambienti siano puliti e decorosi.
Il discorso dei "fannulloni" è poi ancora altra cosa. Non ha niente a che vedere con la meritocrazia.
Mi fermo... credo di avervi tediato abbastanza.
postato da: Davide3d alle ore novembre 22, 2008 15:05 | Permalink | commenti
categoria:lavoro, economia, giovani, crisi, scuola ed educazione
giovedì, 20 novembre 2008

Ansa - ROMA - Negli ultimi 15 anni, l'80% delle vittime civili delle guerre sono stati donne e bambini. Almeno 2 milioni di bambini sono morti uccisi dal fuoco delle armi e 6 milioni sono stati feriti, resi disabili o hanno subito traumi psicologici, obbligati ad assistere a terribili atti ed episodi di abusi e violenze. Sono i dati diffusi da Save the Children in occasione della giornata mondiale dell'Infanzia, rilevando anche che a causa della guerra 37 milioni i bambini e le bambine sono oggi esclusi dall'istruzione.

L'associazione ha stimato in 22 milioni i minori profughi e sfollati a seguito di guerre. Le cui conseguenze vanno oltre la fine delle ostilità: si calcola che ogni anno siano tra 8.000 e 10.000 le giovani vittime di ordigni esplosivi, in particolare delle mine rimaste sul terreno. E sono almeno 250.000 i minori - di cui il 40% bambine - impiegati in 17 conflitti armati come soldati, spie, facchini, cuochi, "mogli" dei combattenti (nel caso delle ragazze) e arruolati in eserciti non governativi in almeno 24 nazioni e territori

E' l'Europa ad aggiudicarsi il triste primato di epicentro della pedofilia online: oltre il 90% dei bambini vittime di questi abusi è europeo, l'86% dei materiali pedofili è allocato nel vecchio continente e i due terzi dei clienti sono europei. A comunicarlo è l'associazione 'Telefono Arcobaleno' che, in occasione della Giornata Mondiale sui diritti dell'infanzia, ricorda che circa 35.000 bambini arrivano in Italia come 'merce' di scambio per il mercato pedopornografico.

Anche il presidente Napolitano e' intervenuto sull'argomento con un messaggio: ''Ancora oggi, purtroppo, sono presenti in vaste aree del pianeta situazioni di grave sfruttamento dell'infanzia, specialmente dove persistono diffuse ed antiche condizioni di sottosviluppo e di povertà e conflitti endemici tra le diverse etnie. Forte deve essere, pertanto, l'impegno delle organizzazioni internazionali nell'impedire ogni forma di sfruttamento, che giunge fino all'impiego di adolescenti come soldati, e nel rimuovere gli ostacoli che impediscono condizioni di vita rispettose dei bisogni, dei diritti e delle aspirazioni dei minori. Né possiamo ignorare che c'é molto da fare anche nel nostro Paese''.

"Non c'é stata nessuna schedatura e nessun intervento repressivo". Lo afferma il premier Silvio Berlusconi, intervenendo alla giornata nazionale per i diritti dell'infanzia e dell'adolescenza, parlando dei bambini nei campi rom. "Il provvedimento del governo - prosegue - non rappresenta una schedatura ed è in linea con i Paesi dell'Unione europea". "Lavoriamo ad un nuovo welfare per l'infanzia e l'adolescenza ma questo non viene compreso anzi viene strumentalizzato", ha aggiunto il premier, precisando che ''é un dovere di chi governa tutelare i diritti dei minori, assicurando loro libertà e benessere''.

postato da: Dilia61 alle ore novembre 20, 2008 14:14 | Permalink | commenti
categoria:diritti umani, infanzia, democrazia, scuola ed educazione, salute e diritti, violenza - pace
venerdì, 14 novembre 2008

Tra un mese (10 dicembre) ricorre il sessantesimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. L’articolo 18 afferma: “Ogni individuo ha il diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione. Tale diritto include la libertà di cambiare religione o credo; la libertà di manifestare isolatamente o in comune, sia in pubblico sia in privato, la propria religione o il proprio credo, nell’insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell’osservanza dei riti”. Le parole, che sono poste a fondamento della stessa esistenza dell’Onu, sono chiare e dirette. Fino ad ora il compleanno della Dichiarazione non ha avuto l’attenzione che merita, se si eccettua un grande discorso del Papa Benedetto XVI tenuto alle Nazioni Unite in aprile (nel quale, tra l’altro, diversi paragrafi sono dedicati al “diritto” di ricevere e dare protezione: ma nel grande palazzo sull’East River di New York, così come in quasi tutte le capitali mondiali – non si può avere soltanto l’Onu nel mirino –  se ne saranno dimenticati, vista l’allucinante accidia dimostrata davanti ai massacri del Congo). Dovremmo tornare a leggere per bene la Dichiarazione. Una volta, nelle scuole elementari dell’aborrito maestro unico e del grembiulino blu o nero, si parlava parecchio dei testi e dei sistemi fondanti il Dopoguerra mondiale. Era il tempo della Speranza e dunque anche i bambini italiani avevano dimestichezza con i grandi luoghi e le grandi parole della seconda metà del secolo. Ma in questo campo mentre i bambini di oggi sono degli analfabeti, i bambini di allora lo sono ridiventati. Occorrerebbe che tutti riprendessero in mano quel testo, insieme a quello del Papa. Capiremmo il valore reale, pesante, storico della libertà religiosa. Molti, per annacquarla, le affiancano i concetti di libertà di coscienza, più largo e più vago, oppure di libertà di culto, più stretto e più innocuo. Ma nella Dichiarazione che dovrebbe fondare la storia recente del nostro pianeta, le espressioni sono precise, immediate, evidenti. E’ che in questi decenni il mondo si è diviso, forse involontariamente, proprio sulla libertà religiosa: in Occidente è diventato l’inutile accessorio di un’automobile già dotata di ogni optional: non sappiamo che farcene; l’aggettivo ha messo in ombra il sostantivo, per noi la libertà religiosa è una cosa da Paesi poveri, qui ci teniamo tutte le libertà e buttiamo tutte le religioni. Mentre l’Oriente, in particolare quello dell’India e dei paesi a maggioranza islamica, la libertà religiosa nella chiara accezione della Dichiarazione condivisa dai 191 Paesi membri dell’Onu è tuttora un tabù; si tengono stretti alla religione buttando tutte le libertà. Un tabù, del quale si parla con fatica e imbarazzo, cambiando il discorso, girando la testa dall’altra parte, usando metafore.

Una settimana fa, il giorno dell’elezione di Barack Obama, è stata presentata l’edizione 2008 del Rapporto sulla libertà religiosa nel mondo, curato da “Aiuto alla Chiesa che soffre”, un’opera di diritto pontificio. Anche le oltre cinquecento pagine del Rapporto sono scritte con parole chiare e dirette. Paese per Paese, dall’Afghanistan allo Zimbabwe, le schede presentano la situazione della libertà religiosa relativamente a tutti i culti. Pertanto non è un’opera confessionale, poiché si basa “sull’insopprimibile anelito di ogni essere umano alla ricerca della verità” (pag. 4). A curare il Rapporto sono dei cattolici. La lettura è di eccezionale interesse. L’indicatore della libertà religiosa fa conoscere un Paese almeno quanto la crescita del Pil o dell’andamento della popolazione. Ma i nostri giornalisti e i nostri politici sono distratti. Se si eccettua lo spazio dato dalla benemerita stampa cattolica, in particolare l’Osservatore Romano, il Rapporto è passato inosservato. Non abbiamo visto agitarsi direttori di testata, commissari europei infiammarsi di sdegno, rettori e collettivi di università urlare nei megafoni, presentatori di talk show (nelle tv italiane ce ne sono sei-otto), porgere l’argomento sia pur educatamente.

Eppure, sfogliare quelle pagine lascia di stucco: è questo il nostro mondo? questo stiamo preparando per i nostri figli?

In Oriente e in Occidente sembra una questione che interessa solo un manipolo di cattolici, incluso il loro capo. Sono rimasti gli ultimi strenui difensori della Dichiarazione, che dal dicembre 1948 avrebbe dovuto inaugurare una nuova era, perché sono gli unici a pensare che “pensiero, coscienza e religione” sono indissolubilmente legati alla natura più intima e profonda dell’uomo e pensano così perché amano l’uomo senza riserve e senza distinzioni. Così, quando vedono calpestate le libertà connesse alla sua natura, non possono stare fermi e zitti, si infiammano di dolore e compassione. 

(A proposito, il Rapporto segnala anche buone notizie: in Azeirbagian la libertà religiosa è migliorata)

Roberto Fontolan

venerdì, 07 novembre 2008

Torre Annunziata. Lo scorso 22 ottobre la città di Torre Annunziata ha rinnovato il voto alla Madonna della Neve: davanti al corteo c’era una bandiera della Pace. La tenevano in mano i giovani volontari dell’oratorio della Madonna della Neve, che quotidianamente tentato di recuperare i minori a rischio del Quadrilatero delle Carceri. Quei giovani chiedevano la liberazione della città da ogni sopruso ed ogni violenza. Speravano in un riscatto sociale di Torre Annunziata ed in una liberazione, che per molti è arrivata all’alba del 4 novembre, quando la polizia di Napoli e del commissariato ha stretto le manette ai polsi di un’ottantina di persone.

Poche ore dopo, però, nel regno del clan Gionta sembrava essere tutto tornato alla normalità. Pusher agli angoli delle strade, sentinelle in giro in sella ai ciclomotori, con le luci accese anche in pieno giorno, per segnalare la propria presenza a chi cerca droga e sballo. Nulla sembra cambiato, anche se i pusher non tengono più postazioni fisse, ma preferiscono muoversi e svariare tra i vicoli del Quadrilatero alla ricerca degli acquirenti delle dosi. Indossano sciarpe e cappellini gli spacciatori ‘sopravvissuti’ alla retata di martedì. Per coprire il viso e gli occhi, per evitare un riconoscimento da parte delle forze dell’ordine o delle telecamere che, da un giorno all’altro, dovrebbero entrare in funzione nel rione dei Gionta. In città non si parla d’altro e c’è qualche cittadino che, attraverso internet, lancia la proposta di organizzare una manifestazione per ringraziare lo Stato e le forze dell’ordine per la spallata data al gotha della camorra oplontina.

Per le strade della zona sud c’è il solito via vai di vedette in scooter, persino la solita fila di automobilisti, costretti ad aspettare che il conducente davanti acquisti la dose di droga, paghi e continui la sua marcia. C’è un maggiore movimento ed una maggiore diffidenza da parte delle sentinelle: sentono il fiato sul collo degli investigatori, sanno che prima o poi toccherà anche a loro provare la fredda sensazione delle manette ai polsi. Sono le ultime colonne dello spaccio, rimaste senza una guida e senza più i capipiazza.

Senza più ordini da seguire, ma solo un “si salvi chi può” che spinge a smaltire i restanti giacimenti di stupefacenti per raccogliere denaro per il pagamento degli stipendi agli affiliati e per il pagamento delle spese legali per quelli arrestati.
Le foto di tutti gli arrestati finiscono anche sui banchi: si parla del maxi blitz contro i Gionta anche nelle scuole superiori occupate, dove campeggiano gli striscioni contro la Gelmini e per il diritto allo studio. Al Marconi di via Roma c’è un lenzuolo con una scritta rossa: “La lotta è dura e non ci fa paura”. Anche per quei ragazzi martedì è stato il giorno della liberazione.

gdm - da Metropolis

venerdì, 07 novembre 2008

di Martin Luther King

Sono felice di unirmi a voi in questa che passerà alla storia come la più grande dimostrazione per la libertà nella storia del nostro paese. Cento anni fa un grande americano, alla cui ombra ci leviamo oggi, firmò il Proclama sull'Emancipazione. Questo fondamentale decreto venne come un grande faro di speranza per milioni di schiavi negri che erano stati bruciati sul fuoco dell'avida ingiustizia. Venne come un'alba radiosa a porre termine alla lunga notte della cattività.

Ma cento anni dopo, il negro ancora non è libero; cento anni dopo, la vita del negro è ancora purtroppo paralizzata dai ceppi della segregazione e dalle catene della discriminazione; cento anni dopo, il negro ancora vive su un'isola di povertà solitaria in un vasto oceano di prosperità materiale; cento anni dopo; il negro langue ancora ai margini della società americana e si trova esiliato nella sua stessa terra.

Per questo siamo venuti qui, oggi, per rappresentare la nostra condizione vergognosa. In un certo senso siamo venuti alla capitale del paese per incassare un assegno. Quando gli architetti della repubblica scrissero le sublimi parole della Costituzione e la Dichiarazione d'Indipendenza, firmarono un "pagherò" del quale ogni americano sarebbe diventato erede. Questo "pagherò" permetteva che tutti gli uomini, si, i negri tanto quanto i bianchi, avrebbero goduto dei principi inalienabili della vita, della libertà e del perseguimento della felicità.

E' ovvio, oggi, che l'America è venuta meno a questo "pagherò" per ciò che riguarda i suoi cittadini di colore. Invece di onorare questo suo sacro obbligo, l'America ha consegnato ai negri un assegno fasullo; un assegno che si trova compilato con la frase: "fondi insufficienti". Noi ci rifiutiamo di credere che i fondi siano insufficienti nei grandi caveau delle opportunità offerte da questo paese. E quindi siamo venuti per incassare questo assegno, un assegno che ci darà, a presentazione, le ricchezze della libertà e della garanzia di giustizia.

Siamo anche venuti in questo santuario per ricordare all'America l'urgenza appassionata dell'adesso. Questo non è il momento in cui ci si possa permettere che le cose si raffreddino o che si trangugi il tranquillante del gradualismo. Questo è il momento di realizzare le promesse della democrazia; questo è il momento di levarsi dall'oscura e desolata valle della segregazione al sentiero radioso della giustizia.; questo è il momento di elevare la nostra nazione dalle sabbie mobili dell'ingiustizia razziale alla solida roccia della fratellanza; questo è il tempo di rendere vera la giustizia per tutti i figli di Dio. Sarebbe la fine per questa nazione se non valutasse appieno l'urgenza del momento. Questa estate soffocante della legittima impazienza dei negri non finirà fino a quando non sarà stato raggiunto un tonificante autunno di libertà ed uguaglianza.

Il 1963 non è una fine, ma un inizio. E coloro che sperano che i negri abbiano bisogno di sfogare un poco le loro tensioni e poi se ne staranno appagati, avranno un rude risveglio, se il paese riprenderà a funzionare come se niente fosse successo.

Non ci sarà in America né riposo né tranquillità fino a quando ai negri non saranno concessi i loro diritti di cittadini. I turbini della rivolta continueranno a scuotere le fondamenta della nostra nazione fino a quando non sarà sorto il giorno luminoso della giustizia.

Ma c'è qualcosa che debbo dire alla mia gente che si trova qui sulla tiepida soglia che conduce al palazzo della giustizia. In questo nostro procedere verso la giusta meta non dobbiamo macchiarci di azioni ingiuste.

Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla coppa dell'odio e del risentimento. Dovremo per sempre condurre la nostra lotta al piano alto della dignità e della disciplina. Non dovremo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica. Dovremo continuamente elevarci alle maestose vette di chi risponde alla forza fisica con la forza dell'anima.

Questa meravigliosa nuova militanza che ha interessato la comunità negra non dovrà condurci a una mancanza di fiducia in tutta la comunità bianca, perché molti dei nostri fratelli bianchi, come prova la loro presenza qui oggi, sono giunti a capire che il loro destino è legato col nostro destino, e sono giunti a capire che la loro libertà è inestricabilmente legata alla nostra libertà. Questa offesa che ci accomuna, e che si è fatta tempesta per le mura fortificate dell'ingiustizia, dovrà essere combattuta da un esercito di due razze. Non possiamo camminare da soli.

E mentre avanziamo, dovremo impegnarci a marciare per sempre in avanti. Non possiamo tornare indietro. Ci sono quelli che chiedono a coloro che chiedono i diritti civili: "Quando vi riterrete soddisfatti?" Non saremo mai soddisfatti finché il negro sarà vittima degli indicibili orrori a cui viene sottoposto dalla polizia.

Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri corpi, stanchi per la fatica del viaggio, non potranno trovare alloggio nei motel sulle strade e negli alberghi delle città. Non potremo essere soddisfatti finché gli spostamenti sociali davvero permessi ai negri saranno da un ghetto piccolo a un ghetto più grande.

Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri figli saranno privati della loro dignità da cartelli che dicono:"Riservato ai bianchi". Non potremo mai essere soddisfatti finché i negri del Mississippi non potranno votare e i negri di New York crederanno di non avere nulla per cui votare. No, non siamo ancora soddisfatti, e non lo saremo finché la giustizia non scorrerà come l'acqua e il diritto come un fiume possente.

Non ha dimenticato che alcuni di voi sono giunti qui dopo enormi prove e tribolazioni. Alcuni di voi sono venuti appena usciti dalle anguste celle di un carcere. Alcuni di voi sono venuti da zone in cui la domanda di libertà ci ha lasciato percossi dalle tempeste della persecuzione e intontiti dalle raffiche della brutalità della polizia. Siete voi i veterani della sofferenza creativa. Continuate ad operare con la certezza che la sofferenza immeritata è redentrice.

Ritornate nel Mississippi; ritornate in Alabama; ritornate nel South Carolina; ritornate in Georgia; ritornate in Louisiana; ritornate ai vostri quartieri e ai ghetti delle città del Nord, sapendo che in qualche modo questa situazione può cambiare, e cambierà. Non lasciamoci sprofondare nella valle della disperazione.

E perciò, amici miei, vi dico che, anche se dovrete affrontare le asperità di oggi e di domani, io ho sempre davanti a me un sogno. E' un sogno profondamente radicato nel sogno americano, che un giorno questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono creati uguali.

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza.

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo dell'arroganza dell'ingiustizia, colmo dell'arroganza dell'oppressione, si trasformerà in un'oasi di libertà e giustizia.

Io ho davanti a me un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho davanti a me un sogno, oggi!.

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno ogni valle sarà esaltata, ogni collina e ogni montagna saranno umiliate, i luoghi scabri saranno fatti piani e i luoghi tortuosi raddrizzati e la gloria del Signore si mostrerà e tutti gli essere viventi, insieme, la vedranno. E' questa la nostra speranza. Questa è la fede con la quale io mi avvio verso il Sud.

Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza.

Con questa fede saremo in grado di lavorare insieme, di pregare insieme, di lottare insieme, di andare insieme in carcere, di difendere insieme la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi. Quello sarà il giorno in cui tutti i figli di Dio sapranno cantare con significati nuovi: paese mio, di te, dolce terra di libertà, di te io canto; terra dove morirono i miei padri, terra orgoglio del pellegrino, da ogni pendice di montagna risuoni la libertà; e se l'America vuole essere una grande nazione possa questo accadere.

Risuoni quindi la libertà dalle poderose montagne dello stato di New York.

Risuoni la libertà negli alti Allegheny della Pennsylvania.

Risuoni la libertà dalle Montagne Rocciose del Colorado, imbiancate di neve.

Risuoni la libertà dai dolci pendii della California.

Ma non soltanto.

Risuoni la libertà dalla Stone Mountain della Georgia.

Risuoni la libertà dalla Lookout Mountain del Tennessee.

Risuoni la libertà da ogni monte e monticello del Mississippi. Da ogni pendice risuoni la libertà.

E quando lasciamo risuonare la libertà, quando le permettiamo di risuonare da ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni stato e da ogni città, acceleriamo anche quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, cattolici e protestanti, sapranno unire le mani e cantare con le parole del vecchio spiritual: "Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente".
giovedì, 06 novembre 2008

L’appello, firmato da 144 persone, domanda agli esperti del dialogo di non dimenticare la difficile situazione dei cristiani, trattati come “degli esclusi e come dei paria”. Fra le richieste più urgenti, la garanzia di libertà a cambiare religione.

Roma (AsiaNews) – Un gruppo di 144 cristiani, di cui 77 musulmani convertiti al cristianesimo, ha lanciato un appello agli esperti islamici e cattolici radunati in Vaticano in questi giorni perché essi non dimentichino le minoranze cristiane e i neo-convertiti nei Paesi islamici. I firmatari dell’appello – cattolici, ortodossi e protestanti dell’Africa del Nord e del Medio Oriente – domandano che il dialogo che si svolge in Vaticano porti a questi risultati:

1)      che la legge islamica non si applichi ai non musulmani;

2)      che sia abolita la condizione di “dhimmi”, di cittadini di seconda classe;

3)      che la libertà di cambiare religione sia riconosciuto come un diritto fondamentale.

 

L’appello ricevuto da AsiaNews è anche pubblicato sul sito www.notredamedekabylie.net , legato ai cristiani d’Algeria.

I firmatari “gioiscono” per i passi che si stanno svolgendo in questi anni e per la Lettera dei 138 saggi musulmani, da molti definita come una testimonianza che “l’Islam non è contro i cristiani”. Ma essi sottolineano che la condizione di minoranza dei cristiani nei Paesi islamici, “già marchiata dall’insopportabile stato di ‘dhimmi’ [lett.: gruppo protetto grazie al pagamento di una tassa al governo islamico, escluso dalla effettiva parità nella società], è aggravata dalla crescita dell’islamismo militante apparso negli ultimi tempi”.

“Quanto ai neo-cristiani, o convertiti – continua l’appello – essi non hanno alcun diritto di esprimere la loro nuova scelta religiosa, pena la condanna come apostate, al punto da essere costretti all’auto-esilio, se possono”.

I firmatari chiedono allora che il dialogo che si sta aprendo fra Vaticano e esperti islamici affronti “anzitutto tre temi urgenti :

1) la legge islamica non sia applicata ai non musulmani;

2) lo stato di dhimmi, che fa dei cristiani egli esclusi e dei paria, non è più accettabile e deve essere abolito, perché esso offende la dignità umana, proprio come la schiavitù;

3) la libertà di cambiare religione deve essere riconosciuto come un diritto fondamentale, un diritto che viene da Dio, il quale non obbliga nessuno ad adorarlo”.

Il testo ricorda che nel Corano vi sono versetti favorevoli alla libertà di religione, mentre alcune Hadith [detti del profeta] domandano la morte dell’apostata. “Purtroppo – spiega l’appello – alcuni Stati hanno posto queste frasi nella loro costituzione (ad es. La Mauritania), che essi applicano nonostante la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948”.

Riaffermando che questo dialogo islamo-cristiano è necessario, i firmatari suggeriscono agli esperti di “tener conto dei cristiani che vivono nel mondo detto ‘musulmano’, o da cui provengono. Metterci da parte, dimenticarci, sarebbe un segno di ignoranza, o una volontà manifesta di non voler affrontare le questioni che ci fanno problema. L’attualità, purtroppo non cessa di dimostrarlo: i cristiani nel mondo musulmano sono in grave pericolo”.

da AsiaNews

domenica, 02 novembre 2008

L'obiettivo finale della politica, al centro dell'epoca in cui viviamo, è l'ideale di libertà individuale.

Il tentativo di liberare le persone da una burocrazia onnipresente, ci ha portato a una nuova e più pervasiva forma di controllo, basata su obiettivi e numeri. E mentre i Governi promettevano che avrebbero garantito libertà di scelta in tutti i campi, erano in realtà responsabili di un incremento della disuguaglianza e di un dramatico collasso della mobilità sociale.

La conseguenza è stata il ritorno al potere delle classi e dei privilegi. E il tentativo di portare la democrazia nel mondo, non ha portato solo a spargimenti di sangue ma anche a una reazione alla campagna guidata dall'America per portare la libertà.

Questo è il primo di una serie di documentari che racconta la nascita di questo mondo strano e paradossale. Si parte dai giorni cupi e spaventosi della Guerra Fredda, evidenziando che quella di oggi è un'idea molto particolare e limitata di libertà, nata dalla paranoia di quell'epoca, basata sull'idea che gli esseri umani siano creature egoiste, isolate e sospettose che si controllano a vicenda e pianificano le loro strategie contro gli altri.

In questa serie di documentari si sottolinea come politici e scienziati hanno finito per credere che questa idea della natura umana potesse diventare il fondamento di un nuovo tipo di società libera. Ma quello che nessuno di loro aveva capito è che in questa visione cupa e priva di speranza si annida il seme di un sistema rivoluzionario di controllo sociale che utilizza la retorica della libertà, ma di fatto imprigiona noi e i nostri leader in un mondo limitato e vuoto.

Redazioneonline FinanzainChiaro - Scienze e Società

postato da: Dilia61 alle ore novembre 02, 2008 11:17 | Permalink | commenti
categoria:giustizia, democrazia, società e costume, scuola ed educazione
domenica, 02 novembre 2008

Molte stazioni ferroviarie oggi hanno subito l'occupazione dei binari da parte dei cortei studenteschi che protestavano per l'approvazione del decreto Gelmini sulla scuola. La conseguenza e' che il traffico ferroviario e' stato sospeso e i ritardi per i viaggiatori sono stati notevoli e diffusi. In modo piu' o meno simile, anche se con meno conseguenze (a parte Roma, dove quasi ogni mobilita' e' stata impedita), e' accaduto lo stesso nei centri di molte citta' italiane per la circolazione veicolare. Niente di nuovo, per carita'. Cortei e manifestazioni sindacali per anni hanno continuato e continuano a fare altrettanto. Per non parlare degli scioperi selvaggi (cioe' quelli non preannunciati e non programmati si' che l'utenza possa organizzarsi in modo diverso) nello specifico settore dei trasporti: dai ferrovieri agli autotrasportatori che bloccano le autostrade.
Chi non c'entrava nulla -cioe' i cittadini che prendono il treno, gli autobus, i taxi o che fruiscono delle strade coi loro mezzi privati- sono diventate tra le principali vittime di queste manifestazioni.

Abitualmente, chi fa queste lamentele su queste violenze incivili, viene tacciato come fiancheggiatore dei detrattori di questa o quell'altra motivazione che ha indotti le persone a manifestare. Quindi si viene indicati come destrorsi o sinistrorsi in base alla critica di incivilta' che si fa ad una di queste invasioni, dando per scontato che la critica in se' alla incivilta' di una manifestazione comporti di conseguenza l'accettazione delle motivazioni di chi si oppone alle ragioni opposte a quelle dei manifestanti. E' la logica di chi considera gli utenti e i consumatori solo come funzionali a questa o quella parte politica e non soggetti civici con una loro dignita' e un loro diritto, trasversali a quelli degli schieramenti dei contendenti il potere politico. Logica che dimostra il costante imbarbarimento della lotta politica e, soprattutto, l'incapacita' di quest'ultima di puntare contro il proprio obiettivo, amalgamandolo ai beni e servizi di tutta la comunita': in un certo momento -quello della manifestazione, per l'appunto- i manifestanti se la prendono contro i beni e servizi di tutti, come se questi fossero della loro controparte e non anche loro; oppure, quando li considerano loro, partono dal presupposto -violento- che chiunque, in virtu' della superiorira' delle loro motivazioni, sia disponibile a sospenderne la fruibilita'.

Quindi noi, che oggi rileviamo come siano incivili gli studenti che hanno bloccato stazioni e strade urbane, saremo apostrofati come coloro che sostengono il decreto Gelmini sulla scuola o, peggio, emuli della follia istituzionale dell'ex-presidente della Repubblica, senatore Francesco Cossiga, che vorrebbe fossero picchiati a sangue tutti coloro che manifestano per quello che lui ritiene sbagliato.

Noi, invece, crediamo che sia tutta qui la differenza tra civile e incivile. Lasciamo a chi manifesta -oggi gli studenti, ieri e domani tutti gli altri- la voglia di prendere in considerazione questa nostra istanza di utenti e consumatori. Noi crediamo che le loro rivendicazioni sarebbero rafforzate e le ragioni meglio comprese se, nel manifestarle, non creassero vittime inconsapevoli del loro linguaggio. Fate voi. Noi, utenti e consumatori, proprio perche' non succubi di questa o quell'altra scelta di parte, ci difenderemo cercando di portare in tribunale chi ha attentato ai nostri diritti, per niente dissimili o secondari da quelli di manifestazione ed espressione delle proprie idee.

 Vincenzo Donvito, presidente Aduc  - da politicamentecorretto